Leone al Meeting Prevost va, dopo 44 anni di assenza dei papi, al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione
Non si pregano i papi. Si prega Iddio, semmai. Eppure, eppure. Come vorrei pregare papa Leone, questa volta che va, dopo 44 anni di assenza dei papi, al Meeting di Rimini, quello di Comunione e Liberazione.
Ci sono preghiere di ringraziamento e preghiere di domanda. Ringraziarlo di questa sua presenza, da domani, nel cuore dello spettacolo che inaugura la ripresa post-ferragostana della politica? E di che politica. Ci saranno quasi tutti gli attuali governanti.
Quelli che hanno imbarcato l’Italia in un incredibile litigio con mezza Europa, prima a causa di Ceuta e poi dei dublinanti. Quelli che non dicono una parola a proposito dei massacri che continuano a Gaza, del terrorismo coloniale sempre più efferato in Cisgiordania, delle forche con vista alzate in Israele per i palestinesi. E quelli che sono orgogliosi dell’attuale politica italiana sulla migrazione, che vantano come una gloria il dimezzamento degli arrivi, ottenuto al prezzo di morte che sappiamo, nei centri di detenzione libica dove si sopravvive facendo a turno per dormire, metà si sdraiano gli uni sugli altri e l’altra metà aspettano il loro turno in piedi, e non rispetti i turni solo se sei già cadavere.
A Rimini quest’anno c’è anche la presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, a simboleggiare la stretta europea su migrazione e asilo e la tendenza a favorire i centri di detenzione extra-europei o addirittura la deportazione, facendo carta straccia dei trattati costitutivi e dei principi dell’Unione. Sì, sono tutti lì, quelli di cui papa Leone disse in luglio a Lampedusa: «C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni omesse».
No, non sarebbe una preghiera di ringraziamento. Ma nemmeno una preghiera di domanda, forse. Una preghiera di speranza sì, e quella sarebbe, credo, proprio corale. Che il papa porti con sé lo spirito di Lampedusa. Lampedusa e Linosa, che sono «su un cammino pericoloso, come quello che scendeva da Gerusalemme a Gerico… Qui non hanno visto uno solo, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che li spogliano di tutto, li percuotono e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti».
È il papa che illumina questo nesso fra quel «Porto di salvezza» che è Lampedusa, e Gerusalemme, dove l’inferno si mescola all’oro del duomo della Roccia, ricordo di Abramo, e le urla vigliacche dei ladri di case, di vite, di memoria si mescolano al suono di campane di settanta chiese. Da entrambi i luoghi, Gerusalemme e Lampedusa, si può finire su una via di morte o una di speranza.
Come, da Gerusalemme, i resistenti nonviolenti israelopalestinesi, la cui resistenza cresce col numero dei martiri, proprio come ai tempi delle persecuzioni dei cristiani a Roma.
Come, da Lampedusa, un caso emblema di migliaia d’altri, quello della giovane somala Abdirisak Warsame, che il pollice verso dell’Ufficio per l’Immigrazione della Bassa Franconia vorrebbe separare dai suoi cari che ha finalmente raggiunto dopo il tempo orribile della migrazione, e rispedire in Italia. Di cui lei conserva il ricordo del mese passato in un centro da incubo vicino alla stazione di Milano, fra la promiscuità e il lerciume, senza docce.
Disse Leone XIV a Lampedusa citando san Paolo: «Alcuni, senza saperlo, hanno ospitato angeli». Annunciatori di una civiltà che nasca dalle rovine di questa. Se ne sono ricordati gli evangelici tedeschi che hanno preso sotto la loro protezione Abdirisak, ospitandola in una chiesa di Norimberga.
Santo Padre, la prego, si ricordi di loro, di Lampedusa e di Gerusalemme, e dell’angelica Abdirisak, a Rimini. Siamo in tanti a sperarlo.
Attacco al diritto Sui giornali liberaldemocratici Itamar Ben-Gvir è visto come una sorta di anomala escrescenza nell’«unica democrazia del Medio oriente»
«Penso che a Gaza si dovrebbero effettuare omicidi mirati, eliminando da 30 a 40 persone ogni notte. Lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non sono nemmeno persone». È difficile stare dietro alle truculente dichiarazioni del ministro israeliano della sicurezza nazionale.
Sui giornali liberaldemocratici Itamar Ben-Gvir è visto come una sorta di anomala escrescenza nell’«unica democrazia del Medio oriente» e nello stesso governo Netanyahu. Purtroppo le sue politiche genocidarie, le guerre di aggressione, lo spregio del diritto e il linguaggio di disumanizzazione dei palestinesi sono largamente condivisi in Israele. Ci sarebbe da chiedersi se qualcosa del genere non sia intrinsecamente connesso al progetto sionista, e la pulizia etnica della Palestina che dura da quasi un secolo porterebbe argomenti in questo senso.
Ma dobbiamo guardare anche più a ovest. Nel vicolo cieco della guerra (di aggressione) all’Iran, il governo Usa trova il tempo di emettere sanzioni contro la presidente Tomoko Akane e il procuratore aggiunto Abdoulaye Seye della Corte penale internazionale. Come altri undici magistrati della Corte sono esclusi dal sistema finanziario americano, di fatto globale. Lo stesso modus operandi adottato con Francesca Albanese e altri collaboratori e funzionari delle Nazioni unite. Le sanzioni alla Corte sono previste fin dall’Executive Order 14203 del 6 febbraio 2025 e l’attacco frontale al diritto internazionale è un segno distintivo della politica di Trump. Ma tutti i presidenti del dopoguerra lo hanno violato. Anche Obama, che nel discorso di accettazione del Premio Nobel per la pace ha rivendicato le azioni «unilaterali».
Del resto il campione della filosofia politica liberal contemporanea, John Rawls, scriveva nel 1971: «Nel caso in cui il diritto di un paese di muovere guerra sia discutibile o incerto, le restrizioni sui mezzi che esso può usare devono essere ancora più severe». Nel contesto della riproposizione della teoria morale della guerra giusta, Rawls sovvertiva il fondamentale principio del diritto internazionale umanitario moderno che separa lo ius in bello dallo ius ad bellum: puoi combattere legittimamente, ad esempio in risposta a un’aggressione o su mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, ma ciò che ti è vietato è esattamente lo stesso che se tu fossi l’aggressore.
Lette a contrario, le parole di Rawls significano che per il titolare della giusta causa di guerra sono lecite azioni belliche vietate al nemico ingiusto. Il combattente giusto è tenuto a un po’ meno di discriminazione fra combattenti e non combattenti, a esercitare un po’ meno di precauzione, a considerare un po’ meno la proporzionalità fra fini e mezzi. Alessandro Colombo ha parlato di «grammatica della guerra giusta», che opera come «solvente dei tradizionali freni alla guerra» sia nella scelta di intraprenderla sia durante il combattimento, come è stato evidente negli anni della «guerra al terrorismo».
La guerra giusta ha una lunga storia. Ben-Gvir e Netanyahu citano continuamente l’Antico testamento sul destino dei popoli «votati allo sterminio» da Jahvé perché occupavano la Terra promessa o rischiavano di corrompere il popolo eletto. Ma la teologia cristiana ha dato il suo contributo, nonostante i passaggi inequivocabilmente nonviolenti del Vangelo di Matteo. Nell’epoca della crisi dell’Impero romano Agostino d’Ippona ha sostenuto che combattere non sempre è peccato. Attraverso il medioevo e le crociate, la teoria della guerra giusta è arrivata alla legittimazione della conquista dell’America e oltre. La sua grammatica ha contaminato le prime elaborazioni del diritto internazionale. Sembrava superata con l’introduzione di norme giuridiche che limitano la guerra, fino al perentorio articolo 2 della Carta delle Nazioni unite, che vieta agli Stati non solo l’uso ma anche la minaccia della forza.
Eppure si è tornati a parlare di guerra giusta, in una forma apparentemente secolarizzata, nel contesto della Guerra del Golfo del 1991 (persino Norberto Bobbio ha usato l’espressione) e poi successivamente, per legittimare guerre illegittime, dalla Jugoslavia nel 1999 all’Iraq nel 2003 e oltre.
Oggi Trump sembra non avere bisogno di giustificazioni per le sue minacce di aggressione, più o meno attuate, dalla Groenlandia all’Oman, dal Venezuela all’Iran. Eppure cita my own morality, la sua morale.
La logica della guerra giusta ci pone su un piano inclinato scivoloso, che da Cambridge Massachusetts dove Rawls insegnava porta a Gaza attraverso orrori e massacri. Per fermare la caduta abbiamo a disposizione un freno, per quanto fragile e imperfetto: il diritto, che trasforma le convinzioni morali soggettive in norme e principi condivisi. Non è sufficiente, ma è necessario.
Kurdistan Per Ankara la questione del disarmo del Pkk riguarda l’intero spazio politico curdo della regione. È qui che entra in gioco il Rojava, dove gli eventi degli ultimi giorni mostrano come un simile processo resti fragile
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I sostenitori del Partito per l’Uguaglianza e la Democrazia del Popolo (DEM) sventolano una bandiera del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – Foto di Metin Yoksu/Epa
Il parlamento turco ha trasformato in legge ciò che fino a poco più di un anno fa sembrava politicamente impensabile. Il 10 agosto è stato approvato il primo vero quadro legislativo costruito attorno alla dissoluzione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il Pkk, e alla fine di oltre quarant’anni di conflitto armato.
La legge rientra nel processo di pace tra la Turchia e il Pkk, iniziato nel febbraio 2025, quando Abdullah Öcalan, fondatore del partito e detenuto dal 1999 sull’isola di Imralı, aveva chiesto all’organizzazione di deporre le armi e sciogliersi. La nuova normativa consente a migliaia di membri del Pkk di beneficiare, a determinate condizioni, della sospensione delle pene, del rinvio dei procedimenti o della futura archiviazione dei casi. Restano esclusi i condannati per omicidio volontario e alcuni detenuti all’ergastolo. Tra questi c’è lo stesso Öcalan.
IL PKK HA ACCOLTO la legge come un «inizio», ma molte questioni restano fuori: la riforma della legislazione antiterrorismo, le garanzie per l’attività politica di chi è stato detenuto, i diritti linguistici e culturali dei curdi, il ruolo delle amministrazioni locali e soprattutto lo status di Öcalan, considerato dal movimento una condizione centrale per portare avanti il processo. Il 2 agosto Öcalan lo ha sintetizzato con una metafora: «Un viaggio di mille chilometri comincia con un passo».
Ma limitare quanto accade alla sola Turchia rischia di far perdere una delle dimensioni più importanti del processo. Per Ankara la questione riguarda l’intero spazio politico curdo della regione. È qui che entra in gioco il Rojava, meglio noto come Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est, Aanes. Il modello politico sviluppato nell’Aanes è stato profondamente influenzato dalle idee di Öcalan: comuni locali, consigli, copresidenze uomo-donna, organizzazioni femminili e un sistema politico che rivendica esplicitamente una forma di autonomia democratica senza chiedere la creazione di uno Stato curdo indipendente.
La Turchia considera però le unità di autodifesa Ypg e Ypj e le principali strutture militari curde siriane parte dello stesso spazio politico del Pkk. Le Sdf (Forze democratiche siriane) respingono questa accusa e già nel febbraio 2025 il loro comandante Mazloum Abdi aveva dichiarato che l’appello di Öcalan al disarmo del Pkk non li riguardava.
GLI EVENTI del 2026 hanno cambiato drasticamente i rapporti di forza. Dopo l’avanzata delle forze della nuova Damasco di Al-Sharaa nel nord-est, le Sdf e il governo siriano hanno raggiunto un accordo per integrare progressivamente strutture militari e amministrative nell’apparato statale. L’intesa prevede l’ingresso di forze del ministero dell’interno a Hasakah e Qamishli, l’integrazione delle istituzioni dell’amministrazione autonoma e una nuova struttura militare che dovrebbe comprendere anche brigate provenienti dalle Sdf. Sono previste inoltre garanzie sui diritti civili ed educativi dei curdi e sul ritorno degli sfollati. È proprio qui che il processo turco e quello siriano iniziano a sovrapporsi.
Erdogan ha dichiarato esplicitamente che l’accordo tra Damasco e Sdf ha alleviato la pressione sul negoziato interno con il Pkk. Ankara può dunque immaginare un nuovo assetto regionale nel quale il Pkk cessa di esistere come organizzazione armata autonoma, le strutture curde siriane vengono integrate nello Stato siriano e il movimento politico curdo in Turchia trova spazio nelle istituzioni.
Ma gli avvenimenti di questi giorni mostrano quanto questo equilibrio resti fragile. Il 10 agosto il ritorno delle famiglie curde sfollate a Serêkaniyê è stato sospeso dopo le aggressioni contro il primo gruppo di persone rientrate. Gli episodi hanno provocato proteste a Hasakah e Qamishli e nuove tensioni con le forze di sicurezza siriane. È questa ambiguità a rendere la legge turca storica e, allo stesso tempo, incompleta.
PER ANKARA può rappresentare la conclusione di un’insurrezione attraverso il disarmo del Pkk e l’integrazione dei suoi membri nello Stato; per Öcalan e buona parte del movimento curdo può essere l’inizio della trasformazione della lotta armata in una lotta politica, con l’obiettivo di portare avanti il confederalismo democratico attraverso le istituzioni, i comuni e la rappresentanza parlamentare; per l’opposizione nazionalista può essere una pericolosa legittimazione del Pkk. Per i critici di Erdogan può rappresentare un’operazione di ingegneria politica interna e regionale, capace di neutralizzare il conflitto armato e rafforzare Ankara in Siria e Iraq.
Nessuna di queste interpretazioni, da sola, riesce a spiegare completamente ciò che sta accadendo. Il fatto decisivo è forse un altro: per la prima volta dopo decenni, il centro del confronto si sta spostando dalle montagne e dalle operazioni militari alle istituzioni e alla definizione stessa di cittadinanza e democrazia. Il Pkk ha accettato di mettere in discussione lo strumento che per quarant’anni ha costituito il principale elemento del proprio potere negoziale: le armi. Ankara dovrà ora dimostrare che ciò che viene dopo non si limita alla scomparsa di quell’organizzazione.
* Scrittrice, regista, giornalista e attivista per i diritti umani
Commenta (0 Commenti)«Ceuta y Melilla son españolísimas» La presa di posizione della ministra della difesa spagnola riporta finalmente il dibattito sul terreno della sovranità territoriale
Leggi ancheOscar Camps: «Ceuta è il fallimento del sovranismo, i migranti non sono merce di scambio»
Protesta dei richiedenti asilo arrivati a Ceuta – Ansa
Fanno riflettere le dichiarazioni rilasciate dalla ministra della difesa spagnola, Margarita Robles, che durante una visita alle enclave ha voluto ribadire che «Ceuta y Melilla son españolísimas». Una presa di posizione che riporta finalmente il dibattito sul terreno della sovranità territoriale.
Mentre gran parte del racconto mediatico aveva interpretato quanto accaduto il 30 luglio esclusivamente in chiave migratoria. In realtà, le due dimensioni non possono essere separate. I tentativi di ingresso nelle enclave si registrarono con una certa continuità fin dagli anni Novanta, quando, con l’entrata della Spagna nello spazio europeo e il progressivo irrigidimento dei controlli di frontiera, Ceuta e Melilla divennero punti di accesso per l’Europa. Fu allora che si decise di circondarle con delle barriere metalliche (oggi triplicate, rafforzate da sistemi di sorveglianza ad alta tecnologia e pattugliate congiuntamente dalla Guardia Civil spagnola e dalla Gendarmerie Royale marocchina) destinate a impedire il passaggio dei migranti.
Parallelamente, dal 1992, con l’Accordo bilaterale ispano-marocchino di riammissione, la Spagna ha progressivamente delegato al Marocco una parte sempre più rilevante della gestione dei flussi migratori, trasformando le due enclave in uno dei primi laboratori di esternalizzazione delle frontiere. Un modello embrionale che negli anni successivi sarebbe stato progressivamente esteso anche ad altri contesti europei. Ceuta e Melilla però non sono soltanto una frontiera nella mappa delle reti migratorie. Le due enclave, infatti, costituiscono uno spazio di eccezione nel quale si condensano, in scala ridotta, alcune delle principali contraddizioni dell’Europa contemporanea: la libera circolazione delle merci e dei capitali convive con la crescente restrizione della mobilità umana; l’apertura economica si accompagna alla chiusura delle frontiere; il diritto d’asilo si confronta quotidianamente con logiche securitarie e di esclusione.
D’altra parte, per il Marocco le enclave rappresentano gli ultimi residui del colonialismo europeo nel continente africano e continuano a essere oggetto di una rivendicazione di sovranità mai abbandonata, riemersa ciclicamente nel confronto diplomatico con Madrid. È l’intersezione tra due dimensioni – il controllo esternalizzato delle migrazioni e la disputa sulla sovranità delle enclave – a offrire una chiave di lettura dell’episodio del 30 luglio: esso appare come la manifestazione di un rapporto muscolare nel quale la gestione dei flussi migratori diventa uno strumento di pressione politica e la pelle dei migranti, soprattutto quella dei minori, finisce per essere utilizzata come spazio di negoziazione tra gli Stati.
La crisi di Ceuta apre inoltre una crepa sulla narrazione progressista che ha accompagnato negli ultimi anni la politica migratoria del governo Sánchez. Non è un caso che lo stesso presidente del governo abbia definito quanto accaduto un «attacco alla sovranità territoriale della Spagna», spostando il baricentro del dibattito dalla sola gestione dei flussi migratori alla difesa dell’integrità dello Stato. Lo scontro con Giorgia Meloni ha poi appiattito il confronto su una competizione di segno opposto ma speculare: da un lato la richiesta italiana di rafforzare i controlli alle frontiere e la sospensione temporanea delle regole di Schengen nei confronti della Spagna, dall’altro la rivendicazione di Sánchez di aver effettuato più rimpatri dell’Italia e la difesa della propria gestione dei confini.
Paradossalmente, il confronto finisce così per misurare il successo delle politiche migratorie in termini di controllo, respingimenti e rimpatri, lasciando sullo sfondo la questione centrale: la tutela dei diritti delle persone in movimento. L’immagine dell’Aquarius accolta nel porto di Valencia nel giugno 2018, in segno di apertura verso le 629 persone bloccate in mare da giorni e di discontinuità rispetto alle politiche europee di chiusura, è un fotogramma ormai evanescente.
Commenta (0 Commenti)Altro che vittoria Come va la guerra del Golfo? Nessuno davvero lo sa, forse neppure Trump
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump – Foto di Julia Demaree Nikhinson/AP
Come va la guerra del Golfo? Nessuno davvero lo sa, forse neppure Trump, che un momento si inventa negoziati segreti con Teheran, smentiti dagli iraniani, e quello dopo minaccia di bombardare persino l’Oman. Quindi chiede a Israele di non colpire Gaza ma il suo inviato Jared Kushner riceve da Netanyahu, in piena campagna elettorale, un secco no: niente ritiro israeliano senza prima il disarmo di Hamas.
Secondo Haaretz Israele continuerà ad attaccare (e a uccidere) a Gaza, pur dichiarando di voler portare avanti un piano per la ricostruzione. Un capolavoro di ipocrisia e doppiezza.
Procede a tentoni Donald Trump, da Occidente a Oriente, come dimostra la sua decisione di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud, citando i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un, alleato stretto della Cina e di Putin.
Trump – e a questo punto nemmeno noi – non ha ben chiaro chi siano gli amici e i nemici, o quanto meno gli avversari: sono tutti in una sorta di frullatore.
E nello Stretto di Hormuz il capo degli Stati uniti resta sempre più impantanato. Scadevano ieri i 60 giorni per raggiungere un accordo per limitare il programma nucleare iraniano come previsto dal cessate il fuoco concordato a giugno tra Usa e Iran, un’intesa sostanzialmente defunta. Non sono stati segnalati attacchi Usa contro obiettivi iraniani dalla fine di luglio ma Hormuz intanto rimane chiuso e Trump ha detto di volerlo dichiarare «territorio degli Stati Uniti».
Tutto questo mentre ci si continua a raccontare la favoletta dei “mari liberi” prescritti da trattati internazionali non rispettati e neppure sottoscritti dalle maggiori potenze. L’amministrazione Trump ha revocato le deroghe alle sanzioni sul petrolio iraniano, concesse durante la breve tregua, e le forze americane hanno reintrodotto il blocco navale dei porti iraniani, nella speranza che la pressione economica sull’Iran lo costringa a concessioni. Ma i leader iraniani scommettono di poter sopportare maggiori difficoltà economiche rispetto agli Usa, soprattutto in vista delle elezioni americane di medio termine di novembre.
In realtà Usa e Iran sembrano prepararsi a una prolungata campagna di logoramento economico che potrebbe anche sfociare in una ripresa del conflitto iniziato da americani e israeliani il 28 febbraio scorso, sei mesi fa.«La repubblica islamica sta cercando di imporre una crisi economica all’America e l’America sta cercando di imporre una crisi economica alla repubblica islamica», afferma sul New York Times Behnam Ben Taleblu, esperto di Iran della Foundation for Defense of Democracies di Washington.
Dov’è la vittoria che Trump proclamava con la fine del nucleare iraniano e del regime di Teheran? Per lui c’è un’aria di “deja vu” nella regione dei fallimenti.
La cosiddetta pax americana non decolla a Gaza, sempre più devastata, e tanto meno in Libano. Qui le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno preparando nuove fortificazioni in un’area che si estende dal Monte Hermon a Est fino alla costa mediterranea a Ovest, distruggendo sistematicamente i villaggi sciiti per impedire ai civili di tornarci per anni. E tutto avviene nell’indifferenza dell’Europa e dell’Italia che però rivendicano un ruolo da pacificatori. Ridicolo, se non fosse tragico.
Intorno al Golfo e a Hormuz tutti stanno facendo patti e accordi tranne Trump. Arabia saudita, Turchia e Pakistan hanno stretto un’intesa di reciproca assistenza militare in caso di attacco, Teheran sbandiera un accordo con l’Oman per riscuotere tariffe sul passaggio delle navi e ora Trump vorrebbe persino bombardare il Sultanato che secondo lui «si mette in mezzo». Ma forse è Trump colui che ha più bisogno di un accordo per tirarsi fuori dal pantano, proclamare vittoria, ritirarsi e chiudere una guerra voluta da lui e da Netanyahu che si sta rivelando un fallimento anche per l’economia globale. Il fatto più significativo è che le potenze in gioco in questi accordi hanno un denominatore comune: nessuno si fida più della protezione americana. Come non si fidano dell’Iran, e forse ancora meno di Israele, ma anche di loro stessi, in balìa di eventi che incrinano la loro stabilità e l’immagine di monarchie assolute assai ricche ma vulnerabili.
Siamo davanti agli effetti diplomatici e di riallineamento inevitabili di un conflitto che gli Usa con Israele hanno scatenato umiliando i loro alleati arabi (come se la loro opinione non contasse nulla) ed esponendoli a conseguenze militari ed economiche devastanti. Persino gli europei, di solito volonterosi sonnambuli di Trump (Crosetto stava, ignaro, a Dubai quando è iniziata la guerra il 28 febbraio), sono accorsi nel Golfo per dare una mano ai sauditi, come ha fatto l’Italia inviando militari e mezzi in Arabia saudita nascondendo la mano, cioè ignorando con dei sotterfugi di comunicarlo al Parlamento: eppure quel che accade nel Golfo non si riverbera solo sui prezzi energetici e noi cittadini ma anche sugli equilibri strategici nel Mediterraneo. Come dimostra il caso di Ceuta basta agire su un tasto dolente e doloroso, quello migratorio, per innescare un terremoto diplomatico.
Alle porte del Mediterraneo si sta trasferendo, quando si presenta l’occasione, una serie di conflitti di potenze e interessi che va dal Golfo all’Atlantico: da Israele alla Turchia, dalla Grecia a Cipro, agli Stretti _ Hormuz, Bab el Mandeb, Gibilterra, il canale di Suez, il Bosforo – il passaggio obbligato di merci, energia, cavi sottomarini, che oggi si presentano con tutto il loro peso strategico.
Trump rivendica ogni giorno con veemenza la conquista del Venezuela e accarezza quella di Cuba ma se lo mettessero di fronte a una mappa del mondo potrebbe vacillare: è più grande e assai diverso della sua immaginazione.
Commenta (0 Commenti)Le notizie che arrivano da Taybeh, unico villaggio totalmente di fede cristiana della Palestina biblica, sono sempre più preoccupanti: il 23 luglio scorso , il «Comandante dell’IDF della regione di Giudea e Samaria», come viene chiamata ufficialmente la Cisgiordania dal governo israeliano, ha emesso un’ordinanza militare che ordina la chiusura dell’area denominata «Taybeh and Rammoun Area», nella Cisgiordania occupata.
Oggi sappiamo che questa ordinanza resterà in vigore fino al 4 luglio 2027. Il testo del decreto lascia molto spazio all’interpretazione: i coloni israeliani che vivono nell’area o nelle sue vicinanze, compresi quelli presenti nei cosiddetti «avamposti collinari», sono considerati residenti, per cui possono circolare liberamente.
Non possono invece entrare o uscire da Taybeh gli attivisti israeliani e internazionali, i giornalisti internazionali, le associazioni umanitarie e tutti coloro che non risultano residenti nel villaggio e nell’area di Rammoun, paese vicino a Taybeh.
Il 17 Agosto in Palestina hanno inizio le lezioni scolastiche; Taybeh ha una scuola che, dalla primaria alle superiori, serve tutto il circondario, per un raggio molto superiore al limite previsto dall’ordinanza. Questo significa che la maggioranza degli studenti e delle studentesse sarà privata da domani della partecipazione alle lezioni.
Abbiamo sentito il Sindaco di Taybeh, Suliman Abu Elias, confermato per il suo secondo mandato il 25 aprile 2026, che mette in guardia circa le reali intenzioni dell’IDF:
“Tutta Taybeh e il suo territorio sono presi di mira dai coloni, sempre presenti con i loro animali, mentre i soldati dell’IDF organizzano i check point permanenti all’ingresso e all’uscita del paese. I soldati decidono l’apertura e la chiusura, per cui ci sono giorni in cui l’attesa per entrare o per uscire supera le tre ore ”.
Gli avamposti collinari dei coloni attualmente sono 7 stabili, di cui 5 nel territorio di Taybeh e 2 nel territorio del paese limitrofo.
Secondo l’Istat palestinese Taybeh fino al 2024 contava circa 1.400 abitanti; il parroco denuncia che in questi ultimi tre anni 15 famiglie più una decina di ragazzi hanno lasciato il paese recandosi all’estero alla ricerca di un posto più sicuro e più tranquillo.
L’IDF ha cercato di tranquillizzare gli abitanti dicendo che questa misura è per tutelarli, ma sia il sindaco sia i parroci del paese (cattolico, ortodosso e melchita) descrivono un clima di insicurezza, di paura e di terrore non solo nello svolgimento dell’attività quotidiana, ma anche per la limitazione della libertà di movimento.
La preoccupazione degli abitanti è che questa ordinanza sia finalizzata a permettere ai coloni di prendere possesso in modo indisturbato di vari terreni, ponendo le basi per altri 5 nuovi insediamenti sul terreno di Taybeh, cosa che di fatto soffocherà il paese e costringerà i cittadini palestinesi ad andare via.
Taybeh si estende su una superficie di 25.000 dunms ( un dunm = 1000 metri quadrati). Migliaia di ettari di terra di Taybeh rischiano di essere confiscati dai coloni con la protezione e la complicità dei soldati israeliani.
“Questo è il terzo anno consecutivo che i nostri contadini non riescono a raccogliere le loro olive; oramai i coloni stanno mettendo le mani su due terzi del territorio di Taybeh”, afferma il sindaco.
La paura si mescola con la preoccupazione degli abitanti e si intensifica a causa del silenzio internazionale.
Nessun intervento, nessuna denuncia e nessun interesse nonostante l’attivismo della chiesa, degli enti locali e le varie denunce del Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa.
(Ieri Pizzaballa è andato a Taibeh per celebrare la messa e così rivendicare l’accesso al paese e oggi il Papa ha chiesto la fine delle persecuzioni ndr).
Infine va ricordato il progetto di gemellaggio tra il Comune di Taybeh e il Comune di San Pietro in Casale (BO), grazie alla sensibilità del Comune stesso e il mondo dell’associazionismo, tra cui la Cgil di Bologna, Spi CGIL di Bologna, Anpi, Arci, Assopace Palestina. Il 25 luglio è stata organizzata una bella iniziativa che ha visto la partecipazione sia della cittadinanza che del mondo del volontariato per avviare questo progetto che vedrà la luce al più presto possibile.
Il sindaco di Taybeh fa appello a tutti, alla Chiesa cattolica e al Vaticano, e chiede che la comunità internazionale si mobiliti con urgenza per interrompere questa morsa che
soffocherà la sua cittadina.
Milad Jubran Basir
Giornalista italo palestinese ( originario di Taybeh ) e attivista per i diritti umani.