Non esageriamo Istruttivo dibattito ieri alla camera, la rappresentante del Pd e quello di Fratelli d’Italia litigavano su chi fosse più seriamente preoccupato per la sicurezza degli italiani
Giuseppe Conte e Elly Schlein – foto LaPresse
Istruttivo dibattito ieri alla camera, la rappresentante del Pd e quello di Fratelli d’Italia litigavano su chi fosse più seriamente preoccupato per la sicurezza degli italiani. Sul fatto che le minacce siano serie erano d’accordo. Si parlava dei provvedimenti del governo, l’ennesimo decreto «sicurezza» e il disegno di legge con il blocco navale anti migranti. Abbiamo un’opposizione spaventata.
Hanno paura, sospettiamo, di apparire troppo morbidi. Il richiamo di Meloni ad essere «tutti più duri», che a noi ha fatto orrore, deve averli convinti. Al fermo di polizia, reintrodotto la settimana scorsa dopo cinquant’anni ma questa volta per decreto, hanno reagito come a uno scampato pericolo. Meno male che Mattarella ha evitato guai peggiori, abbiamo letto e sentito dire. Ripetendo l’errore qui denunciato da Azzariti: credere di poter delegare al capo dello Stato la trattativa politica.
Peraltro in maniera assai poco efficace, visto che l’arbitrio della polizia è rimasto. Ma fa niente, ragionavano scafati deputati di minoranza, il fermo non si farà perché non ci sono abbastanza poliziotti e non si troveranno mai quelli che servono per trattenere i manifestanti sospetti. Chissà, magari è per questo che l’opposizione chiede ogni giorno di assumere nuovi agenti.
Certamente se a Meloni venisse voglia di dissotterrare dal giardino di casa anche il confino per gli oppositori, sappiamo come risponderebbero: niente panico, i treni con Salvini non marciano e non riusciranno a portarci da nessuna parte. Siamo pratici.
Invece al blocco navale e alla deportazione dei migranti in un paese terzo la risposta è stata meno articolata, abbiamo ascoltato solo silenzio. Convinto da tempo che il tema sia perdente, il Pd non si avventura in difese eccessive dei diritti umani e se deve attaccare lo fa sullo spreco di risorse pubbliche in Albania. Ha qualche scheletro nell’armadio (Minniti) e l’alleato riluttante Conte ne ha di più e più recenti, visto che una specie di blocco navale l’aveva approvato anche lui al governo con la Lega. Così a nessuno scappa di promettere che queste leggi disumane saranno cancellate, casomai vincessero loro le elezioni. Dovessero mai riuscirci, spaventati come sono.
Commenta (0 Commenti)La legge del male C’è una costante nelle iniziative legislative di questo governo di destra-destra che è oramai una caratteristica di tutti i governi della internazionale razzista alla cui costruzione abbiamo assistito in questi ultimi decenni
Un gruppo di persone a bordo di una barca di legno sovraffollata
C’è una costante nelle iniziative legislative di questo governo di destra-destra che è oramai una caratteristica di tutti i governi della internazionale razzista alla cui costruzione abbiamo assistito in questi ultimi decenni.
Pretendono sempre meno vincoli e regole per se stessi e per l’esercizio del loro potere e fabbricano ossessivamente limiti e barriere per tutti quelli che considerano loro nemici, senza curarsi minimamente delle conseguenze.
Di questa categoria fa parte l’ultima tragica follia firmata Meloni-Piantedosi andata in onda ieri in Cdm.
Abbiamo oramai perso il conto di quanti interventi legislativi questa maggioranza ha promosso e approvato in materia di immigrazione e asilo. Si tratta di una vera ossessione. L’ultimo ddl, che contiene peraltro la legge che delega al governo l’implementazione in Italia dell’orrendo Patto europeo migrazioni e asilo, tra le tante perle ne contiene una davvero insopportabile e che ripropone la criminalizzazione di chi salva vite in mare nonché un aumento degli ostacoli per le operazioni di ricerca e salvataggio operate dalle organizzazioni non governative.
L’articolo 10 di questo provvedimento, nella versione circolata ieri, introduce per la prima volta una ulteriore barriera al salvataggio delle vite delle persone a rischio di naufragio: l’interdizione temporanea dell’attraversamento del limite delle acque territoriali della frontiera marittima per minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. La lista delle multe e dei provvedimenti volti ad impedire l’operatività delle imbarcazioni che fanno ricerca e salvataggio è lunga e articolata. E le parole che ricorrono spiegano bene la cultura di questo governo: sanzione, violazione, interdizione, confisca. Per gli altri. Per loro invece mano libera e assenza di limiti.
Infatti la principale caratteristica del provvedimento di interdizione temporanea, che sarà deliberato dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno, ovviamente è la totale discrezionalità. Chi decide che c’è una minaccia grave? Chi decide che c’è un «rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale»? Oppure che c’è una «pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini»? Solo il governo.
Forse invidiosi di quel che il loro amico Trump sta facendo negli Stati Uniti con i famosi “ordini esecutivi”, cercando di anticipare una forma di intervento del “governo del Presidente” introducono la delibera anti ong da attivare a loro discrezione.
Non potendo “prendere a cannonate” le imbarcazioni che salvano le persone a rischio di naufragio, o le stesse imbarcazioni dei migranti provenienti da Libia o Tunisia, come hanno sostenuto in questi anni i partiti che compongono questa maggioranza di destra-destra, scrivono una legge che impedisce di accedere alle nostre acque internazionali, e quindi di approdare nel porto sicuro più vicino, in pratica quando vogliono, dato che la misura della discrezionalità è quasi infinita.
Potete salvare queste persone dal naufragio quasi certo, e che sia molto probabile lo abbiamo visto con i 1500 morti di cui abbiamo avuto notizia nelle prime settimane del 2026, ma non potete portarli in Italia. Casomai altrove, magari in Albania.
Un vero capolavoro di cattiveria e di propaganda.
Di cattiveria perché Meloni e Piantedosi, e la loro terribile maggioranza, sanno che impedendo alle ong di operare, aumentando i casi di sequestro e i possibili reati, moriranno più persone. Ma loro non solo non sentono rimorsi, si preparano anche a dire l’esatto contrario, ossia che lo fanno per dissuadere le persone a partire, e quindi per ridurre il numero dei morti, come hanno fatto in questi anni a dispetto dei numeri e della realtà.
E un capolavoro di propaganda dato che l’aumento di reati e di divieti, palesemente illegittimi, andrà a sbattere contro interventi dei tribunali italiani e internazionali con ulteriori campagne di diffamazione e criminalizzazione.
Di fronte a questa nuova spinta verso lo stato di emergenza continua, la criminalizzazione e la limitazione della libertà di chiunque provi ad opporsi al disegno della maggioranza e al potere del governo, è necessario organizzare una opposizione sociale forte e unitaria, sperando che nel frattempo l’opposizione politica smetta di sperare negli errori della destra e metta in campo una azione di contrasto e denuncia visibile ed efficace.
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La modifica della Costituzione che smembra in tre il CSM (Consiglio superiore della Magistratura) e introduce il sorteggio puro per i membri togati (i magistrati che devono rappresentare la Magistratura) non è questione che riguardi in modo esclusivo e nemmeno preminente Avvocati e Magistrati. E tantomeno avvocati penalisti e pubblici ministeri anche se la cosiddetta separazione delle carriere è in campo penale che trova già oggi, senza bisogno di questa riforma costituzionale, il suo senso e la sua attuazione.
Il loro contributo al dibattito è utile per far capire gli interessi in campo, ed anche per aiutarci a chiarire gli aspetti funzionali dell’amministrazione della giustizia. Ma la revisione costituzionale va molto oltre.
È il suo retroterra culturale che porta questo governo (che ha voluto imporre la legge Nordio al Parlamento, e anche alla sua stessa maggioranza) a presentare il referendum come una contesa corporativa: tra la corporazione degli avvocati e quella dei magistrati. Come se fossero in gioco solo gli interessi professionali, la carriera, e i rapporti di forza tra le rispettive categorie e non invece, come nella realtà, gli equilibri tra organi costituzionali, i diritti dei cittadini di fronte all’azione dello Stato, e il rispetto delle prerogative costituzionali dei vari organi.
Dal Consiglio superiore della Magistratura depotenziato nella sua funzione di garanzia dallo sdoppiamento, dall’espropriazione del giudizio disciplinare e ridicolizzato dalla lotteria del sorteggio, al Parlamento, umiliato in questa occasione da una modifica di ben 7 articoli della Costituzione con un progetto di iniziativa governativa (già questa una deroga alla competenza parlamentare in tema di Costituzione) che non ha concesso al Parlamento e all’opposizione, in tutti questi mesi, neppure una piccola modifica, un misero emendamento nemmeno se proposto dalla stessa maggioranza che lo sostiene.
La Costituzione prevede una maggioranza dei 2/3 per l’approvazione secca (senza bisogno di referendum) della sua modifica. Il governo quel più ampio coinvolgimento delle minoranze non l’ha mai voluto perseguire, neppure per un istante, puntando tutto sulla convocazione di un referendum, non a caso insistentemente definito confermativo. In Costituzione questo termine non c’è; il referendum costituzionale ha anzi natura oppositiva contro il comportamento assolutistico di una maggioranza parlamentare che è tale solo grazie alla legge elettorale.
Un referendum che si vuole tenere in fretta e furia e col minor coinvolgimento possibile dei cittadini puntando sull’ondata astensionista degli ultimi anni e sulla presunta “difficoltà tecnica” della materia.
Non è un “affare” tra corporazioni, ma una profonda revisione costituzionale; lo ha ben ribadito la Corte di Cassazione quando ha stabilito che i 7 articoli della Carta sottoposti a modifica fossero esplicitamente citati nel quesito sottoposto agli elettori.
È in gioco la Costituzione e gli italiani la difenderanno!
11-02-2026
Alessandro Messina
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Da Strasburgo a Roma Il pacchetto italiano permetterà di interdire l’ingresso nelle acque territoriali
La nave di salvataggio dell’ong Ocean Viking
Il ddl Migrazione sarà approvato dal cdm oggi. La nuova lista dei Paesi sicuri è stata approvata dall’Europarlamento ieri. Sincronismo mirabile. I Fratelli brindano e festeggiano. Il resto della maggioranza partecipa alla gioia ma con appena qualche discrezione in più.
Tripudio giustificato: il voto del Parlamento europeo che rende chilometrica la lista dei Paesi sicuri e spalanca le porte per la deportazione nei «Paesi terzi sicuri», sancisce il trionfo della linea durissima sul fronte dell’immigrazione. Quella sponsorizzata dalla premier italiana più che da chiunque altro. Regala anche la base giuridica necessaria per varare il ddl sull’Immigrazione.
SARÀ BENE CHE TUTTI, ma il centrosinistra più di ogni altro, inizino a rivedere approcci e strategie che hanno fatto il tempo loro, dopo aver tenuto banco per un paio di decenni. L’Europa non è più la barricata che frenava le politiche più feroci e imponeva almeno un minimo di decenza formale. Quell’Europa è passata dal capolinea al deposito dei mezzi di trasporto smessi. La barricata è stata travolta da un’egemonia della destra più radicale che si è già imposta, in attesa che la politica e i governi nazionali seguano. Come del resto si avviano a fare col passo dell’oca.
Al contrario che in un tempo non lontano, l’Europa è la via traversa che permette di travolgere le residue resistenze nei singoli Paesi. Il caso in questione è esemplare. Il Parlamento di Strasburgo convalida le norme del Migration and Asylum Act sui Paesi sicuri. Rientrano nel pacchetto anche i Paesi da cui provenivano i migranti sbattuti in Albania e rientrati di corsa su disposizione della magistratura proprio perché i Paesi di provenienza di sicuro avevano ben poco: Egitto e Bangladesh. È ancora il meno. D’ora in poi basteranno accordi bilaterali o multilaterali e figurarsi poi se siglati dall’intera Unione per impacchettare i richiedenti asilo, bollarli come inammissibili sul sacro suolo europeo e spedirli nel «paese terzo sicuro» di turno. L’ Albania, il Ruanda…
IL PACCHETTO ITALIANO è armonioso e conseguente. Permetterà di interdire l’ingresso nelle acque territoriali nei casi di «eccezionale pressione migratoria». Va da sé che quando la pressione sia da considerarsi eccezionale lo deciderà il governo. Una volta intercettati nelle acque interdette, grazie a una seconda norma ad hoc, i migranti saranno impacchettati e deportati nei Paesi terzi di cui sopra, dove resteranno rinchiusi in attesa che la loro richiesta sia esaminata. Se respinta torneranno a casa e buona fortuna. Se accettata, cioè se riusciranno a dimostrare che pur provenendo da un Paese promosso a «sicuro» dove si può quel che si vuole il loro caso sfugge a tanta sicurezza, nulla osta a reindirizzarli verso uno dei Paesi terzi col quale sono in vigore accordi: quelli pagati per tenerseli. L’importante è che in Europa non mettano piede. Anzi non vedano neppure le coste.
Certo ci vorranno ancora un po’ di mesi. L’Asylum non entrerà in vigore prima del 12 giugno (nonostante la velocizzazione suggerita dal Parlamento europeo) ed è l’unico motivo per cui il governo, su spinta del Colle, ha deciso di procedere con un ddl invece che col solito decreto. Per una volta c’è tempo e in fondo non si dovrà aspettare troppo. Il muro sarà pronto per l’estate, stagione di «pressioni migratorie eccezionali».
È LA STRATEGIA dell’«esternalizzazione» sulla quale puntava Meloni con l’esperimento albanese, troppo in fretta deriso da un’opposizione italiana abituata appunto a contare sull’Europa se non per ottenere il meglio almeno per evitare il peggio. La leader della destra italiana ha avuto più naso. Ha fiutato in anticipo una corrente gelida che spazza l’Europa e che, se da un lato gonfia le vele dei partiti cugini dei suoi Fratelli, dall’altro colonizza anche le altre forze politiche. Le migliori e più zelanti alleate della «conservatrice» Meloni, in Europa, sono state la presidente della Commissione von der Leyen, popolare, e la premier danese Mette Frederiksen, socialista. È quel che si intende quando si parla di egemonia e per contrastarla non basta appellarsi a questa o quella alta istituzione, la Corte di turno, il Parlamento europeo, i guardiani della Costituzione. Bisogna riuscire a combatterla e a sconfiggerla.
Commenta (0 Commenti)I files La maggior parte dei mass media è impegnata a ridurre il caso Epstein a scandalo sessuale. Tuttavia, chiunque abbia letto i files attraverso i social media ha chiaro di non trovarsi davanti a un sexgate, una pruderie da isola dei famosi
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La maggior parte dei mass media è impegnata a ridurre il caso Epstein a scandalo sessuale. Tuttavia, chiunque abbia letto i files attraverso i social media ha chiaro di non trovarsi davanti a un sexgate, una pruderie da isola dei famosi.
Epstein non è stato, come è stato commentato, l’impresario di un circo del sesso in un’America sessuofoba. Non vendeva solo corpi fragili, ma anche l’ingresso nell’impunità. Ha creato una realtà per un’elite transnazionale superomista e ricattabile, una sorta di sadica Salò pasoliniana, ma permeata da razionalità strumentale. Eppure, per giorni abbiamo visto in tv Bill Clinton e l’infedeltà dell’altro Bill – quel Gates che, alla tipica domanda da caso chiuso («che lezioni ne ha tratto?») ha risposto tombalmente: «Beh, è morto… dobbiamo tutti stare attenti». Insomma, non c’è niente da vedere: circolare, gente. Per dirla con Trump: move on, girate pagina.
Quando leggi gli Epstein files fatichi a prendere sonno. Ti fai un paio di domande su Woody Allen e Noam Chomsky, su professori di Harvard e sui referenti italiani. Temi di cadere nelle spire di una teoria della cospirazione. Poi ti rendi conto che le modalità di pubblicazione scelta dal Dipartimento di Giustizia Usa ha tradito la fiducia delle vittime, i cui nomi e volti sono rivelati – diversamente da quelli di molti presunti predatori; che restano segrete migliaia di immagini che documentano violenza e morte; che sono state cancellate le liste dei possibili complici di reato; che non hanno alcuna intenzione di aprire ulteriori azioni penali su questo ramo d’inchiesta. I tunnel del ranch Zorro non sono stati ispezionati. L’isola di Epstein, con i suoi templi, la statua del gorilla e le scale che portano al nulla, pare il set per le scene di Eyes Wide Shut, che Kubrick terminò pochi giorni prima di morire. Un film sul quale aleggia la storia di drastico taglio in fase di montaggio, voluto dagli studios per non portare nelle sale riti di cooptazione e pedofilia di oscure elite di potere.
Sappiamo che le vittime erano per lo più adolescenti, spesso in condizioni di vulnerabilità economica e sociale, e che esisteva un meccanismo organizzato di reclutamento, trasporto, pagamento e messa a tacere. Sulla base dei files, sui social si connettono al caso diversi suicidi, incidenti sospetti, casi celebri di bambine scomparse e storie meno note di internamenti in cliniche psichiatriche. Si parla di orfani rapiti o venduti dopo il terremoto in Turchia. Perché nei files per 1.709 volte di parla di visite dal dentista? Dovremmo riascoltare l’ultima disperata telefonata di Michael Jackson? Nel fondo oscuro del complottismo si agitano cannibalismo e vampirismo. Riappare persino l’adrenocromo, raccomandato come elisir di ringiovanimento da raccogliere con un prelievo dal «gregge» (presumibilmente i bambini spaventati). Una storia che riporta a Paura e delirio a Las Vegas e al drencrom di Arancia Meccanica.
È un fatto che il nome di Donald Trump ricorra migliaia di volte (molte più di quello di Harry Potter in sette libri) e sia spesso associato a circostanze inquietanti. Del resto le immagini che vediamo in tv, in cui Epstein e Trump si scambiano commenti compiaciuti, sono spesso tagliate prima di mostrare il parterre di ragazzine o bambine che hanno davanti.
In compagnia di vari personaggi come Steve Bannon, Epstein ha tramato contro ogni istituzione, Vaticano e Papa Francesco inclusi. Ha discusso di sostenere i leader della destra populista europea, come Matteo Salvini e Marine Le Pen. Una foto di dieci anni fa (che qualcuno ha de-oscurato) lo ritrae mentre, già nei guai per pedofilia, incontra a cena Zuckenberg, Musk e presumibilmente Thiel, capo della potente società di sorveglianza Palantir. Un’altra foto, che lo ritrae con Netanyahu, resta oscurata dal Dipartimento di giustizia. Più difficile cancellare le tracce della frequentazione intensa con il rivale di Netanyahu, Ehud Barak, da tempo impegnato a negare di essere l’ex primo ministro accusato da Giuffre.
Intanto il premier polacco Donald Tusk ha annunciato un’inchiesta sui legami fra il mondo di Epstein e i servizi russi. Hanno iniziato a piovere dimissioni in Norvegia, nel Regno unito, in Slovacchia e in Francia. Come ha scritto l’intellettuale indiano Pratap Bhanu Mehta, i files forniscono una radiografia di elite americane immature: «Sazie di impunità, corrotte, venali, veniali e veneree allo stesso tempo (…) una visione che fa riflettere sulla politica globale: non ci sono grandi scopi, né un’economia politica».
Ad oggi, non abbiamo prove dirette dell’esistenza di una macchina del ricatto strutturata, ma solo indizi e testimonianze indirette di come l’isola e il ranch possano esser stati il nodo centrale di una ragnatela, una trappola per estorcere favori e ricatti. Viene facile pensare che «se hanno coperto questo schifo, sicuramente coprono anche altro». Ma confondere i livelli, la notizia di reato e la cospirazione offre munizioni a chi vuole liquidare tutto come fantasie, evitando di mettere sotto giudizio elite che spesso hanno scalato il potere proprio cavalcando teorie cospirative.
Nel suo La letteratura nazista in America, Roberto Bolaño ricostruisce in modo meticoloso e genealogico una fitta rete di letterati fascisti e fascistoidi, nazisti e nazistoidi, che risulta completamente fittizia, ma capace di creare un universo alternativo in fondo plausibile. Man mano che procedi nella lettura delle vite intrecciate di questi fascisti immaginari, ti rendi conto di come la narrazione sia in grado di far evaporare ogni senso di minaccia. Si tratta di un commento sottile su come le parole, grazie ad una regia sapiente, possano essere allontanate dai fatti, dalla realtà della violenza e soprattutto dalla mobilitazione politica. Gira in rete un trailer fake del film Melania, in cui la first lady è travolta da un fiume di sangue. Vorrebbero che guardassimo senza vedere: eyes wide shut, appunto.
I nuovi schiavi La punta di un iceberg che dai rider arriva al lavoro di cura e ai micro-task online. Per migliaia di lavoratori stranieri il nodo della cittadinanza si intreccia al cottimo tecnologico. Serve un salto di paradigma che leghi i diritti alla persona, non solo al contratto.
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Un rider per la consegna a domicilio davanti al duomo di Milano
I provvedimenti della Procura di Milano su Foodinho-Glovo non sono solo un severo atto giudiziario, ma l’epitaffio di una narrazione tossica che ha spacciato la precarietà per modernità e lo sfruttamento per libertà digitale, spesso attraverso spot discutibili.
Quando le retribuzioni sono inferiori dell’81% rispetto ai minimi contrattuali e i rider sono costretti a operare ben al di sotto della soglia di povertà, non siamo di fronte a un’inefficienza del mercato, ma a un «caporalato algoritmico». La finzione giuridica dell’autonomia, strumentalizzata dalle aziende, crolla quando le indagini, ricche di risvolti sociologici, rivelano l’esistenza di un sorvegliante immateriale capace di imporre ritmi e sanzioni ai rider che non sono trattati da lavoratori, ma da appendici organiche della logistica urbana.
Sin da quando emerse la protesta dei rider a Torino nel lontano 2017 nessuno ha avuto la volontà politica di affrontare seriamente questo problema.
Sarebbe ingenuo attendersi una conversione da un governo come quello Meloni che ha fatto della deregolamentazione e della politica pro-business la propria cifra. E tuttavia il recepimento della Direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme, previsto entro la fine dell’anno, non dovrebbe essere derubricato a mero esercizio burocratico, né a un’occasione per garantire altre scappatoie alle imprese. La tentazione di trattare la direttiva in un modo o nell’altro è forte. Tuttavia la sua applicazione può diventare un possibile terreno di conflitto e una leva per un cambiamento reale.
In questa discussione andrebbe chiarita una questione rilevante. Il problema delle tutele non riguarda solo chi come i rider sfreccia nelle città pagando il rischio d’impresa con la propria incolumità fisica. I rider sono la punta di un iceberg molto ampio e differenziato che comprende il lavoro di cura, l’accudimento domestico, le nuove forme di lavoro digitale, come il tagging di dati o le trascrizioni. Senza contare le filiere della logistica.
Parliamo di un ecosistema pervasivo abitato spesso da lavoratori e lavoratrici straniere. Per loro il ricatto della cittadinanza si salda tragicamente a quello dell’algoritmo. Senza una riforma che leghi i diritti del lavoro a quelli della persona, ogni protezione, in tutta evidenza, resterà parziale.
Per uscire dalla zona grigia serve un salto di paradigma legislativo che superi definitivamente il vulnus tra lavoro autonomo e subordinato sul quale specula il capitalismo delle piattaforme. Si potrebbe pensare a un nuovo «Statuto dei Lavoratori» per stabilire una protezione universale — salario minimo, infortuni, malattia, ferie — vincolando le multinazionali al rispetto della dignità umana a prescindere dalla qualificazione contrattuale. Il recepimento della Direttiva Ue garantirebbe inoltre la presunzione legale della subordinazione: non sia più il lavoratore a dover dimostrare il sopruso, ma l’azienda a dover provare l’autonomia.
In questa prospettiva, il controllo giudiziario della Procura di Milano non resterà un caso esemplare. Può anzi diventare il primo passo verso un sistema capace di imporre i diritti sociali e la trasparenza degli algoritmi, sottraendo la vita dei lavoratori alla tirannia di un codice proprietario.
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