Su Facebook il meteorologo romagnolo, professionista AMPRO, Pier Luigi Randi, ha dato una spiegazione scientifica del fenomeno che sta investendo in modo drammatico la Romagna.
“… siamo in presenza di un sistema mare-atmosfera “dopato”. Il doping è in quel grafico che evidenzia, nel cerchio rosso, le mostruose anomalie di temperatura superficiale dell’acqua dell’alto Adriatico nel periodo luglio-settembre (fino alla prima decade) 2024. Se ricordate in più di una circostanza si è arrivati a 30°C. Quel calore accumulato in eccesso viene rilasciato, “consumato” e dissipato molto lentamente (l’acqua è pigra) e viene messo “a disposizione” per la parte più bassa dell’atmosfera. Cosa comporta? Stringendo proprio all’osso per non comporre un poema e per facilitare la comprensione:
1) Fornisce una maggiore quantità di vapore acqueo all’atmosfera;
2) Aumenta l’instabilità e il sollevamento atmosferico (più l’aria è calda e umida e più rapidamente si solleva, oltre a contenere più vapore; insomma è più instabile);
3) Rilascia più energia sotto forma di calore latente, rafforzando i sistemi perturbati e/o precipitanti;
4) Favorisce la formazione di rovesci e temporali più intensi sotto il profilo dei ratei di precipitazione.
Ecco che quando arriva un sistema perturbato, nemmeno così intenso come in questi giorni, il “doping” agisce. Peraltro, lo stesso effetto è in buona parte all’origine della catastrofe sui paesi danubiani (nel centro est Europa nei giorni scorsi, ndr): prima una profonda depressione si forma sul Mare Mediterraneo come risposta a un’intensa irruzione fredda dal Mare del Nord e si carica di energia sopra un mare bollente; poi essa si muove verso nord-est in zone dove fino a 24 ore prima c’erano 7/8°C in più della norma con temperature da piena estate, e in più, con la sua circolazione, va a richiamare altra aria calda e umida proveniente da un Mar Nero anch’esso rovente. Ed ecco servito il disastro, amplificato da questo squilibrio. Quindi il “che bello, oggi al mare l’acqua era caldissima e si stava da re” prima o poi presenta il conto.”
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Ue Intervista a Terry Reintke, co-capogruppo al parlamento europeo. «Ecr non fa parte della maggioranza, in Consiglio Roma si è astenuta. Non si capisce perché l’Italia ha ottenuto un ruolo così prestigioso. L’audizione di Fitto non sarà semplice»
La tedesca Terry Reintke, è leader dei Verdi europei, qual è il suo giudizio complessivo?
In positivo, accogliamo con favore l’impegno da parte della presidente per il Green deal nella nuova commissione. È quello di cui abbiamo bisogno se vogliamo contrastare gli effetti mortali del cambiamento climatico. L’integrazione del Green Deal attraverso tutto il collegio dei commissari conferisce alla lotta contro il cambiamento climatico l’importanza che richiede. Però ora bisognerà vedere quando verrà messo in pratica.
Quindi lei pensa che con questa Commissione ci sia ancora un futuro per la transizione ecologica?
Bisogna studiare del dettaglio le lettere d’incarico inviate dalla presidente von der Leyen ai singoli commissari. Va detto però che le linee guida del nuovo esecutivo, sulla base delle quali abbiamo lottato come parte della maggioranza, sono chiare: c’è la volontà che il Green deal vada avanti. La proposta di oggi è in continuità con quelle linee guida.
Non trova che si stia mettendo in evidenza l’efficienza, a svantaggio della sostenibilità ambientale?
In effetti c’è un grande pericolo in agguato, ed è quello di opporre la competizione – di cui oggi parlano tutti – alla lotta al cambiamento climatico. Se si facesse così, sarebbe un arretramento per il Green deal, mentre competitività e lotta al cambiamento climatico sono semplicemente due facce della stessa medaglia.
Passando ai punti critici, cosa preoccupa i Verdi?
È bene che ci sia un commissario dedicato per lo stato di diritto, la giustizia e la democrazia, ed è urgente data la situazione in Ungheria e in altri paesi. Tuttavia, nei prossimi cinque anni dobbiamo vedere un’azione coraggiosa e coordinata da parte della Commissione sullo Stato di diritto. Non possiamo continuare a lasciare che l’Ue venga maltrattata da coloro che cercano di minare i valori su cui è costruita la nostra Unione.
Siete stati i primi a opporvi al ruolo di vicepresidenza esecutiva per Raffaele Fitto. Ma sembra proprio von der Leyen non vi abbia ascoltato.
Il fatto che un candidato proveniente da un governo di estrema destra venga nominato in una posizione di guida non smette di costituire una grande preoccupazione per il nostro gruppo. I conservatori europei di Ecr non hanno votato in Parlamento a favore della presidente della Commissione e il governo italiano si è astenuto in Consiglio. Quindi non si capisce perché ora l’Italia viene ricompensata con una posizione così di rilievo.
Qual è il rischio politico di questa scelta?
La nomina di Raffaele Fitto potrebbe creare un pericoloso spostamento verso l’estrema destra in Commissione Ue e mettere in pericolo la maggioranza filodemocratica del Parlamento europeo che ha votato per Ursula von der Leyen a luglio.
Sta dicendo che quando ci saranno le audizioni non farete sconti?
Tutti i commissari designati andranno incontro all’esame delle commissioni parlamentari. Come Greens prenderemo il nostro compito di eurodeputati decisamente sul serio. Sul nome e sul ruolo di Raffaele Fitto posso dirle una cosa: per lui non sarà certo una passeggiata
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Guerra Tarquinio verso il no alla risoluzione di Strasburgo. Picierno: basta cianfrusaglie pacifiste. La linea rossa della segretaria: no alle armi in terra russa. Ma la gran parte dei socialisti dice sì. Anche Forza Italia isolata nel Ppe che vuole autorizzare Kiev a colpire obiettivi anche non militari
L'eurodeputato Pd Marco Tarquinio – Ansa
Non ci sono solo le divisioni nel campo largo sull’Ucraina. Ogni volta che si vota sulle armi a Kiev, a Roma o a Strasburgo, nel Pd nasce uno psicodramma. Figlio anche di una ambiguità di fondo di Schlein tra il sì al sostegno militare a Zelensky e la continua evocazione di uno sforzo diplomatico dell’Europa.
CHE NON SI VEDE. Anzi. In vista del voto sulla nuovo risoluzione previsto per giovedì, all’eurocamera ormai c’è una larga maggioranza (compresa la gran parte dei socialisti) a favore dell’utilizzo delle armi occidentali in territorio russo. Nella mozione votata a luglio ci si fermò a «obiettivi militari» in Russia, stavolta la definizione si potrebbe addirittura allargare. Togliendo ancora un altro paletto all’esercito di Kiev.
L’unica magra consolazione per i dem è che il clima bellico che si respira a Strasburgo complica la vita anche a due dei partiti di maggioranza, Fdi e Fi. Gli azzurri, in particolare, sono alle prese con la forte distanza tra la linea ufficiale del Ppe (che spinge per allargare l’uso delle armi occidentali in Russia anche a obiettivi non militari) e la posizione di Tajani, che ripete ogni giorno che l’Italia non intende entrare in guerra con Mosca. Due mesi fa Fdi si astenne sulle armi in Russia, stavolta potrebbe fare il bis: anche per Meloni questo è un nodo decisamente problematico, vista l’opinione dei suoi elettori.
NON C’È DUBBIO PERÒ che il Pd sia, tra i partiti italiani, quello più diviso: da una parte i pacifisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada, che a luglio si astennero sulla risoluzione finale, e votarono no all’utilizzo delle armi in territorio russo insieme al grosso del gruppo dem; dall’altra Pina Picierno, che a luglio si astenne (con Elisabetta Gualmini) per non dire no alla possibilità di colpire la Russia e ora potrebbe votare addirittura a favore.
L’ha anticipato con una lettera a Repubblica in cui ha definito «un errore» la posizione del governo italiano e del Pd, e ha detto che certi «distinguo» sono l’antipasto di una «resa soft» a Putin, citando infine Altiero Spinelli che negli anni Ottanta aveva coniato l’espressione «cianfrusaglie pacifiste» in una polemica contro la Fgci. «La negazione del permesso di usare le armi italiane su territorio russo rappresenta un messaggio di distensione al criminale di guerra Putin», il pensiero della vicepresidente dell’europarlamento. Che precisa: «La mia è la posizione del gruppo socialista».
VERO, E INFATTI ORA IL CERINO è nella mani di Schlein. Che non può permettersi un cambio di linea sull’Ucraina, ma non intende certo scavalcare il governo a destra sul fronte bellicista. E dunque ha suggerito ai suoi parlamentari di attestarsi sulla linea di luglio: «Sostegno a Kiev ma no all’utilizzo di armi italiane in Russia». «Non siamo in guerra con Mosca», ribadisce il fedelissimo Sandro Ruotolo, eurodeputato. «Questa per noi è una linea rossa da non oltrepassare», gli fa eco Alessandra Moretti.
Mentre Tarquinio spera che la risoluzione finale (frutto di un negoziato tra i gruppi principali) contenga almeno qualche riferimento a un negoziato di pace, ed è pronto anche a bocciare il testo (come lui anche Cecilia Strada) se dovesse passare la richiesta di un utilizzo indiscriminato delle armi contro la Russia. Il resto del gruppo dem, volente o nolente, voterà il documento finale perché non farlo significherebbe un cambio di linea sulla guerra che Schlein non può e non vuole imporre, nonostante l’opinione della maggioranza degli elettori (solo il 44% è a favore delle armi a Kiev secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti, ma solo il 23% dei votanti dem è favorevole all’aumento delle spese militari, il dato più basso tra tutti i partiti). Quanto a Picierno, la sua mossa ultrabellicista viene interpretata dentro la maggioranza che sostiene Schlein come un atto ostile: «Da Guerini a Gentiloni c’è un tam tam sulle armi che punta a indebolire la segretaria».
SUL FRONTE COMMISSIONE UE, i dem tirano un sospiro di sollievo per il downgrade a cui von der Leyen dovrebbe sottoporre il commissario italiano Raffaele Fitto: non avrà più la delega all’Economia, quella più pesante (che era stata ipotizzata), ma quella alla Coesione. Il Pd annuncia un interrogatorio molto duro sulla fedeltà europeista di Fitto quando, dopo metà ottobre, i commissari saranno esaminati a Bruxelles. Il capodelegazione Pd Nicola Zingaretti ricorda che, nel 2019, «dopo la nomina di Gentiloni a commissario (voluta dal governo Conte 2, ndr) Meloni organizzò una manifestazione di protesta davanti alla Camera». E si domanda: «Chi sono gli anti-italiani?»
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Governo. Non c’è solidarietà umana né lealtà di coalizione dietro la sguaiata difesa che Meloni fa di Salvini, accusato di un reato assai grave, compiuto e rivendicato sotto gli occhi dell’opinione […]
Non c’è solidarietà umana né lealtà di coalizione dietro la sguaiata difesa che Meloni fa di Salvini, accusato di un reato assai grave, compiuto e rivendicato sotto gli occhi dell’opinione pubblica quando il capo della Lega era in una stanza a palazzo Chigi e l’attuale presidente del Consiglio all’opposizione. Ogni giorno e in ogni occasione possibile, che si tratti di nomine o scelte politiche importanti, i due si danno infatti battaglia in una perenne campagna elettorale all’interno dello stesso bacino di consenso.
Sono altre le ragioni che spingono la presidente del Consiglio a stracciare ancora una volta quella veste istituzionale che proprio non le si adatta. Innanzitutto la condivisione che i migranti vanno intesi prima di tutto come carne da propaganda, una minaccia che non esiste sul piano della realtà ma che funziona benissimo, ha sempre funzionato, in campagna elettorale. Poi c’è il disprezzo per qualsiasi cosa possa anche solo alludere alla separazione dei poteri.
Nel momento in cui la premier disegna un’architettura istituzionale centrata sul potere assoluto di un’eletta dal popolo è del tutto coerente che ribadisca come nessun controllo di legalità potrà mai essere tollerato. E infine c’è la conferma dell’unica “politica” che questa destra è in grado di immaginare di fronte a un fenomeno come quello delle migrazioni che nessuna mitragliata di decreti sempre meno costituzionali è in grado di affrontare seriamente.
La “politica” della paura che se vale per gli elettori in patria deve valere anche per chi si mette in viaggio per sopravvivere: meglio che non ci tentiate.
La presidente del Consiglio che qualche anno fa suggeriva di sparare dall’alto sui barconi, il cui ministro dell’interno non si è fatto scrupolo di dare la colpa delle morti nelle traversate agli stessi morti, vede chiaramente nella ferocia di Salvini che ai tempi del primo governo Conte lasciava i migranti in una prolungata condizione di sofferenza la ragionevole anticipazione delle sue deportazioni in Albania. Meglio che non ci tentiate.
Crudele, ma anche inefficace. Così come non basta un video fuori da ogni grammatica istituzionale e dai toni allucinati ad allontanare il rischio di una condanna per il vice presidente del Consiglio. Che è tutt’altro da escludere e che sarebbe un’ulteriore problema per il governo. Qui il discorso deve però allargarsi. Perché se mettiamo in fila i nomi che raccontano tutti i guai della destra al potere, Salvini è solo l’ultimo.
Prima ci sono quelli di Sangiuliano, Lollobrigida, Delmastro, Toti, Santanchè e sicuramente dimentichiamo qualcuno. Nessuno di questi nomi parla di un’iniziativa dell’opposizione per mettere in difficoltà l’altra parte. La destra si fa male da sola, spesso semplicemente essendo se stessa. Anche perché il centrosinistra non tocca palla, ancora in attesa di definirsi dopo il suicidio elettorale, dal quale però sono passati ormai due anni. Tanto da non escludere in alcune sue componenti, dopo la riapparizione di Draghi, nemmeno la speranza di un nuovo colpo di palazzo con un non nuovo protagonista.
Nel frattempo l’opposizione si limita ad assistere allo spettacolo dei disastri altrui. Spettacolo orrendo, ma che può persino peggiorare e non è detto duri poco
Commenta (0 Commenti)Campo largo. Non solo Renzi. A dividere il "nucleo ristretto" della coalizione futuribile futuribile ci sono già temi come l’Ucraina e le tasse. Ci sono punti di condivisione importanti, ma non possono essere solo evocati.
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Riccardo Magi brindano alla festa di Avs - foto Ansa
La serata dei leader del centrosinistra al parco Nomentano, con tanto di brindisi a pinte di birra, lascia aperti diversi interrogativi. Il dato positivo è che sembrano tutti consapevoli che non si può neppure ipotizzare un replay del 2022, quando le divisioni tra i progressisti aprirono le porte di palazzo Chigi a Giorgia Meloni; e che, in caso di crisi del governo di destra-centro, nessuno vorrà prestarsi a nuovi governi tecnici o grosse coalizioni con pezzi di destra (cosa che vale in particolare per il Pd che è il «solito sospetto» quando si tratta di prolungare l’agonia di legislature ormai finite). Ciò premesso, va detto che anche il nucleo più stretto della futuribile coalizione, quello composto da Pd, 5S, Avs e +Europa, e dunque tenendo fuori i polemici Renzi e Calenda, presenta ad oggi un tasso di coesione del tutto insufficiente per potersi immaginare come maggioranza di governo. Tradotto: rischierebbe di non riuscire a governare.
LA DISCUSSIONE tra Conte e Riccardo Magi sull’Ucraina, da cui la segretaria dem non casualmente si è tenuta a distanza, segnala uno dei principali nodi irrisolti: cosa farebbe un governo Schlein sull’Ucraina? Continuerebbe a fornire armi a Kiev, anche nel quadro di una escalation su territorio russo che appare sempre più vicina per volontà di Usa e Regno Unito? E con quali voti in Parlamento, visto il no di M5S e Avs? Oppure, deciderebbe di porre l’Italia in una posizione più critica all’interno della Nato? E con quali conseguenze dentro il Pd? Non è un tema marginale, ma richiede invece un tentativo di soluzione ben prima di una ipotetica campagna elettorale. Sarebbe assai rischioso cullarsi nel sogno che di qui al 2027 la guerra si concluda.
Certo, ci sono i punti in comune, dal salario minimo (che sarebbe verosimilmente uno dei primi provvedimenti del nuovo esecutivo) all’aumento della spesa sanitaria, dal ripristino del reddito di cittadinanza a nuove norme sul lavoro simili a quelle approvate in Spagna per limitare i contratti a termine e il precariato. E poi lo stop a premierato e autonomia differenziata, l’aumento del reddito per gli insegnanti della scuola pubblica, un più deciso investimento sulle energie rinnovabili, una riforma della Rai, nuove norme sulla cittadinanza (ius soli o ius scholae) e più diritti per le famiglie lgbtqia+.
Majorino chiude ai renziani: «Nella foto di gruppo non ci sono assenti»
SONO PUNTI di condivisione importanti, che non vanno sottovalutati. Ma non possono essere semplicemente evocati. Se si vuole provare a raddrizzare la sanità pubblica servono ben più di 4 miliardi l’anno. E così per portare gli stipendi della scuola nella fascia alta della graduatoria europea. Dove si prendono questi soldi? Con quale riforma del fisco? Fratoianni propone da tempo una patrimoniale sulle grandi ricchezze, Bonelli insiste sugli extraprofitti di banche e società energetiche, ma non c’è mai stata una discussione seria dentro la coalizione su come implementare queste proposte. O magari su come trovarne altre, al netto della lotta all’evasione sempre evocata ma mai dirimente quando ci sono da scrivere le leggi di bilancio.
NEI GIORNI SCORSI le opposizioni hanno evocato una sorta di «contro manovra» da presentare in autunno, più realisticamente si parla di emendamenti comuni sulla sanità. Ma un’opposizione che si prepara a governare dovrebbe spiegare anche dove investirebbe gli scarsi denari che ci sono (e con la scure del nuovo patto di stabilità) e come ne troverebbe altri. Andrebbe a bussare alle porte di chi ne ha di più?
IL RISCHIO, ALTRIMENTI, è che un ipotetico governo Schlein (o Conte, qui il nome del leader poco importa) faticherebbe anche solo a gestire l’ordinaria amministrazione.
Il problema, in questa embrionale coalizione, non è dunque accapigliarsi sul possibile ingresso di Matteo Renzi (che un programma radicale su economia e lavoro potrebbe indurre a stare alla larga) ma come costruire fin da ora una serie di proposte realizzabili e credibili per dare il segnale che un’Italia diversa da quella di Giorgia Meloni è possibile.
Per ora, nonostante la birra sotto la pioggia di Roma, questo lavoro appare molto in ritardo. E il ritorno in campo di Draghi, con le sue agende mai dimenticate dal Pd, rischia di complicarlo ulteriormente. Difficile infatti immaginare di poter sostenere ancora l’Ucraina con nuovi invii di armi e contemporaneamente spingere l’Ue a massicci investimenti su welfare e transizione ecologica. Se c’è la guerra, dice Draghi, e dura da due anni e mezzo senza che si intraveda la fine, devono aumentare anche le spese militari. Un’altra contraddizione che non si può sciogliere con gli slogan
Commenta (0 Commenti)Politica. Da un lato, è vero: per battere la destra occorrono tutti, ma proprio tutti, ivi compresi quel 4-5% di voti attribuiti all’area centrista, ma anche, perché no, quel 2-3% solitamente […]
Elly Schlein con Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni durante una manifestazione a Roma - foto di Angelo Carconi/Ansa
Da un lato, è vero: per battere la destra occorrono tutti, ma proprio tutti, ivi compresi quel 4-5% di voti attribuiti all’area centrista, ma anche, perché no, quel 2-3% solitamente ottenuto dai partiti della sinistra radicale. Dall’altro lato, è altrettanto evidente: è impossibile che questo intero arco di forze possa concordare un programma politico comune. E allora, se il dibattito politico continua ad impantanarsi sul tema «chi sta con chi», non se ne esce: bisogna cambiare approccio, bisogna fare – se è lecito scomodare Vittorio Foa – una «mossa del cavallo».
Il modo corrente di impostare la questione rivela un vizio di fondo: molti, anche a sinistra, continuano a ragionare restando prigionieri della cosiddetta cultura del maggioritario. Secondo questa logica, accordi elettorali e accordi politici devono necessariamente avere lo stesso perimetro. Ma non è scritto da nessuna parte che debba essere così. Accordi elettorali e accordi politici sono due sfere ben distinte: un accordo politico, certo, si traduce in un accordo elettorale; ma non è vero l’inverso: si possono prevedere aree di accordo programmatico e aree di dissenso e differenza: ma questo non dovrebbe impedire una tattica e una strategia elettorale unitaria e cooperativa.
Questo, sul piano dei principi: ma, concretamente, come fare? In genere, si rimanda ad un futuro indefinito la soluzione dei dettagli tecnici: ma questi non sono mai solo tali. È bene cominciare a parlarne subito. Poiché è probabile che il sistema elettorale non cambi (il governo si è incartato nel rebus di una legge adatta all’elezione diretta del premier; il Pd non sembra aver sciolto le sue incertezze sul modello da proporre), allora bisognerà agire sfruttando strategicamente alcune caratteristiche del Rosatellum. Ricapitoliamo: questo sistema prevede il 37% dei seggi eletti attraverso sistemi uninominali maggioritari e il 61% su base proporzionale, mediante liste bloccate che convergono su una candidatura uninominale (con soglia al 3%). Il voto degli elettori è molto vincolato: nessuna possibilità di voto disgiunto, chi vota un simbolo vota il candidato collegato, e persino i voti di chi indica solo il candidato sono redistribuiti tra le liste. Ma va notato un aspetto: i dati delle precedenti elezioni mostrano come siano molto pochi gli elettori che scelgono solo il candidato uninominale, moltissimi invece quelli che votano solo per il simbolo del partito. Di fatto, la gran parte degli elettori segue una logica di comportamento tipica delle competizioni proporzionali. E i voti dei candidati uninominali sono, in larghissima misura, la somma dei voti alle liste collegate. E allora, l’obiettivo è semplice: si tratta di neutralizzare gli effetti distorsivi della quota maggioritaria e di «proporzionalizzare» quanto più possibile gli esiti del voto.
Questo è possibile se si costruisce una coalizione elettorale che impedisca un’asimmetria degli schieramenti e la conseguente sovra-rappresentazione della destra, frutto solo della divisione dei suoi avversari (scenario 2022).
In che modo? Non c’è bisogno di inventare nulla, ci si può ispirare ad alcuni aspetti della strategia elettorale dell’Ulivo, nel lontano 1994 (documentata anche da alcune ricerche). I passaggi tecnici (ma molto politici) sono i seguenti. Si tratta di: a) condividere una valutazione sul peso percentuale di ogni possibile alleato; b) classificare preventivamente i collegi uninominali sulla base della loro qualità competitiva (sicuri, probabili, incerti, difficili, impossibili); c) operare una distribuzione ponderata delle candidature, sulla base del peso di ciascuna forza e di un’equa ripartizione delle varie tipologie di collegi; d) riservare alla coalizione un certo numero di candidature indipendenti in cui possano riconoscersi più forze.
Si potrebbe configurare, quindi, uno scenario che è possibile descrivere con l’immagine di due cerchi concentrici: il primo è quello del nucleo centrale della coalizione, che condivide un programma comune; il secondo è quello costruito da altre forze che, con una propria autonomia, concordano tuttavia una strategia elettorale comune (contro la destra, ma anche nel loro stesso interesse: facendo parte di un cartello elettorale molto ampio si può disinnescare la tagliola del voto utile e può essere più facile superare la soglia del 3%; ci riflettano, in particolare, le forze della sinistra radicale, se non vogliono andare incontro all’ennesima tornata di delusione e frustrazione e magari vogliano provare a ottenere finalmente una presenza in parlamento).
Naturalmente, un’obiezione sarà subito sollevata: è un cartello elettorale, appunto, non una proposta di governo. Si può replicare con vari argomenti. Il primo nasce dal buon senso: certo, è un accordo elettorale: e allora? Bisogna forse impiccarsi alle divisioni e spianare la via ad un’altra iper-maggioranza della destra? Già nel 2022 l’autolesionismo è stato palese: bisogna ripetere lo stesso copione? Sarebbe folle. Ma si può dire molto di più: il nucleo centrale (e quanto più ampio possibile) dell’alleanza presenta un programma comune di governo, e dipende dagli elettori se potrà avere una maggioranza autosufficiente. In ogni caso, dopo il voto si potrà aprire una normale dialettica parlamentare, sulla base dei rapporti di forza emersi dalle urne. Forse potrebbe essere un modo per cominciare ad uscire da questo nostro, oramai insostenibile, sistema pseudo-maggioritario, sempre più asfissiante
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