Un Lunedì Rosso dedicato alle trincee.
Quelle dei lavoratori del siderurgico di Genova e Taranto, che cercano di resistere ai colpi della progressiva dismissione dell’industria siderurgica in Italia.
La trincea delle siriane e dei siriani, una popolazione devastata da anni di guerra e instabilità politica, oggi alla ricerca di un nuovo percorso democratico.
E le trincee sempre più gelide dei soldati sul fronte orientale, mentre sui tavoli russi e statunitensi si discute del futuro dell’Ucraina.
Nella foto: Lavoratori dell’Ilva in sciopero a Genova contro il piano di riduzione della produzione del governo. Foto Emanuela Zampa via Getty Images
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Domani a Londra Zelensky vede i Volonterosi per il negoziato inceppato: la Ue è ormai il solo asset dell’Ucraina, ma è una Ue tramortita dalla nuova dottrina Trump e per Kallas «gli Usa sono il più grande alleato». Invece il riarmo va a mille, all’Italia 100 missili americani
Lo Stato dell'Unione L’Alta rappresentante europea, Kaja Kallas, minimizza il documento di Trump: «Critiche anche vere. Restiamo uniti». Zelensky sente Witkoff, negoziato in stallo. Domani sarà a Londra con i Volenterosi. La guerra continua
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La regione di Chernihiv colpita dagli attacchi russi foto diffusa dal Servizio di Emergenza Statale ucraino – Epa
«Le questioni più importanti che l’Europa deve affrontare includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità». Il nuovo documento sulla Sicurezza strategica nazionale statunitense è un attacco senza precedenti al Vecchio continente. Una bomba che esplode nel momento in cui l’Unione è più debole, mentre i partiti sovranisti minano alla base le fondamenta delle istituzioni di Bruxelles e lavorano incessantemente come quinta colonna di Donald Trump. Il pretesto, comune all’amministrazione di Washington e agli estremisti di destra di casa nostra, è la guerra in Ucraina. La quale, è scritto nero su bianco, dovrà pagare il prezzo della nuova politica estera Usa: non più diplomazia e gestione dell’ordine mondiale occidentale, ma affari, commercio e convenienza.
LA PAROLA «UCRAINA» è usata quattro volte nel testo, tutte in relazione agli errori europei. «A seguito della guerra della Russia in Ucraina, le relazioni europee con la Russia sono ora profondamente indebolite e molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale». Ma come, non era stato Joe Biden a invocare l’«unità dell’Occidente» basata sui «valori condivisi e la storia comune»? Il riferimento al passato resta, ma in una luce affatto diversa: proprio siccome condividiamo tanto dobbiamo adeguarci ai tempi nuovi che Trump e i suoi stanno costruendo, altrimenti «spariremo. La colpa sarebbe dei burocrati, ovvero dell’organismo sovranazionale che fin dalla fine della seconda guerra mondiale è cresciuto come sbarramento ai nazionalismi che avevano – davvero – portato il continente dentro il baratro. Ora, approfittando di temi dal forte richiamo populista come immigrazione, la presunta censura, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità Trump vuole spingerci a invertire la rotta: basta con l’Unione, si torni agli stati nazionali.
QUALSIASI GOVERNO nel pieno possesso delle sue funzioni rifiuterebbe questo documento programmatico come un’ingerenza inammissibile e prenderebbe provvedimenti. Dalla nostra parte dell’Atlantico invece si è
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Commenta (0 Commenti)Trump firma la nuova Strategia della sicurezza nazionale e dice addio all’atlantismo come lo abbiamo conosciuto. Attacca l’Europa che rischia «la cancellazione della sua civiltà» e esalta i «patrioti» emergenti, per spaccare il Vecchio continente. Ue afona, Meloni sta con gli Usa
Donald Trump riceve il «Fifa Peace Prize» dal presidente della Fifa Giovanni Infantino a Washington – foto Epa
Nell’elenco degli interessi strategici americani inseriti nel nuovo documento sulla sicurezza nazionale pubblicato ieri dalla Casa bianca, vi è quello di “assistere l’Europa a correggere l’attuale traiettoria”. E vi è uno specifico modo farlo.
Consiste nel contrastare l’influenza perniciosa dell’Unione Europea, nemica della libertà, della sovranità e promotrice attraverso sconsiderate politiche migratorie, di una cancellazione della civiltà occidentale («civilizational erasure»).
Il documento ha una prefazione a firma di Donald Trump ma che è soprattutto espressione dei think tank neo-reazionari e della corrente che fa capo agli ideologhi più oltranzisti del regime, come Stephen Miller e JD Vance. Le sue pagine codificano un nuovo “secolo americano” che è certificato di morte dell’ordine mondiale del dopoguerra e atto di nascita dell’assetto planetario auspicato dai nazional populisti Maga.
PER FAVORIRE l’emergere di un mondo consono agli interessi degli Stati uniti, ad esempio, il documento prescrive di «favorire partiti patriottici» nel vecchio continente (i ripetuti interventi di alti funzionari Usa a favore dell’Afd in Germania e i comizi elettorali per “Diritto e Giustizia” della ministra Kristi Noem in Polonia, chiariscono, se ce ne fosse bisogno, che il sostegno deve andare all’estrema destra identitaria).
Nel nuovo ordine mondiale «è cosa naturale e giusta che le nazioni pongano i loro o interessi al di sopra degli altri», si sostiene, «e che vigilino sulla propria sovranità». È opportuno quindi che le nazioni-stato quella sovranità la riprendano dagli organi transnazionali, dai trattati e le alleanze che hanno fatto il loro tempo. In questo processo gli Stati uniti intendono tutelare i propri interessi sostenendo semmai le nazioni «sane» dell’Europa «centrale, orientale e meridionale».
E il Vecchio continente dovrà adeguarsi alle nuove priorità. In campo energetico, ad esempio, gli Usa «rifiutano la disastrosa ‘ideologia’ del mutamento climatico così dannosa per gli export di idrocarburi americani. In sostanza le conversioni ad energie alternative verranno considerate alla stregua di attacchi ostili agli interessi nazionali americani.
IL DOCUMENTO elenca le priorità per tutelare «la potenza economica, la supremazia tecnologica e il dominio militare americano». Nel cortile di casa, l’emisfero americano, viene data
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Commenta (0 Commenti)Cinquemila operai dell’Ilva in sciopero sfilano a Genova per chiedere garanzie sul futuro della siderurgia. Un comparto strategico che il ministro del Made in Italy Urso si ostina a non vedere. In piazza scontri tra i metalmeccanici e la polizia
Ex Ilva Le tute blu di Cornigliano in sciopero. Occupata Brignole, prefettura zona rossa. La polizia si scaglia contro i manifestanti. La sindaca Salis e il governatore Bucci tra i lavoratori
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Un momento del corteo durante lo sciopero generale – foto di Luca Zennaro/Ansa
La rabbia e la frustrazione per un futuro fosco sono racchiuse in una frase urlata contro le grate e gli alari della polizia: «Ci dovete arrestare tutti. Noi vogliamo lavorare». Parole arrivate nel momento più teso del corteo dei lavoratori dell’ex Ilva di Genova Cornigliano che, nel giorno dello sciopero generale dei metalmeccanici, si sono scontrati con la polizia davanti alla Prefettura. Prima i caschetti gialli sbattuti contro le grate messe a protezione del palazzo del governo, poi il lancio di fumogeni, a cui gli agenti hanno risposto con i lacrimogeni uno dei quali ha colpito in testa un operaio. Poi gli alari sfondati con una sorta di muletto, per finire con l’occupazione di due banchine della stazione Brignole.
ALLA QUARTA GIORNATA di agitazione nel capoluogo ligure, che ha visto nei giorni scorsi l’occupazione dell’aeroporto Colombo e il corteo in autostrada fin sul ponte San Giorgio costruito dopo il crollo del Morandi, la tensione è alta.
SONO PIÙ DI CINQUEMILA i lavoratori in strada secondo i sindacati, quattro mila per la Digos. La città è blindata, la Prefettura zona rossa. Ad aprire la manifestazione lo striscione: «Genova lotta per l’industria». Dietro, le bandiere della Fiom, della Fim Cisl. «In questo momento stiamo lavorando davvero poco – dice rassegnato un addetto al ciclo latta, in servizio dal 1998 – anche se siamo quelli che in teoria dovremmo lavorare un po’ di più». Tra le tute blu che sfilano c’è l’amarezza di essere arrivati a un punto «così basso come non mai per la presentazione di un piano che di fatto vuole chiudere le verticalizzazioni che sono le lavorazioni dopo la creazione del rotolo a Taranto», spiega un altro lavoratore con la felpa della Fiom.
LA MATTINATA VIENE scandita dagli slogan «Genova è l’Ilva, l’Ilva è Genova». La protesta di certo non finisce qui, come conferma Matteo alla guida di un “dito”, il muletto industriale usato per spostare ralle di acciaio: «Andremo ancora avanti finché non ci daranno una risposta». Da Cornigliano al centro di Genova tutto scorre liscio. Ma quando i manifestanti arrivano davanti allo schieramento delle forze dell’ordine la tensione esplode: «Vergogna!», «Fate schifo!» e poi cori contro il governo e il ministro Adolfo Urso.
Subito dopo gli scontri arriva la denuncia della Cgil. «Siamo allibiti e preoccupati da quanto accaduto oggi a Genova e chiediamo al prefetto di rendere conto non solo ai manifestanti ma a tutta la città di cosa sia accaduto, perché è stato impedito l’arrivo in Prefettura e perché i manifestanti sono stati raggiunti da lacrimogeni lanciati ad altezza uomo. Esacerbare gli animi in un momento così critico per il lavoro e nei confronti di operai che chiedono di mantenere il loro posto di lavoro è un atto gravissimo».
LE RAGIONI DELLA PROTESTA le illustra Armando Palombo, della Fiom Cgil, in corteo anche lui in mezzo ai lavoratori. «La filiera produttiva tra Taranto e Genova non va interrotta. Perché questa sarebbe la morte dell’industria siderurgica italiana».
A SFILARE CON I LAVORATORI anche la sindaca Silvia Salis, da giorni al fianco degli operai. Una presenza che lei stessa definisce doverosa e indispensabile. «Domani (oggi, ndr) andiamo a Roma a chiedere non solo le 45 mila tonnellate che ci hanno promesso per arrivare fino a fine febbraio, ma soprattutto chiederemo che la vertenza passi a un tavolo superiore. C’è bisogno di risposte, soprattutto sul futuro. Lo Stato deve entrare in questa gara affinché, se dovesse andare deserta, ci sia una continuità produttiva che permetta di far rimanere attrattivi questi stabilimenti. E non diventi poi una guerra tra poli del Nord e di Taranto. Se non c’è un piano del governo ci chiediamo cosa succederà ai nostri lavoratori ex Ilva? Cosa si produrrà a Genova? Stiamo dando via un altro pezzo d’industria, uno degli ultimi italiani? Noi vogliamo solo delle risposte. Le risposte del ministro Urso non sono state
Leggi tutto: «Vogliamo lavorare», il grido degli operai di Genova - di Laura Nicastro
Commenta (0 Commenti)Senza il consenso dei genitori, vietato parlare a scuola di relazioni sessuali e affettive. Nei licei compaiono liste degli stupri e la camera approva la legge oscurantista di Valditara. «La famiglia innanzitutto», esulta la destra, «le aule non sono circoli transfemministi»
Papà non vuole Passa alla Camera il ddl sull’educazione sessuoaffettiva a scuola vincolata al parere delle famiglie. Pro Vita: «È solo il primo passo»
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Flash mob delle opposizioni davanti a Montecitorio – foto X
Una legge con il chiaro marchio di «Dio, patria e famiglia». Lo ha detto ieri con grande sincerità il deputato leghista Rossano Sasso a Montecitorio, mentre l’aula si apprestava ad approvare il disegno di legge sul «Consenso informato» preparato dal ministro Valditara. Lo slogan, ha ribadito Sasso «per il mio gruppo e penso tutti i colleghi del centrodestra è un credo che guida la nostra azione politica».
Il testo ha ricevuto dunque il primo sì alla Camera e andrà ora al Senato, ed è il dispositivo con cui la maggioranza ambisce a mettere la pietra tombale sul dibattito riguardo l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, vietandola per le primarie e vincolandola al «consenso informato» dei genitori per le medie e superiori.
AL FONDO del provvedimento c’è l’ossessione per la «teoria gender» ben sedimentata nella maggioranza di governo, così come nelle destre globali. Ieri in Aula il frontman della maggioranza è stato il deputato leghista Rossano Sasso, relatore del provvedimento. «Con questa legge diciamo basta all’ideologia gender, alla bolla woke, non sarà più consentito agli attivisti politici di fare propaganda politica a scuola. Che se la facciano nelle loro sedi di partito» ha detto Sasso. Secondo cui, senza un adeguato controllo, la sinistra continuerebbe a portare nelle scuole «drag queen e pornoattori, gente che dovrebbe continuare, secondo loro, a poter parlare a bambini di fluidità sessuale, utero in affitto, confusione sessuale, tutto documentato per centinaia di casi».
Così come per altri temi, uno su tutti la sicurezza, anche l’emergenza educativa legata a fenomeni di «indottrinamento» è costantemente rilanciata attraverso casi di cronaca enfatizzati (l’ultimo riguarda una puntata della serie Rai «Il collegio» di metà novembre) da associazioni come Pro Vita, tra i maggiori sponsor del disegno di legge, per il quale hanno promosso la campagna «Mio figlio no. Scuole libere dal gender». Ieri l’associazione era davanti Montecitorio a rivendicare il voto, che ha salutato con entusiasmo: «Questo è solo il primo passo: il nostro obiettivo è impedire del tutto che attivisti politici travestiti da esperti del nulla entrino nelle scuole per trasformare le classi in sezioni di partito, circoli transfemministi o sedi Lgbt» ha detto il portavoce Jacopo Coghe. Stesse reazioni sono venute anche dai gruppi del Family Day: «Questo risultato è il massimo della democrazia in ambito scolastico».
DOPO AVER SBRAITATO contro le opposizioni nel corso della discussione poche settimane fa, ieri il ministro dell’Istruzione (e merito) Valditara ha tenuto un profilo più basso, facendo l’acrobata sui termini da usare: «Una regolamentazione innovativa che ha a cuore la crescita equilibrata dei nostri giovani e garantisce la serietà scientifica della trattazione di problemi eticamente delicati nel rispetto dei valori costituzionali» ha detto. Il testo tiene al riparo dall’autorizzazione delle famiglie solo le
Leggi tutto: L’ossessione gender della destra: primo sì al consenso informato - di Michele Gambirasi
Commenta (0 Commenti)Si riaccende la protesta degli operai dell’Ilva e dell’indotto. Fabbriche ferme e blocchi stradali a Genova e a Taranto. Sciopero a oltranza: l’unico piano del governo è dividere il destino degli impianti del Nord da quelli del Sud. Ma Meloni si fa i complimenti: occupazione record
Bel lavoro A un passo dalla dismissione, esplode la protesta nel sito pugliese. Si ferma l’unico forno ancora in funzione fin quasi a spegnersi
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Genova, la protesta degli operai ex Ilva – foto di Luca Zennaro / Ansa
La protesta negli stabilimenti ex Ilva di Genova, Novi Ligure e Racconigi è andata aventi ieri, per il secondo giorno. E anche a Taranto è ripresa la mobilitazione. Fiom, Fim, Uilm e Usb tarantini hanno proclamato uno sciopero a oltranza a partire dalle 12 di ieri. La protesta è iniziata dentro la fabbrica dove qualche centinaio di operai ha bloccato i binari tra Afo4 – l’unico altoforno ancora in funzione – e l’acciaieria. Nel frattempo, una cinquantina di operai dava inizio a un presidio alle porte del palazzo della direzione centrale, ormai blindato, in attesa di istruzioni dai colleghi dentro.
IL BLOCCO DEI BINARI è durato un paio d’ore fermando quasi del tutto la marcia dell’altoforno. Gli operai hanno smobilitato perché una fermata improvvisa dell’impianto avrebbe potuto generare danni permanenti ed emissioni nocive diffuse. La protesta si è quindi spostata al reparto spedizioni prima e fuori dalla fabbrica poi, quando gli operai hanno deciso di bloccare la Statale 100 davanti all’entrata del siderurgico e della vicina raffineria Eni.
I sindacati chiedono il ritiro del piano di decarbonizzazione proposto dal governo e un tavolo unico di negoziazione a Palazzo Chigi. Dopo il fallimento della seconda asta per la vendita del gruppo, a novembre il governo aveva convocato i sindacati per comunicare loro di un ‘piano corto’ che prevedeva una decarbonizzazione rapida degli impianti in 4 anni e una vendita imminente a privati non meglio identificati. Per i sindacati si tratta di un piano di chiusura che in realtà ferma le cokerie di Taranto sospende l’invio di coils (bobine) da lavorare nello stabilimento di Genova. Al tavolo sono seguiti gli scioperi su tutti gli stabilimenti e sono arrivate convocazioni separate per le varie rappresentanze sindacali: prima gli stabilimenti del nord, poi Taranto. Agli incontri separati di venerdì al ministero del Made in Italy, le rappresentanze tarantine di Fiom e Uilm non si sono presentate mentre Fim e Usb hanno solo potuto constatare la mancanza di novità rilevanti. Ieri mattina il ministero ha convocato nuovamente incontri separati per la fine della settimana. Ce ne sarà uno per regione con le sole istituzioni locali. «Il governo vuole dividere Nord e Sud, comunità e lavoratori», commenta amaro al presidio un delegato. Forse non è solo il governo
NELLA RELAZIONE del presidente Antonio Gozzi all’assemblea annuale di Federacciai, lo scorso novembre, sono elencate le priorità del settore che, con la produzione tarantina ai minimi termini, resta competitiva producendo acciaio con forni elettrici alimentati a rottami di ferro. Le priorità degli acciaieri italiani, quindi, sono l’approvvigionamento di gas ed energia a costi competitivi, una spinta verso il nucleare, protezionismo europeo per non esportare rottami ferrosi da usare in patria, allentamento delle regole europee su emissioni e obiettivi del Green Deal. Mantenere una produzione di acciaio primario da altoforno nazionale, quindi, non è più una priorità per gli acciaieri italiani, la crisi del gruppo ex Ilva non è la crisi del settore, e la costruzione di un impianto di pre-ridotto a Taranto o altrove può essere una buona idea per affiancare l’uso di rottami ferrosi, a patto che non si crei troppa capacità aggiuntiva da forni elettrici a Taranto, a Piombino o persino a Genova. A Genova, piuttosto, il presidente degli acciaieri italiani aveva già suggerito in passato di concepirsi come stabilimento stand-alone, slegata da Taranto, acquistando coils da trasformare dal migliore offerente.
AL PRESIDIO tarantino trovo facce stanche. Si scherza sulla scarsa partecipazione dei colleghi che hanno deciso di restare a casa. Sono circa 8mila gli operai
Leggi tutto: La notte degli operai ex Ilva mentre Taranto affonda - di Francesco Bagnardi
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