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“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”.

Enrico Berlinguer, 1981

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“Ora basta, pretendo lealtà!”. Così Renzi all’assemblea del PD del 14 dicembre. Ma, scusate, non è il Renzi che twittava “Enrico, stai sereno”, che garantiva “Non vado al governo senza passare dal voto”, che ha pugnalato alle spalle Prodi candidato di tutto il PD alla presidenza della Repubblica? Adesso “pretende” lealtà. Merita quella che lui stesso ha dimostrato, né più né meno. Vale a dire nessuna.

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Jobs act, tutti contenti?
Con l’ennesimo voto di fiducia, il governo ha imposto la “controriforma del lavoro”, il Jobs act, a un Parlamento ormai svuotato delle funzioni assegnategli dalla Costituzione.

Renzi esulta: “E’ la riforma più di sinistra mai fatta”.
Esulta anche Alfano: “Col Jobs act stiamo realizzando il programma di centrodestra con un governo di sinistra”.
Ancora più giocondo Schifani: “L’approvazione del Jobs act conferma che avevamo visto giusto nell’alleanza con Renzi. Stiamo realizzando riforme, a partire proprio da quella sul lavoro con il superamento dell’art. 18, che non eravamo riusciti a varare nemmeno durante gli anni di governo del centrodestra”.
Contenti tutti, dunque. Tutti meno gli interessati, i lavoratori. Ma questo per i “contenti” è evidentemente un dettaglio trascurabile.

 

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“Sappiamo tutti la durezza dei tempi, delle misure attraverso le quali occorre passare per tentare di restituire slancio e respiro alla nostra economia, per garantire l’occupazione e crearne di nuova, ma vorrei che almeno questo si sentisse: che il dramma dei lavoratori è anche il nostro dramma, che le loro sofferenze sono anche le nostre, perché questa comprensione, questa solidarietà costituiscono la prima condizione per poter studiare, operare, impostare soluzioni concrete ed efficaci”.

Benigno Zaccagnini


“Prima pagina venti notizie ventuno ingiustizie e lo Stato che fa?

Si costerna si indigna s'impegna poi getta la spugna
con gran dignità”.

Fabrizio De Andrè

 

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“L’Italia è flagellata da un tasso di evasione fiscale che tocca i 90 miliardi, ma è finito il tempo dei furbi!”, ha tuonato Renzi dalla Scuola della Guardia di Finanza. Pochi giorni prima al G20 aveva parlato di 160 miliardi, Istat e Agenzia delle Entrate stimano che in realtà i miliardi oscillino fra i 275 e i 300. L’incidenza sul Pil è passata dall’8% di trent’anni fa al 18%.

Rispetto ai 12,5-13 degli ultimi tre anni, la Legge di stabilità prevede un maggiore introito per somme recuperate pari a 3,8 miliardi. E’ questo l’impegno che il governo intende assumere di fronte al Paese e ai contribuenti onesti. Poco, verrebbe da dire, ma che sia la volta buona?

Se stiamo alle dichiarazioni non c’è da illudersi. “Basta con lo Stato controllore”, ha aggiunto Renzi. Chiarendo che la prima misura da prendere è l’abolizione degli gli scontrini. Di sanzioni a carico di chi evade neppure l’ombra. Come intenda incassare quei 3,8 miliardi - cifra ridicola rispetto all’entità dell’evasione - resta un mistero.

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“Due a zero. Vittoria netta, ottimo risultato. L’astensione? E’ un problema secondario”.
Così Renzi ha commentato da Vienna, con l’abituale tracotanza, l’esito delle elezioni regionali di domenica 23 novembre.

Forse non aveva ancora ben chiari i numeri.
In Emilia Romagna il Pd ha perso 677.283 in sei mesi. Bonaccini è stato eletto con il consenso effettivo del 18,5%.

Una regione che storicamente ha sempre dato prova di tensione democratica e di diffuso impegno politico ha stabilito il record negativo della partecipazione al voto. Prendere sottogamba un segnale di questa portata è da irresponsabili.

Tornano alla mente le parole di Pirro, pronunciate 2.300 anni fa: “Un’altra vittoria come questa e siamo spacciati”.
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