Scorte esaurite, il carburante scarseggia, chiudono fabbriche e benzinai. Non è più solo speculazione, Europa e Asia le più colpite dagli effetti della guerra all’Iran. Trump allontana la fine, crollano i mercati. I Paesi europei studiano «ogni opzione» per riaprire Hormuz
I riservisti Crisi energetica: la scarsità ora è reale
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Un rider fa benzina dopo una lunga fila alla pompa a Quezon City, nelle Filippine – Foto Ap/Aaron Favila
Trump ha parlato di nuovo. Lo schema è il solito: mercati ancora aperti, indiscrezioni su una rapida chiusura della guerra contro l’Iran, petrolio giù, borse su. Poi, a contrattazioni chiuse, arriva il discorso alla nazione: «Nei prossimi giorni colpiremo duramente l’Iran, lo riporteremo all’età della pietra». Così, alla riapertura, il prezzo del greggio riparte e i listini crollano.
Nell’oscillazione dei prezzi c’è chi guadagna e chi perde. Tra i primi, quelli che hanno fiuto o che sanno prima degli altri.
Nel frattempo, mentre il biscazziere della Casa bianca «gioca» con i mercati, lo choc energetico prende una piega sempre più pericolosa. Finora la scarsità di petrolio (e gas) è stata in gran parte artificiale, alimentata dalla speculazione. Ora, però, rischia di diventare reale. E riguarda soprattutto Europa e Asia, le aree più esposte alla rotta del Golfo. Gli Stati uniti hanno margini maggiori grazie allo shale oil, ma non sono immuni: un gallone di benzina costa già cinque dollari, con punte di 6,5 in California.
PAUL KRUGMAN, premio Nobel per l’economia, lo dice chiaramente: «Questo aumento dei prezzi è stato speculativo», guidato dall’aspettativa di carenze future. Ma il passaggio decisivo è imminente: «Il periodo di grazia sta per finire. Le consegne ai mercati asiatici termineranno questa settimana; quelle all’Europa la prossima». A quel punto, avverte, «il tempo delle chiacchiere sarà finito».
E i segnali, già oggi, sono eloquenti. Come racconta il Financial Times, nelle Filippine lo stato di emergenza energetica ha ridotto consumi e attività: ristoranti vuoti, lavoro a rischio, telelavoro. In Bangladesh si spengono luci e condizionatori negli uffici pubblici e la distribuzione di carburante subisce interruzioni. In Pakistan, addirittura, il campionato nazionale di cricket si gioca in stadi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante.
In prospettiva, i rischi sono enormi. Clemence Landers, economista del Center for Global Development di Washington, disegna uno scenario cupo: «Quando si assiste a settimane lavorative più brevi o a aziende che riducono l’orario, si tratta di una distruzione della domanda», con effetti immediati su produzione e redditi.
L’Asia appare come il primo anello debole. Con lo Stretto di Hormuz bloccato, la maggioranza dei flussi energetici è inibita. Le economie emergenti, più energivore e con meno spazio fiscale, sono le prime a cedere: giù consumi e produzione, su l’inflazione. Una spirale che porta dritto verso la stagflazione, almeno per ora.
MA I SEGNALI si moltiplicano anche altrove. In Australia, ben 470 stazioni di servizio sono rimaste senza carburante negli ultimi giorni. In Europa la direzione è
Commenta (0 Commenti)Scarso aiuto in Iran, Trump minaccia di uscire dal Patto atlantico. Ma l’Europa è sempre più renitente: la Ue schiera gli avvocati, Starmer convoca una “coalizione per Hormuz”, nessuna cancelleria europea fa un passo avanti. E molte fanno piccoli passi indietro
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Donald Trump e Mark Rutte – (AP Photo/Evan Vucci)
Donald Trump è tornato a mettere in discussione uno dei cardini dell’ordine occidentale del dopoguerra, rilanciando con toni ancora più espliciti la possibilità di un’uscita degli Stati uniti dalla Nato. Questa non è più solo una minaccia agitata in campagna elettorale: nel pieno della crisi internazionale legata alla guerra con l’Iran, in un’intervista rilasciata al quotidiano britannico The Telegraph il presidente Usa ha dichiarato di stare «assolutamente» considerando il ritiro dall’Alleanza, definita una «tigre di carta», accusando gli alleati europei di non averlo sostenuto sul piano militare.
ALLA DOMANDA se avrebbe riconsiderato l’adesione degli Usa al blocco, dopo la fine del conflitto con l’Iran, Trump ha risposto senza sfumature: «Sì, direi che è possibile riconsiderarla».
Le dichiarazioni arrivano al culmine di una frattura già evidente. Diversi Paesi europei hanno rifiutato di partecipare alle operazioni statunitensi nel Golfo e, in alcuni casi, hanno negato l’uso di basi e spazio aereo, segnando una distanza politica inusuale nella storia dell’Alleanza. Ed è in questo contesto che Trump sta rilanciando una linea coerente con la sua visione geopolitica transazionale: le alleanze non sono sistemi multilaterali ma rapporti condizionati da un ritorno immediato e misurabile.
GIÀ POCHI GIORNI prima, parlando da Miami, Trump aveva messo in dubbio il principio stesso della difesa collettiva, lasciando intendere che gli Stati uniti «non devono per forza esserci» per gli alleati, soprattutto se questi non ricambiano il sostegno americano. Un’affermazione che colpisce al cuore l’articolo 5 del trattato Nato, che dal 1949 garantisce che un attacco contro uno Stato membro verrebbe considerato un attacco contro tutti.
La novità rispetto al passato è il nesso diretto tra questa posizione e la guerra in corso. La mancata adesione europea alla strategia americana nello stretto di Hormuz ha trasformato una tensione strutturale in uno scontro aperto. Le dichiarazioni di Trump sono arrivate il giorno dopo l’esortazione del tycoon ai Paesi europei a «tirare fuori un po’ di coraggio» e cominciare a «imparare a difendersi da soli», avvertendo che gli Stati uniti non li avrebbero più aiutati a proteggere le navi in transito nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha di fatto bloccato le spedizioni di petrolio.
A DARE MANFORTE a Trump è arrivato il segretario di Stato Marco Rubio, che da Fox News ha fatto eco alle parole del presidente dichiarando che, una volta concluso il conflitto con l’Iran, gli Usa dovranno «riesaminare» il valore dell’alleanza. Rubio ha affermato che da senatore è stato «uno dei più strenui difensori della Nato» perché «vi riconosceva un grande valore». Ma gran parte di questo valore risiedeva nella presenza di basi militari in Europa, che permettevano alle forze armate statunitensi «di proiettare la propria potenza in diverse parti del mondo. Se ora siamo arrivati al punto in cui l’alleanza Nato significa che non possiamo più utilizzare queste basi per difendere gli interessi americani, allora la Nato è una strada a senso unico».
A DIFENDERE L’ALLEANZA è arrivato il primo ministro britannico Keir Starmer, definendo la Nato «l’alleanza militare più efficace che il mondo abbia mai visto» e
Leggi tutto: Usa fuori dalla Nato, la minaccia di Trump: assolutamente forse - di Marina Catucci
Commenta (0 Commenti)L’Italia nega l’atterraggio a Sigonella a un bombardiere Usa diretto in Iran. È accaduto venerdì scorso ma era già successo in passato, perché gli accordi non lo prevedono. Una volta diffusa la notizia, il governo si spaventa. Meloni e Crosetto: restiamo collaborativi con Washington
Livello base Il ministro italiano nega l’atterraggio degli aerei diretti in Iran. Poi si affretta comunque a rassicurare il Pentagono
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L'esterno della base italiana di Sigonella – (foto 2011 - ANSA/ORIETTA SCARDINO)
Il governo italiano non ha autorizzato l’atterraggio nella base di Sigonella di alcuni bombardieri statutintensi. La notizia, poi confermata, è apparsa ieri mattina sul sito del Corriere della sera a firma di Fiorenza Sarzanini.
GLI AEREI erano già in volo quando, venerdì scorso, hanno chiesto di atterrare: a quel punto l’Aeronautica militare, verificato che non si trattava di voli logistici, lo ha comunicato al capo di Stato maggiore, il generale Luciano Portolano, che a sua volta ha rimesso la decisione al ministro della Difesa Guido Crosetto. La premier è stata informata e la scelta è stata presa di comune accordo. Anche il Quirinale è stato avvisato a stretto giro ma in ogni caso l’autonomia sarebbe spettata all’esecutivo, sulle cui decisioni il Colle non aveva intenzione in ogni caso di interferire.
IL PUNTO ad ogni modo non è la decisione di non far atterrare gli aerei diretti in Medio Oriente, in passato ciò sarebbe già avvenuto altre volte, spiegano al manifesto fonti della Difesa, senza che il resto del Paese ne venisse informato. Il discrimine è per l’appunto che la cosa non diventi di dominio pubblico: la differenza tra assumere una decisione in base agli accordi bilaterali stipulati e trasformare la vicenda in uno schiaffo a Washington in pubblica piazza rischia di diventare dirimente, a maggior ragione vista la volubilità del presidente Usa, non nuovo a bacchettare gli alleati.
È POSSIBILE ALLORA che, prima ancora che una questione di relazioni istituzionali, la faccenda abbia a che fare soprattutto con la politica interna: la sconfitta referendaria per buona parte della maggioranza sarebbe da attribuire anche un’insofferenza verso la guerra in Iran (e il suo caro prezzi, con interventi limitati da parte dell’esecutivo) e alla convinzione che il governo sia prono alle decisioni della Casa Bianca che al più «non condivide e non condanna». Condividere il diniego verso Sigonella aiuterebbe a recuperare terreno su quel versante, è l’ipotesi condivisa da parlamentari di centrodestra e di centrosinistra. E proprio ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni hafatto sapere che si presenterà davanti alle camere il 9 aprile per riferire sulle prossime mosse del governo.
EPPURE CROSETTO ieri veniva descritto come particolarmente furente per la faccenda che rischiava di diventare un bel guaio. Il ministro ha rilasciato un commento solo diverse ore dopo che la notizia era emersa, smarcandosi da qualsiasi presa di distanza dagli Stati uniti: «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato», ha scritto su X. Poi rispondendo a un altro utente ha specificato: «In realtà ho detto che non siamo servi di nessuno, rispettiamo gli impegni presi e li facciamo rispettare agli altri».
A stretto giro è arrivata anche una nota di Palazzo Chigi, dal sapore particolarmente freddo: «Si ribadisce che l’Italia agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere. La linea dell’esecutivo è chiara, coerente e già pienamente condivisa con il Parlamento, senza alcuna modifica. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione». La linea rossa è non sembrare simili al premier spagnolo Sànchez, le cui prese di posizione contro la guerra in Iran e l’amministrazione Usa sono state criticate anche in Parlamento dalla maggioranza, ma senza nemmeno apparire sottomessi all’alleato d’oltreoceano.
E la linea del governo sembra non dispiacere all’amministrazione nordamericana: «L’Italia rispetta i trattati e fornisce sostegno garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo alle forze statunitensi», ha commentato all’Ansa un funzionario del Pentagono. Per il Pentagono, l’affaire Sigonella sembrerebbe chiuso, dichiarandosi soddisfatto dalla ricostruzione fornita dal ministero della Difesa e da Palazzo Chigi.
NON SI PUÒ DIRE LA STESSA cosa per le opposizioni, che hanno continuato a
Leggi tutto: Crosetto dice no ai bombardieri americani in Sicilia - di Michele Gambirasi
Commenta (0 Commenti)Israele introduce la pena di morte per i palestinesi, voluta dall’ultradestra di Ben Gvir e sostenuta da Netanyahu: impiccagione e nessuna possibilità di appello. L’ultima conferma di un’apartheid conclamata. Inutili le flebili e tardive proteste delle cancellerie europee
L’unica democrazia Il parlamento approva la legge voluta da Ben Gvir e appoggiata dal premier: impiccagione e nessuna possibilità di appello
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Prigionieri palestinesi nel centro di detenzione israeliano di Sde Teiman foto Breaking the Silence – (Breaking The Silence via AP)
Violenza e suprematismo sono i due principi fondamentali su cui si regge la legge approvata ieri dal parlamento israeliano. Quel cappio che i deputati e le deputate hanno esibito con orgoglio dai banchi della Knesset è il sigillo legale di un sistema che valuta le vite dei palestinesi meno di niente e che, soprattutto, attribuisce allo Stato ebraico un primato etico tale da permettergli di formulare norme rimanendone però immune.
LA LEGGE CHE PREVEDE la pena di morte per i palestinesi rappresenta una conquista personale per il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, esponente dell’estrema destra e leader del partito Potere ebraico, che distribuisce armi a coloni e residenti di Gerusalemme, ma solo nei quartieri ebraici. Ha portato avanti sui social e nelle strade una campagna elettorale violentissima, promettendo morte ovunque si trovasse. Ha inondato i social di video in cui parla di affogare, strangolare, folgorare, avvelenare i «terroristi». È così che figure come Ben Gvir chiamano i palestinesi.
La norma, approvata con 62 voti favorevoli e 48 contrari, prevede l’impiccagione. Mira non solo a consentire, ma a obbligare i tribunali che giudicano i palestinesi a pronunciare la condanna a morte. Formalmente Israele già prevedeva l’eventualità della pena capitale, alternativa all’ergastolo, in caso di omicidio, anche per i suoi cittadini; nella sua storia, tuttavia, è stata applicata una sola volta, nel 1962, contro il nazista Adolf Eichmann.
LA NUOVA LEGGE introduce la condanna a morte esclusivamente per coloro accusati di crimini «nazionalistici», definiti «terroristici», ossia per i palestinesi. L’applicazione delle norme ordinarie resta invece garantita per i cittadini israeliani che commettono un omicidio. La formulazione stessa del reato costituisce un’esenzione per i soli cittadini ebrei: l’atto deve essere commesso «con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele». Ai tribunali sarà consentito commutare la pena capitale in ergastolo solo in presenza di imprecisate «ragioni speciali» o «circostanze eccezionali».
LA CORTE POTRÀ disporre l’esecuzione anche in assenza di una specifica richiesta dell’accusa e non sarà richiesta l’unanimità tra i giudici. La pena sarà immediatamente applicabile in tutti i territori occupati da Israele: la Cisgiordania e parte della Striscia di Gaza. Saranno già i militari, durante le indagini, a qualificare un atto come «terroristico» e, dal momento in cui il tribunale emetterà la condanna, l’amministrazione penitenziaria avrà 90 giorni per eseguirla. Il limite temporale è concepito per impedire appello o clemenza. È anche per questo che alcuni rappresentanti politici e militari israeliani hanno avvertito che la legge potrebbe violare il diritto internazionale ed esporre gli ufficiali a mandati di cattura.
NON SONO BASTATI questi avvertimenti, né le deboli obiezioni di Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia, che hanno pubblicato una dichiarazione congiunta la scorsa domenica. Nel documento, pur riconoscendo il «carattere discriminatorio» della norma, si contesta soprattutto il ricorso alla pena di morte in generale, descritta dai quattro Paesi europei come una «forma di punizione disumana e degradante».
Il ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani, intervistato da Bruno Vespa, ha dichiarato che il documento è servito a segnalare a Israele che nella legge «ci sono delle cose che non vanno».
Ma tra i banchi della Knesset, in prima fila a votare a favore, era presente anche il
Leggi tutto: Il cappio israeliano: sì alla pena di morte, solo per i palestinesi - di Eliana Riva
Commenta (0 Commenti)Un Lunedì Rosso dedicato alla contestazione del potere.
Le piazze No Kings in tutto il mondo fanno da controcanto alle scelte belliciste dei leader mondiali.
Anche nella sinistra italiana, dopo il referendum, si apre la contesa per il futuro o la futura candidata di un campo largo tutto da costruire.
Ma è davvero il momento di pensare ai leader?
Per la pensatrice, artista e attivista Virginie Despentes la porta della gabbia è sempre aperta e si può scegliere di non farsi soggiogare.
Nella foto: Manifestazione No Kings a New York. Via Andrea Renault/STAR MAX
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Il cardinale Pizzaballa è stato bloccato dalla polizia israeliana: dopo molte critiche, nella serata di domenica gli è stato permesso di andare
Domenica sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, potrà celebrare la messa alla basilica del Santo Sepolcro, che si trova nella Città Vecchia della città. Lo ha deciso dopo che in mattinata la polizia israeliana glielo aveva impedito: questo aveva causato molte critiche a Israele, da parte di diversi leader internazionali.
Domenica mattina Pizzaballa era con padre Francesco Ielpo, custode ufficiale della chiesa del Santo Sepolcro, dell’ordine dei frati minori custodi della Terra Santa. I due, che rappresentano le più alte cariche per la Chiesa cattolica in quella zona, stavano raggiungendo la basilica per celebrare la messa della domenica delle Palme, la festa della tradizione cristiana in cui si ricorda il giorno in cui Gesù entrò per l’ultima volta a Gerusalemme.
Nel suo post Netanyahu ha detto che la decisione di impedire l’utilizzo della basilica era stata presa come misura di protezione da un possibile attacco iraniano, e che per questo motivo nei giorni scorsi aveva chiesto ai credenti ebrei, musulmani e cristiani di non pregare nei luoghi di culto che si trovano nella città vecchia di Gerusalemme.
La Basilica del Santo Sepolcro è una delle chiese cristiane più importanti al mondo poiché secondo la tradizione è costruita nella zona in cui sarebbero avvenute la crocifissione, l’unzione, la sepoltura e la resurrezione di Gesù Cristo. Da quando è cominciata la guerra tra Israele e Hamas nell’ottobre del 2023, la polizia israeliana ha aumentato molto i controlli e ridotto le libertà delle persone che vivono a Gerusalemme, per esempio vietando gli assembramenti pubblici.
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