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Broglio di ricino Alcuni esponenti dell’opposizione sperano ancora nell’incidente d’Aula

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efc9d67b-f019-424b-91f0-fc0d67e35def Il voto alla Camera – Foto Imagoeconomica

Ultime ore di suspense prima delle 12,30 di oggi, quando a scrutinio segreto la Camera si esprimerà sul voto finale alla riforma elettorale. Nella giornata di ieri le opposizioni hanno mostrato di credere ancora, per una serie di motivi reali, in una clamorosa bocciatura del Melonellum, anche se proprio le due votazioni di ieri hanno al contrario mostrato un centrodestra compatto a sostegno del governo e di Meloni.

IERI MATTINA LA CAMERA è stata innanzi tutto chiamata a votare sulla terza fiducia posta dal governo, quella sull’articolo 3, che ha modificato la perimetrazione dei collegi del Sud Tirolo/Alto Adige di Bolzano, Bressanone e Merano. Su di esso non era stato depositato alcun emendamento dalle opposizioni, ma era possibile il voto segreto, visto che si parla di minoranze linguistiche. Di qui la terza fiducia del governo, che ha segnato un ulteriore incremento dei sì: 228 dopo il 226 e il 227 registrati ieri. Assenti solo Meloni, Giorgetti e Angelucci. Nel voto successivo, a scrutinio palese ma senza fiducia, lo score è sceso leggermente a quota 214, visto che alcuni ministri si erano allontanati. Si trattava dell’articolo 8, anch’esso modificato dal Senato con l’introduzione dei care giver tra i beneficiari del voto per i fuorisede. Anche qui non incombeva alcun emendamento delle opposizioni, che si sono astenute.

QUINDI IL MESSAGGIO uscito ieri dall’Aula è stato tranquillizzate per Giorgia Meloni. Infatti la premier, ieri a Spalato, ha dichiarato di essere «sempre tranquilla» sulla riforma elettorale. Tuttavia le labili speranze delle opposizioni di una clamorosa bocciatura oggi nello scrutinio segreto si fondano su una serie di malumori reali dentro Fi e Lega. Il primo, che cresce da un paio di giorni, è l’ipotesi di voto anticipato a maggio così da votare assieme alle amministrative in un unico election day: Tajani e Salvini hanno dato l’assenso al Melonellum con la rassicurazione della premier della fine della legislatura a scadenza naturale. «Meloni vi ha fatto questa promessa – ha infierito in Aula Nico Stumpo (Pd) -, ma è la stessa promessa agli italiani dell’eliminazione delle accise. Se volete arrivare a settembre, dovete votare No e non Sì domani (oggi, ndr)», perché a quel punto il centrodestra avrebbe bisogno di molto tempo per rimettersi in piedi dalla batosta. «Si può uscire dal Parlamento in vari modi, il peggiore è quello di rinunciare a battersi», ha detto Gianni Cuperlo rivolgendosi ai colleghi del centrodestra.

L’ALTRO MOTIVO che ha alzato la temperatura nel centrodestra sono i rumors della intenzione di Meloni di promuovere anch’essa delle liste civiche nel centrodestra, come sta facendo il centrosinistra. Per altro qualcosa di insito nel metodo proporzionale costituito dal Melonellum, che spinge ad ampliare l’offerta politica. Ma questo significa inserire una concorrenza interna al centrodestra, in particolare a scapito di Fi e di Nm, che rischierebbero di non essere più il primo partito sotto soglia che accede però in Parlamento. Insomma, osserva Federico Fornaro, «il fuoco cova sotto la cenere, ma non vedo un fuochista, almeno per ora».

MA VISTO CHE LA SPERANZA è l’ultima a morire Riccardo Magi (+Europa), al nono giorno di sciopero della fame, a fine seduta ha chiesto alla presidenza che lo scrutinio segreto di oggi, non si svolga mediante procedimento elettronico, bensì mediante le urne con le palline nere e bianche, come pure il Regolamento prevede in caso di malfunzionamento del sistema elettronico. E anche altri deputati, come Fornaro, Filiberto Zaratti (Avs) e Carmela Auriemma (M5s) hanno chiesto che la presidenza garantisca la segretezza del voto. Il vicepresidente Giorgio Mulè, che guidava i lavori in Aula, ha spiegato che si può ricorrere a urne e palline solo in caso di malfunzionamento tecnico del sistema elettronico, mentre qui si tratta dei comportamenti dei deputati che rendono possibile carpire la segretezza del voto. L’1 ottobre scorso il presidente Fontana invitò ripetutamente tutti i deputati a rimanere seduti, ma i colonnelli di Fdi che erano ritti in piedi sugli scranni più alti, altrettanto ripetutamente si sono seduti e rialzati immediatamente. Si può dunque presumere che Fontana svolga un’azione preventiva di moral suasion per evitare il poco edificante bis nel decisivo scrutinio di oggi.

Ieri pomeriggio si è anche svolta la votazione di 41 ordini del giorno. Magi ne aveva depositato uno che impegna a prevedere la raccolta digitale delle firme per presentare le liste. Forse preoccupata per lo sciopero della fame di Magi, la ministra Maria Elisabetta Casellati non ha dato parere negativo ma ha chiesto al proponente di trasformarlo in una semplice raccomandazione. Al rifiuto del battagliero deputato il centrodestra ha ribattuto con la bocciatura del suo ordine del giorno.

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Tre anni dal 7 ottobre Familiari e associazioni contestano il governo. Che continua l’offensiva: sei uccisi

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23edd98a-665a-4bb5-be33-7d5998b930bf  Il figlio di Ali Hassan al-Bazzari, ucciso a Burqa dai coloni, in lacrime – Foto Alaa Badarneh/Epa

Il 7 ottobre è trascorso in Israele tra commemorazioni, eventi e manifestazioni di protesta, mentre le bombe continuavano a cadere su Gaza e i coloni, insieme all’esercito, mettevano a ferro e fuoco la Cisgiordania occupata. Alle 6.29, l’ora in cui tre anni fa iniziò l’attacco di Hamas, decine di persone hanno preso parte alle commemorazioni nei pressi del confine con Gaza, nel luogo del festival Nova, vicino a Re’im e al Kibbutz Kfar Aza, mentre a Gerusalemme Isaac Herzog e sua moglie accendevano una candela nella residenza presidenziale.

DAVANTI ALLA KNESSET, i manifestanti hanno esposto le fotografie delle circa 1.200 vittime e osservato un minuto di silenzio. In mattinata si sono tenute anche proteste, con l’occupazione dell’autostrada Ayalon a Tel Aviv e il traffico brevemente bloccato in entrambe le direzioni. Per chiedere una commissione d’inchiesta sono stati organizzati presidi e letture dei nomi delle vittime davanti alle abitazioni di ministri e parlamentari. A Tel Aviv l’acqua della fontana di piazza Dizengoff è stata tinta di rosso, mentre sul lungomare è stata allestita l’installazione «7 ottobre – Il prezzo del fallimento». La manifestazione centrale si è tenuta ieri sera al parco Hayarkon di Tel Aviv, con decine di migliaia di persone.

Ghadi Eisenkot, lo sfidante di Netanyahu alle elezioni di fine mese, ha contestato le scelte compiute durante la guerra, accusando senza mezzi termini il premier e altri ministri di aver deliberatamente preferito il mantenimento del governo di Hamas all’Autorità palestinese. L’ex generale ha raccontato che le minacce di Itamar Ben Gvir di far cadere il governo hanno pesato sulle decisioni relative al primo accordo per gli ostaggi: sarebbe stato possibile prolungarlo e riportare a casa altri israeliani, ma gli interessi della coalizione hanno condizionato le decisioni. Dal canto suo, Ben Gvir ha pensato di usare l’anniversario per agitare lo spettro di un altro attacco palestinese, stavolta dalla Cisgiordania. Il suprematista ebraico ha chiesto di agire subito, non contro eventuali organizzazioni di combattenti ma sequestrando i membri dell’Autorità nazionale palestinese, che da anni collabora con Israele anche negli arresti e nella repressione.

ANCHE HAMAS ha ricordato il 7 ottobre, con un comunicato di Abu Obeida, portavoce delle Brigate al-Qassam, l’ala militare del movimento: ha rivendicato l’attacco come un successo militare che ha infranto la dottrina di sicurezza israeliana, sfruttando anche «il narcisismo e l’arroganza» di Netanyahu». Pur riconoscendo «il prezzo enorme» pagato dalla popolazione di Gaza, il portavoce ha esaltato l’assalto di tre anni fa e sollecitato l’apertura di altri fronti contro Tel Aviv, chiamando direttamente in causa Sudan e Libia.

MA SE ISRAELE celebra il ricordo, nella Striscia il cessate il fuoco non è mai cominciato. Prima che le sirene di commemorazione risuonassero a Tel Aviv e in altre zone del paese, un missile ha ucciso Mohammad Tammous, membro della protezione civile, mentre soccorreva feriti nel nord di Gaza. Cinque palestinesi sono stati ammazzati nelle ultime 24 ore; dall’alba di ieri l’esercito israeliano ha bombardato da terra, cielo e mare. Anche le tende degli sfollati sono state colpite dai carri armati e i militari hanno fatto esplodere altri edifici nelle zone orientali. Nel campo profughi di al-Mawasi una bambina è rimasta ferita dagli spari dei militari e persino le imbarcazioni da guerra hanno aperto il fuoco verso le tende. Dall’inizio della tregua sono stati uccisi 1.467 palestinesi, che portano il bilancio di tre anni di guerra ad almeno 74.250 morti. Un conteggio incompleto: migliaia di persone restano disperse, molte delle quali sepolte sotto le macerie.

Di nuovo, ieri, Tel Aviv ha bloccato l’ingresso degli aiuti umanitari e il ministero della salute di Gaza ha lanciato un nuovo appello per salvare ciò che resta del sistema sanitario. Il portavoce Khalil al-Daqran ha denunciato che gli ospedali ancora operativi lavorano con scorte insufficienti di medicinali e materiali.

Al-Daqran ha accusato Tel Aviv di costruire, con le sue accuse contro gli ospedali, il pretesto per colpire anche le poche strutture rimaste in funzione e ha invitato le organizzazioni internazionali ad entrare e verificare chi si trova nei reparti. Ma oltre ai giornalisti e al personale internazionale, Israele impedisce anche alla Commissione elettorale centrale palestinese di entrare sia Gaza che a Gerusalemme per preparare le elezioni legislative previste per il 28 novembre.

NELLA CISGIORDANIA occupata, chiusa dagli ordini militari emessi in occasione dell’anniversario del 7 ottobre, i coloni e i soldati hanno attaccato diverse aree, lasciando dietro di loro distruzioni, morti e feriti. Ali Hassan al-Bazzari, 44 anni, è stato ucciso durante un attacco dei coloni contro i palestinesi impegnati nella raccolta delle olive a Burqa. I coloni, accompagnati dai militari, hanno aperto il fuoco e picchiato gli agricoltori: venti persone sono rimaste ferite, tra cui una donna e soccorritori. La Mezzaluna rossa palestinese ha denunciato che i soldati hanno aggredito gli equipaggi delle ambulanze, trattenuto paramedici e sequestrato le chiavi dei mezzi, mentre i coloni minacciavano di sparare contro chi si fosse avvicinato.

AD AL-MUGHAYYIR, nord-est di Ramallah, i coloni hanno assaltato case e incendiato l’auto di giornalisti stranieri arrivati per documentare le violenze. Incursioni e arresti dell’esercito hanno attraversato anche Betlemme, Beit Jala e Beit Sahour, con un arresto nel campo di Dheisheh. Bande di soldati sono state spedite in diversi villaggi a distruggere monumenti e fotodi combattenti palestinesi.

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Piano cassa Cinque mesi dopo la sua approvazione, neanche un alloggio pubblico è stato recuperato dal piano casa del governo e tanti passeranno alla gestione privata. Salvini per non fare «alla spagnola» promette miliardi che non ha. Ma per i fondi immobiliari gli incentivi si trovano

Piano cassa Il governo contro il regolamento Ue sugli affitti brevi, che intanto schizzano: +7% nel 2026

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4775d199-b083-4441-85a8-3c3a14f43db0 Case popolari a Torino – Foto Jessica Pasqualon/Ansa

«È un piano che si attendeva da 50 anni, l’obiettivo è mobilitare dieci miliardi di euro in dieci anni». Per Matteo Salvini e il suo Piano casa è l’ennesimo giorno della marmotta. Quello degli annunci, incalzato dalla crisi abitativa tornata al centro del dibattito dopo la caduta del governo di Madrid. «La crisi non si risolve alla spagnola limitando la proprietà privata» ha detto ieri il vicepremier leghista.

DEL PIANO CASA dell’esecutivo, a cinque mesi dalla sua approvazione in consiglio dei ministri, in realtà c’è ben poco. I dieci miliardi sbandierati da Salvini sono solo sulla carta, di là da venire e per lo più provenienti da investimenti privati. La «prima gamba» del Piano, ovvero il recupero di 60mila alloggi Erp (17mila concentrati in Lombardia) è tutt’ora ferma perché non è stato pubblicato il bando di Invitalia che dovrebbe dare il via alle riqualificazioni. Che peraltro godono di scarso finanziamento: 1,7 miliardi (pronti ci sono 970 milioni) che significano 28mila euro per alloggio, pochino. Anche il secondo pilastro, un fondo apposito per l’housing sociale, è ancora ai blocchi di partenza. Ieri Invimit, che lo gestisce con una dotazione iniziale di 100 milioni, ha annunciato di aver avviato una consultazione per raccogliere progetti immobiliari da sviluppare in fondi territoriali gestisti da altre Sgr (Società di gestione del risparmio).

IL GROSSO proverrebbe dal terzo pilastro del Piano, un canale preferenziale per gli investimenti superiori al miliardo di euro avanzati da fondi immobiliari che si impegnino a destinare un terzo degli alloggi costruiti a canone calmierato. Dal computo sono però esclusi i locali realizzati a finalità commerciale, che potrebbero ridurre il numero finale di abitazioni costruite. Anche queste, per ora, rimangono wishful thinking: il consiglio dei ministri ha dato il via libera a un unico progetto, presentato da Add capital di Mario Abbadessa, che le indiscrezioni davano inizialmente come coordinatore dei progetti. L’investimento sarà di 1,1 miliardi diluito tra Roma, Milano, Napoli e Genova.

«Mentre il piano casa di Salvini è più in ritardo dei treni, ha azzerato i fondi di sostegno all’affitto e per la morosità incolpevole. Pensa di trasformare l’edilizia sociale in un nuovo terreno di caccia per la rendita immobiliare elargendo incentivi e semplificazioni selvagge per attrarre i fondi immobiliari privati, anche esteri» ha commentato ieri Marco Grimaldi di Avs.

NEL FRATTEMPO il governo prosegue la propria crociata contro l’Affordable house act, il regolamento Ue varato dalla Commissione (che ha ancora bisogno del via libera di Parlamento e Consiglio Ue) che permetterebbe agli enti locali di regolamentare maggiormente – ma senza obbligo – gli affitti brevi nelle aree considerate a «stress abitativo». Un’eresia per la maggioranza, schierata a tutela della «sacralità della proprietà privata». Ieri Salvini, intervenendo al question time alla Camera, si è detto pronto a disapplicare la direttiva nel caso in cui venisse approvata definitivamente, come accaduto per quella relativa alla «case green» (motivo per cui l’Ue ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia e altri otto paesi). «Non penso che limitare gli affitti brevi sia la soluzione ai mali del mondo. E non penso alle grandi società, ma alle famiglie che con un appartamento in affitto hanno un’integrazione del reddito» ha detto il vicepremier. Non è una posizione nuova per il governo, attento a non sfibrare i legami con i consorzi di proprietari immobiliari. Ma è una posizione già sconfessata: l’ha detto la Corte costituzionale a dicembre 2025, respingendo il ricorso di Palazzo Chigi contro la legge regionale toscana che mirava a limitare l’overtourism. I giudici già allora hanno sancito che misure simili «perseguono una funzione sociale», per cui anche a costo di ingerenze, è legittimo «correggere i fallimenti del mercato».

ALLA PROVA DEI FATTI anche la versione dell’«integrazione di reddito» per le famiglie scricchiola. Un rapporto diffuso ieri da Federalberghi (che si è vista sfilare clienti dalle piattaforme che affittano appartamenti) stilato insieme a Inside Aribnb ha fotografato un più 7,2% di annunci su Airbnb ad agosto 2026 rispetto a un anno fa, 571mila in totale in tutta Italia concentrati nelle principali città. E di questi, secondo il rapporto, il 67% sarebbe un’attività economica vera e propria, non un’integrazione di reddito, pubblicati da soggetti che gestiscono più di due alloggi, con casi limite che arrivano alle tre cifre. La replica dell’Aigab: «Il ministro Mazzi ci tuteli».

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Il pieno Mattei L’esecutivo non rinnova lo sconto fiscale da 6,1 centesimi: Eni alza i costi ai distributori. Il ministro dell'ambiente Pichetto Fratin: «È il libero mercato, le aziende fanno i loro interessi e devono vendere»

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c30cec8d-4327-43f5-aad2-c63f6bcb9839 La presidente del Consiglio Giorgia Meloni – LaPresse

Eni ha alzato il prezzo del diesel da 2,19 a 2,25 euro al litro perché il governo Meloni non ha rinnovato lo sconto fiscale da 6,1 centesimi. Questo significa che il tetto volontario sui prezzi, concesso dai grandi gruppi petroliferi su insistenza dell’esecutivo, non è riuscito a compensare il taglio delle accise che il governo ha scelto di non rinnovare. Doveva essere la soluzione al caro-carburanti, si è rivelato uno spot. L’unica soglia capace di reggere l’urto dei rincari sarebbe un tetto vincolante imposto dall’alto a tutti gli operatori. Una strada che l’esecutivo non intende percorrere.

PER LE FAMIGLIE e le imprese si parla di un aumento di circa tre euro per ogni pieno da 50 litri. Alla fine dell’anno ci saranno oltre duecento milioni di euro in più nelle casse dello Stato. Sui guadagni straordinari delle compagnie il fisco sta riempiendo i forzieri in questi mesi. Le associazioni dei consumatori, da Adusbef al Codacons fino all’Unione Nazionale Consumatori, chiedono di usare di nuovo queste entrate straordinarie per attenuare l’impatto dei prezzi. Il governo lo aveva lasciato credere, ma ieri non è arrivato il decreto interministeriale necessario a far scattare il meccanismo dell’extra-gettito dell’Iva. Non è escluso che occorrano altri giorni per quantificarlo sul periodo precedente e che alla fine un altro decreto spunterà. Risultato: per il momento il diesel ha ripreso la sua corsa verso l’alto, mentre la benzina non ha mai smesso di aumentare e all’Eni resta a 1,99 euro al litro.

IL MANCATO INTERVENTO del governo è la prova delle difficoltà in cui si dimena. Giorgetti e Meloni hanno considerato il taglio delle accise un costo insostenibile. In fondo hanno ragione: fino a ieri si sono buttati dalla finestra oltre 2,5 miliardi di euro, finiti direttamente nelle tasche delle compagnie. La crisi speculativa sui prezzi dei carburanti, innescata da Trump con la guerra contro l’Iran, continuerà a lungo e dissanguerà sia le tasche degli italiani con l’inflazione (oggi al +4,2%), sia le casse dello Stato che dovranno pagare in ogni modo le conseguenze della crisi.

«QUESTO È IL LIBERO mercato, Eni fa il suo interesse e deve vendere», ha commentato il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin. È la conferma che il governo ha rinunciato a qualsiasi forma di regia pubblica. La soluzione è temporeggiare. E restare immobili. La difesa d’ufficio è stata affidata a Giovanni Donzelli (Fratelli d’Italia), secondo il quale riattivare oggi le accise mobili non avrebbe senso proprio in virtù del tetto messo da Eni, Tamoil, Q8 e Ip. Ma l’aumento di 6,1 centesimi sul diesel dimostra l’opposto. Il tetto, che dura per ora solo un mese, non basta. E, in fondo, Eni fa i suoi interessi, perché glielo ha chiesto il governo. È il «libero mercato»: i guadagni sono privati, le perdite sono di chi fa un pieno e paga le bollette.

E POI CI SONO le «pompe bianche», i «distributori indipendenti». La scelta dei grandi player è stata considerata un’«operazione promozionale» da Lorenzo Reggiani, delegato di Faib Confesercenti a Reggio Emilia. Un esercente può acquistare il carburante a un determinato prezzo e ricevere solo in seguito l’indicazione di applicare lo sconto. In questo modo il gestore rischierebbe di perdere tra 5 e 7 mila euro sul prodotto già acquistato. Il problema riguarda soprattutto gli operatori indipendenti che non dispongono di attività di raffinazione e hanno margini di manovra più ridotti. Nel frattempo, in Toscana e a Reggio Emilia, diversi gestori Eni hanno segnalato l’esaurimento delle scorte o di dover affrontare ritardi e carenze nelle consegne. «Oltre il danno la beffa», sostiene Faib Toscana.

DA MARZO, quando il governo ha iniziato la rincorsa ai prezzi, il meccanismo resta lo stesso. Una mano finge di non poter toccare i profitti delle compagnie, mentre l’altra promette di redistribuire un tesoretto prelevato dalle tasche degli stessi automobilisti. Il tutto è stato presentato come un modello di efficienza. Impagabili.

L’EFFETTO PLACEBO delle «accise mobili» è un diversivo mentre arriva la valanga. «Il re è nudo – ha detto il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia- Da mesi insistiamo che l’unico meccanismo che può garantire un minimo di stabilità al prezzo dei carburanti è quello delle accise mobili. Il governo ha sempre detto di no. Nessuno sconto può sostituire una scelta politica del governo. È il fallimento di Giorgetti e Meloni». «Servono – ha aggiunto Angelo Bonelli (Avs) – un vero tetto ai prezzi dei carburanti, trasparenza sulle offerte energetiche e un intervento serio sugli extra-profitti». Giuseppe Conte ha ironizzato: «Il tetto al prezzo del gasolio è durato quanto un gatto in tangenziale».

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Tre anni dal 7 ottobre I partiti, a partire dal Likud, preferiscono la campagna per il voto. La commemorazione di associazioni e famiglie escludono il governo

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2d79da45-10c3-4fca-a1b1-c52447bdb3e6 Ottobre 2026, celebrazioni sul luogo del Nova Festival – Foto di Ohad Zwigenberg/Ap

Per le strade di Gerusalemme, il terzo anniversario del 7 ottobre segna una spaccatura visiva tra la volontà di commemorazione e la corsa verso le elezioni di fine mese. Simboli e slogan tracciano un solco che separa i messaggi della leadership politica dai contenuti scelti dalle associazioni.

SONO PROPRIO queste ultime a dichiarare l’obiettivo di «riportare la memoria delle vittime nel dibattito pubblico», attraverso una campagna di affissioni che mostri immagini, volti e storie. Quando tre anni fa, all’alba, Hamas lanciò un attacco coordinato contro Israele, circa 1.200 persone vennero uccise e 251 vennero sequestrate e portate a Gaza come ostaggi. Il successivo attacco e l’invasione israeliana della Striscia hanno causato finora più di 73.400 vittime palestinesi, , cifre che anche l’esercito israeliano in larga parte conferma, come hanno ricostruito i giornalisti del Times of Israel il 5 ottobre, in occasione della giornata nazionale in memoria dell’attacco di Hamas.

A Gerusalemme il 7 ottobre e la campagna elettorale sono fisicamente sovrapposti nello spazio urbano. I monumentali manifesti affissi lungo le strade, sulle facciate dei palazzi, appesi ai balconi e ai cavalcavia lasciano ormai poca presenza ai simboli delle vittime e degli ostaggi, mentre rivendicano da un lato una vendetta ancora da compiere e dall’altro la responsabilità di un fallimento con cui Israele non ha fatto i conti. Il Likud ha ampliato la rosa delle figure indicate come i principali «nemici» di Benyamin Netanyahu: in orizzontale, uno accanto all’altro, nelle città svettano i volti del supremo leader iraniano Mojtaba Khamenei, del sindaco di New York Zohran Mamdani, del presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, di quello turco Recep Tayyip Erdogan, e del leader di Hamas Naim Qassem, accompagnati dalla scritta «Vogliono che Netanyahu perda. Non lasciate che vincano».

LUNEDÌ DUE CERIMONIE separate si sono tenute presso il cimitero militare del monte Herzl, una per i soldati uccisi e l’altra per ricordare le vittime civili. In entrambi i casi il premier ha costruito il suo discorso sulle minacce ai «nemici» regionali e sulle accuse ai leader e ai governi mondiali che criticano gli attacchi militari a Gaza, le violenze dei coloni in Cisgiordania e le occupazioni dei territori palestinesi, del Libano e della Siria. «La verità è che stiamo proteggendo anche voi – ha dichiarato Netanyahu – E la verità è che la moralità dei nostri soldati non ha eguali E voi dovreste vergognarvi delle vostre menzogne». Discorso interrotto da un uomo che dal pubblico ha urlato al premier: «Non hai protetto mio figlio il 7 ottobre. Non hai protetto 1.200 assassinati in un giorno, il 7 ottobre, vergogna».

IL LEADER di opposizione, Yair Lapid, ha deciso di non partecipare alle celebrazioni della giornata nazionale in memoria dell’attacco per non dividere il palco con i membri del governo «che si sono rifiutati di assumersi la responsabilità, hanno incolpato i comandanti dell’esercito e si sono opposti all’istituzione di una commissione statale d’inchiesta». Anche il presidente Isaac Herzog e il capo di stato maggiore Eyal Zamir hanno chiesto un’indagine completa sulle responsabilità politiche, ipotesi a cui Netanyahu si è sempre opposto. Anzi, lunedì ha rivendicato di aver riportato a casa «uno per uno» tutti gli ostaggi rapiti il 7 ottobre, suscitando la protesta di molte famiglie, secondo cui avrebbe potuto fare di più per liberare quelli poi morti in prigionia. Dei 251 ostaggi portati a Gaza, 166 sono tornati vivi: 158 sono stati rilasciati e otto liberati dall’esercito. Ottantacinque sono morti: 51 corpi sono stati recuperati dai militari israeliani e 34 restituiti attraverso gli accordi.

Anche il principale sfidante di Netanyahu, Gadi Eisenkot, ha parlato delle responsabilità politiche, descrivendo quello del governo «un fallimento che continua», mentre il suprematista ebraico Itamar Ben Gvir, la cui faccia straripa per le strade del paese, ha dichiarato che se fosse stato lui ministro della difesa, quel 7 ottobre non sarebbe mai arrivato. Rivendicando una posizione ufficialmente estranea alla contesa elettorale, stasera il movimento Kumu e le famiglie del 7 ottobre terranno al parco Ganei Yehoshua di Tel Aviv la loro cerimonia nazionale, alternativa a quella istituzionale. Secondo gli organizzatori l’evento, il più grande tra i circa 400 previsti, dovrebbe richiamare oltre 50mila persone. Ma la giornata sarà segnata anche da numerose azioni di protesta nei pressi delle abitazioni di ministri e rappresentanti del governo, con installazioni e blocchi stradali annunciati fin dalle prime ore del mattino.

MENTRE LE COMMEMORAZIONI si susseguiranno in Israele, il governo impone misure restrittive ai palestinesi: per l’intera giornata l’esercito chiuderà valichi e checkpoint verso Gaza e la Cisgiordania, sospendendo l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia e limitando il movimento dei palestinesi della West Bank, le stesse misure imposte il 5 ottobre. Ieri il ministro Katz, paventando possibili attacchi contro i soldati che occupano Gaza, ha direttamente minacciato l’intera popolazione palestinese: «Se le nostre truppe verranno colpite, Hamas e la popolazione di Gaza pagheranno un prezzo altissimo, oltre ogni proporzione».

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Allons enfants Contro i tagli e la selezione di classe, si fermano le scuole e le Università in tutta la Francia. Mezzo milione di ragazze e ragazzi in piazza non arretrano davanti alla polizia violenta. Record di fermi dai tempi dell’Algeria: oltre 6.500. Interviene anche Trump: colpa di Islam e migranti

Allons enfants La protesta dilaga in Francia, in piazza anche il sindacato e tutti i partiti di sinistra. Lezioni sospese. Trump: colpa di Islam e immigrati

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93ce73b6-bfc4-491a-8b6e-d89d70a58d44 Studenti delle scuole superiori manifestano a Place de la République a Parigi – foto Ansa

Verso place de la Nation a Parigi, battaglioni di polizia in assetto antisommossa bloccano l’ingresso nella piazza della testa del gigantesco corteo indetto dagli studenti medi e al quale si sono uniti gli universitari e i sindacati. Dei gruppi di ragazzi e ragazze, per lo più giovanissimi, vagano nelle nuvole di gas lacrimogeno, coprendosi il volto con sciarpe e mascherine e passandosi collirio di mano in mano.
Le granate stordenti delle forze dell’ordine esplodono con regolarità in mezzo alla folla, coprendo ogni altro rumore, compreso quello degli oggetti che, lanciati dai giovani, atterrano sui caschi e gli scudi degli agenti. Una ragazza guarda una fila di poliziotti, e dice alla sua amica: «Sembra che stiano facendo una foto di classe…»

IL CORTEO È TROPPO GRANDE per essere bloccato completamente e, piano piano, la folla riempie la piazza. Almeno 100.000 persone hanno sfilato a Parigi secondo gli organizzatori (50.000 secondo il ministero degli Interni), quasi mezzo milione in tutto il paese. Secondo l’Union syndicale lycéenne (Usl) e l’Union étudiante, i due sindacati studenteschi maggioritari rispettivamente negli istituti superiori e nelle università, ieri sono stati chiusi o bloccati «1.800 licei» e il «90% delle facoltà». Secondo il governo, gli istituti chiusi erano 891, su di un totale di circa 3.600.

È stata «una giornata storica», ha scritto in un comunicato l’Usl, che ha invitato a «massificare il movimento», fino a che non vengano esaudite le rivendicazioni dei liceali. Ovvero, secondo un documento dall’Usl: «Abolizione di Parcoursup», la piattaforma di selezione all’università introdotta da Macron nel 2018, «piano d’emergenza di 10 miliardi per l’edilizia scolastica», «assunzioni di massa», «fine della repressione».

«Sono anni che subiamo delle riforme che ci rovinano la vita», dice Mayalen, studentessa di 17 anni in un liceo di Melun, a un’ora di treno da Parigi, venuta alla manifestazione con una trentina di compagni di classe e qualche professore. «Quest’anno la misura era colma, e quando abbiamo visto che alcuni di noi si ribellavano ci siamo detti che era giunto il momento di sollevarsi», dice.

«QUESTI GIOVANI sono molto politicizzati», spiega Simon, uno dei professori del liceo di Melun, venuto anch’egli a manifestare contro il governo assieme ai suoi alunni. «Lo sono più delle generazioni precedenti», dice, citando il genocidio in Palestina, il razzismo, le violenze della polizia e le questioni di genere come fattori chiave per spiegare il sobbollimento dei suoi alunni. Le assemblee, i blocchi, i cortei, «contribuiscono alla loro educazione alla militanza», dice Simon, «cosa che ormai gli permette di tenere testa a qualunque adulto in giacca e cravatta».

SEBBENE TUTTI I PARTITI di sinistra – a parte Place Publique, la struttura di Raphaël Glucksmann – fossero in piazza ieri, le loro bandiere erano praticamente invisibili, sommerse da una quantità inusitata di cartelloni scritti a pennarello dagli studenti, o dagli striscioni dei singoli licei. Sui cartelli, oltre a slogan contro Macron, il governo e il Rassemblement National, campavano soprattutto slogan contro le violenze della polizia commesse in queste settimane. «+ prof, – sbirri», c’era scritto su di uno tenuto da un ragazzo.

DALL’INIZIO DEL MOVIMENTO due settimane fa, più di 215 alunni sono stati feriti. Alcuni gravemente, come un ragazzo di 15 che ha perso la mano sinistra in seguito all’esplosione di una granata della polizia lunedì a Lens. Un ragazzo di 16 anni che ha perso un occhio in seguito a un Lbd, un proiettile di gomma utilizzato dalla polizia, ha sporto denuncia l’altro giorno, cosi come un altro di 14, Eden, al quale un agente ha sparato a bruciapelo un lacrimogeno la settimana scorsa. La sua famiglia ha fatto denuncia per «tentato omicidio volontario». L’Igpn, l’organismo interno della polizia che dovrebbe esaminare i casi di violazione del codice deontologico da parte degli agenti, ha avviato 11 inchieste.

IERI SONO STATE ARRESTATE 488 persone in tutto il paese, cifra che porta il totale dei fermi dal 28 settembre a 6.547, un record che sorpassa persino i Gilet gialli o le rivolte seguite all’omicidio del giovane Nahel nel 2023. Un numero di fermi simili ci fu solamente durante le proteste dei primi anni ‘60 contro l’occupazione francese in Algeria. Il governo ha deciso che le scuole resteranno chiuse a partire da oggi fino alla fine del weekend.

«SIAMO QUI per solidarietà nei confronti di altri licei dove la situazione è più precaria e molto più difficile del nostro», dice Madhi, 17 anni, all’ultimo anno di liceo a Sceaux, con indosso una maglietta del Psg e una catenina d’oro. «Ma anche contro riforme nazionali come Parcoursup o l’orario 8-18» attualmente in vigore nei licei francesi, dice. «Siamo una generazione molto politicizzata», riconosce, «ma in un certo senso in Francia è sempre stato cosi, i grandi movimenti sociali sono sempre iniziati coi liceali».

Mentre dagli Stati uniti arriva addirittura il commento di Trump: «Tutta colpa dell’Islam e dell’immigrazione».

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