Nuova piroetta prima del vertice anti-antifa convocato da Rubio: si cambia sottosegretario. Salvini stoppa il leghista Molteni e Meloni invia negli Usa il suo fedelissimo Prisco. Gli altri europei non si espongono, ma della compagnia farà parte l’argentino con la motosega Milei
Vertice anti-Antifa Contrordine camerati: non sarà più il leghista Molteni ma il sottosegretario agli Interni Prisco a rappresentare l’Italia
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La premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi in occasione dell’incontro con il segretario di Stato Usa Marco Rubio
Va un diplomatico, giusto un osservatore spedito per cortesia. No, no, contrordine di Giorgia Meloni in persona: al vertice di Rubio sulla lotta al terrorismo rosso andrà un sottosegretario agli Interni, Nicola Molteni, leghista di stretta osservanza salviniana. Macchè, Molteni non si muove da Roma, parola appunto di Salvini. Allora troviamo qualcun altro! Chi? Emanuele Prisco, che è sempre sottosegretario agli Interni, però tricolore e di assoluta fede meloniana.
SARÀ DUNQUE PRISCO a rappresentare l’Italia al summit convocato per giovedì a Washington dal segretario di Stato Rubio. Obiettivo: allargare al mondo la crociata anticomunista annunciata sin da ottobre da Trump, ma dispiegatasi in pieno solo con il discorso del 4 luglio. In patria se ne occuperà Sebastian Gorka, già spalla di Bannon e sospetto di legami stretti con l’estrema destra ungherese, Paese da cui proviene. Ma la piovra “antifa” è ovunque e ovunque rappresenta una minaccia per l’America. Avvalorare quella visione significa pertanto esporsi a intromissioni americane di ogni tipo. Anche per questo l’intera Europa ha accolto con gelo e fastidio l’invito di Rubio.
Tra i 60 paesi destinatari del cortese invito solo due hanno per ora non solo annunciato l’adesione ma anche indicato un rappresentante del governo: l’Argentina di Milei e l’Italia di Meloni. I grandi Paesi europei non hanno fatto sapere niente. È possibile che alcuni, debitamente pressati, mandino alla fine un rappresentante, probabilmente un diplomatico in veste di osservatore. La stessa postazione defilata, trattandosi esplicitamente di «vertice ministeriale», sulla quale fino a sabato era deciso ad attestarsi anche il governo italiano. Poi è arrivata la telefonata di Meloni, forse dovuta a un suo ripensamento, più probabilmente perché messa alle strette dal Dipartimento di Stato americano, ed è cambiato tutto. In entrambi i casi il significato del cambio in corsa è identico. Rubio, tra i pezzi da novanta dell’amministrazione Trump, è quello che più si spende per limitare almeno i danni dello strappo col presidente. Meglio evitare di perdersi anche lui per uno sgarbo.
ANCHE PERCHÉ, pur ostentando gelida distanza come ha fatto ad Ankara, la premier al rapporto con gli Usa, e nonostante tutto con lo stesso Trump, ci tiene eccome. Senza contare che anche qui, come oramai in tutto, aleggia l’ombra sgradita di Vannacci. Il terreno della sicurezza è uno di quelli sui quali la sfida del leader di Futuro nazionale alla destra di governo è più frontale. A palazzo Chigi non è certo dissipato il dubbio che proprio su Vannacci punti nella sua ira funesta il presidente Usa per disarcionare Meloni. Insomma: meno spazio si lascia al generale, meglio è.
L’ULTIMA PIROETTA la annuncia il leader della Lega: «Abbiamo interventi sul Patto immigrazione da seguire in commissione. Non penso che Molteni riuscirà ad andare da nessuna parte». Giustificazione esile. Più probabilmente, l’ordine di disertare il vertice è partito direttamente da Salvini, forse perché irritato dal cordone sanitario che lo taglia fuori dal Viminale e da ogni gestione della sicurezza. Il cambio della guardia tra i due sottosegretari agli Interni non modifica né il quadro né le sue implicazioni, denunciate dall’opposizione e con particolare determinazione da Avs. «Il governo italiano resta legato a doppio filo all’Internazionale nera capeggiata da Trump La partecipazione del governo italiano, anche se limitata a un sottosegretario, sarebbe in ogni caso gravissima», martella il capogruppo al Senato De Cristofaro. La scelta di considerare sospetti di terrorismo “gli antifa”, definizione estensibile a volontà, permetterà agli agenti di Trump di prendere di mira qualsiasi opposizione, in una specie di resurrezione grottesca del maccartismo, stavolta senza più i comunisti da mettere all’indice.
SE L’ITALIA, come appare probabile, sarà il solo Paese europeo presente a pieno titolo al summit, allora la scelta di restare comunque quanto più vicini possibile all’America di Trump sarà palese. E sarà significativo anche che tra i grandi paesi occidentali solo quelli in cui la destra è al governo accreditino una crociata contro il dissenso travestita da lotta contro un terrorismo fastasma.
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Oggi un Lunedì Rosso dedicato ai nemici. Quelli costruiti dalla politica, come gli “antifa” evocati da Donald Trump e rilanciati dalle destre europee. Quelli colpiti dalle guerre, dalle espulsioni e dalla violenza dei coloni. Quelli dimenticati nelle carceri, nei ghetti del lavoro agricolo o ai margini della rivoluzione digitale. Perché ogni nemico racconta anche chi resta invisibile.
Nella foto: Tre ragazzi giocano nelle acque dello Stretto di Hormuz. Sullo sfondo, una colonna di fumo si alza dopo un’esplosione al largo di Bandar Abbas, in Iran. 13 luglio 2026 (Razieh Poudat/ISNA via AP).
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Trump assicura che il passaggio delle navi è consentito: "Li abbiamo colpiti duramente". Secca risposta di Teheran: "Il transito non è possibile". Il consigliere di Khamenei: "Hormuz è più importante di decine di bombe nucleari". Terzo round di raid incrociati nel Golfo Persico
L'Iran ha dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz, mentre gli Stati Uniti hanno insistito sul fatto che rimanesse aperto per permettere il transito di petrolio e gas.
Prima dell'inizio della guerra, il 28 febbraio, il passaggio attraverso Hormuz era libero, ma ora Teheran insiste sul fatto che controllerà lo Stretto, mentre Washington continua a sostenere che non può farlo. "In seguito di questo incidente, lo Stretto di Hormuz sarà chiuso fino a nuovo avviso e fino alla fine degli interventi americani in questa regione", hanno dichiarato i Guardiani della Rivoluzione citati dall'agenzia di stampa statale Irna.
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Renitenza alla leva La rivolta di Leopoli non è un caso isolato. Forti disuguaglianze sociali alla base delle ragioni di chi non vuole combattere
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Scontri con il personale addetto al reclutamento militare e con la polizia a Leopoli, Ucraina
«Attenzione, nebbia» dice l’applicazione del gps emettendo un suono d’allarme. Sono le 6 del pomeriggio e l’aria è limpida seppure fresca. Svoltato l’angolo c’è un posto di blocco improvvisato, la strada è chiusa da transenne e birilli e il traffico è convogliato tra due file di militari e poliziotti con le armi ben in vista. Fermano tutti gli uomini e li fanno accostare, provano anche con noi ma «italiano» e il passaporto sono il nostro lasciapassare. Agli altri controllano i documenti di identità e quelli militari, se ne hanno. C’è un’aria tesa, nessuno parla più del dovuto. Dall’altro lato della strada una decina di militari con il passamontagna e il mitra controllano che nessuno faccia storie.
COME A LEOPOLI tre giorni fa dove degli agenti del Tcc (Centri di reclutamento territoriale) sono quasi stati linciati. La dinamica è piuttosto comune: i reclutatori fermano un uomo sui 30 anni per controllargli i documenti, dai quali risulta che il soggetto è stato richiamato ma che non si è presentato. Ne nasce un’accesa discussione, ma mentre i toni si alzano una folla si raduna intorno e diventa sempre più aggressiva. Gli agenti si barricano in macchina, mentre la folla – oltre 200 persone secondo la procura ucraina – urla «vergogna!» e da tutti i lati arrivavano calci e botte, tanto da far traballare il grosso 4×4. Non riuscendo a ribaltarlo un uomo sale sul cofano e prova ripetutamente a frantumare il parabrezza con un sasso. Il caso ha avuto una grande eco mediatica: ma come, nel tranquillo ovest, dove non si fa che ripetere «fino a cacciare l’ultimo russo dal territorio nazionale», da dove vengono molti dei reparti che in Donbass sono in prima linea (58mila uomini in servizio attivo, secondo il sindaco Andriy Sadovyi) gli ucraini non vogliono fare il proprio dovere? Sembra proprio di no, almeno quei 200 identificati l’altra sera.
«La situazione è molto grave – ha dichiarato Zelensky – l’atteggiamento verso le persone in uniforme è molto negativo e non dovrebbe essere così». Ma non si tratta di un caso isolato, un video meno scenografico ma con una dinamica simile è arrivato da Odessa qualche mese fa. In quell’occasione gli agenti erano riusciti a prendere il renitente e lo stavano per «busificare», salvo poi doverlo lasciare perché dai palazzi sono arrivati una ventina di uomini che li hanno circondati e malmenati. E sui canali Telegram e nelle chat cittadine si diffondono gli allarmi sui posti di blocco e si passa parola.
GLI UCRAINI HANNO CONIATO il verbo «busificare» per indicare la cattura: deriva dal fatto che gli agenti del reclutamento molto spesso arrivano su pullmini civili anonimi, si fermano all’improvviso in mezzo alla strada e tirano dentro tutti i maschi in età da leva che incontrano. Poco importa se l’uomo in questione ha i documenti in regola, un’esenzione o è già arruolato ma magari si trova in licenza. L’importante è il numero di persone che si portano ai centri di reclutamento, il Tcc lavora a cottimo.
Si stima che in Ucraina al momento ci siano oltre due milioni di civili ricercati per renitenza alla leva e almeno altri 200mila soldati «assenti senza permesso» (Awol). Cifre fornite dal ministro della Difesa Mykhailo Fedorov a gennaio di quest’anno. Sul Kyiv Independent il capo di Ukranian security club, Igor Goncharenko, ha parlato apertamente di un «problema politico e sociale che si sta trasformando in una minaccia di sicurezza». I politici di Kiev hanno invocato «risposte rapide e inflessibili», segno evidente di timore.
Il fatto è che la guerra spaventa e l’idea che tra non molti mesi potrebbe finire contribuisce ad aumentare la determinazione a non farsi trovare. Senza contare un altro milione di ucraini in età abile all’estero, per i quali Kiev vorrebbe l’estradizione e l’Ue (con Von der Leyen come sponsor) potrebbe anche iniziare ad accontentarla. Almeno a parole, dato che revocare decine di migliaia di permessi umanitari non solo non sarebbe semplice, ma esporrebbe ad altrettanti ricorsi.
PER CHI NON È USCITO dal Paese prima e di arruolarsi non ne vuol sapere è il momento di restare fermi e tenere un profilo il più basso possibile. Tentare di scappare all’estero è diventato quasi impossibile, almeno da Odessa. Prima della frontiera, nell’unica strada che porta al varco con la Moldavia di Palanca, sono i militari a comandare. Le auto e i pullman sono controllati uno per uno, bagagliai compresi. Ai conducenti viene dato un bigliettino stampato sul momento con il numero dei passeggeri che va consegnata al controllo successivo, all’ingresso del rettilineo che porta verso il territorio di Chisinau. Meglio restare in città, fuori dal centro, nei quartieri dove gli agenti del Tcc non si addentrano spesso perché sanno che nel migliore dei casi verranno coperti di storielle dalle donne e – se insistono – di insulti dalle babushke.
Del resto permane un fattore di forte disuguaglianza sociale, che alimenta la narrativa di chi non vuole combattere. Chi poteva pagare a inizio guerra è uscito dal Paese, li vedevi in fila con le Tesla o i grossi 4×4 dai vetri oscurati, i vestiti Armani o Gucci e le mogli con le labbra gonfiate e piccoli cani al guinzaglio. Altri hanno ottenuto certificati medici finti, malcostume denunciato anche dall’ex Comandante in capo delle Forze armate Valerii Zaluzhni.
In città si vocifera che anche se dovessero fermarti, con 30mila grivnie (circa 600 euro) riusciresti a farti rilasciare. Anzi, qualcuno ci ha parlato proprio di tariffe. Ammesso che sia vero, si tratta di una cifra non indifferente di questi tempi per chi non può lavorare e vive come può, magari con la pensione dei genitori che lo nascondono o il lavoro della moglie, quando questa ne ha uno. Il che non è così frequente perché il lavoro femminile, nonostante l’enorme necessità di manodopera creata da 4 anni e mezzo di conflitto è ancora marginalizzato.
MA INTANTO SERVONO SOLDATI e perciò le ronde del Tcc non si fermano, le donne continuano a far finta di niente e gli uomini a nascondersi. L’uomo controllato a Lviv si trova già al centro d’addestramento e il suo destino è facilmente immaginabile. I 200 di Leopoli – assicura la procura – saranno processati. Tuttavia, i commenti maggiori su questa situazione vengono dai militari al fronte che si sentono traditi. E la spaccatura tra chi la guerra l’ha combattuta e chi no aumenta, cresce il risentimento e si sedimentano i problemi dell’Ucraina di domani.
I militari lo ripetono in continuazione, a un certo punto bisognerà prenderli in considerazione: «Chi non ha combattuto non potrà parlare e soprattutto non potrà decidere sul futuro del Paese».
Commenta (0 Commenti)Territori palestinesi occupati Lo afferma una fonte a Gerusalemme alla vigilia del Consiglio Affari Esteri dell’Unione
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L'Alto rappresentante della politica estera dell'Ue Kaja Kallas con il presidente palestinese Abu Mazen – Wafa
«Siamo in attesa, vedremo cosa deciderà il Consiglio degli Esteri e quali saranno le reazioni di Israele. Non escludiamo ritorsioni contro il nostro lavoro e persino azioni contro la presenza dell’Ue a Gerusalemme Est e in Cisgiordania». Una fonte europea ieri ci ha riferito dell’attenzione con cui nelle sedi dell’Ue nei Territori palestinesi occupati sarà seguita la riunione prevista domani del Consiglio Affari Esteri, responsabile delle relazioni con il resto del mondo e dell’elaborazione delle politiche esterne dell’Unione. «I rapporti tra Bruxelles e Tel Aviv sono al punto più basso, la tensione è forte», ha aggiunto la fonte, che ha un’ampia conoscenza della questione. «Tenendo conto che Israele è entrato in campagna elettorale, è sensato immaginare che qualche ministro possa invocare pesanti misure punitive se il Consiglio adotterà provvedimenti seri e concreti contro Israele per le sue politiche verso i palestinesi, e i coloni e gli insediamenti».
Il mese scorso il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha minacciato di interrompere ogni contatto con l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, perché ha paragonato il trattamento riservato da Israele ai palestinesi a quello del Sudafrica dell’apartheid. Kallas avrebbe tentato, senza successo, di ricucire i rapporti. La mancata estensione del mandato delle missioni dell’Ue nei Territori occupati è un’ipotesi remota ma plausibile nel caso di uno scontro ancora più aperto. Tel Aviv, ha proseguito la fonte, «forse sceglierà di dialogare solo con la Delegazione dell’Unione europea presso lo Stato di Israele. In questo modo colpirebbe a fondo l’Autorità nazionale palestinese, che beneficia ampiamente della cooperazione con l’Ue». Oppure potrebbero arrivare rinnovi sofferti e di breve durata delle autorizzazioni a operare a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. A maggio, ad esempio, è stato concesso un rinnovo di soli tre mesi, fino al 30 settembre, mentre in passato era sempre stato annuale.
Quali decisioni saranno prese domani è difficile prevederlo, alla luce delle divisioni interne all’Unione europea, dove alcuni Paesi, come Germania, Italia e Cechia, a differenza di Francia e Spagna, si oppongono a misure concrete nei confronti di Israele e delle sue colonie. In quasi tre anni trascorsi dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dall’inizio della devastante offensiva militare israeliana contro Gaza, l’Ue non è andata oltre alcune critiche al governo Netanyahu e misure individuali contro pochi coloni e ministri. Sanzioni vere e proprie non ce ne sono state, anche perché, ricadendo nell’ambito della politica estera e di sicurezza, richiedono il voto all’unanimità dei 27 Paesi membri.
Ostacoli di qualsiasi natura ai programmi dell’Ue in Cisgiordania e a Gerusalemme Est avrebbero conseguenze immediate e pesanti. L’Unione europea è il principale donatore internazionale dei Territori palestinesi occupati e da oltre trent’anni finanzia programmi destinati a sostenere la popolazione e l’Autorità nazionale palestinese guidata da Abu Mazen. Tra il 2021 e il 2024 Bruxelles ha programmato oltre 1,1 miliardi di euro di aiuti ai palestinesi, fondi successivamente incrementati per sostenere le fasce più vulnerabili della popolazione, il funzionamento del sistema sanitario ed evitare il collasso finanziario dell’amministrazione palestinese.
Le risorse dell’Ue sono destinate anche alla costruzione e alla riqualificazione di scuole, ospedali e reti idriche, al sostegno delle piccole e medie imprese, dell’agricoltura, delle energie rinnovabili, della formazione professionale e dell’istruzione universitaria. La missione Eupol Copps assiste l’Autorità nazionale palestinese nella riforma della polizia civile e del sistema giudiziario. La missione Eubam prevede invece il dispiegamento di personale europeo, tra cui i carabinieri italiani, come osservatori al valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto.
La tensione tra le due parti è cresciuta nel corso degli anni, soprattutto dopo il 7 ottobre. Israele contesta i finanziamenti europei ai progetti realizzati nell’Area C della Cisgiordania occupata, dove più volte strutture finanziate dall’Unione europea, come scuole, impianti idrici, pannelli solari e abitazioni prefabbricate, sono state demolite dalle autorità israeliane. La guerra nella Striscia di Gaza ha peggiorato i rapporti. Diversi governi europei e la Commissione Ue hanno criticato l’entità delle operazioni militari israeliane, le restrizioni all’ingresso degli aiuti umanitari e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Israele, dal canto suo, accusa l’Unione europea di finanziare indirettamente organizzazioni ostili e di mantenere un atteggiamento sbilanciato a favore dei palestinesi. Le divergenze si sono estese anche all’Unrwa, l’agenzia dell’Onu bersaglio di un ampio boicottaggio israeliano. L’Unione europea ha scelto di continuare a sostenerla, pur introducendo controlli sui finanziamenti e sui meccanismi di verifica. Ma il punto di attrito più forte resta il sostegno di Bruxelles alla soluzione dei due Stati e, di conseguenza, all’Autorità nazionale palestinese.
Commenta (0 Commenti)Prima gli immigrati, poi gli iraniani e ora i comunisti. Il maccartismo fuori tempo di Donald Trump riconverte antichi fantasmi americani nel nuovo male assoluto. Al vertice anti-antifa convocato da Marco Rubio per la prossima settimana Italia presente, ma «solo per prendere note»
America oggi Il presidente americano scrive la sua Storia maccartista, in vista di un mid term in cui si prepara a lanciare accuse di comunismo
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Manifestazione antifascista a Portland, Oregon
A mezzanotte di venerdì negli Stati uniti è entrata in vigore il Road to Housing Act. Si tratta di un pacchetto legislativo di agevolazioni per la costruzione di nuove abitazioni, limiti alla speculazione immobiliare-finanziaria e incentivi per l’affitto che è passato con una larga maggioranza di 85-4 al Senato e 358-32 alla Camera. Un piccolo miracolo bipartisan, insomma, per una legge utile, da parte di un Congresso che da un anno è paralizzato dal muro contro muro e ha varato solo una ventina di leggi. Questa ha però avuto la particolarità di entrare in vigore senza la firma del presidente. Per rappresaglia contro il Parlamento che non ha approvato la riforma elettorale che vorrebbe prima dei midterm, Donald Trump ha infatti rifiutato di compiere l’atto ufficiale.
LA NORMA è stata ratificata automaticamente (dopo dieci giorni la regola lo prevede, a meno di un veto esplicito dell’esecutivo), ma il siparietto del presidente ostruzionista ha rimandato l’ennesima paradossale immagine di una nazione – ed il suo stesso partito – ostaggio dei capricci presidenziali.
La volitività del presidente-sovrano è ormai universalmente nota, ben conosciuta da alleati ed avversari politici, negoziatori iraniani e capi di stato. In Regime Change, l’ultimo libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan, il comandante in capo è descritto come un autocrate impuntato, assecondato da concentriche cerchie di funzionari addetti a compiacerlo (compresa l’assistente il cui lavoro consiste nello stampare articoli e menzioni lusinghiere su una stampante portatile e porgerle al capo nel corso della giornata lavorativa).
OGGIGIORNO quel mestiere non sembra differire poi molto da quello del segretario generale della Nato, passato ad essere principale imbonitore del volubile alleato d’oltreoceano. I leader dei paesi membri sembrano altrettanto usi ormai a far fronte alla patologica incostanza del presidentissimo con teatrali piaggerie e complimenti insinceri nella speranza mal riposta di «passare ’a nuttata».
La dinamica produce vertici come quello di Davos o di Ankara dove sfuriate e accuse, rimostranze e paventate rappresaglie possono, dopo una giusta dose di lusinghe e foto di gruppo, mutare in dichiarazioni di concordia e posticcia solidarietà. Al centro di queste occasioni vi sono, immancabilmente, le conferenze stampa in cui Trump si esibisce in sperticati auto elogi incentrati su sale da ballo e colonne corinzie o disquisisce di vittorie elettorali passate e future. Tutto annotato con diligenza dalla stampa stenografante che riporta ogni bipolare esternazione come cronaca politica.
NELLA NARRAZIONE trumpiana il mondo esiste in un lungo presente antistorico il cui copione è scritto in bordate notturne di post social e su cui il presidente asserisce un controllo orwelliano. La mitopoiesi non ammette contradditorio né i «disfattismi» di cui Trump ama accusare la stampa. Il ruolo dell’informazione è di giocare in squadra, non collaborare col nemico, un fatto che se necessario il governo ribadirà con le querele miliardarie per danni o, come accaduto questa settimana, con mandati di comparizione per giornalisti del
Leggi tutto: Si stampi la propaganda. La minaccia rossa nell’agenda di Trump - di Luca Celada
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