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Ex Ilva Respingendo la richiesta di sospensiva avanzata dal governo, la Corte di appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo entro fine ottobre. La fabbrica, che non si è mai fermata dal novembre 1964, si prepara ad esalare il suo ultimo respiro

1ba2553b-bbf0-4e1d-8da3-11c0746e05ca Un momento del blocco degli operai dell'Ilva – Foto Ansa/Luca Zennaro

«Tutto è compiuto» dicono i tarantini al termine dei riti della Settimana Santa, quando i «misteri» della passione di Cristo rientrano dopo una notte di incedere barcollante. Tutto è compiuto (o così sembra) anche per il siderurgico ex Ilva, dopo una via crucis che dura dall’estate 2012.

Respingendo la richiesta di sospensiva avanzata dal governo, la Corte di appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo entro fine ottobre. La fabbrica, che non si è mai fermata dal novembre 1964, si prepara ad esalare il suo ultimo respiro.

Tale esito non è però il frutto di un qualche destino. Basta srotolare la pellicola degli ultimi quindici anni per fare il bilancio delle responsabilità. Il «peccato originale» è forse il rilascio della prima Autorizzazione integrata ambientale (Aia) all’Ilva dei Riva da parte del governo Berlusconi, nel 2011: un compromesso al ribasso che lascia in piedi una situazione critica sul piano ambientale, delude il movimento ambientalista e presto finisce nel calderone dell’inchiesta per disastro ambientale avviata dai magistrati di Taranto. Questi però mettono nel mirino non solo l’inadeguatezza tecnica dell’Aia, ma soprattutto l’impatto sanitario dell’inquinamento. I tentativi dell’azienda di agitare il ricatto occupazionale non vanno a segno e, nel luglio 2012, arriva il sequestro dell’intera area a caldo e l’incriminazione dei vertici aziendali e di molti quadri intermedi.

Da questo momento la crisi si avvita e diventa drammatica soprattutto per il venir meno del soggetto imprenditoriale. Con il commissariamento del 2013 (governo Letta) e, ancor più, con la messa in amministrazione straordinaria nel 2015, i Riva – che intanto continuano a operare nel settore con discreti successi – vengono estromessi. Lo Stato di fatto assume il controllo degli asset, ma si comporta da amministratore provvisorio: rimanda le decisioni strategiche in attesa di una soluzione definitiva al problema della proprietà. Ma intorno a questo punto si registrano ripetute incertezze e cambi di passo. Il mancato scioglimento di quel nodo vanifica un’opportunità di innovazione tecnologica: quella prospettata dal Piano ambientale stilato fra 2013 e 2014 dai commissari Enrico Bondi ed Edo Ronchi, che prefigurava sviluppi che ora stanno prendendo piede su scala globale.

Il nuovo governo Renzi dà invece priorità alla ricerca di un acquirente; si arriva così alla gara internazionale di vendita. È una partita che l’esecutivo perde nonostante fosse al contempo arbitro e uno dei concorrenti – avendo schierato Cassa depositi e prestiti a sostegno della cordata composta anche dall’indiana Jindal e dall’italiana Arvedi. L’insufficiente impegno finanziario di questa compagine finisce col far prevalere l’offerta di ArcelorMittal, allora il più grande produttore mondiale d’acciaio. Ma la gestione della multinazionale franco-indiana si rivela catastrofica, confermando i timori chi aveva ipotizzato un’acquisizione finalizzata alla cannibalizzazione di un concorrente. Il governo rientra in campo dopo una lunga trattativa che concede robuste compensazioni ad ArcelorMittal, ma continua a mancare un progetto. Nell’estate 2025 il ministro Urso prospetta un piano ambiziosissimo che immagina un cambio di paradigma tecnologico, ma tutto si incaglia ancora una volta per l’assenza di un soggetto imprenditoriale credibile – il solo che si era palesato, la piccola Baku Steel, si tira indietro dopo essersi vista bocciare dalle istituzioni locali l’installazione di una nave rigassificatrice.

Queste vicende hanno visto alternarsi sette governi, a cui hanno dato sostegno tutte le forze politiche dell’attuale arco parlamentare. Riconoscere che la catastrofe di Taranto costituisca il fallimento di un’intera classe dirigente non è del tutto esagerato. Anche perché, nel mentre, altri grandi interventi pubblici, come le bonifiche, l’adeguamento del porto, il contratto istituzionale di sviluppo hanno prodotto risultati deludenti. E questo getta un’ombra inquietante sul futuro di una comunità che, proprio a causa della mancata risoluzione della crisi dell’ex Ilva, si è profondamente lacerata e ora rischia un salto nel buio.

 

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Tenuta democratica Il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale

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5412ddba-deb6-4bec-b632-0677e2457694 Proteste in Sassonia – Foto Ap

Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata, condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale, e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd.

Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt, ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da rivendicazioni economiche e materiali.

Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare, promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli ultimi sondaggi sembrerebbe indicare.

Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta, e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del “cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza, evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste.

Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla “sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un volto particolarmente amichevole.

Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che non si potrebbe propriamente definire moderato.

E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt, al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump.

Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa, iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in Sachsen-Anhalt.

 

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