Reddito di esclusion. Intervista alla sociologa Nunzia De Capite
Mensa Caritas foto di Lapresse
«La categorialità degli aiuti non funziona, ci vuole un reddito di base». Nunzia De Capite, sociologa, da 10 anni coordina la realizzazione del Rapporto Caritas di valutazione delle politiche di contrasto alla povertà, commenta i dati Eurostat che vedono tutti gli indici sulla povertà migliorare anche se segnala che le famiglie italiane sono sempre più povere.
Si prestano a una lettura ambivalente
Il “Quadro di valutazione sociale” di Eurostat è andato in miglioramento, è interessante perché conferma che sulla povertà, anche se sempre distanti dal resto dell’Europa, abbiamo fatto passi avanti ma va letto bene.
In che senso?
I dati vanno letti storicamente, il monitoraggio si basa sul 2023 e conferma che le misure pubbliche come il reddito di cittadinanza e l’assegno unico hanno avuto un impatto sui redditi più bassi. Il vero tema però è un altro
Quale?
Questi dati ci dicono che chi è povero è stato aiutato e che le misure sono state efficaci, il vero problema è l’impoverimento legato a redditi da lavoro molto bassi e l’aumento del costo della vita. È acclarato, ormai, che gli stipendi sono fermi dalla fine degli anni ‘80. Adesso siamo alle prese con una inflazione galoppante che sta generando un contraccolpo pesantissimo sui lavoratori. Vedremo i dati del prossimo anno cosa evidenzieranno. Intanto direi che questi dati ci stanno avvisando: se anche non ci fosse l’inflazione bisogna comunque intervenire corposamente sui redditi. Alcune misure aiutano i poveri, non chi si impoverisce. Ma noi della Caritas vorremmo sottolineare due elementi che sono fattori di rischio
Cosa vi preoccupa?
Per prima cosa il gender gap molto alto. Un divario di genere molto forte è un fattore di rischio povertà che va considerato perché ha delle ripercussioni a livello sociale ed economico e poi il dato sconfortante sulle competenze digitali. La pubblica amministrazione a fatica si sta digitalizzando, anche per le misure di base e questo sta complicando l’accesso agli aiuti. Anche questo è un fattore di rischio.
Poi?
L’abbandono scolastico che rimane altissimo e ci dice qual è il destino dei giovani in questo momento storico. La distanza europea è ancora molta è evidente che ci vogliono interventi di medio e lungo termine da mettere in atto subito, con l’inflazione la rischiesta di aiuto delle famiglie aumenta
Sono cambiati i vostri utenti nell’ultimo periodo?
In questi anni abbiamo fatto un lavoro complementare con le misure nazionali e regionali come il reddito di cittadinanza. Non c’è dubbio che sia stato un aiuto anche se non era esaustivo e spesso erogava importi inadeguati, per esempio alle famiglie numerose o al costo della vita al nord. Adesso per noi il grande tema sono gli esodati del reddito che non sono usciti di scena. Stiamo facendo un monitoraggio, non abbiamo ancora dati e non possiamo fare una valutazione. Notiamo però che molti adulti non in famiglia non stanno facendo domanda neanche per il Supporto alla formazione e al lavoro, che sostituisce l’Rdc, perché sono in condizioni marginali.
Come bisognerebbe intervenire secondo la Caritas?
Occorre provare a tornare una misura di aiuto economico universalistica, sarebbe una grossa conquista in questa fase. I provvedimenti messi in atto ultimamente servono solo se sei povero e madre, povero e con un disabile, povero più qualche altra cosa. È un problema perché non si possono prevedere tutte le situazioni di povertà che ci sono, e molte persone rimangono escluse. Si deve tornare a un reddito minimo per tutti. Spezzettare gli aiuti, un card per le spese alimentari, un bonus di qui, un’esenzione di là, non serve. Anche perché molti aiuti poi si sovrappongono e sono temporanei. Sarebbe molto più utile eliminare la categorialità a favore dell’universalità: ogni famiglia farà poi le sue valutazioni, su cosa serve, sui suoi bisogni. Le misure una tantum andavano bene durante la pandemia ma non in questa fase con l’inflazione e il lavoro povero
L’ignavia dell’Occidente. Siamo al punto che non ci è permesso condannare il genocidio. Anche a noi viene chiesto di considerarci minacciati dai migranti, dall’Islam, dal mondo non bianco. Ma le vittime della mappa coloniale non sono né bianche né europee. Sono arabe. La razzializzazione tecnologica della morte e i profitti della guerra procedono inarrestabili
Veicoli dell’esercito israeliano a Jenin in Cisgiordania - foto Ap
Siamo al punto che non ci è permesso condannare il caso di genocidio più pubblicizzato del secolo attuale. Anche solo nominarlo e sottolineare l’orrore e l’oscenità etica e politica di tutto ciò. Con alcune eccezioni, filosofi, accademici e rettori di università tacciono.
La comunità ebraica non permette alcuna critica; i partiti politici borbottano su soluzioni a due Stati che sono state strappate decenni fa dai coloni sionisti e schiacciate dai carri armati israeliani. Nel frattempo, i giornalisti mainstream e i commentatori televisivi trasmettono una narrazione mortale che rifiuta spazio alle voci palestinesi. I punti di vista alternativi sono considerati precursori del terrorismo e quindi triturati nella macchina mediatica prima di essere eliminati.
Il massacro in atto, la vita resa nuda e azzerata dallo Stato d’eccezione, la deliberata violazione del diritto internazionale e delle regole fondamentali dell’impegno militare e delle questioni umanitarie sono sotto i nostri occhi. Mentre l’«autodifesa» israeliana si trasforma in pulizia etnica, noi continuiamo a favorire il genocidio.
CONTINUA IL SOSTEGNO incrollabile al colonialismo impenitente dei coloni in Israele attraverso accordi commerciali, vendita di armi e programmi di ricerca accademica. Gaza è stata rasa al suolo e la Cisgiordania sta per essere ripulita dalla violenza sionista.
Il colonialismo, come ci ha informato molti decenni fa l’intellettuale ebreo tunisino Albert Memmi, è una forma di fascismo. Tutta questa violenza ora si ripiega su se stessa per suggerire che gli enti pubblici in Italia – università, partiti politici, media – stanno agendo in modo del tutto illegale. Secondo la legge italiana, l’apologia del fascismo è considerata un reato.
Le massicce dimostrazioni pubbliche di sdegno in tutto il mondo per i crimini di guerra commessi nel Mediterraneo orientale sottolineano che stanno anche perseguendo un mandato decisamente antidemocratico.
ANCHE NOI stiamo diventando Israele, una società controllata con una rigida ideologia militarizzata. Anche a noi viene chiesto di considerarci costantemente minacciati dai migranti, dall’Islam e dal mondo non bianco, mentre l’Occidente si contrappone al resto del pianeta. Questo fornisce la licenza per la violenza a cui si ricorre per proteggere l’autorità morale della nostra narrazione.
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Nel frattempo, le argomentazioni liberali, che vedono due lati in ogni questione, come se il potere fosse equamente distribuito nel mondo, e che insistono sempre sul fatto che le questioni sono «complicate», ora vanno in fumo mentre la struttura sociale e le infrastrutture di Gaza e della Cisgiordania vengono bombardate e brutalmente fatte a pezzi.
Tutto ciò è accompagnato dalla cinica chiarezza delle analisi geopolitiche, che analizzano l’escalation di morti, feriti, mutilati e la pulizia etnica della Palestina.
MA LE VITTIME della mappa coloniale non sono né bianche né europee. Sono arabe. Considerati al di fuori dei confini della civiltà occidentale (anche se qualcuno potrebbe ammettere che storicamente hanno contribuito in modo significativo alla sua formazione), la razzializzazione tecnologica della morte e i profitti della guerra per conservare uno stile di vita occidentale sembrano inarrestabili. Il modello rimane al suo posto. Il fardello dell’uomo bianco non può essere abbandonato. La sua autorità patriarcale e l’ordine politico con cui disciplina il mondo devono continuare a qualsiasi costo.
COME MOLTI osservatori della situazione hanno osservato, Gaza e la Cisgiordania non sono realtà separate. Sono uniche, accorpate da mezzi e tempi differenziati per raggiungere un unico obiettivo: quello di eliminare la questione palestinese, strapparla dalla terra e sterminare per sempre i palestinesi. Non avrà successo.
Il potere coloniale, che sia in Algeria, in Vietnam o in Sudafrica, è sempre imploso in un’accelerazione di violenza. Da posizioni politiche molto diverse, sia lo storico israeliano dissidente Ilan Pappe che il generale Yitzhak Brick, intervistati da Haaretz, hanno recentemente affermato questo scenario.
I fascisti del governo israeliano amano presentare tutto questo come una guerra tra civiltà e barbarie. Finora, il potere occidentale non ha confutato questa brutale affermazione. Al contrario, continua ad avallarla pubblicamente e a capitalizzarla economicamente. Ma chi sono, in tutto questo, i veri barbari?
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Israele e l'Occidente. Dietro l’escalation in Cisgiordania c’è assai di più della «lotta al terrorismo» palestinese o iraniano. C’è il progetto di arrivare all’annessione della West Bank e di tutte le terre bibliche di Giudea e Samaria
L'esercito israeliano pattuglia le strade durante l'attacco al campo profughi di Nur Shams vicino la città di Tulkarm in Cisgiordania foto di Issam Rimawi/Getty Images
Israele è uno «stato canaglia» o fuorilegge che minaccia la pace mondiale? Si direbbe che lo è diventato, violando per decenni le leggi internazionali e stando anche a quanto scrive in una recente lettera indirizzata al premier Netanyahu lo stesso capo dei servizi dello Shin Bet, Ronen Bar. Avvisando del pericolo rappresentato dai coloni israeliani armati, Bar afferma che «le armi ai civili sono state distribuite legalmente dallo stato israeliano».
Le forze armate israeliane, finanziate e rifornite a piene mani dagli Usa ma anche dagli europei e dall’Italia, hanno per altro inquadrato i coloni in una nuova unità la Desert Frontier Unit che recluta i suoi membri tra i più estremisti della destra israeliana. Dietro l’escalation in Cisgiordania c’è assai di più della «lotta al terrorismo» palestinese o iraniano. C’è il progetto di arrivare all’annessione della West Bank e di tutte le terre bibliche di Giudea e Samaria.
Anzi tra gli arabi c’è chi parla di un «terrorismo israeliano sostenuto dallo stato» con l’obiettivo di spaventare le popolazioni locali palestinesi, distruggere le loro proprietà e trasferirle in enclave isolate e assediate.
Al massacro di oltre 40mila abitanti di Gaza, si è aggiunto il massacro della Cisgiordania che come scriveva ieri Chiara Cruciati è la vera posta in gioco per Israele. La guerra a Gaza sta facendo da copertura per le costanti violenze e la continua espansione israeliana nella Cisgiordania occupata. Il ministro delle finanze israeliano di estrema destra, Bezalel Smotrich, ha annunciato nuovi progetti per espandere gli insediamenti nei territori palestinesi occupati, ignorando il diritto internazionale e il recente verdetto della Corte internazionale di giustizia secondo cui la presenza di Israele in quelle aree è illegale.
Israele persegue da decenni una politica di espansione in Cisgiordania, ma i vari governi hanno usato tattiche diverse. La coalizione di estrema destra oggi al potere ha accelerato il processo di occupazione della terra araba, con l’obiettivo di formalizzare quella che da tempo è una realtà di fatto.
Per terra e cielo, invasa mezza Cisgiordania
Altro che due popoli e due stati, formula logora e sfiancante che serve soltanto alla diplomazia occidentale per trarsi d’impaccio ed eludere le
Leggi tutto: Complici di uno Stato fuorilegge - di Alberto Negri
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Dopo mesi in attesa del permesso umanitario, Emergency è entrata a Gaza per offrire assistenza sanitaria di base alla popolazione martoriata dalla guerra. Abbiamo intervistato il capomissione Stefano Sozza.
Quali sono gli obiettivi più immediati di Emergency nella Striscia?
Le motivazioni che hanno spinto Emergency a questo passo sono molteplici. Partirei elencando le oltre 40mila vittime tra cui 16.500 bambini e gli oltre 93mila feriti che ci sono stati dall’inizio del conflitto. Questi numeri si vanno ad inserirsi in un contesto che è caratterizzato da condizioni di vita estreme. Due milioni e 300mila persone sono soggette a continui ordini di evacuazione e costrette a ritirarsi in quella che è chiamata la zona umanitaria in cerca di sicurezza e di rifugio. Abbiamo visto che la guerra ha portato a una grave mancanza di elettricità, di cibo, acqua, medicinali per tutta la popolazione. La malnutrizione è sempre più diffusa così come le malattie trasmissibili e c’è sempre meno acqua potabile. Per quello che concerne Emergency, (i palestinesi di Gaza) non hanno accesso alle cure mediche di base in quanto il sistema sanitario è collassato. E sono gravi i danni subiti dalle strutture sanitarie in seguito ai bombardamenti. Sin dall’inizio del conflitto ci siamo attivati per valutare la possibilità di un intervento nella Striscia. Per noi essere qui è un dovere ed è anche un onore cercare di dare il nostro contributo a questa popolazione. Emergency era già stata tra il 2003 e il 2004 a Jenin, dove abbiamo inviato una squadra chirurgica all’unità ospedaliera pubblica. A Gaza invece è la prima volta.
In quale area sarete operativi?
Al momento il nostro progetto è composto da un capomissione e un logista che hanno lo scopo di individuare un luogo adatto dove poter costruire una clinica per l’assistenza di base alla popolazione. Le zone identificate sono tra Deir al Balah e Khan Yunis, nella parte centrale di Gaza, in particolare la parte ovest di questi due governatorati indicata dalle autorità israeliane come una zona umanitaria, una zona sicura dove i palestinesi devono dirigersi se non vogliono correre il rischio di essere possibili vittime delle operazioni militari. Partendo dal presupposto che comunque a Gaza non ci sono zone sicure, in questa piccola porzione di terra che tendenzialmente costeggia il mare, di 46 chilometri quadrati e che rappresenta il 12% della Striscia, si concentrano più di due milioni di persone. Il nostro fine è quello di aiutare nel primo soccorso i sovraffollati ospedali locali, diminuendo la pressione dei pazienti. Quindi la clinica offrirà un primo soccorso, stabilizzeremo possibili emergenze mediche e chirurgiche e trasferiremo il paziente in pericolo di vita agli ospedali. Ci occuperemo anche di chirurgia di base per i bambini e di salute riproduttiva per le donne che devono partorire in condizioni pericolose. Avremo uno staff in prevalenza locale, supportato da operatori internazionali. Prevediamo di avere a Gaza otto internazionali e 20-25 colleghi gazawi tra medici, infermieri e farmacisti e personale non sanitario. Questo è un punto fondamentale perché quasi tutti gli abitanti di Gaza hanno perso il lavoro ed è importante cercare di sostenerli.
Cosa hai potuto vedere e ascoltare andando in giro per la Striscia?
Siamo riusciti a entrare il 15 di agosto superando non poche difficoltà. L’unico valico per Gaza attualmente percorribile per gli operatori umanitari è quello di Kerem Shalom ed è obbligatorio coordinarsi prima con Nazioni Unite. La prima sezione di strada dentro Gaza infatti viene percorsa tramite un convoglio blindato. Salta subito agli occhi la distruzione che la guerra ha provocato: edifici distrutti, strade dissestate e deserte, pochissima gente in giro e tanta desolazione. Non appena si entra in una zona umanitaria il contesto cambia completamente. Colpisce la concentrazione di persone, la presenza di tende e di strutture semplici e fatiscenti praticamente ovunque. Ogni spazio che una volta era libero è stato utilizzato dalle famiglie sfollate come base. Non c’è elettricità, non c’è copertura Internet e se c’è è minima, il sistema di smaltimento dei rifiuti è collassato, le reti fognarie sono danneggiate e scaricano direttamente sulla strada. Una cosa che mi ha impressionato è come l’economia di guerra abbia fatto salire alle stelle i costi dei beni primari. Un litro di benzina, ad esempio, oggi costa 12 euro, ieri costava 17 e prima della guerra solo 1 euro. È una fluttuazione continua che riguarda anche i generi alimentari, e le famiglie che hanno perso il proprio lavoro, i propri averi e non hanno i soldi per garantirsi un sostentamento minimo, non possono che affidarsi alle distribuzioni di cibo e acqua garantite dalle organizzazioni umanitarie. Su questo sfondo c’è la violenza della guerra, i bombardamenti, i droni che pattugliano incessantemente il cielo, le operazioni militari, gli ordini di evacuazione che spostano migliaia di persone già stremate da quasi 11 mesi di guerra. La situazione è catastrofica. In dieci anni di lavoro umanitario ho vissuto diversi contesti come il Sudan, la Siria, l’Afghanistan e l’Ucraina, ma questa è senza ombra di dubbio la peggiore crisi umanitaria che abbia mai visto
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Sono anni che una saggistica piuttosto aggressiva si è specializzata nel cantare il de profundis della scuola pubblica (La scuola si è rotta (2001), Di scuola si muore (1998), La disfatta della scuola (2009), La scuola non serve a niente (2014), La scuola bloccata (2022), solo per citare alcuni titoli degli ultimi 20 anni), accompagnata dall’interventismo dei ministri e dei governi che si sono succeduti con i loro interventi a volte strutturali (si pensi alla “Buona scuola” di Renzi), più spesso episodici e frammentari. Niente di nuovo dunque nell’attuale politica del centrodestra: tuttavia il cambiamento che si registra rispetto a qualche decennio fa è soprattutto nel clima e nel contesto.
Il silenzio con cui da qualche anno la scuola dell’autonomia, immersa in un’eterna riforma, accoglie cose che le sottraggono territori di sua esclusiva competenza, dovrebbe stupirci. Oggi la scuola appare sempre più sacrificata a luogo di contenimento del disagio e dei corpi, sempre più orientata a disciplinare piuttosto che a educare e le reazioni sono episodiche e spesso isolate, o vengono talora solo dalla platea degli studenti.
(…) Appare emblematico l’affastellarsi di riforme sulla valutazione, con il sovrapporsi anche qui di due culture, drammaticamente in conflitto tra loro: quella che enfatizza il ruolo del voto (numerico e di condotta) per classificare, premiare e punire, ovvero l’idea di una scuola-tribunale, e quella che viceversa vuole investire sul valore formativo e processuale del momento valutativo, che spesso viene messa alla berlina dai fautori del cosiddetto (finto) merito. Il disegno di legge sulla valutazione del comportamento delle studentesse e degli studenti approvato in senato (il 924-bis), per il quale auspichiamo modifiche, ci costringe a proporre qualche questione di fondo, nel metodo e nel merito.
Riguardo al noto passaggio sulla valutazione della condotta, il disegno si apre con una integrazione alla norma vigente, che comporta che con il 5 in condotta non si è ammessi alla classe successiva. Perché ci sembrava di saperlo già? Forse perché nella scuola italiana il 5 in condotta viene da sempre (storicamente) assegnato in caso di gravissime violazioni comportamentali e queste ultime si correlano, nelle norme vigenti, all’allontanamento dalla comunità scolastica, che è e resta sempre l’extrema ratio in un contesto educativo. Ma già la circolare 3602/2008 del Miur, all’avvento dell’era Gelmini, nell’esplicitare le ragioni delle modifiche apportate allo Statuto degli studenti enfatizzava, come l’attuale compagine di governo, «la funzione educativa della sanzione disciplinare», per rafforzare «la possibilità di recupero dello studente attraverso attività di natura sociale, culturale ed in generale a vantaggio della comunità scolastica».
Quasi le stesse parole, di certo la stessa matrice culturale: la definirei demagogica, e non pedagogica. In altre parole, torna a distanza di 15 anni l’idea che la sanzione del comportamento fino alla bocciatura sia una soluzione per i mali della società e che la scuola sia ospedale per i sani, non per i malati: cosa che sappiamo bene non essere vera, senza investimento sulle comunità. Ma per chiunque si opponga, l’accusa di buonismo è dietro l’angolo. E così, il nuovo testo si ripropone di intervenire in modo centralistico nelle competenze degli organi collegiali: questo sia quando introduce modifiche per la valutazione nella scuola del I ciclo, sia quando, per la secondaria di II grado, ridefinisce i criteri con cui attribuire il punteggio più alto nell’ambito della fascia di attribuzione del credito scolastico correlandolo, in forma di automatismo, con il voto in condotta.
Forse è complicato provare a spiegare a un pubblico generalista quel che bene sanno i docenti quali addetti ai lavori: in una valutazione davvero formativa i voti finali, quelli sulla cui media si assegna la fascia del credito, non dovrebbero nascere dalle medie dei voti alle prestazioni degli studenti, ma sempre da una considerazione per così dire «olistica» del soggetto che apprende. L’enfasi sull’automatismo tra oscillazioni del credito scolastico e il 10 in condotta appare più che altro come un tentativo di condizionamento imposto dall’alto dei criteri di valutazione della comunità scolastica, cosa piuttosto inquietante.
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L’autrice è una dirigente scolastica e militante della scuola pubblica. Una versione più lunga di questo intervento è pubblicata nell’ebook Verso una svolta autoritaria? L’Italia e l’Europa tra neoliberismo e restrizione della democrazia scaricabile da oggi gratuitamente sul sito del Forum Disuguaglianze e Diversità e su quello di Volere La Luna
Parigi e noi. Chi può credere, guardando a quello che avviene in Francia, che l’elezione diretta sia sinonimo di «farla finita con i giochi di palazzo» come continua a ripetere Meloni? Il sistema […]
Chi può credere, guardando a quello che avviene in Francia, che l’elezione diretta sia sinonimo di «farla finita con i giochi di palazzo» come continua a ripetere Meloni? Il sistema istituzionale francese non è quello che la destra al governo sta provando a far passare qui da noi, ma ne contiene i difetti. Del resto Meloni e meloniani presentano il loro cosiddetto premierato, creatura sconosciuta al resto del mondo, come una versione attenuata del presidenzialismo: quella sarebbe stata la loro prima scelta se non fossero stati costretti a fare dei compromessi (ma compromessi non ne hanno fatti e il premierato se lo sono votati da soli).
Come prova drammaticamente la Francia e come scopriremo qui da noi – ammesso e non concesso che la riforma costituzionale passi definitivamente – elezione diretta di un capo e parlamentarismo non stanno insieme. A Parigi ha più o meno funzionato fino a che il doppio turno ha assicurato una maggioranza certa e il presidente della Repubblica francese ha compiuto scelte obbligate, così tenendo in secondo piano la sua natura che è quella del giocatore non dell’arbitro. Ora Macron sta giocando, pesantemente, con l’obiettivo evidente di tenere lontana la sinistra dal governo. Anche se per riuscirci dovrà definitivamente far cadere l’inganno in forza del quale si è lungamente presentato come barriera alla destra estrema.
Questo è il vantaggio, tattico, di Mélenchon, che lo sfida a votare insieme a Marine Le Pen la sfiducia a Lucie Castets, e per questo ne pretende l’incarico a prima ministra. D’altra parte anche il capo insoumise ha le sue contraddizioni, perché non è possibile battersi per un ritorno del parlamentarismo e insieme chiudere a ogni mediazione sul programma ed esigere la guida del governo in nome della «vittoria» alle elezioni. In un sistema parlamentare, appunto, chi arriva primo alle elezioni non le ha «vinte» se non mette insieme una maggioranza per governare.
Eppure, per tornare ai paragoni con casa nostra, se criticammo il presidente Napolitano perché nel 2013 non volle dare l’incarico a Bersani al quale mancavano solo pochi voti in una sola camera, a maggior ragione è criticabile Macron tantopiù che in Francia non esiste lo scoglio della fiducia iniziale al governo e non sono mancati, anche recentemente, governi di minoranza. Napolitano aveva una sua agenda non dichiarata (ma riconoscibile e purtroppo realizzata, le larghe intese), Macron ne ha una dichiarata proprio in virtù del diverso sistema istituzionale. Sistema che ha ancora tanti estimatori qui da noi ma che evidentemente non funziona.
Quanto al premierato, non si tratta affatto di una versione soft del semi presidenzialismo, ma di un sistema nuovo, ibrido, che prende il peggio dai sistemi puri.
La cervellotica riforma firmata dal governo che approderà presto alla seconda lettura non esclude affatto l’eventualità che entrambe le camere o una soltanto non siano in sintonia con il capo eletto direttamente. Per escluderlo la riforma avrebbe bisogno di essere accompagnata da una legge elettorale sulla quale permane il mistero, ma talmente maggioritaria da andare certamente a sbattere contro i paletti fissati dalla Corte costituzionale. Anche in quel caso la disciplina sarebbe imponibile solo in partenza, la riforma contemplando ogni possibile sgambetto e ribaltone successivo.
Più che un capo plebiscitato per governare con certezza, la riforma Meloni rischia così di creare la figura dell’eletto dal popolo che può a lungo lamentarsi perché lo ostacolano. In pratica una figura di «prima vittima» che può agevolmente ricordare qualcuno, o qualcuna. E in tutto questo la nostra Costituzione continuerebbe a prevedere la figura di un presidente della Repubblica, a quel punto svuotato di reali funzioni e probabilmente dedito a pettinare i crini dei corazzieri
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