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Ucraina Non c’è il cessate il fuoco ma c’è chi deve controllarlo: una forza guidata da paesi Nato invisi a Mosca con gli Usa a sostegno. Si allarga così il conflitto e Meloni si smarca: no soldati italiani

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Volodymyr Selenskyj,Emmanuel Macron e Keir Starmer firmano la dichiarazione d'intenti su una forza multinazionale per garantire un cessate il fuoco in Ucraina olodymyr Selenskyj,Emmanuel Macron e Keir Starmer firmano la dichiarazione d'intenti su una forza multinazionale per garantire un cessate il fuoco in Ucraina – foto Ap

Torna ad aleggiare l’insopportabile cattivo odore del doppiopesismo sul diritto internazionale. Con, da una parte, l’operazione di polizia in Ucraina, così l’ha chiamata sfacciatamente Putin, che ci vede, Italia ed Unione europea, schierati e coinvolti militarmente con l’aggredito, con invio di armi ormai di offesa e con la strategia guerrafondaia del riarmo; e dall’altra l’applauso convinto dei Paesi Ue a favore dell’aggressore per l’«operazione di polizia» di Trump contro il Venezuela.

Per la quale plaudono sia Netanyahu, scontato perché avanguardia criminale e capofila praticante del modello Trrump in Medio Oriente, sia, piuttosto incredibilmente, anche il governo ucraino che si spertica in battimani verso la Casa bianca. Mentre si approssima la minaccia del potente alleato atlantico all’europea Danimarca per il controllo dei tesori della Groenlandia. Uno spettacolo-mondo nel quale la menzogna dei governanti non bada a spese e a parole perché, raccontano, diventa legittimo riarmarsi e preparare la guerra per «preparare la pace» – un teatrino «scandaloso» l’ha definito il nuovo papa.

COSÌ ASSISTIAMO alla sceneggiata dell’ennesimo vertice dei Volenterosi. Stavolta però è «un fatto storico»: consiste nella riproposizione ma «robusta», cioè già apparecchiata con truppe, armi, schieramenti, forniture militari, allocazioni sul terreno, di una forza di interposizione franco-britannica, naturalmente «di pace», pronta ad intervenire sul terreno in Ucraina per vigilare «per terra, per mare e per cielo» sul rispetto della tregua. Ribadiscono certo «solo dopo la tregua raggiunta» e lontano «dalla linea di separazione dei combattenti», e ovviamente per una «pace duratura».

Nella scena di martedì sera un soddisfatto Macron attorniato da una parte da Zelensky – al ripetuto rimpasto a Kiev e sempre alle prese con le pesanti accuse interne di corruzione – e il leader britannico Starmer dall’altra, davanti ad un tavolino firmano l’accordo; dietro le tribune con altri due convitati che entrano solo dopo in scena, il cancelliere Merz che a quanto pare non ha firmato e i più importanti per la rappresentazione, Steve Witkoff inviato con Jared Kushner di Trump, che avr ebbero dato la disponibilità americana a monitorare e ad intervenire contro la Russia di fronte ad una violazione del cessate il fuoco.

Che non c’è. E, assai probabilmente, non ci sarà a questa condizioni. Certo anche Merz, che non disdegna una frecciata a Zelensky sui troppi profughi ucraini arrivati in terra tedesca, annuncia che la Germania è pronta a mandare truppe «non in Ucraina, ma in un Paese Nato» confinante – pesano il riarmo miliardario la nuova leva militare a Berlino per giovani tedeschi. Quanto ai due convitati di pietra, Witkoff e Kushner assicurano il coinvolgimento Usa nel sistema di sicurezza per Kiev sotto attivazione dell’articolo 5 dell’Alleanza atlantica pur senza Kiev nella Nato. Insomma la Nato senza la Nato. Disponibile Erdogan, il Sultano atlantico per tutte le stagioni che si vuole “equidistante”.

FATTO SINGOLARE, per capire il senso vero di quello che è accaduto, ben prima dei risultati della conferenza stampa dei Volenterosi, è arrivata subito la presa di posizione di Giorgia Meloni, stavolta presente al vertice: «Non ci saranno sul terreno truppe italiane».

FIUTATO L’ODORE di bruciato di una evidente compartecipazione della coalizione ad un conflitto diretto con Mosca – siamo ormai sul cratere di una terza guerra mondiale – la premier italiana schiera armamenti e bagagli ma non uomini in armi: del resto come farebbe, lei e la sua coalizione, a spiegare a quel punto che «non siamo in guerra con la Russia»? Una evidenza che se diventasse lampante metterebbe in gioco subito la stabilità e la tenuta della coalizione di governo di destra-estrema destra davanti ad una più che riottosa opinione pubblica. Ma chissà? Magari potrebbe trovare sponde interventiste nel Pd – per «fare a Mosca quel che Trump ha fatto a Caracas», dice l’entusiasta eurodeputata Gualmini?

Quello che è andato in onda a Parigi appare come una prova teatrale di coesione dell’Europa – ora alla ricerca di un consenso istituzionale alla guerra nei vari parlamenti -, alla quale non manca, come da giaculatoria, la difesa ma la politica estera finora surrogata dalla Nato, e nonostante questo alla disperata ricerca di un legame subalterno con Trump.

UNA PROVA PERÒ assai controproducente sul terreno. Perché la proposta di forze militari franco-britanniche di interposizione dopo un cessate il fuoco, non avvicina la fine dei combattimenti ma allontana proprio il cessate il fuoco. Non solo perché la Russia considera questa proposta un azzardo contro la sua sicurezza – ha dichiarato ripetutamente Lavrov che i militari occidentali “peacekeeper” sarebbero obiet tivi militari in una situazione di tensione e scontro di fronte ad una violazione della tregua – come accaduto per i tanti strumentali cessate il fuoco nelle troppe guerre occidentali che abbiamo conosciuto. Il fatto è che dal punto di vista dell’origine della guerra, ci si chiede come sia possibile pensare che truppe appartenenti alla Nato entrino in Ucraina, quando proprio l’allargamento della Nato e il ruolo dell’Alleanza, «al fianco di Kiev dal 2014» secondo l’ammissione dell’ex segretario Jens Stoltenberg – e con quali risultati -, sono state una delle principali cause originarie quanto nefaste di questa guerra e della stessa aggressione russa?

L’interposizione o sarà di forze al di sopra delle parti – impossibile non pensare ad un coinvolgimento delle Nazioni unite e del Sud del mondo – che rappresentano ancora il diritto internazionale che ha giustamente condannato Putin e Netanyahu, ma bofonchia su Trump; oppure sarà uno strumento perché riprenda dall’inizio e si estenda – come scrive nel saggio “Tastiere in gabbia” (ed. Dedalo-Orwell), il giornalista del Corriere della Sera Massimo Nava – il gioco dell’oca della guerra ucraina.

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L'intenzione dichiarata spudoratamente dalla Casa Bianca di predare le riserve del paese aggredito si scontra con la realtà industriale e con la riluttanza delle compagnie petrolifere.

  
 L’offensiva degli Usa sul Venezuela ha tristemente segnato un inedito: per la prima volta non si tenta nemmeno di giustificare con motivazioni ideali o di sicurezza l’aggressione di un paese sovrano.

Lo dimostrano le dichiarazioni sempre più esplicite di Donald Trump sul ruolo centrale del petrolio nell’operazione.

L’ultima è arrivata oggi con un post sul suo social media Truth (che il presidente utilizza compulsivamente: ha una media di 24 post al giorno con punte di 80 in una sola notte): Caracas consegnerà agli Stati Uniti “tra 30 e 50 milioni di barili di petrolio”, definiti “di alta qualità” e “non soggetti a sanzioni” e questo petrolio sarà venduto al prezzo di mercato e il ricavato sarà gestito direttamente dalla presidenza statunitense “a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti”.

Un annuncio che punta a mostrare risultati immediati e tangibili, ma che solleva interrogativi rilevanti sul piano legale, operativo e industriale.

Non è chiaro, ad esempio, se si tratti di nuova produzione o di volumi già estratti e bloccati su navi o in stoccaggi a causa delle sanzioni e del blocco navale. Nel secondo caso, l’operazione avrebbe un valore simbolico e finanziario di breve periodo, ma non direbbe nulla sulla capacità del Paese di rilanciare strutturalmente la propria industria petrolifera.

Il secondo nodo è legato all’autorità: chi ha titolo per “consegnare” e monetizzare questi barili in un contesto di potere di transizione e di sovranità contestata? Il terzo è operativo: in un sistema infrastrutturale degradato e con carenze di diluenti, anche la semplice movimentazione del greggio resta tutt’altro che banale.

Questa nuova dichiarazione si inserisce così in un quadro già segnato da contraddizioni evidenti tra la narrativa politica della Casa Bianca e il comportamento delle compagnie petrolifere.

Il piano Usa

A poche ore dalla cattura di Nicolás Maduro, Trump ha spiegato che il settore petrolifero venezuelano “è stato un disastro per molto tempo” e che gli Usa intendono far intervenire le proprie grandi compagnie per spendere miliardi di dollari, riparare infrastrutture gravemente danneggiate e far ripartire l’economia del Paese.

Non si tratta solo di una rivalsa per le nazionalizzazioni avviate sotto Hugo Chávez, che hanno generato richieste di risarcimento per circa 60 miliardi di dollari contro il Venezuela e la compagnia statale Pdvsa.

L’obiettivo è rilanciare una produzione crollata di due terzi rispetto alla fine degli anni Duemila, oggi attorno a un milione di barili al giorno, sfruttando riserve stimate in circa 300 miliardi di barili, pari a un quinto di quelle mondiali.

Un elemento centrale è la qualità del greggio venezuelano: crudo pesante e acido, proprio il tipo di petrolio di cui le raffinerie statunitensi sono strutturalmente carenti.

Come riporta Politico, l’amministrazione Trump ha avviato le prime iniziative formali per coinvolgere direttamente i vertici delle compagnie petrolifere americane. I segretari all’Energia e agli Interni starebbero programmando colloqui con i Ceo per sollecitare investimenti nei giacimenti venezuelani, dopo mesi di contatti informali.

… e la riluttanza delle compagnie

Trump ha dichiarato pubblicamente di aver parlato con le compagnie prima e dopo l’operazione militare e che queste sarebbero pronte a investire miliardi di dollari nel Paese.

Tuttavia, dirigenti di Exxon Mobil, ConocoPhillips e Chevron hanno fatto sapere che non ci sono stati contatti diretti e hanno evitato qualsiasi conferma di impegni concreti. Una distanza che segnala quanto sia fragile l’idea di un ritorno immediato e coordinato delle major.

Insomma, forse è un po’ troppo ottimistico il tono della Casa Bianca, che parla di compagnie “pronte e disposte” a ricostruire un’infrastruttura petrolifera devastata, mentre sul piano industriale prevalgono cautela, silenzi e richieste di garanzie stringenti.

Come riporta Politico, infatti, le compagnie petrolifere Usa non sembrano così entusiaste. Le aziende chiedono garanzie su tre livelli: sicurezza fisica per personale e impianti, sicurezza finanziaria (fino all’ipotesi di contratti firmati direttamente dal governo Usa) e sicurezza politica.

Quest’ultimo punto è particolarmente critico. La permanenza ai vertici del potere di figure legate al vecchio apparato chavista, come Delcy Rodríguez, alimenta la sfiducia. Rodríguez e la sua famiglia erano già parte del governo venezuelano quando furono sequestrati asset di compagnie straniere a metà anni 2000 ed è oggi soggetta a sanzioni da parte di Stati Uniti, Unione europea, Canada e Colombia.

A questo si somma il peso dei contenziosi aperti. ConocoPhillips sta ancora cercando di incassare oltre 10 miliardi di dollari ottenuti in arbitrato per gli espropri del 2007. Per molte major, il Venezuela resta un Paese ad altissimo rischio legale.

Una frattura nel sistema petrolifero globale

E se l’azione di Trump facesse più male che bene all’industria del petrolio?

Questa, ad esempio, è la lettura che dà Salvatore Carollo, analista di esperienza del settore, in un intervento su Staffetta Quotidiana, secondo il quale il colpo di mano Usa in Venezuela non colpisce solo le distorsioni del sistema chavista, ma mette in discussione i principi che regolano da oltre sessant’anni i rapporti tra Paesi produttori e compagnie petrolifere.

Rivendicare la “proprietà americana” del petrolio venezuelano – spiega Carollo – significa negare la legittimità delle nazionalizzazioni e dell’evoluzione dei contratti petroliferi da concessioni illimitate a modelli di partecipazione, in cui le compagnie nazionali hanno acquisito un ruolo centrale. È un messaggio che rischia di allarmare non solo l’Opec, ma anche i Paesi del Golfo e i Brics, rafforzando diffidenze e tensioni geopolitiche.

Il Venezuela, sottolinea l’analista, non è un Paese marginale, ma un membro dell’Opec con una forte tradizione di rivendicazione dell’interesse nazionale sulle risorse. Anche un eventuale cambio di governo non cancellerebbe automaticamente questo approccio.

Per questo motivo le compagnie americane, già impegnate in investimenti giganteschi a livello globale, potrebbero non essere disposte ad assumersi ulteriori rischi legali ed economici in un contesto così instabile.

Il parallelo con l’Iraq è esplicito: dopo l’intervento militare, il ritorno degli investimenti occidentali richiese quasi due decenni prima di diventare operativo. Pensare a un percorso rapido in Venezuela è dunque poco realistico.

Investimenti enormi e tempi lunghi

Sul piano industriale, i dati forniti da Rystad Energy (citati dall’Economist) delineano una sfida di dimensioni eccezionali.

Per riportare la produzione ai livelli di metà anni 2010, circa 2 milioni di barili al giorno, servirebbero circa 110 miliardi di dollari di investimenti upstream. Tornare ai picchi storici di 3 milioni di barili al giorno richiederebbe oltre 180 miliardi di dollari e più di dieci anni.

Un dato particolarmente rivelatore è che nei prossimi quindici anni sarebbero necessari circa 53 miliardi di dollari solo per mantenere la produzione attorno a 1,1 milioni di barili al giorno. Superare 1,4 milioni di barili richiederebbe investimenti stabili pari a 8-9 miliardi di dollari l’anno dal 2026 al 2040, oltre alla spesa necessaria a evitare il declino.

Secondo Wood Mackenzie, inoltre, i grandi progetti di petrolio pesante nella fascia dell’Orinoco presentano costi di pareggio medi superiori agli 80 dollari al barile, difficilmente compatibili con i prezzi attuali e anche in prospettiva.

Un contesto sfavorevole

Contrariamente alla narrativa di un rapido rilancio, gli analisti segnalano che nel breve periodo la produzione venezuelana potrebbe addirittura diminuire.

Il blocco navale ha già colpito le esportazioni, in gran parte dirette verso la Cina, aumentando i volumi di greggio fermi su petroliere.

La carenza di nafta, necessaria per diluire il petrolio extra-pesante, aggrava ulteriormente il quadro. Senza un allentamento delle sanzioni, la produzione potrebbe scendere sotto i 700mila barili al giorno.

Anche nello scenario più favorevole, il recupero rapido sarebbe limitato a 200-300mila barili al giorno grazie a semplici interventi di manutenzione: un rimbalzo tecnico, non un rilancio strutturale.

Il contesto globale rende la scommessa ancora più fragile. Come ricordato da Gianni Silvestrini su queste pagine nei giorni scorsi, l’International Energy Agency prevede che nel 2026 l’offerta globale supererà la domanda di circa 3,85 milioni di barili al giorno.

I prezzi del greggio sono già scesi sotto i 60 dollari al barile e gli scenari di lungo periodo indicano una pressione ribassista persistente, anche per effetto della diffusione dei veicoli elettrici, che nei prossimi dieci anni potrebbero sottrarre tra 5 e 12 milioni di barili al giorno di domanda.

In questo quadro, l’immissione di nuovi barili venezuelani – anche solo annunciata – ha un effetto potenzialmente ribassista sui prezzi, come mostrano le reazioni di mercato seguite alle ultime dichiarazioni di Trump.

Molto rumore, pochi barili

Nel complesso, la nuova promessa dei 30-50 milioni di barili fatta da Trump è chiaramente solo un operazione di propoganda, ma anche il disegno predatorio di impadronirsi delle riserve del paese aggredito si rivela più fragile.

Restano infatti da risolvere i nodi di fondo: infrastrutture degradate, necessità investimenti colossali, mercato globale in surplus e un quadro giuridico e politico instabile.

Il Venezuela resta una potenza petrolifera sulla carta. Trasformare quelle riserve in produzione stabile, redditizia e politicamente sostenibile è una sfida che richiederà tempo, capitali e regole chiare. Oggi, al di là degli annunci, tutti questi elementi mancano.

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SUL GOLPE IN VENEZUELA E SUL RITORNO DELLE GRANDI POTENZE ALLA LOGICA IMPERIALE DELLE SFERE DI INFLUENZA
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"L’operazione militare speciale che il 3 gennaio ha permesso agli Stati Uniti di rapire il presidente del Venezuela Nicolás Maduro con signora e di attribuirsi la responsabilità di governare il suo paese, potremmo definirla un atto di pirateria. Siamo in piena rivoluzione geopolitica su scala mondiale. Tutti i potenti si sentono in lotta per la sopravvivenza, dunque autolegittimati a usare qualsiasi mezzo.
 
Il Venezuela è uno Stato di fatto binazionale: meticci, indigeni e africani, in maggioranza, rappresentati al vertice dai seguaci di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, e bianchi di origine europea latina, specie italiana e iberica, all’opposizione, in decrescente minoranza. Molti di loro hanno abbandonato il paese negli ultimi decenni non tollerando la repressione e l’inefficienza dei chavisti/maduristi. Sul piano economico, la partizione etnica si traduce nell’abisso fra la povertà dei primi e la relativa, talvolta esorbitante ricchezza dei bianchi. Due mondi incomunicanti. I venezuelani di origine europea si considerano gli artefici della modernizzazione del paese compromessa dall’ignoranza degli indigeni, i quali ricambiano con l’accusa di bieco sfruttamento.
 
L’America non può governare direttamente questo Venezuela doppio e frammentato salvo arrischiare un’improbabile occupazione militare. Il proclama di Trump va quindi interpretato. Fine principale e immediato dell’operazione è mettere le mani sulle risorse petrolifere – massime riserve al mondo – e gasiere, oltre a litio, oro, diamanti di quell’Eldorado alle porte di casa che fino agli anni Ottanta si era meritato l’epiteto di Venezuela Saudita. Più o meno indirettamente sorvegliata dalla Cia tramite fiduciari, quali il presidente Carlos Andrés Pérez.
 
Mala gestione e ruberie della cupola chavista, oggi madurista e successive sanzioni americane hanno ridotto ai minimi termini quel tesoro. L’unico modo per rimetterci le mani, svilupparle e appropriarsene è riportare i colossi energetici statunitensi in Venezuela. Non potendo sostituire il governo di Caracas con un proprio plenipotenziario – la lezione dell’Iraq è ben presente alla Casa Bianca – resta l’opzione di costringere la fazione pragmatica dei neobolivaristi a un accordo capestro: vi lasciamo formalmente al potere ma voi fate quel che vogliamo noi, in campo sia energetico che geopolitico. In altri termini, il petrolio è nostro come qualsiasi altra ricchezza dell’emisfero occidentale. E soprattutto non deve andare alla Cina, che insieme alla Russia va estromessa dal nostro giardino di casa.
 
Questi sono i termini del compromesso in discussione da mesi fra l’ala pragmatica madurista, con al vertice Delcy Rodríguez, presidente ad interim, e il segretario di Stato Usa Marco Rubio, figlio di esuli cubani. Trump gli ha assegnato il ruolo di viceré del Venezuela, sicché un eventuale fallimento dell’operazione comporterebbe la squalifica di uno dei suoi possibili successori alla Casa Bianca. Fuori gioco, per ora, Maria Corina Machado, esponente dell’estrema destra locale e usurpatrice secondo Trump del premio Nobel per la Pace. Se il negoziato semisegreto fra Rodríguez e Rubio fallisse, le probabilità di un vuoto di potere con annessa guerra civile si farebbero concrete. A quel punto Trump si troverebbe al bivio fra una rischiosissima “seconda ondata” stivali a terra e un’umiliante ritirata.
 
L’intervento Usa in Venezuela riguarda però tutto il mondo. A cominciare dalle Americhe. Il “corollario Trump” alla dottrina Monroe, ormai “Donroe”, prevede il dominio del continente panamericano, dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco (in buona parte posseduta dall’amico argentino Javier Milei) con il diritto degli Stati Uniti di impedire che nelle Americhe penetrino potenze avverse. Senza rinunciare allo strumento militare. Del resto, l’anima imperiale del governo federale di interventismo vive. Avviandosi verso le celebrazioni dei 250 anni di indipendenza, gli Stati Uniti esibiscono un record di circa 240 fra guerre, guerrette e spedizioni di varia intensità in quasi ogni Stato del mondo. E si tratta pur sempre di giustificare spese per la difesa pari a quelle delle altre dieci maggiori potenze riunite.
 
E mentre dalla Casa Bianca partono a raffica gli avvertimenti a Cuba, Messico, Brasile, Colombia, c’è chi legge nell’impresa di Caracas il via libera a Israele per dare il colpo di grazia all’Iran, altro partner del Venezuela. Sullo sfondo, l’obiettivo di Trump resta una pace/non guerra contrattata con Pechino e Mosca, fondata sulla reciproca legittimazione delle rispettive sfere di influenza. Dunque sulla proliferazione di conflitti per determinarle. Sotto la soglia della terza guerra mondiale. O per avvicinarvisi, senza volerlo?".
 
(Lucio Caracciolo su Limes, sintesi)
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L'eredità di Chavez Quasi nessuno in Europa prestò attenzione e oggi ricorda l’esperimento di Chavez. L’ignoranza impedisce di valutare correttamente il Venezuela, errori di Maduro compresi

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Un murale per Chavez e la sconfitta della dittatura di Marcos Perez Jimenez, a Caracas foto Ap Un murale per Chavez e la sconfitta della dittatura di Marcos Perez Jimenez, a Caracas – foto Ap

Quello che mi preoccupa di quanto sta accadendo in questi giorni non è solo la sorte del Venezuela, mi allarma la sorte della nostra democrazia. Se finiremo per subire il diktat di Trump, lodandolo come ha cominciato a fare Meloni, oppure silenziosamente incassando il rapimento di Maduro in quanto fatto compiuto come quasi tutti gli altri capi di governo europei, sarà meglio smettere di credere che noi stessi viviamo in paesi democratici. Non c’entra tanto il giudizio su cosa ha fatto Trump, che per fortuna ha lasciato molti almeno interdetti, ma il criterio generalmente accettato con cui si definisce cosa e chi sia democratico e cosa e chi no.

Se si accoglie l’idea che Trump forse è stato eccessivo e però Maduro è realmente un pericolo da cacciare dalla scena per poter affidare le sorti della democrazia esattamente a quella compagine di destra che nel 2002, a poco più di un anno dalla elezione democratica di Hugo Chavez come presidente del Venezuela, operò un golpe contro di lui, allora possiamo dire addio anche alla nostra democrazia. Nei fatti, stanno tutti già trattando per avere una nuova leadership del Venezuela, in continuità proprio con i golpisti del 2002.

ACCETTARE l’idea che Maduro sia una minaccia mortale per la democrazia americana e mondiale e che dunque cacciarlo sia un’assoluta priorità è già una scelta compiuta. Salvo i paesi dei Brics, tutti stanno dando per scontato che non deve esserci più alcuna continuità con lo stato bolivariano ancora ufficialmente riconosciuto dall’Onu. Già si stanno facendo i nomi di chi lo dovrà rappresentare, tutti appartenenti all’area di coloro che arrestarono Chavez e però furono obbligati a restituirgli il potere perché sconfitti dalla protesta popolare.

Il popolo dei barrios è composto quasi solo da indios, quelli che le élite venezuelane, ristretta minoranza di discendenza europea, non considera neppure cittadini al punto da meravigliarsi dei tanti voti bolivaristi («chi sono? devono essere schede illegalmente messe nell’urna»). Ricordo bene quando il nome di Jimmy Carter, ex (raro) presidente Usa, membro di una commissione internazionale di sorveglianza sulla correttezza del voto, comparve sui muri di Las Rosas e Las Mercedes, i quartieri ricchi della capitale, accompagnato dalla indicazione «Kgb»: lo accusavano di essere un agente dei servizi sovietici!

C’È QUALCUNO che del golpe del 2002 ha sentito parlare e in questo contesto ricorda cos’è stata la straordinaria esperienza democratica che ha vissuto il Venezuela? Bisognerebbe rimettere in circolazione il bel documentario inglese girato in quei giorni a Caracas a partire dal momento in cui il presidente in carica viene arrestato nel palazzo di Miraflores. Poi le immagini della schiera dei golpisti trionfanti: i rappresentanti della Confindustria, la petrolifera Pdvsa, i sindacalisti corrotti e strapagati, un’estesa burocrazia, autorità ecclesiastiche di alto livello, signore della borghesia con il cappellino, una schiera di ambasciatori occidentali.

Infine, a valanga, le immagini del popolo che scende giù dai barrios sulle colline, una folla incredibile, disarmata ma così estesa che dopo tre giorni i golpisti sono costretti a cedere e a liberare il presidente incarcerato. Era passato poco dall’elezione di Chavez ma quanto il governo aveva cominciato a fare era già bastato a mobilitare quel pezzo di Venezuela che di solito non si vede: il film sembra un affresco di Diego Rivera, l’epopea del popolo nel palazzo di governo di Città del Messico.

SE OSI RICORDARE Chavez, ribattono secchi che Maduro non è Chavez, malauguratamente ucciso da un cancro nel 2013. Lui è un dittatore, anzi il più pericoloso dittatore esistente, «il capo del traffico mondiale di stupefacenti», accusa così ridicola che non vale la pena confutarla. Bisognerebbe interrogare in merito il presidente della Colombia, Petro, il primo capo di stato democratico eletto in quel paese, una delle più belle rare recenti vittorie. Certamente competente, visto che il suo paese è da sempre vittima della più potente rete di spaccio internazionale da cui sta cercando di liberarsi, proprio grazie al nuovo presidente.

Maduro certo non è Chavez, non ha la sua capacità, la sua cultura. È vero che ha preso misure anti democratiche, non perché ha cambiato l’impianto costituzionale ma perché è ricorso a decreti e ha proceduto ad arresti illegittimi. Molte accuse sono vere, ma mi fa orrore pensare che venga giustificato il suo rapimento per queste imperdonabili colpe.

SE È A QUESTA gara di democrazia che vogliamo partecipare, dovremmo riflettere su una questione decisiva: perché a partire da un certo momento c’è stata nella repubblica bolivariana del Venezuela un crescendo di violazione di diritti? Nemmeno uno che ricordi l’embargo omicida imposto dagli Stati uniti, misure pesantissime per un paese pur ricchissimo di materie prime ma con una struttura economica elementare, priva della possibilità di fornire quanto è indispensabile alla sopravvivenza di un popolo.

Cibo, innanzitutto, visto che il petrolio non si mangia. Peggio ancora l’embargo sui medicinali, un ingiustificato atto di una guerra che ha massacrato il paese: una Ong americana ha denunciato la morte di almeno 40mila venezuelani per mancanza di farmaci che avrebbero potuto salvarli. Questa vera e propria strozzatura del paese, analoga a quella imposta da 65 anni a Cuba, ha ovviamente prodotto malavita e ha incoraggiato l’emigrazione. E allora, giusto denunciare i molti errori che nel gestire questa situazione sono stati fatti da Maduro, un leader inadeguato a una situazione così difficile. Ma pesa il disinteresse che il nostro egoismo occidentale produce per tutto quanto non ci colpisce direttamente.

CARACAS ERA diventata la capitale della più interessante rivoluzione democratica dei nostri tempi, ma quasi nessuno in Europa le prestò attenzione, e quasi nessuno oggi ricorda cosa sia stata. Un’ignoranza che impedisce di giudicare il Venezuela di oggi e di valutare correttamente gli errori che di certo Maduro ha compiuto, non tali però da poterlo dipingere come il più pericoloso dittatore della storia. Accuse tra l’altro che ignorano i devastanti colpi che gli Stati uniti hanno inferto al paese in questi anni.

Tutto questo oltreché tristezza mi suscita una rabbia incontenibile anche perché io sono stata su e giù per il centro America negli anni a cavallo del millennio, in quanto vicepresidente della delegazione permanente del parlamento europeo nell’America centrale, un impegno mischiato a quello di inviata del manifesto, come è scritto in capo ai miei tantissimi articoli ritrovati in questi giorni nel nostro archivio.

ERANO GLI ANNI di Porto Alegre, dei Forum no global dove incontrarsi con Chavez o Morales era frequente e normale. Le cose da raccontare sulla fase ahimè bruscamente interrotta dal cancro che stroncò Chavez prima ancora che compisse 60 anni sono tante. Lui stesso si è fatto alcune critiche, innanzitutto non esser riuscito ad avviare un progetto di sviluppo economico del paese per concentrarsi sulla spesa sociale, quella destinata a garantire al popolo dei barrios l’istruzione, la salute, il potere. Perché, diceva, a me interessa in primo luogo il capitale umano. In realtà la sostanza del progetto economico c’era. Proprio quello che ha messo paura agli Stati uniti, lanciato a a Cuzko, antica capitale degli Incas, nel 180mo anniversario della vittoria dei popoli indigeni per liberarsi dallo schiavismo.

L’IDEA ERA creare un mercato comune che abbracciasse tutto il continente meridionale, come aveva fatto l’Europa. Ben più efficace dell’Unione europea – scrisse il grande economista brasiliano Theotonio dos Santos – perché si trattava di una comunità corrispondente a un’identità politico culturale fondata su un dato storico e geografico molto più forte di quello della Ue: l’aver sofferto tutti, ugualmente, della colonizzazione spagnola e portoghese, poi americana. Questo progetto è il peccato che gli Usa non perdonano, quello che mette loro paura e che Washington definisce la «pericolosa minaccia venezuelana alla sicurezza nazionale degli Stati uniti».

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Guerre di aggressione L’aggreLEGssione degli Stati Uniti al Venezuela è un atto criminale, ancor più grave, per la sua ostentata e compiaciuta brutalità, della criminale aggressione della Russia di Putin all’Ucraina

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Donald Trump - Ansa Donald Trump – Ansa

L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela – un «attacco spettacolare» l’ha chiamata lo stesso Donald Trump – è un atto criminale, ancor più grave, per la sua ostentata e compiaciuta brutalità, della criminale aggressione della Russia di Putin all’Ucraina. L’elenco dei crimini è lungo e variegato: la violazione della proibizione, nell’art. 2 della carta dell’Onu, dell’uso della forza contro uno Stato sovrano, qualificato come crimine di aggressione dall’articolo 5 dello statuto della Corte penale internazionale; l’assassinio di almeno 80 persone, che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti sul Parlamento del Venezuela, sul palazzo del governo, su aeroporti, caserme e basi miliari.

E ancora: il sequestro di persona del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie, catturati dagli aggressori entrati arbitrariamente nella loro abitazione; la violazione della Costituzione degli Stati Uniti, il cui primo articolo, nella sezione 8, affida le decisioni in materia di guerra al Congresso, il quale invece non è stato neppure informato dell’aggressione.

Il fatto che Nicolás Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini. Il narcotraffico, ovviamente, è un pretesto. I veri obiettivi sono due: l’immenso petrolio venezuelano e, soprattutto, la dimostrazione al pianeta di chi è il vero sovrano del mondo.

Trump non solo si è vantato, come sempre, della sua eccezionalità e della sua potenza militare, ma ha dichiarato che il Venezuela sarà d’ora in poi governato dagli Stati Uniti, dunque che è una terra di conquista; al punto, se sarà necessario, che è già programmata una seconda aggressione militare. Ha progettato il sostanziale controllo del petrolio venezuelano come “roba nostra” e i molti miliardi che ne verranno alle compagnie statunitensi. Ha minacciato l’intera America Latina, a cominciare da Cuba e dalla Colombia, ma anche il mondo intero, al quale ha esibito l’indiscutibile superpotenza militare degli Stati Uniti.

L’aspetto più penoso della vicenda è stato il sostanziale silenzio dell’Unione Europea e dei suoi stati membri e addirittura la sua giustificazione da parte del governo italiano. Per quattro anni in Europa si è inveito quotidianamente contro Putin, ripetendo che da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito. Oggi, di fronte, di nuovo, a un’aggressione, nella quale da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito, la mancata indignazione dell’Unione annulla la già debole credibilità dell’intera politica europea, incapace in quattro anni di una sola iniziativa diplomatica nei confronti della Russia. Il vanto incontrastato di Trump per l’operazione segnala apertamente il crollo del diritto internazionale, sostituito dalla legge del più forte, ostentata del resto, e non solo praticata, anche dagli altri autocrati suoi alleati, Putin e Netanyahu.

Questa generale, esplicita abdicazione del diritto internazionale avrà l’effetto di rendere d’ora in poi legittima e scontata qualunque sua violazione, passata e futura: ieri l’invasione russa dell’Ucraina, domani quella cinese di Taiwan e poi altre ancora, da Cuba alla Groenlandia, già del resto apertamente minacciate. Fino alla normalizzazione e alla mondializzazione delle guerre di aggressione.

Mai come oggi sarebbe perciò necessaria, per fermare questa deriva, una reazione istituzionale, senza la quale il diritto internazionale cesserà di esistere: anzitutto l’incriminazione di Trump, come già quella di Putin e quella di Netanyahu, da parte della Corte penale internazionale, i cui membri, tuttavia, sono stati più volte, da questi stessi criminali, aggrediti, minacciati e pesantemente intimiditi; in secondo luogo una condanna politica, decisa a maggioranza, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oltre che di tutti i paesi che ancora credono nelle ragioni del diritto; in terzo luogo la mobilitazione in tutto il mondo delle forze pacifiste e, più semplicemente, di tutte le persone civili. L’impunità del crimine, la sua passiva e spaventata accettazione, la sottomissione alla sua violenza e prepotenza equivalgono sempre alla sua legittimazione.

Il 3 gennaio ha segnato una svolta nel già dissestato diritto internazionale. Dopo le tante guerre – alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia – contrabbandate con le ipocrite qualifiche di guerra etica, esportazione della democrazia, difesa preventiva e simili – è stata proclamata ufficialmente, dalla più grande potenza militare del mondo, la legge del più forte. Questa legge selvaggia, in un mondo nel quale la forza è quella di 12.000 testate nucleari divise tra ben nove potenze, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano.

La sola alternativa, improbabile ma possibile, è, come sempre, una rifondazione costituzionale della carta dell’Onu, che non si limiti a proclamare la pace, ma introduca la sola garanzia che renda impossibile le guerre: la messa al bando delle armi – di tutte le armi concepite per uccidere – tramite la previsione e la severa punizione della loro produzione e del loro commercio come crimini gravissimi contro l’umanità.

Nell’interesse di tutti, fuorché degli attuali padroni del mondo. È un’utopia, certamente. Ma è la sola cosa che abbiamo. Consiste in una prospettiva, solo lontanamente possibile, ma che, proprio per questo, abbiamo tutti il dovere di perseguire.

 

 

 

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Geopolitica capitalista Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura

foto AP Smoke rises after a Russian attack in Kyiv, Ukraine, Sunday, Sept. 7, 2025. (AP Photo/Efrem Lukatsky) – foto AP

Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.

A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, come fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi.

Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazione che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera?

Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone.

O pazzi che odono voci, come la vulgata insinua. Ma che in ogni caso mandano i popoli in guerra per scopi antichi e nobilitanti. Vale a dire: terra, etnia, sicurezza, gloria. E per tali scopi discettano con preti e militari, non certo con affaristi e speculatori.

La geopolitica che innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio, questo è il proposito. La geopolitica che dunque si fa ideologia, e in quanto tale pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica. Deriva vecchia e funesta. Ma efficace, alla portata di intelligenze bambine.

Del resto, così grave è il regresso intellettuale che oggi suona troppo difficile persino la lezione materialista di due giovani rivoluzionari di metà Ottocento: «La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi». Lotte tra e dentro le classi, che poi esondano in scontri armati. Un approccio che spoglia la “geopolitica” dell’abito borghese e la pone al servizio dell’analisi critica del capitale. Una visione che mostra finalmente la guerra come cosa bassa e sporca, quanto i flussi di denaro dei padroni per i quali masse di giovani innocenti muoiono e ancora morranno.

Eppure, dinanzi a parole così scientificamente nitide, i geopolitici alla moda ancora si affannano a chiedere: in questo complicato intrico di interessi di classe, che fine hanno fatto i nomi dei condottieri? Dei Luigi Bonaparte? Degli Stalin? Dei Reagan? E degli altri Cesari votati a indicare la via della Russia, dell’America e di tutti quei complicati oggetti chiamati “nazioni”, guarda caso anch’esse rese antropomorfe, come fossero algide donne destinate a nobili missioni?

Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale e dei loro vincoli oggettivi. Ma questa scarsa conoscenza ha portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale agente di pace. La verità è che non hanno nemmeno una chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra che essi stessi avevano aperto anni fa. Non hanno capito che il debito verso il mondo rende l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E quindi la induce a ridefinire il perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel “cortile di casa”.

Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo non sia mai giunto. Per loro pare tutto un medioevo, sia pure attualizzato.

Sui giornali e in televisione, è dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il suo inconscio servigio. E la sua estrema miseria.

In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica, per la verità materiale, la giustizia e la pace. Oggi questa comune fatica non esiste. Eppure la scelta è sempre tra genio collettivo e idiozia individuale. Al momento ci tocca l’idiozia, purtroppo. Per costruire la comune intelligenza che demistifichi il domani serviranno cervelli più giovani e attrezzati. Soprattutto, più smaliziati verso l’ideologia capitalista dominante.

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