Lo dimostrano le dichiarazioni sempre più esplicite di Donald Trump sul ruolo centrale del petrolio nell’operazione.
L’ultima è arrivata oggi con un post sul suo social media Truth (che il presidente utilizza compulsivamente: ha una media di 24 post al giorno con punte di 80 in una sola notte): Caracas consegnerà agli Stati Uniti “tra 30 e 50 milioni di barili di petrolio”, definiti “di alta qualità” e “non soggetti a sanzioni” e questo petrolio sarà venduto al prezzo di mercato e il ricavato sarà gestito direttamente dalla presidenza statunitense “a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti”.
Un annuncio che punta a mostrare risultati immediati e tangibili, ma che solleva interrogativi rilevanti sul piano legale, operativo e industriale.
Non è chiaro, ad esempio, se si tratti di nuova produzione o di volumi già estratti e bloccati su navi o in stoccaggi a causa delle sanzioni e del blocco navale. Nel secondo caso, l’operazione avrebbe un valore simbolico e finanziario di breve periodo, ma non direbbe nulla sulla capacità del Paese di rilanciare strutturalmente la propria industria petrolifera.
Il secondo nodo è legato all’autorità: chi ha titolo per “consegnare” e monetizzare questi barili in un contesto di potere di transizione e di sovranità contestata? Il terzo è operativo: in un sistema infrastrutturale degradato e con carenze di diluenti, anche la semplice movimentazione del greggio resta tutt’altro che banale.
Questa nuova dichiarazione si inserisce così in un quadro già segnato da contraddizioni evidenti tra la narrativa politica della Casa Bianca e il comportamento delle compagnie petrolifere.
Il piano Usa
A poche ore dalla cattura di Nicolás Maduro, Trump ha spiegato che il settore petrolifero venezuelano “è stato un disastro per molto tempo” e che gli Usa intendono far intervenire le proprie grandi compagnie per spendere miliardi di dollari, riparare infrastrutture gravemente danneggiate e far ripartire l’economia del Paese.
Non si tratta solo di una rivalsa per le nazionalizzazioni avviate sotto Hugo Chávez, che hanno generato richieste di risarcimento per circa 60 miliardi di dollari contro il Venezuela e la compagnia statale Pdvsa.
L’obiettivo è rilanciare una produzione crollata di due terzi rispetto alla fine degli anni Duemila, oggi attorno a un milione di barili al giorno, sfruttando riserve stimate in circa 300 miliardi di barili, pari a un quinto di quelle mondiali.
Un elemento centrale è la qualità del greggio venezuelano: crudo pesante e acido, proprio il tipo di petrolio di cui le raffinerie statunitensi sono strutturalmente carenti.
Come riporta Politico, l’amministrazione Trump ha avviato le prime iniziative formali per coinvolgere direttamente i vertici delle compagnie petrolifere americane. I segretari all’Energia e agli Interni starebbero programmando colloqui con i Ceo per sollecitare investimenti nei giacimenti venezuelani, dopo mesi di contatti informali.
… e la riluttanza delle compagnie
Trump ha dichiarato pubblicamente di aver parlato con le compagnie prima e dopo l’operazione militare e che queste sarebbero pronte a investire miliardi di dollari nel Paese.
Tuttavia, dirigenti di Exxon Mobil, ConocoPhillips e Chevron hanno fatto sapere che non ci sono stati contatti diretti e hanno evitato qualsiasi conferma di impegni concreti. Una distanza che segnala quanto sia fragile l’idea di un ritorno immediato e coordinato delle major.
Insomma, forse è un po’ troppo ottimistico il tono della Casa Bianca, che parla di compagnie “pronte e disposte” a ricostruire un’infrastruttura petrolifera devastata, mentre sul piano industriale prevalgono cautela, silenzi e richieste di garanzie stringenti.
Come riporta Politico, infatti, le compagnie petrolifere Usa non sembrano così entusiaste. Le aziende chiedono garanzie su tre livelli: sicurezza fisica per personale e impianti, sicurezza finanziaria (fino all’ipotesi di contratti firmati direttamente dal governo Usa) e sicurezza politica.
Quest’ultimo punto è particolarmente critico. La permanenza ai vertici del potere di figure legate al vecchio apparato chavista, come Delcy Rodríguez, alimenta la sfiducia. Rodríguez e la sua famiglia erano già parte del governo venezuelano quando furono sequestrati asset di compagnie straniere a metà anni 2000 ed è oggi soggetta a sanzioni da parte di Stati Uniti, Unione europea, Canada e Colombia.
A questo si somma il peso dei contenziosi aperti. ConocoPhillips sta ancora cercando di incassare oltre 10 miliardi di dollari ottenuti in arbitrato per gli espropri del 2007. Per molte major, il Venezuela resta un Paese ad altissimo rischio legale.
Una frattura nel sistema petrolifero globale
E se l’azione di Trump facesse più male che bene all’industria del petrolio?
Questa, ad esempio, è la lettura che dà Salvatore Carollo, analista di esperienza del settore, in un intervento su Staffetta Quotidiana, secondo il quale il colpo di mano Usa in Venezuela non colpisce solo le distorsioni del sistema chavista, ma mette in discussione i principi che regolano da oltre sessant’anni i rapporti tra Paesi produttori e compagnie petrolifere.
Rivendicare la “proprietà americana” del petrolio venezuelano – spiega Carollo – significa negare la legittimità delle nazionalizzazioni e dell’evoluzione dei contratti petroliferi da concessioni illimitate a modelli di partecipazione, in cui le compagnie nazionali hanno acquisito un ruolo centrale. È un messaggio che rischia di allarmare non solo l’Opec, ma anche i Paesi del Golfo e i Brics, rafforzando diffidenze e tensioni geopolitiche.
Il Venezuela, sottolinea l’analista, non è un Paese marginale, ma un membro dell’Opec con una forte tradizione di rivendicazione dell’interesse nazionale sulle risorse. Anche un eventuale cambio di governo non cancellerebbe automaticamente questo approccio.
Per questo motivo le compagnie americane, già impegnate in investimenti giganteschi a livello globale, potrebbero non essere disposte ad assumersi ulteriori rischi legali ed economici in un contesto così instabile.
Il parallelo con l’Iraq è esplicito: dopo l’intervento militare, il ritorno degli investimenti occidentali richiese quasi due decenni prima di diventare operativo. Pensare a un percorso rapido in Venezuela è dunque poco realistico.
Investimenti enormi e tempi lunghi
Sul piano industriale, i dati forniti da Rystad Energy (citati dall’Economist) delineano una sfida di dimensioni eccezionali.
Per riportare la produzione ai livelli di metà anni 2010, circa 2 milioni di barili al giorno, servirebbero circa 110 miliardi di dollari di investimenti upstream. Tornare ai picchi storici di 3 milioni di barili al giorno richiederebbe oltre 180 miliardi di dollari e più di dieci anni.
Un dato particolarmente rivelatore è che nei prossimi quindici anni sarebbero necessari circa 53 miliardi di dollari solo per mantenere la produzione attorno a 1,1 milioni di barili al giorno. Superare 1,4 milioni di barili richiederebbe investimenti stabili pari a 8-9 miliardi di dollari l’anno dal 2026 al 2040, oltre alla spesa necessaria a evitare il declino.
Secondo Wood Mackenzie, inoltre, i grandi progetti di petrolio pesante nella fascia dell’Orinoco presentano costi di pareggio medi superiori agli 80 dollari al barile, difficilmente compatibili con i prezzi attuali e anche in prospettiva.
Un contesto sfavorevole
Contrariamente alla narrativa di un rapido rilancio, gli analisti segnalano che nel breve periodo la produzione venezuelana potrebbe addirittura diminuire.
Il blocco navale ha già colpito le esportazioni, in gran parte dirette verso la Cina, aumentando i volumi di greggio fermi su petroliere.
La carenza di nafta, necessaria per diluire il petrolio extra-pesante, aggrava ulteriormente il quadro. Senza un allentamento delle sanzioni, la produzione potrebbe scendere sotto i 700mila barili al giorno.
Anche nello scenario più favorevole, il recupero rapido sarebbe limitato a 200-300mila barili al giorno grazie a semplici interventi di manutenzione: un rimbalzo tecnico, non un rilancio strutturale.
Il contesto globale rende la scommessa ancora più fragile. Come ricordato da Gianni Silvestrini su queste pagine nei giorni scorsi, l’International Energy Agency prevede che nel 2026 l’offerta globale supererà la domanda di circa 3,85 milioni di barili al giorno.
I prezzi del greggio sono già scesi sotto i 60 dollari al barile e gli scenari di lungo periodo indicano una pressione ribassista persistente, anche per effetto della diffusione dei veicoli elettrici, che nei prossimi dieci anni potrebbero sottrarre tra 5 e 12 milioni di barili al giorno di domanda.
In questo quadro, l’immissione di nuovi barili venezuelani – anche solo annunciata – ha un effetto potenzialmente ribassista sui prezzi, come mostrano le reazioni di mercato seguite alle ultime dichiarazioni di Trump.
Molto rumore, pochi barili
Nel complesso, la nuova promessa dei 30-50 milioni di barili fatta da Trump è chiaramente solo un operazione di propoganda, ma anche il disegno predatorio di impadronirsi delle riserve del paese aggredito si rivela più fragile.
Restano infatti da risolvere i nodi di fondo: infrastrutture degradate, necessità investimenti colossali, mercato globale in surplus e un quadro giuridico e politico instabile.
Il Venezuela resta una potenza petrolifera sulla carta. Trasformare quelle riserve in produzione stabile, redditizia e politicamente sostenibile è una sfida che richiederà tempo, capitali e regole chiare. Oggi, al di là degli annunci, tutti questi elementi mancano.


