Ex Ilva Respingendo la richiesta di sospensiva avanzata dal governo, la Corte di appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo entro fine ottobre. La fabbrica, che non si è mai fermata dal novembre 1964, si prepara ad esalare il suo ultimo respiro
Un momento del blocco degli operai dell'Ilva – Foto Ansa/Luca Zennaro
«Tutto è compiuto» dicono i tarantini al termine dei riti della Settimana Santa, quando i «misteri» della passione di Cristo rientrano dopo una notte di incedere barcollante. Tutto è compiuto (o così sembra) anche per il siderurgico ex Ilva, dopo una via crucis che dura dall’estate 2012.
Respingendo la richiesta di sospensiva avanzata dal governo, la Corte di appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo entro fine ottobre. La fabbrica, che non si è mai fermata dal novembre 1964, si prepara ad esalare il suo ultimo respiro.
Tale esito non è però il frutto di un qualche destino. Basta srotolare la pellicola degli ultimi quindici anni per fare il bilancio delle responsabilità. Il «peccato originale» è forse il rilascio della prima Autorizzazione integrata ambientale (Aia) all’Ilva dei Riva da parte del governo Berlusconi, nel 2011: un compromesso al ribasso che lascia in piedi una situazione critica sul piano ambientale, delude il movimento ambientalista e presto finisce nel calderone dell’inchiesta per disastro ambientale avviata dai magistrati di Taranto. Questi però mettono nel mirino non solo l’inadeguatezza tecnica dell’Aia, ma soprattutto l’impatto sanitario dell’inquinamento. I tentativi dell’azienda di agitare il ricatto occupazionale non vanno a segno e, nel luglio 2012, arriva il sequestro dell’intera area a caldo e l’incriminazione dei vertici aziendali e di molti quadri intermedi.
Da questo momento la crisi si avvita e diventa drammatica soprattutto per il venir meno del soggetto imprenditoriale. Con il commissariamento del 2013 (governo Letta) e, ancor più, con la messa in amministrazione straordinaria nel 2015, i Riva – che intanto continuano a operare nel settore con discreti successi – vengono estromessi. Lo Stato di fatto assume il controllo degli asset, ma si comporta da amministratore provvisorio: rimanda le decisioni strategiche in attesa di una soluzione definitiva al problema della proprietà. Ma intorno a questo punto si registrano ripetute incertezze e cambi di passo. Il mancato scioglimento di quel nodo vanifica un’opportunità di innovazione tecnologica: quella prospettata dal Piano ambientale stilato fra 2013 e 2014 dai commissari Enrico Bondi ed Edo Ronchi, che prefigurava sviluppi che ora stanno prendendo piede su scala globale.
Il nuovo governo Renzi dà invece priorità alla ricerca di un acquirente; si arriva così alla gara internazionale di vendita. È una partita che l’esecutivo perde nonostante fosse al contempo arbitro e uno dei concorrenti – avendo schierato Cassa depositi e prestiti a sostegno della cordata composta anche dall’indiana Jindal e dall’italiana Arvedi. L’insufficiente impegno finanziario di questa compagine finisce col far prevalere l’offerta di ArcelorMittal, allora il più grande produttore mondiale d’acciaio. Ma la gestione della multinazionale franco-indiana si rivela catastrofica, confermando i timori chi aveva ipotizzato un’acquisizione finalizzata alla cannibalizzazione di un concorrente. Il governo rientra in campo dopo una lunga trattativa che concede robuste compensazioni ad ArcelorMittal, ma continua a mancare un progetto. Nell’estate 2025 il ministro Urso prospetta un piano ambiziosissimo che immagina un cambio di paradigma tecnologico, ma tutto si incaglia ancora una volta per l’assenza di un soggetto imprenditoriale credibile – il solo che si era palesato, la piccola Baku Steel, si tira indietro dopo essersi vista bocciare dalle istituzioni locali l’installazione di una nave rigassificatrice.
Queste vicende hanno visto alternarsi sette governi, a cui hanno dato sostegno tutte le forze politiche dell’attuale arco parlamentare. Riconoscere che la catastrofe di Taranto costituisca il fallimento di un’intera classe dirigente non è del tutto esagerato. Anche perché, nel mentre, altri grandi interventi pubblici, come le bonifiche, l’adeguamento del porto, il contratto istituzionale di sviluppo hanno prodotto risultati deludenti. E questo getta un’ombra inquietante sul futuro di una comunità che, proprio a causa della mancata risoluzione della crisi dell’ex Ilva, si è profondamente lacerata e ora rischia un salto nel buio.
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Dopo la Sassonia La parola chiave della discontinuità è rigenerazione: perché siamo diventati così vulnerabili, chi ne beneficia, quale potere deve cambiare
Dopo il rientro dalle ferie a tasche vuote le contraddizioni si accumulano. Meloni fa di Charlie Kirk un altisonante riferimento politico mentre esprime a bassa voce, senza condanne, la propria distanza dalle guerre che Trump rilancia.
Davanti c’è un inverno con bollette alle stelle, e il sovranismo importa il repertorio di quei Maga la cui strategia di sicurezza nazionale inneggia alle forze che fermano la traiettoria europea. Non occorre evocare cospirazioni: da Washington come da Mosca ci si aspetta che le destre europee nazionaliste riportino l’Unione europea a essere un mercato di stati deboli, trattabili uno alla volta. Chi importa il repertorio importa anche il ruolo: smontare la casa in cui abita.
Il 43,8 per cento dell’Afd in Sassonia-Anhalt scandito da «ci riprendiamo la Germania!» dovrebbe interrompere la conversazione rituale su primarie e perimetro del «campo largo»: suona come litigare sul timone della scialuppa senza verificare se la nave abbia ancora uno scafo.
Magdeburgo dice più di un possibile contagio dell’estrema destra nel pieno di un’escalation militarista, con solo i verdi che sembrano reggere nelle urne: mostra dove finisce il centro che decide di inseguirla. Sottrarle argomenti – irrigidire l’immigrazione, svuotare il Green deal, parlare più di ordine – non produce la sua ritirata, ma la legittimazione della sua logica. Il Ppe ci ha provato: prima delle europee del 2024 ha ottenuto il ritiro del regolamento sui pesticidi. La destra è avanzata comunque. Se la transizione è un lusso delle élite urbane, perché preferire chi promette di rallentarla a chi vuole smantellarla? Mentre cerca di rubarle voti, il centro le consegna il monopolio della diagnosi.
La domanda posta da Magdeburgo non è dunque di posizionamento, ma di conflitto: quale organizzare, contro chi, con quale coalizione sociale. Il centro liberale ha smesso di organizzarlo: difende procedure e libertà, indispensabili, ma non distribuisce più potere. Chi non ha potere sul salario, sulla casa, sul prezzo dell’energia, cerca protezione altrove. La destra radicale gliela offre a poco prezzo: appartenenza, un confine, un nemico. Trasforma un conflitto verticale in orizzontale: alla domanda «Chi possiede, chi decide, chi paga?» sostituisce un chi è protetto e chi va cacciato. Organizza gli impoveriti dentro una spiegazione del loro impoverimento.
Una sinistra che voglia essere rilevante deve farlo in direzione opposta, e il terreno decisivo è la crisi climatica: non un tema in coda agli altri (economia, guerra), ma la matrice che li sta riorganizzando impetuosamente, nonostante le resistenze negazioniste. Il prezzo dell’energia modifica salari reali, margini industriali e affitti; le guerre nei paesi produttori si trasferiscono nelle bollette europee. Ogni politica climatica produce vincitori e perdenti identificabili, e concentra i costi nel presente distribuendo i benefici nel futuro: la struttura ideale per una reazione di rigetto.
La destra lo ha capito prima e ha trasformato la transizione in questione morale contro le élite: voi pagate, loro decidono. La risposta progressista è stata troppo spesso la pedagogia. A chi teme di perdere reddito non basta spiegare perché decarbonizzare: occorre dire chi pagherà la riconversione, che lavoro avrà chi ci lavora oggi, chi possiederà la nuova industria. Il risultato di Magdeburgo va letto anche come quello di una regione di chimica energivora, compensazioni pubbliche e declino demografico.
È qui che la discussione sul campo largo mostra la propria insufficienza. Campo largo è un’indicazione spaziale: dice quanto deve essere grande il terreno, non chi debba coltivarlo e contro quali interessi. Fronte indica insieme un argine e una direzione. Massimo Cacciari ha ragione: un’alleanza non ricava un’idea del mondo dalla necessità di sopravvivere o dal desiderio di vincere. L’operaio che teme la chiusura della fabbrica e la studentessa che chiede di decarbonizzarla diventano un blocco sociale solo se la riconversione porta investimenti, formazione e un nuovo posto di lavoro. I perimetri vanno distinti: il fronte costituzionale contro chi minaccia la democrazia comprende liberali e conservatori; quello di trasformazione solo chi condivide la direzione di marcia.
Credo che la parola attorno a cui organizzare la discontinuità sia rigenerazione. Resilienza appartiene al lessico dell’adattamento: assume lo shock come dato e chiede di imparare ad assorbirlo. Rigenerazione parte da una domanda più radicale: perché siamo diventati così vulnerabili, chi ne beneficia, quale potere deve cambiare. Salario minimo, sanità, casa, trasporti e rinnovabili smettono di essere cinque capitoli di programma e diventano punti sulla stessa linea di conflitto: ridurre la dipendenza dal mercato.
Del resto, quella che in Italia si chiama «emergenza» è spesso figlia di rendite protette, mentre l’emergenza reale – siccità, alluvioni, calore – è rimossa fino alla catastrofe. Rigenerare acquedotti, suoli, boschi, edilizia pubblica significa fare della manutenzione della Repubblica una politica industriale permanente. Se la dipendenza dal fossile trasforma ogni guerra nelle aree produttrici in una tassa domestica, l’indipendenza energetica (europea, nazionale e di comunità) è la politica estera più comprensibile che la sinistra possa proporre. Fa parte del saper difendersi e negoziare senza fare della spesa militare il principio ordinatore dei bilanci.
Resta la prova decisiva: chi paga? L’ordine conta. Prima trasporti pubblici, case efficienti, energia accessibile; poi divieti e obblighi.
Il precedente tedesco è istruttivo: la legge sulle caldaie del 2023 impose la sostituzione prima di sussidi e alternative, e l’estate dopo quasi metà degli elettori AfD indicava clima ed energia fra le ragioni del loro voto. Insomma, denaro pubblico condizionato a occupazione, salari ed emissioni verificabili, restituito se gli impegni saltano; fiscalità progressiva su patrimoni e rendite, e investimenti comuni europei. Alcune rendite privilegiate vanno aggredite: dirlo prima distingue una teoria del cambiamento da una lista di promesse.
Maggioranza Mentre ragioniamo sulla grande mano che le destre più istituzionali danno alle destre estreme, ecco la farsa italiana della legge elettorale
La tragedia si replica in farsa anche senza aspettare i tempi lunghi della storia. Mentre ragioniamo sulla grande mano che le destre più istituzionali danno alle destre estreme, fasciste e naziste, scimmiottandone i loro programmi e le loro parole d’ordine, avendo negli occhi la tragedia della Sassonia-Anhalt, ecco la farsa italiana della legge elettorale. Dove Giorgia Meloni è costretta a cambiare idea ogni giorno, stravolgere continuamente il testo che cerca di imporre con nessuna certezza ma tante forzature, per tamponare l’ascesa di Roberto Vannacci. Così tutti capiscono quanto lo teme. E così gli regala nuovi argomenti e altra visibilità.
Non ci sono precedenti degni di encomio nella storia ultra trentennale delle modifiche alla legge elettorale, fatte sempre a colpi di maggioranza per cercare un tornaconto nelle elezioni dietro l’angolo. E due volte bocciate dalla Corte costituzionale. Ma questa del camaleontico Melonellum (per ironia della sorte avrebbe dovuto chiamarsi Stabilicum) le supera tutte in miseria. Meloni e i sue tremanti vicepremier si scambiano i ruoli a seconda delle convenienze del momento: prima lei impone la rinuncia ai collegi uninominali a suon di minacce, adesso sempre lei minaccia di far saltare tutto mentre gli altri si attaccano all’ultimo accordo. Che però è arrivato dopo accoltellamenti nel buio del voto segreto, indicibili scambi su altri tavoli nei continui vertici di maggioranza. Un accordo che non regge.
Nel centrodestra nessuno fa lo stesso gioco, neanche dentro lo stesso partito, neanche il teoricamente arbitro presidente del senato che respinge o ammette emendamenti seguendo l’utilità del momento. Lo schermo delle preferenze sulle quali Meloni solennemente giura, e poi trasforma in un imbroglio conservando i capilista, è l’ultima fossa che il panico sta scavando sotto i piedi della premier. Vannacci è lì che l’aspetta.
È difficile, ma se non se ne farà più niente, se salterà tutto, sarà solo perché l’ultimo sondaggio consiglierà al governo di tenersi la legge attuale. Mentre dovrebbe ricordarsi che sono stati gli elettori, con il referendum, a dire un chiaro no a queste forzature incostituzionali.
Intervista Il co-segretario della Linke: «Il dibattito interno al partito verteva su come essere coerenti con la nostra linea pur sostenendo la Cd»
«È un segnale fatale che nella storia tedesca, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, un Land possa essere guidato da un politico di estrema destra». Ci saluta così Luigi Pantisano, co-segretario della Linke dal giugno scorso, il primo italiano – i genitori, calabresi, migrarono nel Baden-Württemberg negli anni ’60 – a guidare un partito tedesco.
Gli chiediamo anzitutto di individuare le principali ragioni del trionfo dell’AfD in Sachsen-Anhalt.
È il risultato della politica antisociale attuata dal governo Merz, che negli ultimi mesi ha fatto la guerra ai lavoratori: dall’aumento dell’orario di lavoro, all’inasprimento dei requisiti per la malattia, fino all’aumento dell’età pensionabile. Queste misure hanno esasperato la rabbia di molti che alle urne hanno scelto AfD.
Come valuta il vostro risultato nel Land? Siete andati sotto le previsioni dei sondaggi e peggio del 2021, nonostante la crescita costante a livello federale dalle elezioni politiche dello scorso anno.
Il nostro è stato un risultato ambiguo, abbiamo vinto tre mandati diretti a Magdeburgo e ad Halle dove ci ha premiato la strategia delle campagne elettorali “porta a porta” (Haustürgespräche): abbiamo bussato a sessantamila porte, abbiamo vinto lì dove siamo stati sul posto a fare politica tra le persone, partendo dai loro bisogni. I consensi persi rispetto ai sondaggi dipendono dalla campagna del Taktisch Wählen: dare un voto utile per far superare la soglia del 5 percento a Spd e Verdi. Questo ha fatto sì che molti voti si siano dispersi nel “campo largo” («per intendersi», aggiunge nel suo italiano impeccabile).
I risultati di domenica ci dicono che un governo di minoranza Cdu con sostegno esterno della Linke è un’ipotesi sfumata.
Adesso è il Bsw che può decidere quale sarà la maggioranza di governo, ma ha già annunciato che è disposto a sostenere l’AfD. Al momento tutto tende in quella direzione. Noi con i nostri voti avremmo sempre sostenuto una maggioranza alternativa all’AfD. Il dibattito interno al partito verteva chiaramente su come poter mantenere coerenza con la nostra linea pur sostenendo la Cdu.
È a questo proposito che la sua intervista rilasciata a Bild nel giugno scorso fu strumentalizzata: condannava la deriva “fascista” della Cdu, ma non chiudeva in alcun modo all’opportunità per la Linke di impedire l’insediarsi di un governo di estrema destra.
Esatto, le mie dichiarazioni sono state strumentalizzate, chi ha letto l’intervista per intero ha capito quello che volevo dire. Il principale pericolo che vedo è che la Cdu rincorre sempre di più le proposte dell’AfD: se continua a fare così difficilmente potremo dare i nostri voti per sostenere un governo Cdu. Le politiche della Cdu contro i migranti non l’hanno rafforzata, ma hanno raddoppiato i consensi di AfD. È quello che abbiamo sempre detto: inseguire le politiche dell’AfD non fa altro che rendere l’AfD – la “versione originale” – sempre più forte.
Poi c’è il riarmo.
Certo. È notizia recente la cessione da parte di Volkswagen del suo stabilimento di Osnabrück per la conversione al settore bellico. Il governo fino al 2030 vuole aumentare gli investimenti nel riarmo. Un approccio completamente sbagliato che sta rendendo l’AfD sempre più forte. La Linke sa cosa deve fare: stare tra la gente, bussare alle porte, aprire gli sportelli sociali del partito, fare una politica sociale e antimilitarista per opporsi a un governo che fa politiche antisociali e che vuole che i lavoratori lavorino di più e vadano in pensione più tardi.
Merz deve dimettersi?
Direi che deve anzitutto cambiare le sue politiche, il segnale degli elettori è una netta bocciatura di tutte le riforme che ha annunciato e realizzato. Se non cambia rotta noi continueremo a organizzare la protesta sociale. Già il 26 settembre ci saranno grandi manifestazioni in 15 città organizzate dalla Dgb (la principale confederazione sindacale tedesca) contro i tagli alla spesa sociale e le riforme di flessibilizzazione del lavoro: ci saremo anche noi e vogliamo far cambiare rotta al governo.
Cosa si aspetta dalle elezioni imminenti – il 20 settembre – in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino?
Sono sicuro che a Berlino vinceremo le elezioni e che la prossima sindaca di Berlino sarà Elif Eralp, la candidata della Linke. Soprattutto a Berlino Elif deve essere la risposta al risultato in Sassonia-Anhalt, alle politiche degli ultimi anni e al corso attuale del governo Merz. Vogliamo espropriare Vonovia e gli altri grandi colossi immobiliari: è il mandato che ci arriva dagli elettori. In Meclemburgo invece combatteremo le prossime settimane: lì, come in Sachsen-Anhalt, la situazione è più difficile, ma daremo tutto per far sì che i risultati siano diversi.
Almeno una parte della destra italiana – Vannacci e Salvini in particolare – festeggia.
Forse la destra italiana non ha capito cosa vuole fare l’AfD. Vogliono buttare fuori dalla Germania 20 milioni di persone, una gran parte delle quali dovrebbe tornare in Italia, soprattutto gli italiani che vivono in Germania (me compreso). Adesso la Germania ha 80 milioni di abitanti, loro dicono che ne bastano 60.
Un consiglio per la sinistra del nostro paese?
Proseguire sul corso che mi sembra stia già imboccando, opponendosi alle politiche antisociali e contro i migranti. È l’unico Brandmauer per arginare i fascismi che può funzionare.
La deriva Chi abbia stravinto le elezioni in Sachsen-Anhalt è chiaro a tutti: l’Afd, guidata da un candidato di estrema destra capace questa volta di toni bonari e rassicuranti
Chi abbia stravinto le elezioni in Sachsen-Anhalt è chiaro a tutti: l’Alternative für Deutschland, Afd, guidata da un candidato di estrema destra capace questa volta di toni bonari e rassicuranti.
Ma che cosa ha vinto nel Land di Magdeburgo? Perché, se a raccogliere i voti sono i partiti, a seminarli sono preoccupazioni, paure, risentimenti, stati d’animo, che nell’Est della Germania sembrano pesare a volte di più degli interessi materiali e attraversano i confini tra le varie formazioni politiche.
Hanno vinto la xenofobia e il razzismo? Il bisogno del gas russo a buon mercato e a portata di mano? La paura della guerra e di essere trascinati in un conflitto con Mosca? L’insofferenza per quel sistema politico tedesco che ruota intorno ai due storici partiti popolari occidentali e all’eterno ritorno della (ormai ex) grande coalizione?
Ha vinto un bisogno di riconoscimento? Un sentimento di espropriazione di risorse subita anche a causa dell’Ucraina?
Probabilmente è un miscuglio tra tutti questi temi, che l’Afd ha raccolto giungendo sulla soglia del governo di un Land di modeste proporzioni, demograficamente anziano ed economicamente marginale.
Per «scrivere la storia» ancora non basta, ma è comunque la prima volta che la promessa di tenere l’estrema destra lontana dalle leve del potere, di qualunque potere grande o piccolo che sia, probabilmente non potrà essere mantenuta.
Era una promessa che la Germania aveva solennemente fatto non solo a quel che restava del paese devastato dalla guerra, ma al mondo intero.
Il guaio è che oggi i creditori di quel pegno, primi tra tutti gli Stati uniti, non ci tengono più. Anzi con l’estrema destra europea simpatizzano apertamente, sorvolando sui legami col passato. Sebbene Maga, tradotto in tedesco, significhi ritorno riveduto e corretto al nazionalismo fascista, nessuno ne è turbato. La Francia di Le Pen in ascesa verso il potere non può che considerare una tendenza confortante l’avanzata della destra in Germania, anche se una crescita sovranista della potenza tedesca non dovrebbe garantire al nazionalismo francese, e non solo a quello, sonni tranquilli. Quanto all’Unione europea c’è poco da confidare nella solidità del Ppe di Manfred Weber e di Ursula von der Leyen nel contrastare l’influenza delle destre più radicali sugli equilibri politici continentali.
Non c’è da illudersi che un probabile governo regionale dell’Afd possa essere affrontato decretando Sachsen-Anhalt un «Land-canaglia» e isolandolo, come qualcuno ha pure proposto. A parte gli ostacoli di legge gli effetti politici sarebbero fortemente controproducenti. L’Afd è solidamente il primo partito del paese e questo non può essere più ignorato.
Quanto accadrà a Magdeburgo indicherà comunque una generale linea di tendenza. Per ora se ne vedono due, a meno che una forte resistenza della società civile non arresti l’avanzata dell’estrema destra, ma è poco probabile. La prima è una frana inarrestabile della Cdu che, tra esodi e cedimenti, la sospinga verso una condizione implicita o esplicita di subalternità alla destra radicale e di sostanziale collaborazione con essa a tutti i livelli. Il cancelliere Merz non sembra temere questa eventualità, ritenendo la sua politica a destra quanto basta. E contando sulla tenuta delle sempre più bellicose posizioni antirusse del suo partito. Il disastro elettorale non cambierà nulla.
La seconda è la disponibilità, ormai conclamata, del partito di Sahra Wagenknecht a consentire con l’astensione l’insediamento del candidato di Afd Ulrich Siegmund alla presidenza della Sassonia-Anhalt. Preludio ad altre numerose occasioni di collaborazione con la destra estrema. Bsw ha poco a che spartire con un partito operaio bolscevico, ma nemmeno con una partecipata militanza internazionalista. Non brilla nell’organizzazione di lotte sociali o nel concreto sostegno pacifista a disertori e renitenti russi e ucraini. Come altre formazioni rossobrune si tratta di un partito essenzialmente ideologico, nato per scissione e impegnato soprattutto nel contrastare qualunque tendenza libertaria all’interno della sinistra sulla base della trita contrapposizione tra diritti sociali e diritti civili. Si colloca preferibilmente là dove i tratti autoritari e disciplinanti del socialismo novecentesco in versione patriottica e nazionale si incrociano più agevolmente con i riflessi d’ordine delle destre e con la loro politica di omologazione delle diversità.
Con ben poche speranze di diventare un consistente partito popolare Bsw si presta piuttosto a operazioni politicistiche nell’illusione di spuntare qualche risultato sociale spendibile sul piano identitario in cambio dei favori elargiti all’estrema destra.
A ben vedere entrambe queste derive condurrebbero a un rafforzamento progressivo della destra radicale tedesca e a un cambiamento profondo del clima culturale e della vita politica in Germania. La costruzione europea difficilmente reggerebbe a questa soluzione di continuità. Ma a questo punto non siamo ancora.
Tenuta democratica Il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale
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Proteste in Sassonia – Foto Ap
Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata, condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale, e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd.
Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt, ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da rivendicazioni economiche e materiali.
Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare, promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli ultimi sondaggi sembrerebbe indicare.
Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta, e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del “cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza, evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste.
Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla “sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un volto particolarmente amichevole.
Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che non si potrebbe propriamente definire moderato.
E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt, al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump.
Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa, iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in Sachsen-Anhalt.
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