Il safari Con l’ultimo via libera del Consiglio, entra in vigore il regolamento Ue per i rimpatri. Abolito di fatto il diritto di asilo, è prevista la deportazione dei migranti in un Paese terzo. Uganda e Ruanda sono i primi della lista: avviati i contatti, i diritti umani sono solo un ricordo
Il safari Tra i possibili paesi terzi dove spedire i migranti espulsi dall’Europa ci sono Uganda e Ruanda. Contatti già avviati
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Rifugiati espulsi dall’Eu – Foto Ap
Il via libera formale del Consiglio Ue al Regolamento rimpatri era l’ultimo passaggio prima della dell’entrata in vigore delle nuove norme. Ma nel testo adottato ieri alla riunione dei ministri degli Interni dei 27 in Lussemburgo emerge un elemento destinato ad avere un peso rilevante: la possibilità per gli stati europei di creare centri per i rimpatri in paesi terzi, i cosiddetti return hubs.
NELLE INTENZIONI dell’Ue, il regolamento rimpatri integra il Patto sulla migrazione e l’asilo, punta a rendere più efficaci i ritorni delle persone prive del diritto di soggiornare in Europa. Introduce anche un «ordine europeo di rimpatrio», per facilitare il riconoscimento delle decisioni tra gli stati Ue. Il meccanismo funzionerà su base volontaria, ma punta a rafforzare gli obblighi di collaborazione per chi deve lasciare il territorio europeo. Prevede anche misure specifiche per le persone considerate una minaccia per la sicurezza.
È SOPRATTUTTO la possibilità di delocalizzare i rimpatri fuori dall’Ue a suscitare le critiche delle organizzazioni per i diritti dei migranti. La rete di ong Picum considera il regolamento parte di una strategia di ulteriore intensificazione delle politiche punitive nei confronti delle persone migranti, definite «deportazioni».
CHIARA CATELLI, advocacy officer di Picum, accusa l’Ue di trattare le politiche migratorie attraverso pratiche di «detenzione e deportazione». Il nuovo regolamento, sostiene, «incoraggia una caccia alle streghe contro le persone prive di documenti» e dà agli stati membri «carta bianca per mandare le persone in luoghi che nemmeno conoscono». Il rischio, secondo Catelli, è che sempre più persone evitino di rivolgersi ai servizi pubblici o di chiedere protezione per paura di essere detenute o espulse. «Alla fine, questo regolamento creerà più irregolarità, non meno», conclude. Da parte sua, l’istituzione che riunisce i governi dei 27 rivendica invece l’obiettivo di rendere i rimpatri più efficaci. «Circa due persone su tre a cui è stato ordinato di lasciare l’Ue non se ne vanno effettivamente», ha ricordato ieri il ministro irlandese Jim O’Callaghan, presidente di turno del Consiglio. Le nuove norme, ha completato, serviranno ad «attuare in modo efficace i rimpatri rapidi».
Non c’è invece ancora chiarezza in merito a dove sorgeranno i centri di rimpatrio extra-Ue. O’Callaghan ha detto che sono in corso discussioni tra gli Stati membri, ma che non è stato fatto «alcun vero progresso» nell’individuazione di località specifiche. La Germania per prima però punta ad accelerare. Berlino è tra i cinque Paesi – insieme ad Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi – che spingono il progetto, e il ministro dell’interno tedesco Dobrindt ha detto volere a un accordo con un paese terzo «nel corso di quest’anno». Ha anche riferito di negoziati in preparazione e presenza di interlocutori, anche se non ha voluto specificare quali.
IN REALTÀ, È NOTO che tra i possibili paesi interessati al progetto ci sono Uganda e Ruanda. A verificare ci hanno pensati i Verdi europei, con una missione nei due stati africani. L’eurodeputata olandese Tineke Strik, ha confermato che entrambi i paesi sarebbero effettivamente aperti all’idea degli hub. I criteri di accoglienza, tuttavia, sembrerebbero selettivi. Il Ruanda, in particolare, accetterebbe solo migranti africani e non oppositori politici, anche provenienti dai paesi vicini. Sulle garanzie per le persone Lgbt, ha riferito Strik, la delegazione non ha ricevuto risposte. Ma soprattutto, l’eurodeputata ha indicato il rischio che le persone trasferite nei futuri centri restino «bloccate senza garanzie o protezioni legali», alimentando nuovamente il traffico verso l’Europa.
ALTRO DOSSIER delicato è quello aperto con la crisi di Ceuta: la possibilità di modificare le regole sull’asilo in caso di un afflusso considerato una forma di strumentalizzazione della migrazione. O in alternativa di un «attacco ibrido» (come era accaduto in passato al confine tra Bielorussia e Polonia). Mentre la Commissione lavora a un nuovo quadro europeo per le emergenze, è in particolare il Ppe a fare pressione per consentire di sospendere almeno temporaneamente l’accesso alla procedura d’asilo. Tutto il dossier dovrebbe tornare sul tavolo dei leader a metà ottobre, fa sapere il commissario all’immigrazione Magnus Brunner al termine della riunione dei ministri degli interni a Lussemburgo.
MENTRE nel Consiglio Ue si discuteva, arrivava infine una piccola tegola dalla Corte di giustizia Ue. In una sentenza che nasce da un caso senza legami con Ceuta – quello di un cittadino cinese di origine uigura a cui i Paesi Bassi avevano sospeso l’esame della domanda d’asilo perché beneficiario di protezione temporanea – la Corte ha stabilito che una sospensione generalizzata e automatica dell’esame delle domande di protezione internazionale viola il diritto dell’Unione. Un esempio dei vincoli giuridici entro cui Bruxelles dovrà muoversi, se vorrà avventurarsi sul terreno del meccanismo di sospensione dei diritto di asilo.
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Divisioni militari In Europa la spesa per le armi è a un livello «senza precedenti». Ma la capacità di difesa comune mantiene «gravi lacune». La Commissione Ue se lo dice da sola: investiti 550 miliardi, ma due euro su tre sono acquisti nazionali senza coordinamento. E la Germania guida la corsa
Divisioni militari I conti dell’Agenzia difesa europea: 418 miliardi nel 2025, il 2,2% del pil, un record. Ma per due terzi servono a rifornire singoli stati
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Soldati tedeschi e polacchi installano barriere tra la Polonia e l’exclave russa di Kaliningrad – foto Ap
La spesa militare esplode in Europa, ma la difesa comune non tiene il passo. Anzi, ogni paese fa soprattutto da sé. La Germania, ad esempio, con un piano nazionale che porta il bilancio della difesa a circa 163 miliardi di euro entro il 2029, è il caso più evidente di una corsa agli armamenti che procede soprattutto attraverso i bilanci nazionali.
FRAMMENTAZIONE e impreparazione a fronte di uno sforzo senza precedente negli investimenti bellici sono certificate nel primo rapporto annuale dell’Agenzia europea per la difesa (Eda) dedicato alla «Defence readiness» (prontezza della difesa), che mette nero su bianco la contraddizione a livello Ue. Gli investimenti crescono a livelli senza precedenti, eppure le capacità militari complessive restano insufficienti. Tutto questo mentre il Vecchio continente si confronta con una minaccia russa sempre più esplicita, per ora esercitata attraverso attacchi e operazioni ibride, e con l’incertezza sul futuro ruolo degli Stati Uniti nella sicurezza del continente.
IL RAPPORTO ha tutti i crismi dell’ufficialità. Preparato dall’Eda con il contributo della Commissione europea e del Servizio europeo per l’azione esterna, è stato discusso ieri dai rappresentanti diplomatici a Bruxelles e arriverà sul tavolo dei leader al Consiglio europeo del 15-16 ottobre. Un dato salta agli occhi: gli investimenti in difesa ammontavano a 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del Pil dell’Ue, in previsione si potrà arrivare a 547 miliardi nel 2029. I Ventisette, sottolinea l’Eda, hanno raggiunto livelli di investimenti «senza precedenti» negli ultimi trent’anni. Nel complesso, l’aumento della spesa si inserisce nella nuova traiettoria fissata dalla Nato al vertice dell’Aja del giugno 2025, quando gli alleati si sono impegnati a portare entro il 2035 gli investimenti legati alla difesa al 5% del Pil, sotto la forte pressione esercitata da Trump per un aumento del contributo europeo alla sicurezza dell’Alleanza. In effetti, l’impennata è impressionante.
Ma la montagna di denaro investito nello sforzo bellico da sola non basta, sottolinea l’Eda. L’aumento della spesa non si è ancora tradotto in forze sufficientemente operative e sostenibili e in grado di funzionare insieme. Infatti, evidenzia il rapporto, restano «gravi lacune» nelle capacità. Non siamo pronti a un conflitto convenzionale con la Russia, ormai evocato nelle capitali come a Bruxelles, come eventuale sviluppo degli attacchi ibridi sempre più frequenti. A fronte di quelli che vengono giudicati come avanzamenti, soprattutto nel campo dei droni e dei sistemi anti-drone, la necessità principale rimane quella di trasformare la spesa in capacità effettive come munizioni, scorte, logistica e addestramento.
IL PROBLEMA di fondo è quello della frammentazione. Secondo il rapporto, il 68% degli investimenti si ferma puramente al livello nazionale. È qui che la corsa al riarmo rischia di entrare in contraddizione con l’obiettivo di una maggiore capacità a livello Ue. Ventisette stati che acquistano separatamente possono spendere molto senza necessariamente ottenere le capacità comuni che servirebbero. Il rapporto invita a usare i fondi Ue per finanziare progetti comuni, non acquisti singoli. Indica anche i settori in cui avrebbe senso concentrare gli investimenti comuni: dal comando delle operazioni militari al rifornimento in volo, dalle infrastrutture spaziali a una rete europea sicura per gestire e condividere i dati militari.
LA CORSA AL RIARMO apre anche il problema di cosa si sacrifica per finanziarla. Il tema è stato rilanciato oggi da Pasquale Tridico, capodelegazione M5S nel gruppo The Left al Parlamento europeo, che cita uno studio commissionato dalla commissione Affari economici dell’Eurocamera. La ricerca segnala che, una volta esaurita la flessibilità prevista dalle regole di bilancio, la spesa aggiuntiva dovrà necessariamente essere finanziata con maggiori entrate o con tagli. La logica della difesa si estende poi anche al settore della ricerca e dell’università. I ministri della ricerca rappresentanti di otto Paesi Ue – tra cui Polonia, Svezia e Danimarca – hanno chiesto di rafforzare il dual use nel prossimo programma quadro per la ricerca e l’innovazione. Parliamo di tecnologie e progetti pensati per applicazioni civili, ma utilizzabili anche in campo militare.
Commenta (0 Commenti)La giusta casa Il movimento che chiede alloggi sostenibili ottiene un primo risultato in Spagna. Il governo Sánchez vara due decreti, ma l’acampada non si fida e non smobilita, anzi si allarga da Madrid ad altre città. Una lotta che può fare da apripista in Europa
La giusta casa Il decreto per rispondere alla crisi abitativa alla fine si fa in due, a rischio il secondo con le misure più coraggiose per gli affittuari
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La protesta dilaga in tutta la Spagna, anche a Malaga, in Andalusia, la piazza si riempie – Foto Getty Images
Alla fine i decreti Maricarmen, dal nome dell’anziana sfratta a Madrid da cui tutto è cominciato, sono due. Dopo una nottata di negoziati frenetici, e dopo aver posticipato l’inizio del consiglio dei ministri di un paio d’ore per limare le ultime asperità, l’esecutivo spagnolo ha deciso di spacchettare le misure sulla casa in due provvedimenti. Una mossa imposta da Sumar, la coalizione alla sinistra del Psoe nel governo Sánchez, che in questo modo – come già successo sei mesi fa – vuole marcare un punto politico. Che però, presumibilmente, si trasformerà in quello che in spagnolo si chiama “brindisi al sole”: cioè un buco nell’acqua.
IN MANCANZA, all’ora di chiusura del giornale, dei testi definitivi dei due decreti, che sembra saranno in gazzetta domattina, si può dire questo. Il primo decreto, che la ministra per la casa Isabel Rodríguez, socialista, ha difeso con molto pathos nella conferenza stampa seguita al consiglio dei ministri, è quello su cui il governo punta tutto. È il “vero” decreto Maricarmen. La prima misura prevista è innanzitutto il blocco degli sfratti: secondo la ministra, saranno “migliorate” le garanzie a favore delle persone vulnerabili. In altre parole, il cosiddetto “scudo sociale” sarà prorogato fino al 31 dicembre 2030, due anni in più rispetto alla bozza che era circolata a luglio. In più, il decreto prevede una proroga automatica di due anni per i contratti in scadenza prima del 31 dicembre 2028. Sei mesi fa Junts, il partito catalano di Carles Puigdemont, aveva affossato un decreto con la stessa norma: ora il panorama sembra diverso. L’obiettivo è tutelare gli inquilini residenti nelle comunità autonome in cui non si applicano le norme sulle “zone a mercato abitativo teso” (quasi tutte quelle del Pp) e prevenire aumenti dei canoni abusivi. Se l’indice dei prezzi è già al massimo, il rinnovo sarà senza aumento; altrimenti potranno aumentare al massimo fino al 2%. La misura vale fino a fine 2027.
Un terzo punto su cui si è raggiunto un insperato consenso è quello del freno ai cosiddetti “fondi avvoltoio”: gli acquisti speculativi di immobili saranno “bloccati”, anche se solo fino al 2028. Resta da capire come verranno definiti questi fondi, un punto controverso: Junts è ossessionato dalla difesa dei “piccoli proprietari” (che rappresentano solo circa un terzo degli appartamenti in affitto).
L’ALTRO ASPETTO ATTESO della regolazione è quello sugli affitti stagionali e di stanze. L’idea, anche se ancora manca la sostanza, è quella di regolamentare questa tipologia di locazione perché non venga utilizzata per eludere le condizioni applicabili agli affitti residenziali. In più il governo ha fissato un’aliquota Iva del 10% sugli appartamenti turistici (che finora ne erano esenti).
Le due novità più importanti – una voluta da Junts e l’altra dai socialisti – sono quella sulle agevolazioni fiscali progressive per i proprietari che mettano in affitto a prezzi calmierati e per gli inquilini con reddito inferiore a 33mila euro e quella sulle agevolazioni per l’edilizia residenziale. La normativa ridurrà l’Iva al 4% per la costruzione di alloggi a canone calmierato con destinazione permanente. In più, il governo vuole aiutare le famiglie che vogliono acquistare la prima casa. E – molto importante – impedire (al contrario di quello che è accaduto negli ultimi decenni) che l’edilizia popolare con il tempo possa passare al mercato.
IL SECONDO DECRETO, che Rodríguez ammette di non aver potuto negoziare con i partiti di maggioranza, prevede invece il rinnovo automatico dei contratti di affitto per la casa dove si vive dopo 5 anni: una misura fortemente voluta dal sindacato degli inquilini e dalla sinistra, in linea – come hanno spiegato i ministri di Sumar in una inedita conferenza stampa separata e contemporanea a quella del governo – con quanto si fa in altri paesi. Pablo Bustinduy, ministro del consumo di Sumar, ha rivendicato che grazie a «una storica mobilizzazione», sono riusciti a inserire nei due decreti tutte le loro principali richieste (fra cui il blocco degli sfratti e la proroga dei contratti). Bustinduy si è anche rivolto a Junts: «Vediamo come spiegheranno la loro opposizione a misure che garantiranno un sollievo immediato a milioni di famiglie», ha detto.
L’APPUNTAMENTO è prestissimo: in teoria il governo ha un mese per convalidare i decreti, ma ha chiesto una seduta straordinaria del Congresso per dopodomani, venerdì: se riesce a portare a casa il primo decreto, sarà un successo per Sánchez e per i movimenti che hanno spostato gli equilibri sulla casa con un risultato irraggiungibile mesi fa. Se ottenesse il miracolo del secondo, sarà un successo di Sumar e Podemos. Per questo le mobilizzazioni continuano in tutta la Spagna, galvanizzate dall’acampada a Puerta del Sol di Madrid, mentre continuano gli sfratti di persone a rischio sociale in tutte le città. E il presidente catalano Salvador Illa, principale alleato di Sánchez proprio ieri prometteva un fondo speciale di 25 milioni per bloccare gli sfratti delle persone vulnerabili.
Commenta (0 Commenti)Colpa di Stato Per la morte di Giulio Regeni, dieci anni dopo, riconosciuta la responsabilità dei servizi segreti egiziani. Condannati tre agenti su quattro per sequestro e tortura, non per omicidio. Pesano i depistaggi del regime di al-Sisi. Che ora il governo italiano non può più giustificare
Colpa di Stato Sequestro e tortura, ma non omicidio: dieci anni a tre imputati Assolto il quarto. La procura: «L’impianto accusatorio ha retto»
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La famiglia Regeni con l’avvocata Ballerini prima della sentenza del processo Regeni – Foto Ansa
Una sentenza che è come il dolore degli altri: soltanto a metà. Le sei del pomeriggio sono passate da quasi venti minuti quando i giudici della prima corte d’assise di Roma entrano nell’aula intitolata a Vittorio Occorsio. La presidente Paola Roja legge il dispositivo. Tre dei quattro agenti dei servizi egiziani accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni nel gennaio del 2016 sono colpevoli. Colpevoli solo di averlo sequestrato e torturato, però. Non colpevoli di averlo ucciso. Nel dettaglio, il colonnello Uhsam Helmi, il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahi e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati condannati a 10 anni di carcere. Il generale di polizia Tariq Sabir è stato assolto. Salvo sorprese, non ci saranno ricorsi in Appello.
IL FOLTO pubblico arrivato a piazzale Clodio, tutti con qualcosa di giallo addosso, il colore simbolo della campagna per la verità per Giulio Regeni, è rimasto in silenzio. Spiazzato forse dal non aver mai sentito la parola «ergastolo», che il pm d’aula Sergio Colaiocco aveva chiesto per Sharif. Confuso, come accade quasi sempre, dall’elenco di articoli del codice penale e del codice di procedura che si rendono necessari ai giudici per pronunciarsi «nel nome del popolo italiano».
Le parti in causa, comunque, sono rimaste tutte soddisfatte dal verdetto. A partire dalla procura. Per il capo Francesco Lo Voi, pure presente in aula, «la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto». E poi, continua, «si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziane». È vero: di 64 richieste inoltrate dagli inquirenti italiani al Cairo solo 25 hanno ricevuto una risposta. Difficile fare di più se gli investigatori non hanno mai avuto accesso alle celle telefoniche degli indagati, se non hanno mai potuto vedere i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni, se non hanno mai ricevuto i documenti della National security sul monitoraggio delle attività del ricercatore italiano.
«La nostra fede nella giustizia è stata ben riposta», dice Alessandra Ballerini, l’avvocata che in questi dieci anni ha sempre accompagnato Claudio Regeni, sua moglie Paola Deffendi e la loro figlia Irene. «Il governo prenda atto e rompa i rapporti con l’Egitto», aggiunge. Colaiocco, che dopo la requisitoria a giugno aveva detto che questo processo gli ha cambiato la vita, parla di «sentenza storica» perché «abbiamo visto cosa significa vivere in una democrazia: rispondere all’orrore della tortura con la forza del diritto». Quello che non è arrivato, secondo il magistrato, «è stato evidentemente dovuto al muro di omertà dell’Egitto». Anche le difese (d’ufficio) degli imputati cantano vittoria per un verdetto che, quantomeno secondo le attese, poteva essere molto più duro di così.
IN FONDO la sentenza rispecchia bene l’andamento di un dibattimento che è stato parecchio tortuoso, pieno di testimoni importanti e ricco di colpi di scena procedurali, a partire dal suo esordio: è stata la Corte costituzionale a consentire che si potesse celebrare pure in totale assenza degli imputati. Il che, forse, rende onore alla ricerca della verità per la morte di Regeni, ma lascia per sempre in sospeso l’esecuzione della pena. I condannati (anche al risarcimento delle spese legali e a una provvisionale sia verso la famiglia sia verso la presidenza del consiglio dei ministri) resteranno entità senza volto né storia. Dalla Farnesina fanno sapere che prima di esprimere qualsiasi giudizio si aspetterà di leggere le motivazioni della sentenza. Lo stesso faranno in Egitto, «approfonditamente».
È il seguito che già si annuncia. Ora che c’è una verità giudiziaria e che è stato accertato il coinvolgimento delle autorità del Cairo, come evolveranno i rapporti con il nostro paese? «Bisogna prendere atto che l’Egitto è un regime», commenta la segretaria del Pd Elly Schlein. Sarà ancora possibile fare finta di niente? La risposta si trova fuori dal tribunale di Roma. Le opposizioni già chiedono cosa abbia intenzione di fare il governo e reclamano la presenza di Tajani in aula per un’informativa. Si vedrà: niente è mai stato scontato in questa vicenda.
PRIMA di tutto questo, la giornata era cominciata molto presto con il tradizionale presidio in giallo davanti all’ingresso della città giudiziaria. Tra gli altri c’erano Schlein e il deputato dem Gianni Cuperlo, insieme alla «società civile» che non ha mai fatto mancare il proprio sostegno, udienza dopo udienza. Da Beppe Giulietti di Articolo 21 ad Ascanio Celestini. Poche dichiarazioni e poi tutti verso l’aula Occorsio. La corte è entrata verso le 10 soltanto per dare appuntamento alle 18. E così è cominciata l’attesa più lunga, perché nel giorno della verità i minuti pesano quasi quanto i mesi passati a scontrarsi contro il muro di gomma egiziano. La sensazione, per tutti, era la stessa: qualsiasi cosa succederà, verrà messo un punto a uno dei casi più dolorosi e opachi della storia italiana recente.
ALL’ORA della sentenza quasi non si respira per la calca dentro l’aula. Arrivano le condanne e poi scorrono i titoli di coda. Quando già sono sul vialetto che porta all’uscita, circondati dai fotografi, dagli operatori con la telecamera in mano e dai giornalisti con i microfoni, l’avvocata Ballerini e i familiari di Regeni tornano indietro. Vogliono salire al primo piano per parlare con i pm. «Scusateci», dicono sottovoce. «Voi non dovete scusarvi di niente», risponde il funzionario di polizia che li accompagna, mentre si fa strada in mezzo alla folla.
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Un Lunedì Rosso sulle crepe del potere e le retoriche di guerra. La spinta al riarmo europeo e la devastazione a Gaza, dove la crisi energetica spegne gli ospedali. L’asse tra Trump e le destre latine. La battaglia culturale, tra i finti miti identitari e il potere sovversivo dell’arte. Nella foto: Un momento della partita di Nations League tra Israele e Irlanda (terminata 0-3). I calciatori irlandesi sono scesi in campo con il lutto al braccio per le vittime civili di Gaza (Zsolt Czegledi/MTI via AP) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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L'onere delle armi Per Conte bisogna fermarsi subito, per la destra Pd è un punto non trattabile, Schlein si limita ad evocare un accordo. Senza il tavolo del programma, il nodo del sostegno militare a Kiev resta solo tema di propaganda e tiene in ostaggio il campo largo
L'onere delle armi Il sostegno militare incombe sui progressisti. Conte pone il tema come discriminante, ma ha il mandato di trovare un accordo. L’ex premier dopo Nova promette di tenere il punto, ma al centro alcuni lo apprezzano per la sua duttilità
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Bonelli, Conte, Schlein, Fratoianni e Magi – foto Ansa
È passata una settimana da quando il Movimento 5 Stelle ha approvato e diffuso i suoi venti temi chiave, la base di discussione per il programma del campo progressista che dovrebbe condurre alle primarie. In quella sede, Giuseppe Conte ha detto in ogni modo che la pre-condizione che regge tutte le altre è legata alla guerra e al riarmo. Non, genericamente, al piano Nato e a Rearm Ue, sui quali con Partito democratico e Alleanza Verdi Sinistra le distanze non sembrano incolmabili, ma esattamente sul punto controverso del sostegno militare all’Ucraina.
LA POLARIZZAZIONE attorno alle armi a Kiev serve ai 5 Stelle ma sembra fare il gioco di chi, da dentro e fuori il Partito democratico, si oppone a Elly Schlein rimproverandole eccessi di radicalità. Il tema è particolarmente scivoloso perché, al di là del largo consenso nel nucleo fondante della coalizione attorno alla necessità di rafforzare il profilo negoziale dell’Europa, non si sa bene di cosa si parli, visto che la lista del materiale bellico che l’Italia manda al fronte russo-ucraino sulla base di una votazione cui aderì anche il M5S ai tempi del governo Draghi è notoriamente secretata. Si sussurra della possibilità che quel sostegno, insomma, sia più simbolico che concreto e che quelle armi non siano determinanti per la resistenza a Putin. Ecco allora che nelle scorse settimane si è parlato del possibile punto di caduta: l’Italia lavorerebbe per dare una svolta diplomatica al conflitto e nel frattempo continuerebbe a sostenere l’Ucraina soltanto sul piano civile.
Sono messaggi che arrivano dai partiti tra le righe, ragionamenti a taccuino chiuso, scenari tenuti coperti perché attorno alle armi all’Ucraina si gioca una partita simbolica, meta-politica verrebbe da dire, più grande della sua incidenza reale: Conte usa la vicenda specifica per accreditarsi più in generale sul fronte pacifista, Avs lavora per tessere fili comuni ma tiene il punto perché è l’unica forza politica a non aver mai votato il decreto sulle armi, il Pd deve trovare prima la quadra al suo interno ed Elly Schlein si limita a dire che si troverà un accordo. Del resto, non è un mistero che Conte abbia sostenitori anche tra i moderati e che alcuni lo appoggino proprio per la sua capacità di adattarsi alle situazioni in evoluzione, come gli è successo nei due governi della scorsa legislatura.
IERI CONTE è apparso in un’arena storica della sinistra: l’assemblea triennale del Centro per la riforma dello stato ospitata dalla Casa internazionale delle donne. Qui è stato costretto a volare alto e ragionare dei massimi sistemi più che delle polemiche quotidiane. «Stiamo rotolando nella guerra senza una reale consapevolezza della situazione complessiva», ha esordito il leader pentastellato.
DESCRIVE una situazione in cui le democrazie arrancano e le autocrazie dilagano sulle debolezze delle prime. «Eravamo attrezzati per fronteggiare ogni degenerazione del capitalismo», afferma prima di descrivere un sistema in cui dominano gli oligarchi digitali. Eppure, rassicura, «i cittadini sono maturi e cercano un’alternativa. Molti dei 17 mila che hanno partecipato al processo di Nova sul programma, ad esempio, ci hanno chiesto una nuova Helsinki», cioè una conferenza internazionale che costruisca la pace non sulla deterrenza militare ma sul disarmo e la convivenza. Poi parla della «scompostezza di Trump» che è «legata al debito pubblico mostruoso alla necessità di accaparrarsi le risorse fondamentali, domattina se i Brics dovessero decidere di non usare il dollaro piegherebbero gli usa ma anche dall’Italia possono partire iniziative che possono essere contagiose, mentre meloni sulla scena internazionale è completamente sparita perché non è tempo di stare nel mezzo e traccheggiare».
C’ERA ANCHE il senatore Michele Fina, tesoriere del Partito democratico. All’interno di una relazione più ampia su crisi della democrazia e neocostituzionalismo parla della differenza tra leadership democratica e leaderismo. «La prima nasce dal basso – sostiene Fina – La seconda cala dall’alto, promette immediatezza ma costruisce una relazione povera con i cittadini». Nel frattempo stanno davvero nascendo i comitati Alleanza per la Costituzione promossi da Conte in vista delle primarie? Dal M5S spiegano che stanno raccogliendo tanto entusiasmo e tanta voglia di dare una mano, registrano che ci sono tante persone della società civile che si vogliono organizzare. Poco dopo, lasciando l’assemblea di via della Lungara, Conte concede parole ecumeniche sul programma del campo progressista: «Confido che troveremo delle soluzioni unitarie, coraggiose e all’altezza delle sfide dei nostri tempi».
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