Tredici giorni di rivolta e repressione: 60 uccisi e centinaia di arresti ma le piazze sono sempre più piene. Il figlio dello scià si propone come leader, non ci crede nemmeno Trump. La protesta è una questione interna che riemerge a ciclo continuo: gli iraniani vogliono un altro paese
Made in Iran Tredicesimo giorno di mobilitazione, coinvolte oltre cento città. Khamenei: pagati dagli Usa. E sceglie di nuovo la repressione
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Immagini delle rivolta da Karaj, Iran, postate sui social e verificate da AfpTv – foto Ansa
Nonostante le preoccupazioni per una dura repressione e le drammatiche esperienze del passato, molti iraniani sono tornati in piazza per proteste antigovernative per la tredicesima notte consecutiva in molte città. Secondo due organizzazioni di diritti umani all’estero oltre 60 manifestanti sono stati uccisi e centinaia arrestati dall’inizio delle manifestazioni. Il paese è sottoposto a un blackout quasi totale di internet da giovedì sera: ciò rende difficile verificare le informazioni. Il sindaco di Teheran, Alireza Zakani, ha dichiarato ieri che i manifestanti hanno provocato danni per oltre venti milioni di dollari alle strutture pubbliche.
SEMBRA ORMAI evidente che, al potere teocratico iraniano, i soli mezzi coercitivi non bastino più per sedare le proteste e garantire la propria sopravvivenza. La perdita del proprio “diritto” a governare agli occhi dei cittadini ha trasformato lo Stato in un ingranaggio meccanico privo di anima, che si logora lentamente dall’interno, anche se può durare per anni. Ali Khamenei, leader del paese, ha definito i manifestanti «rivoltosi» agli ordini di Stati uniti e Israele. La tv di Stato ha lanciato avvertimenti ai genitori, intimando loro di tenere i figli in casa: «Se un proiettile viene sparato e succede loro qualcosa, non lamentatevi». Le forze di sicurezza, incluse milizie in borghese, sono schierate negli angoli delle città.
«Il susseguirsi di ondate di proteste, sistematicamente arginate dalla forza, da palliativi economici o da promesse di apertura mai pienamente realizzate, ha svuotato il governo di ogni residuo di credibilità – ci dice Afsaneh A., ricercatrice, ambientalista e attivista (il cognome è coperto per motivi di sicurezza) – Così, per ottenere l’obbedienza, il potere ha dovuto impiegare pressioni sempre maggiori, alimentando isolamento economico e malcontento della gente».
Dalle grida di piazza, questa volta, si sentono anche slogan a favore dell’ex monarchia e di Reza Pahlavi, principe ereditario in esilio. Pahlavi ha lanciato il suo appello, invitando gli iraniani a scendere in piazza, alcuni giorni dopo l’inizio dei tumulti al Bazar di Teheran.
IN 46 ANNI di dominio, la Repubblica islamica ha soffocato la nascita di un leader e di una vera opposizione interna. Centinaia di rimarchevoli attivisti politici, poco conosciuti al grande pubblico, sono stati giustiziati o rinchiusi nelle carceri iraniane. Sebbene in lunghi anni di esilio negli Stati uniti Pahlavi non abbia mostrato una particolare capacità di leadership o organizzativa, la sua notorietà è cresciuta negli ultimi anni grazie alla nostalgia per l’Iran pre-rivoluzionario, alla sua promozione da parte di media in lingua persiana come Iran International e alle segnalazioni di campagne informatiche che lo presentano come il “leader” dell’opposizione iraniana. Pahlavi è inoltre molto vicino al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che recentemente lo ha indicato come
Commenta (0 Commenti)Di conferenza stampa ne fa una l’anno e quella di ieri aveva degli addobbi floreali «a tema». Meloni ha comodamente lanciato la campagna referendaria con un attacco ai magistrati e si è tanto congratulata con se stessa per la politica estera. Poi ha parlato del miracolo economico del paese…
La conferenza stampa Dall’Ilva ai salari alle pensioni, tre ore in difesa. «Con Mattarella non sempre d’accordo»
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Giorgia Meloni – Imagoeconomica
La crisi Ilva «è il dossier più complesso che abbiamo ereditato, nessun governo ha saputo trovare soluzioni stabili», la crisi dell’auto è colpa del green deal europeo ma «lo stiamo correggendo», sui prezzi dell’energia «interverremo», il piano casa per i giovani «arriverà», il potere d’acquisto «è aumentato di 20 miliardi nell’ultimo anno». E ancora: sui salari al palo «l’Istat certifica il lordo, ma noi siamo intervenuti sul netto con il cuneo e i premi di produttività». Certo, la crescita «è bassa», e così anche la produttività ma lo scenario dell’economia italiana «non è catastrofico come voi lo dipingete».
GIORGIA MELONI si presenta alla stampa, nella sala dei gruppi della Camera, dopo un anno esatto dall’ultimo incontro ufficiale, un’eternità: l’ultima volta Trump non si era ancora insediato. Tre ore di domande, dietro di lei un discutibile mosaico di piante tricolori, con alloro e grano e una composizione di ortensie. Se le domande le consentono di bastonare i giudici, dal referendum fino alle presunte scarcerazioni facili, o vertono sulla politica estera, la premier scivola leggera, rivendicando anche l’asse con Trump («Se non sono d’accordo lo dico a lui, mica mi posso mettere a assaltare i McDonald’s»). Così come è a suo agio quando spiega perché alle opposizioni converrebbe la legge elettorale iper maggioritaria, un simil Porcellum, che lei vuole imporre «anche con i voti della sola maggioranza».
I PROBLEMI SORGONO quando si parla di economia, salari, pensioni, bollette, le sempre più numerose crisi industriali. Meloni si innervosisce, ironizza sarcastica sul mancato «ottimismo» del cronista, si aggrappa ai dati sorvolando sui 12 milioni di italiani inattivi che il lavoro nemmeno più lo cercano. Non risponde sul perché abbia affossato il salario minimo, vagheggia un «salario di ingresso» per limitare la fuga all’estero dei giovani che «hanno la percezione di poter trovare in altri paesi salari migliori». Chissà perché.
Sulle pensioni, dopo i proclami elettorali contro la Fornero, balbetta spiegando di aver aumentato l’età pensionabile solo di un mese, mentre la legge dell’ex ministra ne prevedeva tre. «Abbiamo messo miliardi per calmierare le bollette e per abbassare la tasse. L’inflazione ora è all’1,5%, a occhio qualcosa abbiamo fatto»!», s’infervora. «Certo che volevo fare di più, ma non avevo le risorse»!, sbotta. Senza citare la mole di miliardi che il suo governo si appresta a spendere in armi, anche con uno scostamento di bilancio, per onorare i patti Nato firmati con l’amico Trump. «Con noi i salari hanno iniziato a recuperare terreno, ma ci vuole tempo, l’erosione dura da decenni».
Sull’Ilva ricorda che la crisi dura da 13 anni, che la situazione trovata era «compromessa da tutti i punti vista: economico, finanziario e ambientale», che si tratta del dossier a cui il governo «ha dedicato più riunioni, il nostro impegno non è mai venuto meno». «Quando non ci sono annunci significa che ce ne stiamo occupando», ha detto, specificando che il suo governo non accetterà «nessuna proposta che abbia un intento predatorio e opportunistico». Di nuovo, arriva l’invito a magistratura e enti locali a «remare tutti nella stessa direzione. Non possiamo ripetere gli errori del passato».
MOLTO MEGLIO, PER LEI, quando può rispondere alle domande sui maranza (ovviamente annuncia una stretta), o sulle manifestazioni di sinistra e Cgil contro il golpe di Trump in Venezuela: «Mi stupiscono i sindacati, che non vedono la povertà dilagante che c’era con Maduro, una sinistra che piega la realtà alla sua ideologia, sempre dalla parte sbagliata della storia».
Parole incredibili in bocca a una dirigente politica nata nell’Msi, che oggi appoggia il golpe
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Commenta (0 Commenti)Rabbia a Minneapolis dopo l’omicidio di Renee Good da parte dell’Ice. L’amministrazione Usa sostiene gli agenti anti immigrazione e garantisce impunità. Vance: «Io e il presidente siamo dalla vostra parte». E l’Fbi monopolizza le indagini
Licenza di uccidere Proteste a Minneapolis e decine di altre città. Per sicurezza, scuole chiuse per una settimana
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Corteo notturno a Minneapolis per Renee Good – foto Ap/Ryan Murphy
Il capo dell’agenzia investigativa statale del Minnesota, la Bca, ha dichiarato che la procura federale ha impedito all’agenzia di partecipare all’indagine sull’omicidio di Renee Nicole Macklin Good, la 37enne uccisa mercoledì a Minneapolis da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement, Ice. In un comunicato, il sovrintendente del Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, Drew Evans, ha dichiarato che inizialmente era stato deciso che la sua unità investigativa avrebbe condotto un’indagine congiunta con l’Fbi, ma che in seguito il Bureau ha cambiato idea e la Bca non avrà più accesso ai materiali necessari. La Bca «si è ritirata a malincuore dall’indagine», ha scritto Evans.
SEGUENDO LA PRASSI ormai solita dell’amministrazione Trump di riscrivere la realtà, durante una conferenza stampa che la Segretaria della Sicurezza nazionale (il dipartimento a capo dell’Ice), Kristi Noem, ha tenuto a New York ha dichiarato che l’Fbi non avrebbe «tagliato fuori» l’agenzia statale del Minnesota, ma avrebbe seguito la prassi. «Vogliamo la loro collaborazione – ha dichiarato Noem – per tenere i criminali lontani dalle strade». Su chi siano questi criminali a cui si riferisce Noem c’è molto dibattito, visto che per il governatore del Minnesota, Tim Walz, a commettere reati sarebbero gli agenti dell’Ice.
Con una mossa che ha ben pochi precedenti, come ha sottolineato nel suo programma serale Stephen Colbert, Walz ha emesso un ordine di allerta per preparare la Guardia nazionale del Minnesota «a proteggere la nostra popolazione. Da settimane avvertiamo che le operazioni pericolose e sensazionalistiche dell’amministrazione Trump rappresentano una minaccia per la nostra sicurezza pubblica, e che qualcuno potrebbe farsi male».
WALZ HA DEFINITO la ricostruzione ufficiale un atto di «propaganda» e ha assicurato che «lo Stato garantirà un’indagine completa, equa e rapida per assicurare l’accertamento delle responsabilità e la giustizia».
Da quando si è diffusa la notizia dell’omicidio di Good, i network nazionali si sono occupati quasi solo di questa vicenda. L’omicidio in pieno giorno, da parte di un agente mascherato, di una donna disarmata che obiettivamente non rappresentava una minaccia per nessuno, ha fatto sobbalzare l’opinione pubblica. La persona che l’amministrazione Trump dipinge come una terrorista interna che avrebbe tentato di investire degli agenti federali con la sua auto era una cittadina americana nata in Colorado, maiaccusata di nulla, a parte una multa per infrazione al codice della strada. Sui social media si descriveva come «poeta, scrittrice, moglie e madre». Era sposata con una donna e aveva un bambino di sei anni.
GIÀ LA SERA dell’omicidio si sono svolte manifestazioni, non solo a Minneapolis ma anche in altre città Usa, con le piazze di Chicago, New York e Seattle che si sono riempite per far
Leggi tutto: Omicidio dell’Ice: il governo monopolizza le indagini - di Marina Catucci
Gli Usa non si fermano. Dopo il blitz a Caracas ordinano al Venezuela di fornire 50 milioni di barili di petrolio e di rompere con Russia, Cina, Iran e Cuba. Poi sequestrano una petroliera russa nel Nord Atlantico e un’altra nei Caraibi
C’è del marcio Meglio l’acquisto, ma resta valida l’opzione militare. Europa paralizzata. Parigi riflette sulla risposta alle «intimidazioni» Usa
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Una protesta fuori dall'Ambasciata Usa a Copenaghen – foto Nils Meilvang/Ansa
Solo poche ore dopo il vertice di Parigi della coalizione dei volontari per l’Ucraina, Washington ha gelato le illusioni che gli europei hanno potuto coltivare su una ritrovata “convergenza” con gli Usa: non solo sull’Ucraina, con conclusioni amputate e rese vaghe, ma sulla Groenlandia la portavoce di Trump, Karolina Leavitt, ha affermato che «ci sono varie opzioni, ivi compreso il ricorso all’esercito». Un calcio negli stinchi degli europei, che hanno firmato una dichiarazione sulla Groenlandia che «appartiene al suo popolo» e la cui sicurezza deve essere assicurata «collettivamente» dalla Nato.
TRUMP IERI HA SCRITTO che «saremo sempre là per la Nato anche se l’organizzazione non è là per noi, dubito che la Nato sia là per noi se abbiamo bisogno di loro». Il riferimento è alla Groenlandia: «Abbiamo bisogno della Groenlandia, è una questione di sicurezza nazionale e la Ue ha bisogno che noi l’abbiamo», ha detto alcuni giorni fa.
Copenhagen e Nuuk hanno presentato «domande ripetute» a Washington per chiarire la situazione. Ieri il segretario di stato Usa, Marco Rubio, ha annunciato un incontro la prossima settimana, affermando che «l’opzione privilegiata è l’acquisto». C’è un inizio di fronda tra i Repubblicani, alcuni protestano contro l’aggressione di un alleato. La prima ministra danese, Mette Frederiksen, ha spiegato che l’ultimo accordo con Washington concluso dalla Danimarca e dalla Groenlandia nel 2004 permette «un ampio accesso» agli Usa in materia militare: l’unico vincolo è informare Copenhagen e Nuuk. Ma a Trump non sembra bastare.
LA GROENLANDIA È DANESE da prima dell’esistenza degli Stati uniti. Un primo accordo sulla difesa risale al 1941, venne stipulato per timore che i nazisti dopo aver invaso la Danimarca si accaparrassero la Groenlandia. Nel 1946, il presidente Harry Truman voleva già comprare la Groenlandia e aveva offerto 100 milioni di dollari. In seguito al rifiuto della Danimarca, c’è stato l’accordo del 1951 che dava il via libera a basi militari Usa: dal 1991, la presenza militare Usa è ridotta, oggi ci sono circa 150 militari statunitensi in Groenlandia, ma potrebbero aumentare fino a 10mila ed essere accolti nella base di Pituffik, la sola in funzione. Nulla vieta a Washington di aprirne altre.
La Danimarca, per calmare la tensione, ha aumentato gli investimenti nella difesa nell’ultimo periodo, ma Trump ha reagito con un insulto: «In più hanno messo solo una slitta trainata
Leggi tutto: Insulti e minacce, Trump ha bisogno della Groenlandia - di Anna Maria Merlo
Commenta (0 Commenti)In Venezuela non è successo niente e anche per le pretese americane sulla Groenlandia si può trovare una soluzione. Per i «volenterosi» europei, Meloni in testa, la priorità è non irritare Trump sul dossier Ucraina. Nessuno stop alle mire Usa: si arrangi la Danimarca
C'è del marcio Sette paesi firmano un documento a tutela della sovranità danese, poi correggono il tiro
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La riunione dei volenterosi all’Eliseo a Parigi
Al tavolo dei Volenterosi, a Parigi, la prima ministra danese Mette Frederiksen era seduta proprio di fronte ai due inviati di Trump, Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner. La tensione si tagliava con la sega elettrica e per la premier danese era doppia: i leader europei avevano insistito per evitare troppe polemiche proprio mentre chiedevano al reprobo di Washington di incaricarsi della difesa dell’Ucraina. Avrebbero preferito non parlare proprio di Groenlandia. Peccato che lo stato delle cose lo rendesse impossibile. In compenso hanno avuto pieno successo nel fingere che in Venezuela non sia successo niente. Non vedono, non sentono e soprattutto non parlano.
LA PREMIER ITALIANA è forse quella che più di tutti si è spesa per provare a stemperare il contrasto: soprattutto nel travagliato parto che ha portato alla stesura del documento firmato da 7 paesi, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Uk. Poche ore dopo un’altra dichiarazione congiunta, firmata dai ministri degli Esteri di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, ha «ribadito collettivamente» che le questioni riguardanti Danimarca e Groenlandia sono affari solo di quei due Paesi.
Il documento di Parigi è più articolato: fermo nella difesa della Groenlandia e della Danimarca ma attentissimo a evitare accenti spigolosi nei confronti degli Usa. Tra le righe, anzi, traspare la mano tesa in vista di una possibile soluzione di mediazione. I sette capi di governo sottolineano che la Danimarca, Groenlandia inclusa, fa parte della Nato. Ricordano che tra i princìpi dell’Alleanza figurano «la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini». Concludono perentori: «La Groenladia appartiene al suo popolo. Spetta solo alla Danimarca e alla Groenlandia decidere sui problemi che le riguardano».
Allo stesso tempo però i 7 riconoscono che l’Artico è, sì, «una priorità assoluta per l’Europa» ma è anche un fronte critico per «la sicurezza internazionale e transatlantica». I paesi europei stanno già muovendosi per fronteggiare il rischio ma la sicurezza dell’Artico «è un obiettivo che va raggiunto collettivamente, insieme ai partner della Nato inclusi gli Usa». Gli Stati Uniti, anzi, sono «essenziali» in questo sforzo comune, sia come Nato che in virtù del trattato di mutua difesa tra Usa e Danimarca del 1951.
È QUI, SULLE APERTURE implicite a una maggiore presenza americana nell’Artico, che la spinta italiana è stata più decisa. L’obiettivo, ancora vago, è una mediazione che permetterebbe agli americani di esercitare un maggiore controllo sull’Artico in veste di principale paese dell’Alleanza atlantica. Offerta di pace camuffata dai toni grintosi. Subito dopo la diffusione del documento, il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen ha annunciato un rafforzamento della presenza militare nell’Artico e ha chiesto, con la stessa Groenlandia, un incontro con il segretario di Stato americano Rubio, che in realtà si è già negato più volte nel corso del 2025.
L’ITALIA SPERAVA che Trump rispondesse abbassando un po’ i toni e avviando così la trattativa in vista di una soluzione concordata. È rimasta delusa. La risposta di Trump è arrivata
Leggi tutto: L’Europa fa la voce grossa ma poi si inchina a Trump - di Andrea Colombo
Commenta (0 Commenti)«Sono un prigioniero di guerra»: portato in ceppi dal giudice, il presidente del Venezuela Maduro si dichiara non colpevole. Manifestazioni al tribunale di New York. Ma Trump tira dritto, la nuova leader di Caracas è «disponibile» e l’Onu non lo ostacola: «Questo è il nostro emisfero»
Ordine nuovo Giorni di timori e sospetti: i venezuelani si chiedono quali siano le reali intenzioni della vice, e quando verranno indette le elezioni
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Un dipinto di Simon Bolivar in una casa colpita dall’attacco Usa a Catia La Mar – Matias Delacroix/Ap
Timori, sospetti e tante domande senza risposta. Dopo la sua designazione da parte del Tribunale supremo di giustizia (Tsj) come presidente ad interim del Venezuela, «per garantire la continuità amministrativa e la difesa globale della nazione», tutti si chiedono quale sia la vera Delcy Rodríguez.
Se quella che ha denunciato con fermezza il sequestro di Maduro e ne ha chiesto «l’immediata liberazione», che ha condannato la violazione della sovranità nazionale da parte delle forze militari statunitensi – anche ieri quando ha prestato giuramento come presidente a interim, parlando di «illegittima aggressione militare» – e ha assicurato che il paese non tornerà mai «a essere la colonia di nessun impero». O quella che ha rilasciato dichiarazioni pericolosamente vicine a una resa: «Invitiamo il governo degli Stati uniti a lavorare insieme su un programma di cooperazione, orientato allo sviluppo condiviso, nel quadro del diritto internazionale, e a rafforzare una duratura convivenza comunitaria», ha detto infatti nel suo primo messaggio, invocando un rapporto rispettoso tra i due paesi proprio all’indomani dei bombardamenti e del sequestro di quello che ha definito l’«unico presidente» del Venezuela.
DICHIARAZIONI che rischiano di suonare come una conferma delle parole pronunciate da Trump a Mar-a-Lago, quando ha parlato di una «lunga conversazione» tra il segretario di Stato Marco Rubio e l’ancora vicepresidente, la quale si sarebbe mostrata «essenzialmente disposta a fare ciò che considereremo necessario per rendere il Venezuela di nuovo grande». Del resto, ha commentato, «non ha altra scelta».
A GIUDIZIO DI MOLTI, sono vere entrambe le versioni di Rodríguez: una ad uso interno, per non demoralizzare la base chavista, e l’altra destinata a rassicurare gli Usa. E cosa questi si aspettino dalla presidente ad interim, che è anche ministra del petrolio, Trump lo ha chiarito benissimo: «Quello che vogliamo è un accesso totale: al petrolio e ad altre cose nel paese che ci permettano di ricostruirlo», a cominciare dalle infrastrutture. Intanto, il fratello della leader ad interim, Jorge Rodríguez, è stato ratificato come presidente dell’Assemblea nazionale, che ha pronunciato un discorso altrettanto inconcludente: ha sostenuto che si batterà per il ritorno di Maduro («un fratello»)e si è appellato alla solidarietà con l’opposizione: «Uniti vinceremo».
Cosa si propongano realmente i vertici del Psuv, almeno all’apparenza ancora molto compatti, resta invece un mistero: si accontenteranno di mantenere il potere in un paese sotto tutela – assicurando ordine e stabilità in funzione degli interessi Usa in cambio di conservare il posto – o intendono solo guadagnare tempo senza alcuna intenzione di rispettare i patti, ma finendo così per provocare una nuova e forse ancora più letale reazione statunitense, come non ha mancato di minacciare Trump? Eventualità entrambe devastanti per la popolazione.
DI CERTO, limitandosi a considerare «forzata» l’assenza di Maduro, senza precisare se debba ritenersi «temporanea» o «assoluta», il Tsj ha evitato di pronunciarsi sull’obbligo costituzionale di convocare nuove elezioni entro un arco di 30 giorni. Se la sua assenza è ritenuta temporanea, infatti, il mandato di Rodríguez può prolungarsi per 90 giorni, prorogabili per altri 3 mesi, scaduti i quali sarà l’Assemblea nazionale – quella nuova, e nuovamente dominata dal Psuv, che si è insediata proprio ieri – a decidere se si tratti o meno di un’assenza definitiva.
MA CHE LA CONVOCAZIONE di nuove elezioni non sia una priorità neppure per gli Stati uniti lo ha confermato anche Rubio, ritenendo prematura la
Leggi tutto: Rodriguez, due facce: una per i chavisti una per Donald Trump - di Claudia Fanti
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