Piano cassa Cinque mesi dopo la sua approvazione, neanche un alloggio pubblico è stato recuperato dal piano casa del governo e tanti passeranno alla gestione privata. Salvini per non fare «alla spagnola» promette miliardi che non ha. Ma per i fondi immobiliari gli incentivi si trovano
Piano cassa Il governo contro il regolamento Ue sugli affitti brevi, che intanto schizzano: +7% nel 2026
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Case popolari a Torino – Foto Jessica Pasqualon/Ansa
«È un piano che si attendeva da 50 anni, l’obiettivo è mobilitare dieci miliardi di euro in dieci anni». Per Matteo Salvini e il suo Piano casa è l’ennesimo giorno della marmotta. Quello degli annunci, incalzato dalla crisi abitativa tornata al centro del dibattito dopo la caduta del governo di Madrid. «La crisi non si risolve alla spagnola limitando la proprietà privata» ha detto ieri il vicepremier leghista.
DEL PIANO CASA dell’esecutivo, a cinque mesi dalla sua approvazione in consiglio dei ministri, in realtà c’è ben poco. I dieci miliardi sbandierati da Salvini sono solo sulla carta, di là da venire e per lo più provenienti da investimenti privati. La «prima gamba» del Piano, ovvero il recupero di 60mila alloggi Erp (17mila concentrati in Lombardia) è tutt’ora ferma perché non è stato pubblicato il bando di Invitalia che dovrebbe dare il via alle riqualificazioni. Che peraltro godono di scarso finanziamento: 1,7 miliardi (pronti ci sono 970 milioni) che significano 28mila euro per alloggio, pochino. Anche il secondo pilastro, un fondo apposito per l’housing sociale, è ancora ai blocchi di partenza. Ieri Invimit, che lo gestisce con una dotazione iniziale di 100 milioni, ha annunciato di aver avviato una consultazione per raccogliere progetti immobiliari da sviluppare in fondi territoriali gestisti da altre Sgr (Società di gestione del risparmio).
IL GROSSO proverrebbe dal terzo pilastro del Piano, un canale preferenziale per gli investimenti superiori al miliardo di euro avanzati da fondi immobiliari che si impegnino a destinare un terzo degli alloggi costruiti a canone calmierato. Dal computo sono però esclusi i locali realizzati a finalità commerciale, che potrebbero ridurre il numero finale di abitazioni costruite. Anche queste, per ora, rimangono wishful thinking: il consiglio dei ministri ha dato il via libera a un unico progetto, presentato da Add capital di Mario Abbadessa, che le indiscrezioni davano inizialmente come coordinatore dei progetti. L’investimento sarà di 1,1 miliardi diluito tra Roma, Milano, Napoli e Genova.
«Mentre il piano casa di Salvini è più in ritardo dei treni, ha azzerato i fondi di sostegno all’affitto e per la morosità incolpevole. Pensa di trasformare l’edilizia sociale in un nuovo terreno di caccia per la rendita immobiliare elargendo incentivi e semplificazioni selvagge per attrarre i fondi immobiliari privati, anche esteri» ha commentato ieri Marco Grimaldi di Avs.
NEL FRATTEMPO il governo prosegue la propria crociata contro l’Affordable house act, il regolamento Ue varato dalla Commissione (che ha ancora bisogno del via libera di Parlamento e Consiglio Ue) che permetterebbe agli enti locali di regolamentare maggiormente – ma senza obbligo – gli affitti brevi nelle aree considerate a «stress abitativo». Un’eresia per la maggioranza, schierata a tutela della «sacralità della proprietà privata». Ieri Salvini, intervenendo al question time alla Camera, si è detto pronto a disapplicare la direttiva nel caso in cui venisse approvata definitivamente, come accaduto per quella relativa alla «case green» (motivo per cui l’Ue ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia e altri otto paesi). «Non penso che limitare gli affitti brevi sia la soluzione ai mali del mondo. E non penso alle grandi società, ma alle famiglie che con un appartamento in affitto hanno un’integrazione del reddito» ha detto il vicepremier. Non è una posizione nuova per il governo, attento a non sfibrare i legami con i consorzi di proprietari immobiliari. Ma è una posizione già sconfessata: l’ha detto la Corte costituzionale a dicembre 2025, respingendo il ricorso di Palazzo Chigi contro la legge regionale toscana che mirava a limitare l’overtourism. I giudici già allora hanno sancito che misure simili «perseguono una funzione sociale», per cui anche a costo di ingerenze, è legittimo «correggere i fallimenti del mercato».
ALLA PROVA DEI FATTI anche la versione dell’«integrazione di reddito» per le famiglie scricchiola. Un rapporto diffuso ieri da Federalberghi (che si è vista sfilare clienti dalle piattaforme che affittano appartamenti) stilato insieme a Inside Aribnb ha fotografato un più 7,2% di annunci su Airbnb ad agosto 2026 rispetto a un anno fa, 571mila in totale in tutta Italia concentrati nelle principali città. E di questi, secondo il rapporto, il 67% sarebbe un’attività economica vera e propria, non un’integrazione di reddito, pubblicati da soggetti che gestiscono più di due alloggi, con casi limite che arrivano alle tre cifre. La replica dell’Aigab: «Il ministro Mazzi ci tuteli».
Commenta (0 Commenti)Allons enfants Contro i tagli e la selezione di classe, si fermano le scuole e le Università in tutta la Francia. Mezzo milione di ragazze e ragazzi in piazza non arretrano davanti alla polizia violenta. Record di fermi dai tempi dell’Algeria: oltre 6.500. Interviene anche Trump: colpa di Islam e migranti
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Studenti delle scuole superiori manifestano a Place de la République a Parigi – foto Ansa
Verso place de la Nation a Parigi, battaglioni di polizia in assetto antisommossa bloccano l’ingresso nella piazza della testa del gigantesco corteo indetto dagli studenti medi e al quale si sono uniti gli universitari e i sindacati. Dei gruppi di ragazzi e ragazze, per lo più giovanissimi, vagano nelle nuvole di gas lacrimogeno, coprendosi il volto con sciarpe e mascherine e passandosi collirio di mano in mano.
Le granate stordenti delle forze dell’ordine esplodono con regolarità in mezzo alla folla, coprendo ogni altro rumore, compreso quello degli oggetti che, lanciati dai giovani, atterrano sui caschi e gli scudi degli agenti. Una ragazza guarda una fila di poliziotti, e dice alla sua amica: «Sembra che stiano facendo una foto di classe…»
IL CORTEO È TROPPO GRANDE per essere bloccato completamente e, piano piano, la folla riempie la piazza. Almeno 100.000 persone hanno sfilato a Parigi secondo gli organizzatori (50.000 secondo il ministero degli Interni), quasi mezzo milione in tutto il paese. Secondo l’Union syndicale lycéenne (Usl) e l’Union étudiante, i due sindacati studenteschi maggioritari rispettivamente negli istituti superiori e nelle università, ieri sono stati chiusi o bloccati «1.800 licei» e il «90% delle facoltà». Secondo il governo, gli istituti chiusi erano 891, su di un totale di circa 3.600.
È stata «una giornata storica», ha scritto in un comunicato l’Usl, che ha invitato a «massificare il movimento», fino a che non vengano esaudite le rivendicazioni dei liceali. Ovvero, secondo un documento dall’Usl: «Abolizione di Parcoursup», la piattaforma di selezione all’università introdotta da Macron nel 2018, «piano d’emergenza di 10 miliardi per l’edilizia scolastica», «assunzioni di massa», «fine della repressione».
«Sono anni che subiamo delle riforme che ci rovinano la vita», dice Mayalen, studentessa di 17 anni in un liceo di Melun, a un’ora di treno da Parigi, venuta alla manifestazione con una trentina di compagni di classe e qualche professore. «Quest’anno la misura era colma, e quando abbiamo visto che alcuni di noi si ribellavano ci siamo detti che era giunto il momento di sollevarsi», dice.
«QUESTI GIOVANI sono molto politicizzati», spiega Simon, uno dei professori del liceo di Melun, venuto anch’egli a manifestare contro il governo assieme ai suoi alunni. «Lo sono più delle generazioni precedenti», dice, citando il genocidio in Palestina, il razzismo, le violenze della polizia e le questioni di genere come fattori chiave per spiegare il sobbollimento dei suoi alunni. Le assemblee, i blocchi, i cortei, «contribuiscono alla loro educazione alla militanza», dice Simon, «cosa che ormai gli permette di tenere testa a qualunque adulto in giacca e cravatta».
SEBBENE TUTTI I PARTITI di sinistra – a parte Place Publique, la struttura di Raphaël Glucksmann – fossero in piazza ieri, le loro bandiere erano praticamente invisibili, sommerse da una quantità inusitata di cartelloni scritti a pennarello dagli studenti, o dagli striscioni dei singoli licei. Sui cartelli, oltre a slogan contro Macron, il governo e il Rassemblement National, campavano soprattutto slogan contro le violenze della polizia commesse in queste settimane. «+ prof, – sbirri», c’era scritto su di uno tenuto da un ragazzo.
DALL’INIZIO DEL MOVIMENTO due settimane fa, più di 215 alunni sono stati feriti. Alcuni gravemente, come un ragazzo di 15 che ha perso la mano sinistra in seguito all’esplosione di una granata della polizia lunedì a Lens. Un ragazzo di 16 anni che ha perso un occhio in seguito a un Lbd, un proiettile di gomma utilizzato dalla polizia, ha sporto denuncia l’altro giorno, cosi come un altro di 14, Eden, al quale un agente ha sparato a bruciapelo un lacrimogeno la settimana scorsa. La sua famiglia ha fatto denuncia per «tentato omicidio volontario». L’Igpn, l’organismo interno della polizia che dovrebbe esaminare i casi di violazione del codice deontologico da parte degli agenti, ha avviato 11 inchieste.
IERI SONO STATE ARRESTATE 488 persone in tutto il paese, cifra che porta il totale dei fermi dal 28 settembre a 6.547, un record che sorpassa persino i Gilet gialli o le rivolte seguite all’omicidio del giovane Nahel nel 2023. Un numero di fermi simili ci fu solamente durante le proteste dei primi anni ‘60 contro l’occupazione francese in Algeria. Il governo ha deciso che le scuole resteranno chiuse a partire da oggi fino alla fine del weekend.
«SIAMO QUI per solidarietà nei confronti di altri licei dove la situazione è più precaria e molto più difficile del nostro», dice Madhi, 17 anni, all’ultimo anno di liceo a Sceaux, con indosso una maglietta del Psg e una catenina d’oro. «Ma anche contro riforme nazionali come Parcoursup o l’orario 8-18» attualmente in vigore nei licei francesi, dice. «Siamo una generazione molto politicizzata», riconosce, «ma in un certo senso in Francia è sempre stato cosi, i grandi movimenti sociali sono sempre iniziati coi liceali».
Mentre dagli Stati uniti arriva addirittura il commento di Trump: «Tutta colpa dell’Islam e dell’immigrazione».
Commenta (0 Commenti)Verso il voto Spinto dalla protesta contro gli sfratti il premier spagnolo Sánchez gioca l’ultima carta: nuovi decreti per la casa e elezioni il 29 novembre. Il Partito popolare ci spera mentre l’ultra destra di Vox cresce nei sondaggi. L’allarme suona per tutti i progressisti europei
Verso il voto Il premier spagnolo scioglie le «Cortes» e convoca le urne per il 29 novembre. Il Pp ora ci spera e Vox cresce nei sondaggi
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Il discorso di Pedro Sánchez dalla Moncloa trasmesso in un bar di Madrid – Foto di Bernat Armangue/Ap
Ed elezioni furono. Come è sua esclusiva facoltà, Pedro Sánchez ha valutato la situazione e ha deciso di sciogliere le camere e convocare le elezioni per il 29 novembre, la prima data utile secondo il calendario elettorale spagnolo.
In una comunicazione ieri mattina davanti alla Moncloa, la sede del governo spagnolo, il premier ha fatto un bilancio complessivo del suo mandato, con l’aria di non volersi affatto arrendere a quella che tutti gli osservatori prevedono essere una sonora sconfitta delle urne. «Ci sono ancora molte ingiustizie da correggere, molti obiettivi sociali da raggiungere e molti problemi da risolvere, in particolare sulle disuguaglianze, i servizi pubblici e l’accesso alla casa» ha detto il premier in un discorso chiaramente già elettorale. «Per fare di più, occorre rinnovare e ampliare il sostegno della gente» e «mobilitarci e garantire in parlamento una maggioranza progressista molto più ampia: una maggioranza capace di superare le élite, conseguire nuovi progressi sociali e proseguire la trasformazione della Spagna».
SE DA UNA PARTE RIVENDICA i successi del suo governo, come essere divenuti «l’economia che più cresce e più lavoro crea di tutta l’Europa» o il fatto che «i nostri livelli di disuguaglianza e povertà, pur rimanendo elevati, sono scesi al livello più basso mai registrato», o di essere «riusciti a potenziare le borse di studio, i congedi di maternità e paternità, il sostegno all’assistenza a lungo termine e la gamma di servizi offerti dal Servizio Sanitario Nazionale» o aver «garantito che oltre la metà della nostra energia provenga da fonti rinnovabili», dall’altra Sánchez si è lamentato della «peggiore opposizione che ha visto la nostra democrazia» e di aver dovuto lavorare in «una congiuntura internazionale molto difficile». Per questo, dice, gli spagnoli devono decidere se «volete che la Spagna rimanga un baluardo di apertura, giustizia sociale e responsabilità ambientale» o «se volete che il nostro paese torni indietro».
Per affrontare la campagna, già oggi nel Consiglio dei ministri il premier è deciso ad approvare nuovamente i decreti per la casa bocciati dal parlamento: ora sarà la diputación permanente del Congresso ad approvarli. Si tratta dell’organo che sostituisce il parlamento quando viene sciolto per il disbrigo degli affari correnti ed è formato da solo 68 deputati più la presidente (socialista). In quest’organo il Partito popolare ha 27 rappresentanti, il Psoe 25, Sumar (gli alleati di Sánchez) 6, così come l’estrema destra di Vox. Gli altri gruppi (Esquerra, Junts, Eh Bildu, Pnv e gruppo misto, in questo caso rappresentati da Podemos) uno ciascuno. Nei fatti, vuol dire che il governo potrebbe approvare i provvedimenti senza il voto di Junts, che aveva affossato i decreti casa la settimana scorsa, ma resta da vedere se i baschi del Pnv, non lontani ideologicamente da Junts, ci stanno.
Che ci metterà il governo in questi nuovi decreti è tutto da capire: anche se non è proibito, sarebbe un po’ problematico argomentare se fossero identici a quelli bocciati venerdì dalla camera nel suo pieno: è chiaro però che ora diventano l’arma principale della campagna elettorale. Ione Belarra di Podemos l’ha sfidato: se vengono bocciati di nuovo, che li approvi ogni mese fino alle elezioni.
IL PRINCIPALE ALLEATO di Sánchez, paradossalmente, potrebbe infatti essere il movimento di piazza. Che ha molto criticato il governo per la poca incisività delle politiche sulla casa. Ma che non smobilita, anzi. «Uno sciopero generale è l’unico modo per rispondere a ciò che la gente chiede, a prescindere da chi sia al potere», ha dichiarato infatti Alicia del Río, portavoce del Sindacato degli Inquilini. La data che si sta discutendo sarebbe proprio a novembre. «Il potere popolare ha inaugurato un nuovo ciclo, in cui sappiamo che il diritto alla casa si conquisterà nelle strade», ha aggiunto. Le elezioni anticipate serviranno per cambiare le Cortes «tenute in ostaggio dalla classe dei rentier». Certo con una maggioranza di destra disinteressata al problema le cose non migliorerebbero.
PER PARTE SUA, il leader popolare Alberto Núñez Feijóo è convinto che questa sia la volta buona per lui, anche se tutti danno per scontato che ciò accadrà solo con l’appoggio dell’estrema destra. «Finalmente», è il commento sulle elezioni del politico galiziano, che accarezza già il potere, spinto da tutte le inchieste che danno Pp e Vox al 50% dei voti, con una solida maggioranza assoluta. Soprattutto grazie a Vox che continua a crescere come la spuma (ora viene dato intorno al 18%). Il Pp, invece, rimane bloccato intorno al 32% dei voti.
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Questo Lunedì Rosso parte da un mondo che sembra chiudersi: su Gaza, sul dissenso, sulla possibilità stessa di immaginare un futuro senza nuove guerre. Ma poi cambia prospettiva. Guarda a chi si ferma, si organizza, reclama spazio e riesce perfino a spostare l’agenda. Perché nelle crepe del presente continuano ad aprirsi possibilità inattese. E vale la pena andarci a guardare. Nella foto: Persone in un bar di Madrid seguono in diretta la dichiarazione del primo ministro spagnolo Sánchez che annuncia le elezioni anticipate per il 29 novembre (Eduardo Parra / Europa Press) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. |
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Tutti a casa A Madrid e in altre 50 piazze spagnole, in centinaia di migliaia manifestano per il diritto a un’abitazione sostenibile: «Abbiamo le chiavi di tutta la Spagna». Sánchez verso le elezioni. Intervista a Pablo Iglesias: «Cambiare l’agenda può evitare un governo di destra»
Tutti a casa In centinaia di migliaia alle mobilitazioni in oltre 50 città spagnole. Madrid fa il pieno. Agitano le chiavi e scandiscono in coro: «I veri invasori sono gli investitori»
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Manifestazione per la casa a Madrid – Foto Ap
Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in oltre 50 città spagnole rispondendo alla chiamata della Confederazione del Sindacato Inquilini, per protestare contro la speculazione immobiliare, per gridare che «i veri invasori sono gli investitori» e invocare lo sciopero generale per il diritto alla casa sancito dall’art. 47 della Costituzione. La mobilitazione ha canalizzato la rabbia per l’affossamento dei due decreti “Maricarmen”. E in questo momento la pressione popolare potrebbe essere cruciale anche sul piano elettorale.
A Madrid la manifestazione è oceanica nonostante il maltempo, e molto variegata: ci sono persone di tutte le età e collettivi di segno distinto, dai centri sociali ai sindacati maggioritari ai collettivi anticapitalisti al partito Podemos. «Abbiamo le chiavi di tutta Madrid!», gridano in coro i manifestanti agitando in aria le chiavi dei loro appartamenti in affitto a pezzi esorbitanti, e sono in molti a pensare che è cruciale mantenere viva la mobilitazione, che ci siano o meno elezioni anticipate a fine novembre.
Il gruppo di trentenni a cui ci avviciniamo – una spagnola, un francese, un argentino e un’italiana, tutti residenti a Madrid – sottolinea che il governo ha avuto otto anni per tentare di risolvere il problema della casa, ma ci ha provato sul serio solo all’ultimo e per pressione popolare.
OPINIONE CONDIVISA è che la coalizione progressista capitanata da Sánchez, vista dai loro rispettivi Paesi di origine, è quanto di meglio esista in questo momento, ma non lo è in senso assoluto ed è fondamentale continuare a mobilitarsi perché le istituzioni mettano in agenda temi fondamentali per la vita delle persone. Clément, che in questi giorni è accampato alla Puerta del Sol, fa notare che «l’unione delle sinistre europee non può basarsi solo sullo spauracchio dell’estrema destra: va costruita. Non possiamo continuare a perderci in mille calcoli sul voto utile».
«Nonostante la paura che nelle prossime elezioni vinca l’estrema destra, quello che sta accadendo può essere un’opportunità perché le persone di sinistra che non sarebbero andate a votare decidano di farlo», commenta Antía. E la sensazione generale tra i manifestanti è che la mobilitazione per la casa, lungi dal danneggiare il governo, possa favorirlo. Anzi, che proprio la scelta di andare a elezioni anticipate il 29 novembre, ancora non confermata, possa costituire una scelta strategica vincente. Riuscirebbe infatti a catalizzare il fermento popolare focalizzandolo su un tema trasversale a gran parte dell’elettorato.
IL PROBLEMA DELLA CASA è molto sentito anche tra gli elettori di destra, come rileva un’indagine di 40dB pubblicata da El País, secondo la quale oltre due terzi della società sarebbe a favore di misure contro il caro prezzi degli affitti, compreso circa il 55% dei votanti del Partido popular e di Vox.
Estrella, ultrasettantenne, è indignata con le destre per l’affossamento delle leggi («Non era neanche tanto, quello che si chiedeva!») e si augura che il Partito socialista vinca le elezioni e abbia un’altra possibilità. Rosanna, che possiede la sua casa e ne affitta un’altra a un prezzo onesto, non ha dubbi sulla responsabilità del fallimento dei due decreti: «Il governo non ha fatto abbastanza ma la responsabilità è di Junts, di Vox e del Pp, che stanno dalla parte dei grandi proprietari». Gema, insegnante di scuola pubblica da 34 ani, iscritta al sindacato maggioritario Comisiones Obreras, ci tiene a precisare: «Ho un casa di proprietà perché ho vissuto in un’epoca in cui era possibile comprarne una con uno stipendio normale, mentre adesso le persone come me non possono permettersi nemmeno di affittarla. È una situazione insostenibile».
LE MANIFESTAZIONI più partecipate, oltre a quella madrilena, si sono tenute alle Canarie e a Valencia, dove l’irruzione di alcuni manifestanti nel Palau de les Arts, in cui si stava svolgendo una fiera immobiliare, ha scatenato cariche della polizia con uso di proiettili di gomma e lacrimogeni. La grande manifestazione prevista a Barcellona è stata rimandata a lunedì per il temporale: si prevede che arrivi fino a L’Hospitalet de Llobregat, dove lo scorso 7 settembre Olga Matute si è tolta la vita a 54 anni, pochi mesi dopo essere stata sfrattata. La manifestazione è dedicata a lei.
Commenta (0 Commenti)Idealista Il diritto alla casa travolto dal diritto alla rendita: in Spagna Pedro Sánchez cade sui decreti-vivienda, forse la sua decisione più popolare. Contro l’ultimo governo progressista della Ue, i catalani-padronali dell’esule Puigdemont. Elezioni a fine novembre? La grande "acampada" di Madrid in strada già oggi
Idealista Il solo vero governo di centrosinistra rimasto nella Ue abbattuto dai filo-proprietari dell’indipendentista catalano Puigdemont
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Pedro Sanchez parla durante la sessione plenaria della Camera bassa del Parlamento spagnolo – foto Ansa
Il governo di Pedro Sánchez è arrivato al capolinea. Con tutta probabilità verranno indette elezioni anticipate per il 29 novembre. I due decreti Maricarmen su cui il governo puntava tutto per rilanciare l’azione politica sono stati clamorosamente battuti in parlamento: 178 no contro 172 sì. Il messaggio politico è cristallino: il governo non riesce neppure a far passare un decreto sull’emergenza casa, il tema che più preoccupa la maggior parte degli spagnoli. Senza neppure una finanziaria approvata dal 2023, non ha più senso andare avanti altri sei mesi.
IL GIUSTIZIERE di Sánchez è Junts, il partito indipendentista catalano guidato dall’ex president Carles Puigdemont ancora in esilio (il Tribunale supremo si è rifiutato di applicargli l’amnistia, anche se proprio in questi giorni il Costituzionale dovrebbe sbloccare la situazione in suo favore) che contro ogni pronostico ha deciso di votare No. Stavolta sembrava che la pressione delle piazze, le acampadas a Madrid e in altre città, la patente ingiustizia dello sfratto per l’avidità di un fondo immobiliare contro una signora 87enne in sedia a rotelle che aveva pagato per 70 anni il suo affitto avessero fatto il miracolo di ammorbidire il partito della caotica coalizione che appoggia Sánchez che più si opponeva alle misure di tutela degli inquilini.
E INVECE NO: giovedì in tarda serata Junts ha deciso di opporsi anche a questa misura, come già aveva fatto in tre occasioni precedenti su decreti destinati a proteggere gli inquilini dall’avidità di un sistema speculativo ormai implacabile. L’insensibilità di Pp e Vox, che hanno cercato con tutti i mezzi di riportare il dibattito sui migranti e su Ceuta per non parlare dell’emergenza casa, non sorprende nessuno. Ma su Junts il governo aveva puntato tutto: addirittura separando in un secondo decreto la misura che sapeva più indigeribile per i sette deputati capitanati dall’altezzosa imprenditrice tessile Miriam Noguera: il rinnovo automatico degli affitti. Niente da fare: Noguera e i suoi non hanno neppure preso in considerazione l’ipotesi di astenersi.
«QUESTI DECRETI non li firmerebbe nessun giurista», ha detto in evidente difficoltà argomentativa la portavoce di un partito che difende gli interessi dei rentier al Congresso. «Non fermano i fondi-avvoltoio, non fermano la speculazione e che si continui a sfrattare», ha detto, abbracciando tesi lontane dalle sue. E per di più, dice, ottengono l’effetto contrario. «Più di 4000 appartamenti – ha sostenuto – sono stati ritirati dal mercato da quando avete varato i decreti». In un clima tesisissimo, proprio da apertura di campagna elettorale, il portavoce del principale competitore catalano di Junts, Gabriel Rufián di Esquerra Republicana, era veemente: mostrando una banconota da 50 euro ha detto a Nogueras che è quella la loro vera bandiera, la loro e quella di Pp e Vox, altro che la estelada catalana. L’ha accusata di avere interessi immobiliari che «fottono» migliaia di persone. «È denunciabile, è censurabile», ha esclamato. Per concludere: «Sí, viva la Catalogna libera (il motto indipendentista, ndr), libera da voialtri». E una promessa: «Finché resterò in politica, mi impegnerò affinché finiate nel più totale ostracismo».
SE LA MINISTRA della casa, la socialista Isabel Rodríguez aveva riassunto il suo discorso in difesa di un decreto che obiettivamente arriva tardi ed era poco ambizioso in «o la gente, o gli avvoltoi», è stato il ministro del consumo di Sumar, Pablo Bustinduy, come sempre il più incisivo ed efficace: «Ogni sfratto dopo questo voto porterà i nomi e i cognomi di coloro che oggi voteranno no a questi decreti», ha detto in un discorso molto accorato.
IL VOTO PALESE, poco abituale, chiesto dai socialisti e da Sumar, servirà sicuramente a questo nella prossima campagna elettorale: i no saranno carne da meme. E ha aggiunto: «Non si tratta di aritmetica parlamentare: oggi è conflitto di classe. Voi difendete un’oligarchia internazionale che ricava il reddito dagli stipendi delle classi lavoratrici, guadagnati con il loro sforzo, per distribuirselo come dividendo». Per concludere: «Si può gridare a squarciagola ‘Spagna’ o ‘Catalogna’, ma votare contro il decreto significa votare contro il proprio popolo per sventolare la bandiera della rendita».
SÁNCHEZ È INTERVENUTO a sorpresa poco prima di un voto che ormai era perduto. «È evidente che le misure non risolveranno da sole tutti i problemi abitativi ma è innegabile che contribuiranno ad attenuarli», ha riconosciuto con un’onestà intellettuale poco abituale. Per chiudere con un tono davvero elettorale: «La storia vi giudicherà prima di quanto pensiate e più severamente di quanto immaginiate». Eppure ha deciso di prendersi il fine settimana prima di convocare le elezioni, la cui data più probabile sembra proprio il 29 novembre, oppure il 13 dicembre.
Forse aspetta di vedere come reagiscono le sue rilevazioni demoscopiche e le piazze: da Madrid, da Barcellona e da ogni città dove questa settimana è nata una acampada arriva forte il grido “sciopero generale”. Per oggi era già stata convocata una manifestazione a Madrid, e almeno un sindacato nazionale, la Cgt (di tradizione anarcosindacalista) ha promesso di convocarlo se il Sindacato Inquiline glielo chiede. Quest’ultimo rinnova le sue cariche questo fine settimana: saranno i nuovi dirigenti a decidere.
INTANTO PP E VOX chiedono come sempre di andare al voto: il leader popolare Alberto Núñez Feijóo ha accusato Sánchez di usare la casa come «manovra elettorale». E si è detto pronto ad affrontare le elezioni: «Metta una data, noi ci saremo». Sumar, senza un candidato, si riunisce domani per decidere come affrontare la corsa elettorale.
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