Le notizie che arrivano da Taybeh, unico villaggio totalmente di fede cristiana della Palestina biblica, sono sempre più preoccupanti: il 23 luglio scorso , il «Comandante dell’IDF della regione di Giudea e Samaria», come viene chiamata ufficialmente la Cisgiordania dal governo israeliano, ha emesso un’ordinanza militare che ordina la chiusura dell’area denominata «Taybeh and Rammoun Area», nella Cisgiordania occupata.
Oggi sappiamo che questa ordinanza resterà in vigore fino al 4 luglio 2027. Il testo del decreto lascia molto spazio all’interpretazione: i coloni israeliani che vivono nell’area o nelle sue vicinanze, compresi quelli presenti nei cosiddetti «avamposti collinari», sono considerati residenti, per cui possono circolare liberamente.
Non possono invece entrare o uscire da Taybeh gli attivisti israeliani e internazionali, i giornalisti internazionali, le associazioni umanitarie e tutti coloro che non risultano residenti nel villaggio e nell’area di Rammoun, paese vicino a Taybeh.
Il 17 Agosto in Palestina hanno inizio le lezioni scolastiche; Taybeh ha una scuola che, dalla primaria alle superiori, serve tutto il circondario, per un raggio molto superiore al limite previsto dall’ordinanza. Questo significa che la maggioranza degli studenti e delle studentesse sarà privata da domani della partecipazione alle lezioni.
Abbiamo sentito il Sindaco di Taybeh, Suliman Abu Elias, confermato per il suo secondo mandato il 25 aprile 2026, che mette in guardia circa le reali intenzioni dell’IDF:
“Tutta Taybeh e il suo territorio sono presi di mira dai coloni, sempre presenti con i loro animali, mentre i soldati dell’IDF organizzano i check point permanenti all’ingresso e all’uscita del paese. I soldati decidono l’apertura e la chiusura, per cui ci sono giorni in cui l’attesa per entrare o per uscire supera le tre ore ”.
Gli avamposti collinari dei coloni attualmente sono 7 stabili, di cui 5 nel territorio di Taybeh e 2 nel territorio del paese limitrofo.
Secondo l’Istat palestinese Taybeh fino al 2024 contava circa 1.400 abitanti; il parroco denuncia che in questi ultimi tre anni 15 famiglie più una decina di ragazzi hanno lasciato il paese recandosi all’estero alla ricerca di un posto più sicuro e più tranquillo.
L’IDF ha cercato di tranquillizzare gli abitanti dicendo che questa misura è per tutelarli, ma sia il sindaco sia i parroci del paese (cattolico, ortodosso e melchita) descrivono un clima di insicurezza, di paura e di terrore non solo nello svolgimento dell’attività quotidiana, ma anche per la limitazione della libertà di movimento.
La preoccupazione degli abitanti è che questa ordinanza sia finalizzata a permettere ai coloni di prendere possesso in modo indisturbato di vari terreni, ponendo le basi per altri 5 nuovi insediamenti sul terreno di Taybeh, cosa che di fatto soffocherà il paese e costringerà i cittadini palestinesi ad andare via.
Taybeh si estende su una superficie di 25.000 dunms ( un dunm = 1000 metri quadrati). Migliaia di ettari di terra di Taybeh rischiano di essere confiscati dai coloni con la protezione e la complicità dei soldati israeliani.
“Questo è il terzo anno consecutivo che i nostri contadini non riescono a raccogliere le loro olive; oramai i coloni stanno mettendo le mani su due terzi del territorio di Taybeh”, afferma il sindaco.
La paura si mescola con la preoccupazione degli abitanti e si intensifica a causa del silenzio internazionale.
Nessun intervento, nessuna denuncia e nessun interesse nonostante l’attivismo della chiesa, degli enti locali e le varie denunce del Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa.
(Ieri Pizzaballa è andato a Taibeh per celebrare la messa e così rivendicare l’accesso al paese e oggi il Papa ha chiesto la fine delle persecuzioni ndr).
Infine va ricordato il progetto di gemellaggio tra il Comune di Taybeh e il Comune di San Pietro in Casale (BO), grazie alla sensibilità del Comune stesso e il mondo dell’associazionismo, tra cui la Cgil di Bologna, Spi CGIL di Bologna, Anpi, Arci, Assopace Palestina. Il 25 luglio è stata organizzata una bella iniziativa che ha visto la partecipazione sia della cittadinanza che del mondo del volontariato per avviare questo progetto che vedrà la luce al più presto possibile.
Il sindaco di Taybeh fa appello a tutti, alla Chiesa cattolica e al Vaticano, e chiede che la comunità internazionale si mobiliti con urgenza per interrompere questa morsa che
soffocherà la sua cittadina.
Milad Jubran Basir
Giornalista italo palestinese ( originario di Taybeh ) e attivista per i diritti umani.
Prima i governanti La prontezza alla guerra si impone così come primaria garanzia di libertà, laddove la sua dimensione gerarchica e autoritaria ne è tra le più sperimentate negazioni
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In poche settimane la rassegna delle temibili protezioni che le destre intendono imporre ai cittadini dei paesi che governano o sperano presto di governare ha invaso l’intero spazio mediatico e politico. Una serie di misure, grandi, piccole o addirittura minime, in parte eterogenee, in parte perfettamente consonanti, sono andate a comporre quell’idea di società, di governo e di cultura che va sotto l’abusato titolo di sicurezza. Qualcosa che non designa questo o quell’aspetto della vita collettiva, ma ne definisce la totalità. E presenta, dunque uno spettro molto ampio.
Tentiamo allora una sommaria tassonomia di queste protezioni. Il riarmo occupa naturalmente il posto d’onore come scudo contro ogni aggressione dall’esterno, almeno nella sua possibilità astratta quando non se ne vedano le ragioni concrete e gli scenari possibili.
La prontezza alla guerra si impone così come primaria garanzia di libertà, laddove la sua dimensione gerarchica e autoritaria ne è tra le più sperimentate negazioni. La guerra guerreggiata completerà l’opera mettendo le vite stesse degli individui nelle mani dei comandi militari.
Ma la difesa dei confini non riguarda solo il conflitto tra stati: il respingimento dei migranti e la progressiva cancellazione del diritto d’asilo intendono proteggerci da persone di cui abbiamo bisogno o cui dobbiamo protezione, ma che in ogni modo ci sforziamo di rendere sbandate e risentite. In nome della salvaguardia di tradizioni più o meno inventate si ostacola inoltre il normale processo di evoluzione di una società con le influenze e le interferenze che gli sono proprie.
Alle centrali nucleari è invece affidato il compito di proteggerci dalle crisi e dalla dipendenza energetica senza che nessuno dei rischi connessi con questa tecnologia e con le forme di gestione economico-politica che ne derivano venga messo in conto.
I decreti sicurezza proteggeranno la cittadinanza dalle «intemperanze» giovanili e da tutte quelle forme di dissenso e di lotta che non trovano spazio nei canali istituzionali. Ogni «disagio» arrecato sarà equiparato a un crimine e perseguito con una durezza enormemente sproporzionata; il monopolio dell’esercizio della violenza da parte dello stato liberato da ogni interferenza o limitazione nelle sue forme di applicazione. I cittadini messi arbitrariamente sotto controllo.
PER COMPLETARE IL QUADRO la licenza di uccidere ipotizzata nella riforma della legittima difesa ci dovrebbe liberare da ladri, rapinatori e intrusi, talvolta accidentali, permettendoci di abbatterli in base alla «minaccia percepita», mentre le doppiette dei cacciatori si incaricheranno, sparando ovunque e a pieno ritmo, di debellare l’invadenza del mondo naturale.
Queste metastasi diffuse del patto di assoggettamento hobbesiano (lo scambio tra sicurezza e libertà) sono accomunate dal contrario esatto di ciò che promettono: ad essere protetti non sono i governati ma i governanti. Ai governati viene negato qualunque strumento di difesa dall’arbitrio del potere e imposta dunque una condizione di sostanziale dipendenza e insicurezza che garantisce la solidità dei vertici. Si tratta forse della caratteristica più vicina alla dimensione gerarchica del fascismo storico, ma addirittura peggiore nella sua pedante capillarità e nel peso attribuito a un corrotto individualismo proprietario.
Il secondo elemento comune alle politiche securitarie è il fatto di poggiare sulla paura, sul consenso di una popolazione quanto più possibile spaventata e smarrita. In questo si distinguono radicalmente dal fascismo che, sebbene affetto da vittimismo e da uno spirito di rivalsa sui presunti torti subiti, poi pienamente riproposto dall’ideologia Maga, scommette anche su un’ideologia e una retorica del coraggio incline alla sopraffazione.
QUESTO PUNTO DEBOLE del postfascismo governativo non è passato inosservato a un ex generale furbastro, divenuto istrione del fascismo più schietto, che ha introdotto quella retorica dell’eroismo e della spavalderia machista che difetta alle dottrine securitarie che interpellano piuttosto il più meschino e gretto egoismo sociale. E sembra, con questo, aver conquistato non poco terreno a scapito della destra costretta al bon ton maggioritario.
Tuttavia il fascismo contemporaneo resta saldamente vincolato al privilegio proprietario e a una ossessione di possesso che si vede minacciato da ogni parte più che coltivare sogni di grandezza. Le evoluzioni parallele della Lega e della Afd in Germania, entrambe partite dall’egoismo sociale e presto approdate allo stato autoritario testimoniano della centralità di questo legame.
La risposta delle sinistre al dilagare delle politiche securitarie è tra le più miserevoli e corrive che si possano immaginare: «Non possiamo lasciare alla destra il tema della sicurezza», ripetono ad ogni occasione, senza tuttavia rovesciarne radicalmente le premesse, senza fare piazza pulita della realtà fittizia su cui poggiano. Schierate dietro la stucchevole sentenza bipartisan secondo cui non vi è libertà e democrazia senza sicurezza non si avvedono che è esattamente il contrario: sono libertà e democrazia ad essere la premessa e la sicurezza una conseguenza. Altrimenti non si tratta che di una maschera della dittatura.
Ma senza scomodare i grandi principi e le belle parole converrebbe porre agli elettori qualche semplice domanda: è più probabile che la vostra vita e i vostri beni siano travolti da un’invasione russa o da frane, alluvioni, incendi e altre conseguenze del dissesto idrogeologico? È più facile perdere la vita per il ritardo di una ambulanza, l’assenza di un dispositivo medico, una diagnosi rimandata oltre ogni limite oppure per l’azione di un rapinatore o di un balordo?
Infine, accettereste un deposito di scorie nucleari nel vostro territorio?
La sicurezza dei governati dipende dalle risposte a queste domande, che dovrebbero essere assunte come bussola del bilancio dello stato.
Commenta (0 Commenti)America oggi Dirsi liberal, non tanto tempo fa, era il massimo di sinistra compatibile in un partito prevalentemente centrista. Dirsi socialist era eresia, concessa al massimo a un vecchio combattente come Bernie Sanders
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Dirsi liberal, non tanto tempo fa, era il massimo di sinistra compatibile in un partito prevalentemente centrista. Dirsi socialist era eresia, concessa al massimo a un vecchio combattente come Bernie Sanders, peraltro formalmente indipendente. Le primarie del 2026 cancellano quell’epoca.
Non perché cambino radicalmente i rapporti di forza sotto la grande tenda a favore della sinistra, che comunque ha oggi molto più spazio e leve, ma perché la nuova chimica politica del partito offre più formule di fronte all’imponente sfida della destra, e tra queste quella centrista non è più “la” risposta, come è stato quasi indiscutibilmente finora.
È una lettura corroborata dai successi di Abdul El-Sayed in Michigan e di Peggy Flanagan in Minnesota, stati di quel Midwest che il partito ha a lungo trattato come territorio riservato ai profili più moderati. Che proprio lì una piattaforma più netta sul piano economico e sociale sia risultata competitiva è un segnale di svolta. A questo si aggiunge il ricambio generazionale interno al partito: candidati più giovani e meno organici alle reti tradizionali hanno eroso lo spazio di figure sostenute dall’establishment, costringendole a campagne difensive, costose, più orientate a contenere una presunta minaccia che a costruire un consenso proprio.
Hanno contato i temi. Sanità, lavoro, sindacati, costo della vita, potere delle grandi imprese: non argomenti collaterali, ma il nucleo stesso del messaggio. Ed è proprio questo, non una radicalità ideologica, ad aver reso i progressisti interpreti credibili di un disagio materiale diffuso.
La competizione in Michigan permette di leggere le primarie del 2026 su un piano ulteriore: il conflitto tra finanziamento delle campagne e politica estera. L’intervento massiccio di gruppi pro-Israele, in primis AIPAC, con il suo super PAC United Democracy Project, ha trasformato una corsa locale in un test nazionale sui margini reali del dissenso interno al partito. Circa 32 milioni di dollari sono stati raccolti e spesi contro El-Sayed: la cifra più alta mai investita da AIPAC in una singola corsa. Ma l’organizzazione non si dà per vinta: sosterrà in autunno l’avversario repubblicano, l’ex deputato Mike Rogers, definito da James Carville un “pagliaccio”, un lacchè dell’industria farmaceutica. Tra i due, ha dichiarato Carville, sceglierebbe El-Sayed «every time».
Un endorsement indicativo di quanto una figura emblematica del centro del partito, come il celebre stratega clintoniano, sia disposto a derogare ai propri riflessi, di fronte a un voto così importante in uno stato in bilico come il Michigan. «Non sono i progressisti il nemico, lo è l’inazione centrista», sintetizza su The Hill l’opinionista Max Burns. E sul New York Times, Thomas Friedman sostiene El-Sayed, sia pure a certe condizioni, e fustiga violentemente l’AIPAC. Una candidatura, quella di El-Sayed, che ha anche il pregio di alimentare un dibattito politico senza rete nelle élite della comunità ebraica.
El-Sayed si definisce «capitalist», è un candidato dal profilo tecnico e riformista, costruito su linguaggi di competenza amministrativa, sanità pubblica, bilancio, ma su gran parte dei temi sociali è in sintonia con i progressisti. Colpirlo ha reso visibile quanto, oggi, dentro il partito, anche una critica argomentata agli aiuti militari statunitensi a Israele – che è finito per essere il tema dominante nell’ultimo scorcio della competizione elettorale, possa attivare una reazione finanziaria e mediatica sproporzionata.
Nel complesso, le primarie del 2026 certificano che la sinistra americana è ormai una voce di peso nel processo politico in campo democratico, dopo lo spaesamento determinato dal ritorno al potere di Trump. Gli elettori chiedono una leadership che rifiuti l’influenza corporate e costruisca una strategia di forza eguale e contraria a quella della destra trumpiana. Dove l’establishment del partito ha tenuto – come nelle primarie per il governatore del Wisconsin – lo ha fatto a un prezzo altissimo, con una mobilitazione difensiva che somiglia più a una diga temporanea che a una strategia sostenibile. La prestazione di Francesca Hong, sconfitta per uno scarto di appena lo 0,4%, mostra come anche nelle corse perse la sinistra sfiora la vittoria in uno stato chiave.
Puntando su sindacati, commercio equo, sanità e lotta alla concentrazione del potere corporate, i candidati del 2026 hanno costruito una coalizione ampia, capace di parlare all’elettorato popolare. E questo toglie all’apparato, ancora prevalentemente clintoniano, l’argomento con cui per anni ha liquidato la sinistra interna come deriva estremista: la strada per vincere elezioni passa oggi da un riformismo, radicale e popolare.
L’ala progressista, anche la sua componente dichiaratamente socialista e socialdemocratica, non è più una fazione dentro la grande tenda del Partito democratico. È la tenda stessa che la sua ormai consistente presenza sta ridisegnando.
Commenta (0 Commenti)Il pericolo a destra La strategia è condivisa. La Germania ha preso la direzione dell’Italia, un tratto di penna sui finanziamenti per le Ong. Il problema non è concreto, è propagandistico
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August 10, 2026, Ceuta, Spain: A group of minors wait to be registered at a National Police station on 10 August 2026 in Ceuta (Spain). The city is home to thousands of people awaiting repatriation, including more than 1,300 minors, whilst calls circulating on social media are raising fears of a new mass influx of migrants…10 AUGUST 2026;MIGRATION;MOROCCO;UNACCOMPANIED MINORS;MIGRANTS;IMMIGRATION;BORDERS;IMMIGRANTS..Gabriela Sardá Núñez / Europa Press..08/10/2026 (Credit Image: © Gabriela Sardá NúñEz/Contacto via ZUMA Press)
Il contenzioso Italia-Germania è chiuso, anzi non si è mai aperto. Da due giorni lo ripetono sia palazzo Chigi che l’ambasciata tedesca: «Cooperazione stretta», «fiducia reciproca». Lo scontro sarà pure inesistente ma il casus belli resta lì, tutt’altro che risolto.
Sulla stampa tedesca il ministero degli interni insiste. La Germania «si aspetta che a partire dalla data del 12 giugno vengano nuovamente effettuati i trasferimenti verso l’Italia e la Grecia». Il primo, quello della cittadina somala entrata in Germania passando per l’Italia a marzo, resta fissato per il 19 agosto. Il Viminale, altrettanto amichevole, conferma però che non se ne parla.
Per la dublinante il confine sarà blindato. In caso contrario il precedente varrebbe per tutti i reprobi passati dal confine colabrodo italiano e diretti in Germania dal dicembre scorso, data dell’accordo sulle nuove norme europee sull’asilo, al 12 giugno, luminoso giorno in cui il medesimo è entrato in vigore. Disputa leguleia sulla pelle di pochi disperati. Il caso, proprio perché assurdo, è eloquente e indicativo.
È vero che nessuno, a Berlino e meno ancora a Roma, vuole tensioni di sorta. Sul tavolo frammentato dell’Europa i due Paesi hanno interessi in comune e vicinanze politiche significative. Le dimensioni del problema, anche a considerare tutti i sei mesi che l’Italia considera già coperti dalla sanatoria sui dublinanti e la Germania no, sono comunque risibili. La strategia di fondo sull’immigrazione è condivisa. Col cancellierato Merz la Germania ha invertito la rotta imboccando la direzione invocata dall’Italia, un tratto di penna sui finanziamenti per le Ong. Ma il problema resta. Non è concreto e neppure politico. È propagandistico. La Germania, alle soglie di elezioni in Sassonia e Pomerania che potrebbero avere effetti deflagranti e costare il posto a Merz, deve mostrare il pugno di ferro non solo nei confronti dei clandestini ma anche dell’Italia. Per gli elettori reali e potenziali dell’AfD non è che gli italiani siano molto diversi dagli immigrati: è ora di rimetterli al loro posto.
Il governo italiano deve tenere duro. Anche un solo ingresso, una singola migrante che dovesse varcare i sacri confini il 19 agosto sarebbe carburante per il nemico Vannacci che martella. In Italia il leader che versa oggi nelle condizioni più difficili è Matteo Salvini, salassato dal suo ex vice, assediato da una Lega lombarda che non vede l’ora di toglierselo dai piedi.
Dunque, mentre Meloni e Tajani fanno l’impossibile per ridimensionare il caso, il leghista attacca: «Invitiamo gli amici tedeschi a riportarsi in patria tutte le navi tedesche delle Ong tedesche che hanno preso l’Italia per un campo profughi. Prima di rimandarci indietro anche una sola persona, tolgano la bandiera tedesca a queste Ong». Nel comunicato del vicepremier la parola «tedesco» è ripetuta una decina di volte in poche righe e siamo a un passo dal «crucco».
Il sovranismo è fatto così: che lo voglia o meno degenera sempre in nazionalismi l’un contro l’altro armati. I soliti “italiani”. Gli eterni “tedeschi”. Sull’altro fronte, quello dello scontro invece conclamato con la Spagna, va peggio. Domani Pinatedosi riferirà di fronte alla commissione Schengen. Il progetto, confermato tra un ringhio e l’altro da Salvini, sarebbe quello di riaprire i confini dopo ferragosto, previo accordo mediato dal commissario europeo Barroso perché la Spagna faccia lo stesso poco dopo. Ma Sánchez, che proprio come l’Italia ha le urne dietro l’angolo, non può dimenticare l’onta subita con la sospensione di Schengen decisa da Roma.
Il ministro degli esteri Albares, da Ceuta, attacca a testa bassa: «L’atteggiamento dell’Italia non è stato di solidarietà e sostegno come il resto d’Europa». Il governo italiano si è fatto invece guidare da «interessi di parte e esigenze elettorali».
Proprio l’Italia, poi, che «registra un numero maggiore di ingressi irregolari rispetto alla Spagna» e primeggia quanto a «movimenti secondari di migranti». Nobile contesa.
Meloni ha fatto davvero passi avanti nel suo progetto di rendere l’Europa una fortezza. Peccato che per quella via sia destinata a diventare al proprio interno un campo di battaglia.
Commenta (0 Commenti)Coda avvelenata I sovranismi finiscono in guerra. Nell’accordo su immigrazione e asilo il piatto forte è il rientro dei «dublinanti»
04 June 2025, Brandenburg, Küstrin-Kietz: Federal police officers monitor entry at the German-Polish border crossing in Küstrin-Kietz. Despite a court ruling and clear criticism, the German government is sticking to its tougher course on migration policy. Federal Interior Minister Alexander Dobrindt (CDU) is also not worried that federal police officers can now be held liable for their actions. Photo: Patrick
Se i migranti da respingere siano quelli sbarcati in Sicilia dopo il 1 gennaio, come sostiene la Germania, o dopo il 12 giugno, come dice l’Italia, è totalmente irrilevante. Lo scontro tra Roma e Berlino fa male a Meloni perché fa luce sul vero obiettivo del Patto Ue migrazione e asilo.
La premier italiana fin qui ha cercato di nasconderlo, ma la ragion d’essere principale del Patto è il blocco dei cosiddetti «movimenti secondari di persone». Ovvero quelli interni alle frontiere comunitarie che hanno storicamente ossessionato i paesi dell’Europa del centro e del nord, verso cui si dirigono i cittadini stranieri che sbarcano sulle coste meridionali ma continuano il viaggio alla ricerca di migliori condizioni di lavoro e welfare o per riunirsi ad amici e parenti.
TUTTA LA COSTRUZIONE del Patto Ue è funzionale a costringere i richiedenti asilo a rimanere nei paesi di arrivo, come ha ammesso a fine giugno davanti al Comitato Schengen la prefetta Rosanna Rabuano, capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione del Viminale. I meccanismi principali sono due: l’associazione delle procedure di screening con l’identificazione di polizia; le procedure accelerate di frontiera. Queste ultime, di cui il governo Meloni ha accettato la quota obbligatoria più alta tra i paesi membri, prevedono il trattenimento sistematico dei richiedenti asilo, anche se per il momento Roma ha optato per la misura light dell’obbligo di dimora (non senza inciampi in sede giurisdizionale).
Certo Meloni o Piantedosi possono andare in tv a raccontare che così gli stranieri restano sotto controllo e in caso di diniego dell’asilo possono essere rimandati a casa. Ma è fiction. Perché senza moltiplicare gli accordi di rimpatrio con i paesi terzi, cosa che non è avvenuta nei due anni di preparazione al Patto, chi non ottiene i documenti rimane sul territorio, da irregolare. Così si rivolge al mercato del lavoro nero o finisce nei circuiti della criminalità. Oppure va in un altro paese per ritentare la carta dell’asilo.
NESSUNA LEGGE è mai riuscita a bloccare i movimenti secondari, nemmeno il trattato di Dublino che era nato con tale scopo e assegnava la competenza sui richiedenti agli Stati di primo approdo. Quelle regole prevedevano deroghe e vie di fuga, per i migranti e per gli Stati, che hanno creato diverse tensioni tra la periferia e il cuore dell’Europa.
Basti pensare che a dicembre scorso solo tra Germania e Italia pendevano circa 60mila casi di migranti che sarebbero dovuti tornare dal primo al secondo paese. I due governi hanno fatto un accordo cancellando il pregresso, anche in vista del patto. Se il conteggio debba ripartire da gennaio o da giugno non cambia nulla, se non per la propaganda elettorale delle destre al di qua e al di là della frontiera. La questione prima o poi ritornerà sul tavolo perché il Patto Ue esclude eccezioni. E le «compensazioni» dei migranti sbarcati in Italia dalle ong tedesche che ora invoca Piantedosi sono solo un diversivo: non le prevede nessun regolamento e comunque non incidono sui numeri.
Tra i corridoi di Bruxelles si racconta che il Pd ha capito davvero il Patto solo a ridosso del voto: così alla fine si è schierato contro, nonostante l’orientamento del suo gruppo S&D. Al contrario FdI che aveva osteggiato la riforma in fase di dibattito ha approvato quasi tutti i regolamenti. A quel punto in molti si sono chiesti perché un governo sovranista abbia accettato delle norme che fanno crescere gli irregolari nel paese che governa. La domanda più frequente è stata: cosa ha ottenuto in cambio Meloni?
UNA POSSIBILE RISPOSTA è il via libera della Commissione Ue ai centri in Albania. Roma ha firmato l’accordo con Tirana a novembre 2023, cinque mesi prima dell’ok definitivo dell’Europarlamento al Patto, e ci ha messo oltre un anno a farlo partire, o almeno a provarci. Nel frattempo ha incassato il sostegno della Commissione, seppur con argomenti ambigui e spesso contraddittori che hanno sorpreso non poco gli esperti di diritto comunitario.
I centri di Shengjin e Gjader sono necessari a sostenere la tesi meloniana secondo cui l’avvento di FdI in Europa ha interrotto le discussioni su come dividere i migranti tra i paesi membri per spostare «finalmente» il dibattito su come tenerli fuori dai confini. La premier, però, non aveva fatto conto con le norme sovraordinate di cui la magistratura, prima nazionale e poi europea, si è fatta interprete. Così la prima fase del protocollo con Tirana si è bloccata e anche la seconda rischia forte.
Di più: la Corte di giustizia Ue potrebbe sancire che i centri costruiti fuori dai confini europei, per richiedenti asilo o migranti “irregolari”, sono incompatibili con l’ordinamento dell’Unione. Per Meloni sarebbe un disastro perché quelle strutture sono l’unica via d’uscita dalla trappola del Patto che ha sostenuto in prima persona. Se pure il risultato davanti al massimo tribunale europeo fosse diverso, la premier avrebbe comunque fretta di portare a casa qualche risultato. Sono anni che altri Stati provano a realizzare strutture detentive fuori dall’Unione. Adesso c’è la cornice legislativa ma mancano gli accordi e la logistica. Potrebbero volerci ancora altri anni. Nel 2027, però, in Italia si vota. Da qui l’accelerazione a partire dai fatti di Ceuta e l’asse d’acciaio con la socialdemocratica danese Mette Frederiksen.
Ma non si vota solo in Italia. Nella Germania dell’(ex) amico Merz un’importante scadenza elettorale è ancora più vicina: il prossimo settembre. Il sovranismo di Meloni si rivela un boomerang. I nazionalisti finiscono sempre per farsi la guerra, anche sulla pelle di migranti.
Commenta (0 Commenti)Dopo il periodo di ricerca che ho svolto in Marocco, ho raccontato su Melting Pot la storia di due persone sudanesi che ho conosciuto questo inverno.
In questi giorni hanno tentato di arrivare a Ceuta e sono state fermate, caricate sui bus e deportate nel sud del paese.
https://www.instagram.com/p/Dbu6rVRCa8N/?igsh=d2V4cjUxdm1kaG8x
L’articolo completo:
https://www.meltingpot.org/2026/08/ho-tentato-di-arrivare-a-ceuta-mi-hanno-fermato-mi-hanno-messo-su-un-bus-e-mi-hanno-portato-nel-sud-ora-sto-peggio-di-prima/
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