La giusta casa Il movimento che chiede alloggi sostenibili ottiene un primo risultato in Spagna. Il governo Sánchez vara due decreti, ma l’acampada non si fida e non smobilita, anzi si allarga da Madrid ad altre città. Una lotta che può fare da apripista in Europa
La giusta casa Il decreto per rispondere alla crisi abitativa alla fine si fa in due, a rischio il secondo con le misure più coraggiose per gli affittuari
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La protesta dilaga in tutta la Spagna, anche a Malaga, in Andalusia, la piazza si riempie – Foto Getty Images
Alla fine i decreti Maricarmen, dal nome dell’anziana sfratta a Madrid da cui tutto è cominciato, sono due. Dopo una nottata di negoziati frenetici, e dopo aver posticipato l’inizio del consiglio dei ministri di un paio d’ore per limare le ultime asperità, l’esecutivo spagnolo ha deciso di spacchettare le misure sulla casa in due provvedimenti. Una mossa imposta da Sumar, la coalizione alla sinistra del Psoe nel governo Sánchez, che in questo modo – come già successo sei mesi fa – vuole marcare un punto politico. Che però, presumibilmente, si trasformerà in quello che in spagnolo si chiama “brindisi al sole”: cioè un buco nell’acqua.
IN MANCANZA, all’ora di chiusura del giornale, dei testi definitivi dei due decreti, che sembra saranno in gazzetta domattina, si può dire questo. Il primo decreto, che la ministra per la casa Isabel Rodríguez, socialista, ha difeso con molto pathos nella conferenza stampa seguita al consiglio dei ministri, è quello su cui il governo punta tutto. È il “vero” decreto Maricarmen. La prima misura prevista è innanzitutto il blocco degli sfratti: secondo la ministra, saranno “migliorate” le garanzie a favore delle persone vulnerabili. In altre parole, il cosiddetto “scudo sociale” sarà prorogato fino al 31 dicembre 2030, due anni in più rispetto alla bozza che era circolata a luglio. In più, il decreto prevede una proroga automatica di due anni per i contratti in scadenza prima del 31 dicembre 2028. Sei mesi fa Junts, il partito catalano di Carles Puigdemont, aveva affossato un decreto con la stessa norma: ora il panorama sembra diverso. L’obiettivo è tutelare gli inquilini residenti nelle comunità autonome in cui non si applicano le norme sulle “zone a mercato abitativo teso” (quasi tutte quelle del Pp) e prevenire aumenti dei canoni abusivi. Se l’indice dei prezzi è già al massimo, il rinnovo sarà senza aumento; altrimenti potranno aumentare al massimo fino al 2%. La misura vale fino a fine 2027.
Un terzo punto su cui si è raggiunto un insperato consenso è quello del freno ai cosiddetti “fondi avvoltoio”: gli acquisti speculativi di immobili saranno “bloccati”, anche se solo fino al 2028. Resta da capire come verranno definiti questi fondi, un punto controverso: Junts è ossessionato dalla difesa dei “piccoli proprietari” (che rappresentano solo circa un terzo degli appartamenti in affitto).
L’ALTRO ASPETTO ATTESO della regolazione è quello sugli affitti stagionali e di stanze. L’idea, anche se ancora manca la sostanza, è quella di regolamentare questa tipologia di locazione perché non venga utilizzata per eludere le condizioni applicabili agli affitti residenziali. In più il governo ha fissato un’aliquota Iva del 10% sugli appartamenti turistici (che finora ne erano esenti).
Le due novità più importanti – una voluta da Junts e l’altra dai socialisti – sono quella sulle agevolazioni fiscali progressive per i proprietari che mettano in affitto a prezzi calmierati e per gli inquilini con reddito inferiore a 33mila euro e quella sulle agevolazioni per l’edilizia residenziale. La normativa ridurrà l’Iva al 4% per la costruzione di alloggi a canone calmierato con destinazione permanente. In più, il governo vuole aiutare le famiglie che vogliono acquistare la prima casa. E – molto importante – impedire (al contrario di quello che è accaduto negli ultimi decenni) che l’edilizia popolare con il tempo possa passare al mercato.
IL SECONDO DECRETO, che Rodríguez ammette di non aver potuto negoziare con i partiti di maggioranza, prevede invece il rinnovo automatico dei contratti di affitto per la casa dove si vive dopo 5 anni: una misura fortemente voluta dal sindacato degli inquilini e dalla sinistra, in linea – come hanno spiegato i ministri di Sumar in una inedita conferenza stampa separata e contemporanea a quella del governo – con quanto si fa in altri paesi. Pablo Bustinduy, ministro del consumo di Sumar, ha rivendicato che grazie a «una storica mobilizzazione», sono riusciti a inserire nei due decreti tutte le loro principali richieste (fra cui il blocco degli sfratti e la proroga dei contratti). Bustinduy si è anche rivolto a Junts: «Vediamo come spiegheranno la loro opposizione a misure che garantiranno un sollievo immediato a milioni di famiglie», ha detto.
L’APPUNTAMENTO è prestissimo: in teoria il governo ha un mese per convalidare i decreti, ma ha chiesto una seduta straordinaria del Congresso per dopodomani, venerdì: se riesce a portare a casa il primo decreto, sarà un successo per Sánchez e per i movimenti che hanno spostato gli equilibri sulla casa con un risultato irraggiungibile mesi fa. Se ottenesse il miracolo del secondo, sarà un successo di Sumar e Podemos. Per questo le mobilizzazioni continuano in tutta la Spagna, galvanizzate dall’acampada a Puerta del Sol di Madrid, mentre continuano gli sfratti di persone a rischio sociale in tutte le città. E il presidente catalano Salvador Illa, principale alleato di Sánchez proprio ieri prometteva un fondo speciale di 25 milioni per bloccare gli sfratti delle persone vulnerabili.
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Colpa di Stato Sequestro e tortura, ma non omicidio: dieci anni a tre imputati Assolto il quarto. La procura: «L’impianto accusatorio ha retto»
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La famiglia Regeni con l’avvocata Ballerini prima della sentenza del processo Regeni – Foto Ansa
Una sentenza che è come il dolore degli altri: soltanto a metà. Le sei del pomeriggio sono passate da quasi venti minuti quando i giudici della prima corte d’assise di Roma entrano nell’aula intitolata a Vittorio Occorsio. La presidente Paola Roja legge il dispositivo. Tre dei quattro agenti dei servizi egiziani accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni nel gennaio del 2016 sono colpevoli. Colpevoli solo di averlo sequestrato e torturato, però. Non colpevoli di averlo ucciso. Nel dettaglio, il colonnello Uhsam Helmi, il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahi e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati condannati a 10 anni di carcere. Il generale di polizia Tariq Sabir è stato assolto. Salvo sorprese, non ci saranno ricorsi in Appello.
IL FOLTO pubblico arrivato a piazzale Clodio, tutti con qualcosa di giallo addosso, il colore simbolo della campagna per la verità per Giulio Regeni, è rimasto in silenzio. Spiazzato forse dal non aver mai sentito la parola «ergastolo», che il pm d’aula Sergio Colaiocco aveva chiesto per Sharif. Confuso, come accade quasi sempre, dall’elenco di articoli del codice penale e del codice di procedura che si rendono necessari ai giudici per pronunciarsi «nel nome del popolo italiano».
Le parti in causa, comunque, sono rimaste tutte soddisfatte dal verdetto. A partire dalla procura. Per il capo Francesco Lo Voi, pure presente in aula, «la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto». E poi, continua, «si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziane». È vero: di 64 richieste inoltrate dagli inquirenti italiani al Cairo solo 25 hanno ricevuto una risposta. Difficile fare di più se gli investigatori non hanno mai avuto accesso alle celle telefoniche degli indagati, se non hanno mai potuto vedere i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni, se non hanno mai ricevuto i documenti della National security sul monitoraggio delle attività del ricercatore italiano.
«La nostra fede nella giustizia è stata ben riposta», dice Alessandra Ballerini, l’avvocata che in questi dieci anni ha sempre accompagnato Claudio Regeni, sua moglie Paola Deffendi e la loro figlia Irene. «Il governo prenda atto e rompa i rapporti con l’Egitto», aggiunge. Colaiocco, che dopo la requisitoria a giugno aveva detto che questo processo gli ha cambiato la vita, parla di «sentenza storica» perché «abbiamo visto cosa significa vivere in una democrazia: rispondere all’orrore della tortura con la forza del diritto». Quello che non è arrivato, secondo il magistrato, «è stato evidentemente dovuto al muro di omertà dell’Egitto». Anche le difese (d’ufficio) degli imputati cantano vittoria per un verdetto che, quantomeno secondo le attese, poteva essere molto più duro di così.
IN FONDO la sentenza rispecchia bene l’andamento di un dibattimento che è stato parecchio tortuoso, pieno di testimoni importanti e ricco di colpi di scena procedurali, a partire dal suo esordio: è stata la Corte costituzionale a consentire che si potesse celebrare pure in totale assenza degli imputati. Il che, forse, rende onore alla ricerca della verità per la morte di Regeni, ma lascia per sempre in sospeso l’esecuzione della pena. I condannati (anche al risarcimento delle spese legali e a una provvisionale sia verso la famiglia sia verso la presidenza del consiglio dei ministri) resteranno entità senza volto né storia. Dalla Farnesina fanno sapere che prima di esprimere qualsiasi giudizio si aspetterà di leggere le motivazioni della sentenza. Lo stesso faranno in Egitto, «approfonditamente».
È il seguito che già si annuncia. Ora che c’è una verità giudiziaria e che è stato accertato il coinvolgimento delle autorità del Cairo, come evolveranno i rapporti con il nostro paese? «Bisogna prendere atto che l’Egitto è un regime», commenta la segretaria del Pd Elly Schlein. Sarà ancora possibile fare finta di niente? La risposta si trova fuori dal tribunale di Roma. Le opposizioni già chiedono cosa abbia intenzione di fare il governo e reclamano la presenza di Tajani in aula per un’informativa. Si vedrà: niente è mai stato scontato in questa vicenda.
PRIMA di tutto questo, la giornata era cominciata molto presto con il tradizionale presidio in giallo davanti all’ingresso della città giudiziaria. Tra gli altri c’erano Schlein e il deputato dem Gianni Cuperlo, insieme alla «società civile» che non ha mai fatto mancare il proprio sostegno, udienza dopo udienza. Da Beppe Giulietti di Articolo 21 ad Ascanio Celestini. Poche dichiarazioni e poi tutti verso l’aula Occorsio. La corte è entrata verso le 10 soltanto per dare appuntamento alle 18. E così è cominciata l’attesa più lunga, perché nel giorno della verità i minuti pesano quasi quanto i mesi passati a scontrarsi contro il muro di gomma egiziano. La sensazione, per tutti, era la stessa: qualsiasi cosa succederà, verrà messo un punto a uno dei casi più dolorosi e opachi della storia italiana recente.
ALL’ORA della sentenza quasi non si respira per la calca dentro l’aula. Arrivano le condanne e poi scorrono i titoli di coda. Quando già sono sul vialetto che porta all’uscita, circondati dai fotografi, dagli operatori con la telecamera in mano e dai giornalisti con i microfoni, l’avvocata Ballerini e i familiari di Regeni tornano indietro. Vogliono salire al primo piano per parlare con i pm. «Scusateci», dicono sottovoce. «Voi non dovete scusarvi di niente», risponde il funzionario di polizia che li accompagna, mentre si fa strada in mezzo alla folla.
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Un Lunedì Rosso sulle crepe del potere e le retoriche di guerra. La spinta al riarmo europeo e la devastazione a Gaza, dove la crisi energetica spegne gli ospedali. L’asse tra Trump e le destre latine. La battaglia culturale, tra i finti miti identitari e il potere sovversivo dell’arte. Nella foto: Un momento della partita di Nations League tra Israele e Irlanda (terminata 0-3). I calciatori irlandesi sono scesi in campo con il lutto al braccio per le vittime civili di Gaza (Zsolt Czegledi/MTI via AP) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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L'onere delle armi Per Conte bisogna fermarsi subito, per la destra Pd è un punto non trattabile, Schlein si limita ad evocare un accordo. Senza il tavolo del programma, il nodo del sostegno militare a Kiev resta solo tema di propaganda e tiene in ostaggio il campo largo
L'onere delle armi Il sostegno militare incombe sui progressisti. Conte pone il tema come discriminante, ma ha il mandato di trovare un accordo. L’ex premier dopo Nova promette di tenere il punto, ma al centro alcuni lo apprezzano per la sua duttilità
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Bonelli, Conte, Schlein, Fratoianni e Magi – foto Ansa
È passata una settimana da quando il Movimento 5 Stelle ha approvato e diffuso i suoi venti temi chiave, la base di discussione per il programma del campo progressista che dovrebbe condurre alle primarie. In quella sede, Giuseppe Conte ha detto in ogni modo che la pre-condizione che regge tutte le altre è legata alla guerra e al riarmo. Non, genericamente, al piano Nato e a Rearm Ue, sui quali con Partito democratico e Alleanza Verdi Sinistra le distanze non sembrano incolmabili, ma esattamente sul punto controverso del sostegno militare all’Ucraina.
LA POLARIZZAZIONE attorno alle armi a Kiev serve ai 5 Stelle ma sembra fare il gioco di chi, da dentro e fuori il Partito democratico, si oppone a Elly Schlein rimproverandole eccessi di radicalità. Il tema è particolarmente scivoloso perché, al di là del largo consenso nel nucleo fondante della coalizione attorno alla necessità di rafforzare il profilo negoziale dell’Europa, non si sa bene di cosa si parli, visto che la lista del materiale bellico che l’Italia manda al fronte russo-ucraino sulla base di una votazione cui aderì anche il M5S ai tempi del governo Draghi è notoriamente secretata. Si sussurra della possibilità che quel sostegno, insomma, sia più simbolico che concreto e che quelle armi non siano determinanti per la resistenza a Putin. Ecco allora che nelle scorse settimane si è parlato del possibile punto di caduta: l’Italia lavorerebbe per dare una svolta diplomatica al conflitto e nel frattempo continuerebbe a sostenere l’Ucraina soltanto sul piano civile.
Sono messaggi che arrivano dai partiti tra le righe, ragionamenti a taccuino chiuso, scenari tenuti coperti perché attorno alle armi all’Ucraina si gioca una partita simbolica, meta-politica verrebbe da dire, più grande della sua incidenza reale: Conte usa la vicenda specifica per accreditarsi più in generale sul fronte pacifista, Avs lavora per tessere fili comuni ma tiene il punto perché è l’unica forza politica a non aver mai votato il decreto sulle armi, il Pd deve trovare prima la quadra al suo interno ed Elly Schlein si limita a dire che si troverà un accordo. Del resto, non è un mistero che Conte abbia sostenitori anche tra i moderati e che alcuni lo appoggino proprio per la sua capacità di adattarsi alle situazioni in evoluzione, come gli è successo nei due governi della scorsa legislatura.
IERI CONTE è apparso in un’arena storica della sinistra: l’assemblea triennale del Centro per la riforma dello stato ospitata dalla Casa internazionale delle donne. Qui è stato costretto a volare alto e ragionare dei massimi sistemi più che delle polemiche quotidiane. «Stiamo rotolando nella guerra senza una reale consapevolezza della situazione complessiva», ha esordito il leader pentastellato.
DESCRIVE una situazione in cui le democrazie arrancano e le autocrazie dilagano sulle debolezze delle prime. «Eravamo attrezzati per fronteggiare ogni degenerazione del capitalismo», afferma prima di descrivere un sistema in cui dominano gli oligarchi digitali. Eppure, rassicura, «i cittadini sono maturi e cercano un’alternativa. Molti dei 17 mila che hanno partecipato al processo di Nova sul programma, ad esempio, ci hanno chiesto una nuova Helsinki», cioè una conferenza internazionale che costruisca la pace non sulla deterrenza militare ma sul disarmo e la convivenza. Poi parla della «scompostezza di Trump» che è «legata al debito pubblico mostruoso alla necessità di accaparrarsi le risorse fondamentali, domattina se i Brics dovessero decidere di non usare il dollaro piegherebbero gli usa ma anche dall’Italia possono partire iniziative che possono essere contagiose, mentre meloni sulla scena internazionale è completamente sparita perché non è tempo di stare nel mezzo e traccheggiare».
C’ERA ANCHE il senatore Michele Fina, tesoriere del Partito democratico. All’interno di una relazione più ampia su crisi della democrazia e neocostituzionalismo parla della differenza tra leadership democratica e leaderismo. «La prima nasce dal basso – sostiene Fina – La seconda cala dall’alto, promette immediatezza ma costruisce una relazione povera con i cittadini». Nel frattempo stanno davvero nascendo i comitati Alleanza per la Costituzione promossi da Conte in vista delle primarie? Dal M5S spiegano che stanno raccogliendo tanto entusiasmo e tanta voglia di dare una mano, registrano che ci sono tante persone della società civile che si vogliono organizzare. Poco dopo, lasciando l’assemblea di via della Lungara, Conte concede parole ecumeniche sul programma del campo progressista: «Confido che troveremo delle soluzioni unitarie, coraggiose e all’altezza delle sfide dei nostri tempi».
Commenta (0 Commenti)Il pieno Mattei Alla vigilia dell’aumento del diesel e a mercati quasi chiusi l’Eni arriva in soccorso del governo. Da oggi per 30 giorni, e forse fino a fine anno, la compagnia mette un tetto al prezzo del carburante. Palazzo Chigi finge sorpresa e ringrazia la partecipata statale per «l’attenzione all’Italia»
Il pieno Mattei Da lunedì fissato per un mese il tetto a 2,19 euro per il gasolio e 1,99 euro per la benzina: da oggi dimezzato lo sconto sul diesel. Costi alle stelle: verso 2,40 euro sulla rete stradale e 2,50 euro in autostrada
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Un benzinaio durante uno sciopero – foto Ansa
La sospensione del bollo auto e moto da sola non basta perché non è per tutti. I prezzi dei carburanti tornano ad aumentare e i soldi per rallentare la corsa sono finiti. Senza contare che dal 5 ottobre non ci saranno più proroghe del microscopico taglio delle accise sui carburanti. E allora ci pensa Eni. Da lunedì i suoi distributori metteranno un tetto al prezzo del gasolio a 2,19 euro, 1,99 a quello della benzina. Durerà un mese. Si parte il 28 settembre. Lo sconto sarà di 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi attuali che il diesel e la benzina hanno raggiunto. L’azienda di Stato guidata da Claudio Descalzi ieri non ha escluso che il «price cap» potrebbe durare anche fino a fine anno «in funzione dell’andamento del mercato e degli approvvigionamenti». E della scadenza elettorale nel 2027 alla quale il governo Meloni sta lavorando con misure ad hoc, altri premi e molti bonus.
NEL FRATTEMPO, dalla mezzanotte di oggi, è scattato il «décalage», cioè il calo progressivo e per fasi dello sconto, deciso dal governo la scorsa settimana, sul solo diesel. Da oggi fino al 5 ottobre lo sconto passerà da 12,2 a 6,1 centesimi al litro e poi si esaurirà. In questo modo si lasceranno libere le aziende del settore (tranne Eni) di aumentare i prezzi dei carburanti a livelli stellari. Non «potendo più spendere un miliardo di euro al mese», così ha detto ieri il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, il consiglio dei ministri ha inaugurato la nuova formula degli sconti ad esaurimento. Per ora, pensiamo al fine settimana. Tra il calo dello sconto e l’inizio dell’offerta di Eni c’è un buco di 48 ore. Con ogni probabilità chi si metterà in autostrada dovrà nel frattempo pagare il diesel anche fino a 2,5 euro. Se resterà in città potrà lasciare alla cassa 2,40 euro al litro.
LA SCOMMESSA che si faceva ieri tra il governo e la maggioranza è che le altre aziende si adeguino al ribasso fatto dall’Eni. Per una magia del mercato, dopo mesi di una speculazione sui prezzi iniziata con la guerra di Trump e di Netanyahu contro l’Iran, tutte le multinazionali che operano sulle strade d’Italia potrebbero mettersi una mano sul cuore e un’altra nel portafogli. E questo dovrebbe durare almeno fino alla fine dell’anno. L’augurio è che, nel frattempo, il prezzo del petrolio si abbassi e, di conseguenza, anche quello del gas e dell’elettricità. Ma è più probabile che si formino file interminabili ai distributori dell’Eni, sempre che siano di zona.
ATTENTO A NON PASSARE per chi condiziona il mercato, per di più con un’azienda quotata in borsa, il governo ha fatto il gioco del nascondino. Palazzo Chigi ha mostrato di non credere ai propri occhi e ha ringraziato Eni per un’iniziativa presentata come «un lodevole atto di attenzione all’Italia». La mitigazione del prezzo non è il frutto di una decisione politica che segnerebbe un ritorno della regolazione statale dei prezzi. Per Meloni è un atto patriottico, anche se in realtà non è del tutto estraneo da un calcolo. Abbassare i prezzi ora può anche implicare un vantaggio competitivo sulla concorrenza.
QUESTO AUSPICIO è stato espresso ieri dal ministro del «made in Italy» Adolfo Urso che ha detto di «sperare che l’esempio dell’Eni sia seguito dalle altre imprese». La speranza nell’impresa, non la decisione politica: sovranisti in nome del mercato, la cifra del melonismo in economia. Sul lato berlusconiano della maggioranza, il vicepremier Antonio Tajani ha lodato l’iniziativa di Eni perché eviterebbe di tassare gli «extraprofitti»: «Non servono interventi dirigisti». Quella di Tajani è, in realtà, una critica rivolta al populismo economico della Lega che ha ripetutamente sollecitato una tassa sugli «extra-profitti». «Lo facciano anche le banche» hanno commentato laconicamente dal Carroccio.
VA RICORDATO che l’esecutivo ha chiesto di istituire la famosa tassa a livello europeo in una lettera firmata anche dalla Germania. La Commissione Europea ha rimandato la palla indietro e ha chiesto agli Stati di istituire la tassa. In tutta evidenza, il governo italiano non intende farlo. La mossa dell’Eni è stata intesa così da Meloni: da ora, non parlatemi più di «extraprofitti».
L’INTERVENTO DELL’ENI è stato usato per dimostrare che qualcosa si muove nel generale immobilismo. Pesa la ripulsa per interventi statali come il tetto ai prezzi in funzione antispeculativa. Troppo «statalista» per un esecutivo che fa di tutto per tutelare le imprese. Questa ideologia emerge dalla convocazione di un tavolo previsto il prossimo 8 ottobre al ministero delle imprese. Sono stati convocati i colossi della raffinazione (da Saras a Sonatrach e Iplom). Non è la prima volta che accade. L’idea è sempre la stessa: Urso spera, con Pichetto Fratin, di aumentare la produzione nazionale. La risposta non è la regolazione del mercato, ma una spinta sull’offerta e la deregulation.
«SE ENI POTEVA intervenire, perché non lo ha fatto prima e perché il governo non glielo ha chiesto?» ha domandato il capogruppo del Pd in Senato Francesco Boccia. «Si continuano a fare degli spot e non si fanno degli interventi molto precisi», ha incalzato il segretario della Cgil Maurizio Landini. In realtà una politica è stata fatta: «Meloni ha dilapidato fino ad oggi 2,8 miliardi di euro pubblici e invece poteva mettere un tetto al prezzo – ha osservato Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra – Non lo ha fatto e ha destinato miliardi di risorse pubbliche a una misura che non ha risolto il problema del caro carburanti, anzi ha arricchito i petrolieri e le grandi lobby energetiche».
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Libro e moschetto Il dl Valditara viene sgonfiato dal Colle: multe per chi ha il volto coperto e non sa l’italiano, ma salta l’allontanamento dai genitori
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Il Ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara e Matteo Salvini, vicepresidente del consiglio dei Ministri – Foto Imagoeconomica
L’urgenza del decreto scuola risiedeva solo nella propaganda. Dopo giorni di discussione, scaturiti dall’inusuale attacco della premier al presidente della Repubblica, il consiglio dei ministri ha partorito un provvedimento per fortuna molto debole rispetto agli intenti. La crociata anti Islam è rimandata, anche se la Lega ci ha tenuto a dare questa interpretazione alle norme che prevedono il tetto per gli studenti stranieri che non parlano italiano e il divieto entrare in classe con il volto travisato. Tutte fattispecie già previste dalle leggi già in vigore. Il decreto licenziato ieri tuttalpiù le riorganizza e gli aspetti più controversi sono stati limati nel lungo braccio di ferro con il Quirinale.
IN UNA BOZZA circolata a poche ora dalla conferenza stampa a Palazzo Chigi era previsto l’allontanamento dei minori nel caso in cui i genitori non adempiessero all’obbligo di imparare la lingua. «Ma vi pare che noi togliamo i figli alle famiglie? Sarà una bozza dell’opposizione», risponde il ministro dell’Istruzione (e merito) durante la conferenza stampa. Ma non era una boutade del centrosinistra, i cui esponenti si sono molto risentiti per l’accusa: l’allontanamento è stato espunto all’ultimo minuto per evitare altri attriti con il Colle. Giorgia Meloni, che aveva lanciato le misure a Fenix, la festa dei giovani di FdI, scippando la paternità a Giuseppe Valditara, non era presente perché impegnata con la kermesse del quotidiano amico il Tempo. A fare gli onori di casa è il vice premier Matteo Salvini che in apertura dell’incontro con i giornalisti ne approfitta per lanciare una bordata alla presidente del Consiglio: «Ringrazio il ministro Valditara che a questo provvedimento ci lavora da mesi, non da qualche giorno». Il ministro la prende alla larga e comincia dalla ridenominazione degli istituti professionali e tecnici in licei, «importante per promuovere un settore strategico dell’istruzione», due parole sul Pnrr, altre due sulla semplificazione digitale e infine il tema del giorno al quale dedica poche frasi. Perché nel testo non c’è poi nulla, se non deroghe e sanzioni.
DUNQUE: VIENE INTRODOTTO il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto. La formula è generica, per Valditara riguarda sia il niqab e il burqa che «la mascherina sanitaria se non si è ammalati». Per i trasgressori è stata introdotta una sanzione dai 200 ai mille euro. Si tratta giusto di un aggiornamento della legge Reale del 1975 contro il terrorismo ma si estende alle coperture per motivi religiosi o culturali, escluse già in precedenza dal Consiglio di Stato.
Anche la questione del tetto agli studenti stranieri è molto diversa dalle enunciazioni di Meloni e della Lega dato che esclude, ed era inevitabile, i bambini che già parlano italiano e vengono concesse deroghe alle scuole che non riuscissero a rientrare nel 30%. Il coordinamento sarà affidato agli uffici scolastici regionali che potranno eventualmente spostare gli iscritti in altro plesso, purché vicino all’abitazione dei genitori. Già adesso all’atto dell’iscrizione bisogna indicare quattro scuole. Sono previste deroghe per gli istituti che non riescono a rispettare la soglia con l’istituzione di un fondo di 14.139.760 a decorrere dal 2028, destinato ad «attività extracurricolari finalizzate al potenziamento delle competenze di base nella lingua italiana». Una mezza retromarcia rispetto ai toni punitivi con cui il titolare del Mim aveva annunciato prima dell’estate la proposta, c’è stata anche sui corsi per i genitori che non conoscono l’italiano. Si prevede che la scuola segnali ai servizi sociali le famiglie con difficoltà in italiano per prescrivere ai genitori «la frequenza di un percorso di alfabetizzazione» che poi sono quelli già attivati, gratuitamente, dai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia).
«STRUMENTI DI BUON SENSO che non dividono, ma aiutano a integrare davvero, evitando classi-ghetto», ha sostenuto Meloni. Ma per le opposizioni il decreto rimane «vergognoso», come ha detto la segretaria del Pd. Il provvedimento per Elly Schlein «prova a nascondere dietro una nuova bandiera ideologica l’incapacità del governo di dare risposte ai problemi concreti della scuola pubblica, aperta a tutti, come dice la Costituzione». «Uno spot ideologico indegno, inapplicabile e calato dall’alto – per il M5s – ennesimo pasticcio sulle spalle dei presidi e dei comuni». Per PiùEuropa il decreto è «un concentrato di razzismo e ignoranza, inapplicabile che favorisce la dispersione scolastica». «Propaganda indegna sulla pelle dei bambini», attacca Avs. Dall’altro lato della barricata Futuro nazionale, rimasto senza argomenti dopo la virata a destra sulla scuola del governo: «La solita fuffa della finta destra». Ma si registra anche la voce contraria degli esperti, dalle ong come save The Children a DirigentiScuola: per i presidi le norme sono «propagandistiche e irrealizzabili».
PER UNO SCHERZO del destino, se queste misure fossero già state in vigore, la vicenda della famiglia nel bosco, i cui figli non erano scolarizzati né capaci di parlare in italiano, avrebbe avuto un altro tipo di narrazione. Ma Salvini e Valditara sono troppo impegnati nella campagna elettorale per ammettere che i giudici avevano delle ragioni.
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