A 600 miglia da Gaza, in acque internazionali e vicino alla Grecia, Israele assalta la Global Sumud Flotilla e rapisce 175 attivisti. Atto di pirateria internazionale alle porte dell’Europa, che non interviene. Reagiscono le piazze italiane: «Blocchiamo tutto, di nuovo»
Mare Loro 175 catturati tra cui 24 italiani, almeno 22 navi della Gsf devastate dalla violenza dei marines. Ma per gli organizzatori non finisce qui
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Fermi immagine dalle telecamere sulle navi della Flotilla immortalano il momento in cui viene bloccata da navi da guerra e droni israeliani
Se invece della bandiera bianca e blu con la stella di David ci fosse stato qualsiasi altro vessillo sulla torretta delle navi che la scorsa notte hanno assaltato la Global sumud flotilla non sarebbe finita allo stesso modo. Invece, dato che si tratta di Israele, i governi europei hanno sostanzialmente chiuso un occhio su una prepotenza insopportabile. Non chiamiamola palese violazione del diritto internazionale, lasciamo che siano gli avvocati a farlo e a sporgere denuncia nelle sedi opportune, come già stanno facendo. Ma raccontiamola, come ha fatto il nostro Andrea Sceresini dal ponte della Holy blue, fino a quando i reparti d’assalto di Tel Aviv non l’hanno sequestrato insieme ad altri 175 attivisti, tra cui 24 italiani, diretti a Gaza.
UNA SQUADRIGLIA di navi da guerra israeliane è partita con carburante sufficiente per una missione a centinaia di miglia di navigazione, militari addestrati e armati, sistemi da guerra ibrida come i jammer che interferiscono con i dispositivi radio e ne bloccano il funzionamento. Ha navigato, senza essere individuata, segnalata e men che mai bloccata da alcuno – d’altronde le acque internazionali non appartengono a nessuno – fino a raggiungere il corteo di imbarcazioni a vela civili, disarmate e cariche di aiuti umanitari per Gaza a 500 miglia nautiche dalle coste del proprio Paese. Quando il convoglio militare ha raggiunto la Gsf ha atteso la notte di mercoledì per far decollare dei droni e lanciare il primo avvertimento «tornate indietro!».
Intanto i droni mettevano già in atto l’avvertimento. Poco dopo l’assalto: gommoni a tutta velocità che facevano lo slalom tra le barche, buio e poi traccianti e luci puntate addosso, urla in ebraico, mitra spianati con i mirini laser puntati sugli attivisti che nella migliore delle ipotesi tra 8 giorni sarebbero arrivati in vista della costa levantina. L’arrembaggio è degno della più hollywoodiana delle azioni anti-terroristiche, ma era rivolto a gruppi di persone quiete, sedute in cerchio con i giubbotti di salvataggio e in attesa pacifica. Una volta a bordo i marines hanno arrestato molti attivisti e si sono assicurati che la missione fosse compromessa «devastando le navi, tagliando le vele, versando sale o zucchero nei motori», ci racconta Antonella Bundu di Sinistra progetto comune, a bordo della Trinidad. Il tutto di notte: da una parte visori a infrarossi e apparecchi avanzatissimi, dall’altra persone normali che avevano l’unico torto di voler raggiungere la Striscia per portare aiuti umanitari e forzare il blocco israeliano. Ventidue imbarcazioni sono ora inservibili a causa dell’assalto armato della scorsa notte, abbandonate in mare. Per alcune ci sono state ore di paura a causa dell’impossibilità di comunicare con l’equipaggio dopo che le forze israeliane avevano danneggiato i sistemi radio. Le navi in buone condizioni sono tornate indietro per aiutare i compagni bloccati, supportati anche dalle barche di Greenpeace e Open arms e la Grecia ha inviato anche una fregata e delle motovedette per scortare le navi in difficoltà a raggiungere le acque territoriali di Creta.
I POLITICI E I GENERALI israliani non se ne sono vergognati affatto, anzi, lo
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Commenta (0 Commenti)Arrestato l’autore degli spari contro due militanti dell’Anpi a Roma il 25 aprile. È un giovane della Comunità ebraica che aveva armi in casa, l’accusa è tentato omicidio. Indagini su una rete di violenti e su una serie di aggressioni
Il veleno Il 21enne Eitan Bondì, accusato di tentato omicidio, ha confessato ma non ha indicato il movente. Dentro casa aveva coltelli e pistole
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Il corteo per la Festa della Liberazione a Garbatella e il palco a Parco Shuster
Quando nella tarda serata di martedì gli agenti del commissariato Colombo si sono presentati alla porta di casa sua in viale Marconi a Roma per arrestarlo, Eitan Bondì non ha potuto negare di essere stato lui, il 25 aprile, a sparare pallini di plastica con una pistola ad aria compressa contro Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, 62 e 65 anni, in via delle Sette Chiese, dietro il parco Schuster, dove erano in corso le celebrazioni dell’Anpi per l’anniversario della Liberazione.
«FACCIO parte della brigata ebraica», avrebbe aggiunto dopo, in questura. Ventuno anni, incensurato, iscritto alla Comunità ebraica di Roma, ex studente di architettura, qualche lavoretto saltuario come rider, come magaziniere e come apprendista in un’agenzia immobiliare della Capitale. La digos ci ha messo meno di tre giorni a trovarlo. Le telecamere del Comune e della questura lo hanno immortalato a bordo del suo scooter Honda Sh bianco sia nel momento dell’aggressione sia nel percorso che ha fatto dopo: quattro chilometri appena tra viale Ostiense, via del Porto Fluviale, il lungotevere e, infine, viale Marconi. Tra i video a disposizione degli inquirenti c’è anche quello del momento dello sparo. Si vede il ragazzo, giacca verde militare addosso e casco chiaro in testa, avanzare sul suo scooter. Poi si ferma dietro una fila di auto parcheggiate. Senza scendere, allunga il braccio sinistro, spara, fa inversione e se ne va. Tredici secondi, in totale.
A TRADIRLO sono stati due elementi: la borsa termica con il logo dell’azienda per cui fa il rider e alcuni numeri di targa, la cui sequenza esatta è stata ricostruita mettendo insieme vari frame. Da lì, il controllo alla motorizzazione e la scoperta che il motorino era intestato proprio a lui. Durante la perquisizione domiciliare, oltre al motorino parcheggiato sotto al palazzo e al casco, sono stati trovati coltelli, pistole da soft air e anche pistole vere da tiro a segno con relative munizioni. Sui documenti che ne autorizzano la detenzione è stato aperto un procedimento amministrativo.
BONDÌ, assistito dall’avvocato Cesare Gai, in questura avrebbe ammesso la propria responsabilità ed evocato la presunta appartenenza alla brigata ebraica. Poi ha detto di essersi disfatto dell’arma e che la sua intenzione non era quella di uccidere. Però non è stato in grado di dire perché
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Commenta (0 Commenti)Solo altri bonus e sussidi alle imprese. No al salario minimo, sì a quello «giusto». Il solito decreto lavoro di ogni primo maggio quest’anno è più vuoto che mai. Il governo non ha soldi e spera in una deroga al patto di stabilità, dopo averlo firmato, per un finale di legislatura meno mesto. Arriva una novità per timidi aumenti contrattuali, ma non retroattivi
Bilancio Pochi spiragli nello scontro con Bruxelles Giorgetti: «Imbarazzante non fare deroghe per il caro-prezzi». Dombrovskis: «La raccomandazione è mantenere una risposta contenuta e restare nei parametri dei piani strutturali di bilancio nazionali». Da sabato prossimo il taglio delle accise potrebbe essere più breve e riguarderà soprattutto il gasolio
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni dice "In bocca al lupo" al ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti in una conferenza stampa ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Giorgia Meloni ha provato di nuovo a forzare le maglie strette del patto di stabilità che ha firmato con la Commissione Europea nel 2023. Davanti al rifiuto di Bruxelles di sospendere l’intesa – perché la crisi economica attuale non è (ancora) una recessione -la presidente del Consiglio ieri ha ipotizzato di usare una dote autorizzata dal Parlamento ma per fini diversi: la flessibilità dello 0,15% del Pil, pari a circa 3,7 miliardi di euro, inizialmente destinata alle spese per difesa e sicurezza. Ora dovrebbero andare a coprire l’aumento dei prezzi energetici indotto dalla guerra di Trump e di Netanyahu contro l’Iran.
LA PROPOSTA è stata avanzata da Meloni nella conferenza stampa dopo il varo del Dl Lavoro ed è stata concepita per tentare di allentare l’assedio sui conti pubblici che è diventata ancora più grave dopo lo scacco subito per non essere riuscito a rientrare anticipatamente dalla procedura europea di infrazione per deficit eccessivo. «Se oggi mi chiedete che cosa siano le spese di difesa e sicurezza, il tema energetico ci sta dentro», ha argomentato la presidente del Consiglio, spiegando l’intenzione di allargare la platea dei beneficiari e modificare le priorità di quel pacchetto di risorse. Per Meloni si tratta di una scelta pragmatica imposta da uno scenario internazionale che «scombussola i piani». Il suo obiettivo è calmierare i prezzi dell’energia per impedire che l’inflazione divori la crescita. «Se non ho più una nazione non c’è manco bisogno che la difendo», ha osservato. Il ragionamento politico di Meloni è lo stesso che ha fatto ieri sera il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti in un’audizione sul Documento di finanza pubblica (Dfp): la sicurezza energetica è oggi il prerequisito della «difesa nazionale». In un’economia di guerra bisogna finanziare tanto il riarmo, quanto i costi indotti dal conflitto in stallo con l’Iran. I 3,7 miliardi potrebbero non durare a lungo. Solo in un mese il governo ha bruciato un miliardo per il taglio delle accise.
IL RISCHIO di un corto circuito è dietro l’angolo: Bruxelles potrebbe non riconoscere il nesso logico tra armamenti ed energia, declassando quei 3,7 miliardi a «deficit cattivo». Il commissario europeo all’economia Valdis Dombrovskis ieri è di nuovo intervenuto e ha detto che l’Italia non ha presentato richieste formali di sospensione o di deroga al patto di stabilità. E ha ribadito la linea che soffoca il governo Meloni. In un contesto di tassi di interesse alti ogni risposta deve restare contenuta nei piani convenuti. Bisogna fare interventi mirati e temporanei; usare alcuni margini di flessibilità previsti dal patto di stabilità. Tra questi, ha spiegato Dombrovskis, ci sono le minori entrate legate al ciclo economico, la componente ciclica dei sussidi di disoccupazione e l’aumento dei costi per interessi che «non devono essere compensati». «Ci sono quindi alcuni elementi che consentono, in un certo senso, una politica fiscale più espansiva ancora prima di ricorrere a misure discrezionali», ha concluso il commissario lettone.
GIORGETTI HA MOSTRATO il suo dissenso rispetto all’impostazione, a lui nota, di Dombrovskis. «Terrei considerare abbastanza imbarazzante chiedere una deroga al patto per finanziare le spese per la difesa e non per le spese a beneficio di famiglie e le imprese per l’energia. E io non mi sento di proporlo». La soluzione a questo
Commenta (0 Commenti)Cronaca vera Il 31enne accusato dell’attentato di sabato al Washington Hilton riappare in aula, mentre fioccano le teorie cospirative bipartisan
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Gli agenti del Secret Service circondano Trump dopo gli spari al Washington Hilton – foto Alex Brandon/Ap
Cole Tomas Allen, il 31enne californiano sospettato di aver sparato fuori dalla sala dove si stava tenendo la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, è comparso in tribunale ieri e ha ascoltato la lettura formale delle accuse a suo carico: oltre che del tentato omicidio del presidente, è accusato di detenzione di un’arma da fuoco e munizioni con l’intento di commettere un reato grave, e di aver sparato durante un crimine violento.
L’UDIENZA DI IERI è una fase puramente procedurale del processo, ma i giornalisti hanno fatto a gara per entrare in tribunale nella speranza di venire a conoscenza di nuovi dettagli sui piani dell’accusa. Tezira Abe, l’avvocato incaricato della difesa di Allen, ha dichiarato che il suo cliente «non ha precedenti penali né condanne», ma è difficile che questo dettaglio ne cambi radicalmente il destino. Subito dopo l’attentato, la procuratrice degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia, Jeanine Pirro, aveva già dichiarato che Allen sarebbe stato accusato di uso di arma da fuoco per un crimine violento e di aggressione a un agente federale con arma pericolosa, e che ulteriori accuse sarebbero state formulate in base all’andamento delle indagini. La prossima udienza è prevista per giovedì mattina.
Nel frattempo, sui media statunitensi si cerca di ricostruire il quadro di ciò che è accaduto, a partire da ciò che si sa dell’accusato. Il trentunenne è un tutor e ingegnere informatico con lauree al Caltech e alla College of Business School; si era definito un «amichevole assassino federale» e, prima di lanciarsi attraverso un posto di controllo di sicurezza del Washington Hilton – dove si stava svolgendo la cena – aveva espresso parole dure verso Donald Trump e i funzionari della sua amministrazione.
Gli investigatori lo hanno collegato a un account molto attivo su Bluesky, ora disattivato: si parla di oltre mille post fortemente critici nei confronti dell’amministrazione Trump, inclusa una condanna specifica della posizione del vicepresidente JD Vance sull’Ucraina e commenti su Elon Musk, che Allen avrebbe descritto come una «figura hitleriana».
Se i fatti certi sono ancora, tutto sommato, non molti, le teorie cospirative circolano copiose, a partire da un post su Threads della deputata democratica del Texas Jasmine Crockett, che circa sei ore dopo i fatti ha scritto: «Forse è colpa delle leggi permissive sulle armi, forse della mancanza di fondi per la salute mentale, o forse è tutta una bufala… chissà».
LE TEORIE COMPLOTTISTE hanno un seguito bipartisan – da destra e sinistra – da chi sostiene che Trump abbia orchestrato tutto per recuperare consensi in un momento di calo nei sondaggi, o per promuovere il progetto di costruire una sala da ballo alla Casa Bianca.
Fra i giornalisti presenti al Washington Hilton, invece, queste teorie circolano molto meno. «La paura è durata poco ma è stata molto reale – ci dice Iacopo Luzzi, collaboratore di Sky TG24 -. La consapevolezza che se l’attentatore fosse stato
Leggi tutto: Cole Tomas Allen, un «amichevole assassino» per Trump - di Marina Catucci
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Un Lunedì Rosso speciale dedicato al compleanno del manifesto. Un viaggio nel tempo dal primo editoriale del 28 aprile 1971 fino ai giorni nostri. Cinquantacinque anni di informazione libera. Nessun editore. Nessun padrone. Solo giornalismo indipendente. Domani, martedì 28, corri in edicola, ti aspetta una sorpresa (e un indizio in fondo a questa email) Nella foto: la copertina del primo numero del quotidiano Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-27-aprile-2026
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Sono i versi della canzone Addio Lugano Bella. Una minaccia per la questura di Roma, che così spiega il primo fermo preventivo, la novità dell’ultimo decreto sicurezza. Novantuno anarchici trattenuti tutto il giorno: non avevano commesso reati ma scritto sul muro quelle parole
Polizie di primavera Una citazione dello storico canto tra le motivazioni del divieto di ricordare i due anarchici morti al parco degli Acquedotti
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Il verso di «Addio Lugano bella» su un muro della fermata Marconi della metro a Roma – Foto
Le parole, si sa, sono pietre. Quelle del canto anarchico Addio Lugano Bella sono state scagliate 130 anni fa e colpiscono ancora. La dimostrazione è nel provvedimento con cui il 26 marzo il questore di Roma Roberto Massucci ha vietato la commemorazione di Sandro Ardizzone e Sara Mercogliano, uccisi una settimana prima al parco degli Acquedotti dallo scoppio accidentale di un ordigno che stavano costruendo.
Il divieto di ricordarli è scattato perché «nelle ore successive ai fatti occorsi» a Roma «sono state vergate scritte murarie chiaramente inneggianti ad un clima di odio rivolto all’ordine costituito: Pace agli oppressi, guerra agli oppressori». Che sono, appunto, versi scritti da Pietro Gori nel 1894. La scritta in questione è in effetti apparsa nella Capitale qualche settimana fa, fuori dalla stazione Marconi della metro B. Non era sola, ce n’erano anche altre come «La vendetta sarà terribile», «No 41 bis» e «Fuori tutti dalle galere», ma la questura è stata colpita dalla citazione del canto che racconta un antico esilio di anarchici dalla Svizzera, dopo uno dei tanti rovesci giudiziari della loro storia. Ad essere preoccupante, per il questore, è soprattutto la seconda parte: parlare di «guerra agli oppressori», infatti, sarebbe un «chiaro riferimento alle istituzioni». Si potrebbe dire che la sovrapposizione tra «oppressori» e «istituzioni» è frutto di una libera interpretazione della polizia, ma qui non si fa critica letteraria.
SI PARLA piuttosto del divieto di andare a depositare mazzi di fiori sul luogo della morte di due persone, in una straordinaria dimostrazione del fatto che l’ordine pubblico è diventato un valore più forte del lutto. E questo, a pensarci bene, fa più paura delle parole e anche delle pietre: nemmeno il cordoglio è concesso agli anarchici. Fior di sentenze, negli ultimi anni, ci hanno spiegato che fare un saluto romano in memoria di qualche camerata ucciso non è un tentativo di ricostituire il disciolto partito fascista – un reato – perché quel gesto va inteso come atto puramente commemorativo. Lo stesso discorso, a quanto pare, non vale per gli anarchici. Che infatti, quando domenica 29 marzo a decine si presentano lo stesso al parco degli Acquedotti, in 91 vengono fermati e accompagnati in questura. Alcuni per essersi rifiutati di fornire le proprie generalità. Altri in via preventiva, come ammesso dall’ultimo decreto sicurezza, che qui per la prima volta viene applicato. Basta uno «stato di fatto», cioè un sospetto, per passare fino a 12 ore in un posto di polizia. E non serve nemmeno un provvedimento della procura: basta dare notizia della cosa al pm di turno. E alla fine non è nemmeno previsto che venga spiegato alcunché.
SPIEGA L’AVVOCATO Cesare Antetomaso: «Nel verbale a sostegno del fermo identificativo prolungato, che nel caso del mio assistito si è protratto per quasi 11 ore, non è praticamente presente alcuna motivazione in grado di ricondurre con certezza la condotta di un cittadino incensurato, che aveva con sé un fiore da lasciare nei pressi del luogo dove due persone hanno perso la vita in circostanze tuttora da chiarire, a quanto previsto dalle nuove norme».
Di incidenti, in ogni caso, quel giorno al parco degli Acquedotti non ce ne sono stati: gli anarchici sono stati caricati su dei pullman e portati via, senza episodi di resistenza a pubblico ufficiale. Alcuni dei fermati, come sanzione, hanno rimediato un foglio di via, ma la questione è controversa. Questo provvedimento, infatti, può essere dato solo a chi si è reso responsabile di «molteplici delitti» ma, sempre per decisione del governo Meloni, la manifestazione non autorizzata non è più reato. È un illecito amministrativo. E non possono essere comminati provvedimenti di polizia per una semplice multa.
SE LA VEDRANNO gli avvocati, che già hanno cominciato a presentare ricorsi. Conclude ancora Antetomaso: «Senza alcun riferimento alla pericolosità presunta del soggetto fermato, il trattenimento si configura come illegittimo». Non sarebbe una gran notizia. Sempre Gori, sempre nel suo saluto a Lugano, diceva: «Scacciati senza colpa, gli anarchici van via».
LaPresse
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