Un futuro già scritto Il riarmo non è più semplice «deriva» militarista, ma scelta politica lucidamente brutale, e pericolosa, sulle spalle dei popoli europei
Ordigni statunitensi diretti in Ucraina – foto Ap/Alex Brandon
Non è un fantasma, è un Moloch quello che attraversa l’Europa e ne ipoteca il futuro. È la militarizzazione del discorso politico e dell’economia.
Comincia ormai a determinare scelte e decisioni di lungo periodo, preparate e rese «naturali» da una retorica martellante che trasforma la paura in consenso e l’industria militare in futuro inevitabile. Non più semplice «deriva» militarista, ma scelta politica lucidamente brutale, e pericolosa, sulle spalle dei popoli europei.
Siamo di fronte – ce lo dicono i dati, oltre che gli annunci – a un riarmo strutturale, pianificato e non solo a una congiuntura passeggera contraddistinta da aumenti della spesa militare. Nel 2021 la spesa militare complessiva dei Paesi Ue era di 218 miliardi di euro, nel 2024 è salita a 343 miliardi e le previsioni consolidate per l’anno in corso si attestano sui 392 miliardi (molto vicini alla soglia psicologica dei 400). Già questo basterebbe a mostrare che il presunto «sottofinanziamento della difesa» agitato da Commissione e Consiglio Ue è una costruzione ideologica. Non solo perché la spesa militare è già oggi ai massimi storici e cresce più di qualsiasi altro capitolo di bilancio pubblico, ma perché viene fatta passare l’idea che per difendersi occorra armarsi. Mentre il modo migliore per costruire una vita collettiva più sicura è quello di garantire diritti e lavorare all’attenuazione dei conflitti.
La vera portata del militarismo europeo si coglie dando uno sguardo al futuro che viene tratteggiato. Kubilius, Commissario Ue alla Difesa, è stato esplicito: «Noi europei investiremo entro il 2035 circa 6.800 miliardi di euro nel comparto militare, con il 50% che confluirà nell’acquisto di armamenti: sarà un vero big bang finanziario». E ha chiarito che il 90% del peso ricadrà sui bilanci degli Stati membri. Perché l’obiettivo vero non è per nulla una strutturazione definitiva dell’Unione anche sul piano militare e di difesa, ma è quello di avvantaggiare gli interessi armati. Lo dimostra anche l’ennesimo cambio di nome del piano di riarmo della commissione, che con l’ultima operazione cosmetica è stato presentato come Preserving Peace-Defence Readiness Roadmap 2030 (ancora una volta il richiamo mistificatorio alla Pace serve a convincere opinioni pubbliche che sono refrattarie a richiami bellicisti). Ad ogni step si cambia nome per renderlo più vendibile, ma la sostanza resta: costruire un’Europa armata prima ancora di costruire una vera politica estera comune. Che dovrebbe essere l’unica strada logica e sensata, anche per chi vuole una «Europa forte» sul versante militare. Invece, prima gli strumenti della guerra, poi – forse, un giorno – la politica. Un’inversione logica e democratica che favorisce un solo soggetto: i produttori di armi.
Perché questo è il punto: l’accelerazione non è pensata per la difesa dei popoli europei, ma per alimentare i profitti. Lo dimostrano anche i programmi già attivi – come l’European Defence Fund o il programma Asap – nonché gli stessi i dati di Bruxelles: questi strumenti non hanno portato alcuna integrazione reale della produzione bellica europea. Ogni Paese continua a comprare e produrre per sé, seguendo logiche di piccolo potere e influenze di piccoli interessi industriali, frammentando il mercato e rimanendo succube della preminenza tecnologica Usa.
Questa corsa folle viene giustificata con la paura di minacce esterne agitate a comando per sospendere il pensiero critico e azzerare il dibattito democratico. Ma è un inganno. Perché quella che chiamano «difesa» è solo architettura militare, mentre la difesa reale – sociale, civile, diplomatica, energetica, informativa – non viene nemmeno discussa. E soprattutto perché ogni miliardo speso oggi in armi è un miliardo sottratto alla scuola, alla sanità, alla riconversione ecologica, alle politiche sociali. Si chiama economia di guerra permanente.
La società civile attiva per la pace e per il disarmo lo denuncia da anni: l’aumento degli investimenti militari non porterà più sicurezza, ma più instabilità e più crisi. E soprattutto ipotecherà il futuro: il riarmo europeo è costruito con debito pubblico e vincoli di spesa pluriennali, che passeranno come un cappio ai prossimi governi e alle prossime generazioni. Di fronte a questo salto quantico forse non basta più solo monitorare o denunciare: servono alternative strutturali alla guerra. Servono politiche di sicurezza non armata e difesa civile europea. Serve una diplomazia autonoma e multilaterale. Serve disinnescare la centralità dell’industria bellica nell’economia europea. Perché non è vero che non ci sono alternative. Il problema è che non si vogliono discutere.
Quello che ci aspetta non è una parentesi. È un bivio storico. O lasciamo che l’Europa si trasformi in una fortezza armata al servizio dei profitti militari, o costruiamo un altro modello di sicurezza. Che parta dalle persone, non dalle armi.
Commenta (0 Commenti)Palestina All’indomani della «giornata storica» e delle colate di melassa retorica che la hanno sommersa, converrà ritornare alle giornate di ordinaria violenza, nelle quali il cessate il fuoco assomiglia piuttosto al «diminuite il fuoco» di una precaria tregua armata piena di trappole e di falle
Il presidente Donald Trump parla con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – Ap
All’indomani della «giornata storica» e delle colate di melassa retorica che la hanno sommersa, converrà ritornare alle giornate di ordinaria violenza, nelle quali il cessate il fuoco assomiglia piuttosto al «diminuite il fuoco» di una precaria tregua armata piena di trappole e di falle. Nemmeno il flusso degli aiuti umanitari, indirizzati alla stremata popolazione di Gaza, sembra più essere garantito. Israele si riserva il potere di aprire, chiudere o restringere i varchi, e in particolare il valico di Rafah, come strumento di ricatto o di rappresaglia nei confronti della controparte palestinese. Saranno dunque ancora i civili a pagare con la fame e ulteriori restrizioni, eventuali pause, impasse o ripensamenti nei negoziati. L’assedio non è stato tolto.
I pretesti per riaprire in un modo o nell’altro le ostilità non mancano di certo. Il primo riguarda la macabra questione delle salme degli ostaggi morti in cattività, che Israele vorrebbe restituite tutte e subito, ben sapendo, come confermato anche dalla Croce rossa, che si tratta di un’impresa praticamente impossibile. Sotto gli enormi cumuli delle macerie di Gaza, prodotti da due anni di bombardamenti dell’Idf, potrebbero giacere migliaia di corpi palestinesi, molti dei quali forse disintegrati e comunque non meritevoli di menzione.
Non dovrebbe dunque meravigliare il fatto che Hamas fatichi a ritrovare rapidamente in questo paesaggio devastato tutti i corpi degli ostaggi deceduti.
I pretesti per riaprire in un modo o nell’altro le ostilità non mancano di certo. Il primo riguarda la macabra questione delle salme degli ostaggi morti in cattività, che Israele vorrebbe restituite tutte e subito, ben sapendo, come confermato anche dalla Croce rossa, che si tratta di un’impresa praticamente impossibile. Sotto gli enormi cumuli delle macerie di Gaza, prodotti da due anni di bombardamenti dell’Idf, potrebbero giacere migliaia di corpi palestinesi, molti dei quali forse disintegrati e comunque non meritevoli di menzione. Non dovrebbe dunque meravigliare il fatto che Hamas fatichi a ritrovare rapidamente in questo paesaggio devastato tutti i corpi degli ostaggi deceduti. E, del resto, che interesse avrebbe la milizia palestinese a centellinare la restituzione delle salme, offrendo così a Israele un pretesto per sabotare il negoziato?
Di certo, per ora, vi è stato uno scambio di prigionieri, che è una buona cosa (accaduta anche tra Russia e Ucraina) e una sostanziale sospensione dei combattimenti, che è un’altra buona cosa (non accaduta tra Russia e Ucraina). E poi i punti, tutti da chiarire, del piano imposto da Trump, quando Netanyahu ha osato bombardare una cassaforte globale come il Qatar.
In Cisgiordania, invece, le operazioni militari, le irruzioni, le violenze diffuse contro la popolazione palestinese e in particolare le famiglie dei prigionieri liberati, non hanno subito alcun rallentamento, semmai un’intensificazione. È in questo Far West, dove arbitrio, prevaricazioni e vessazioni d’ogni genere sono la norma quotidiana, che la pax trumpiana rinuncia al suo presunto significato «storico». Sulla guerra sporca dei coloni appoggiati dall’Idf contro gli abitanti della Cisgiordania la Casa bianca non si pronuncia affatto e non è improbabile che proprio questa astensione sia stata offerta a Israele in cambio di una rinuncia all’annessione diretta e immediata della striscia di Gaza con relative strategie di deportazione. Per il resto nulla lascia pensare che il governo israeliano sia disposto ad abbandonare le sue ambizioni espansionistiche e l’ideologia aggressiva che le sostiene. La polveriera è tutt’altro che disinnescata.
L’ostacolo più grande che da decenni si oppone a una stabile pacificazione del Medio oriente è un fattore più insidioso e micidiale di una guerra batteriologica. Si tratta della diffusione del fanatismo religioso che, messo in campo verso la fine della guerra fredda per disarticolare il blocco avversario, ha finito con lo scardinare ciò che restava di una razionalità laica, tanto tra i palestinesi quanto tra gli israeliani, capace di stringere accordi e di muovere sia pure tra mille ostacoli nella direzione di una convivenza pacifica. Il fondamentalismo sarebbe divenuto, grazie anche all’impopolarità delle dittature laiche, socialiste o filoccidentali della regione, il tratto dominante della politica medio-orientale. Con la piena complicità e partecipazione della destra israeliana, sostenuta dagli Stati uniti, sempre più trascinata da fattori ideologici guerrafondai.
Altro che «oppio dei popoli», gli integralismi sono stati, da una parte e dall’altra, l’anfetamina che ha accresciuto a dismisura la reciproca ostilità e le forme spietate dei conflitti che hanno devastato il Medio oriente. Non dovrebbe suonare strano a uno come Donald Trump che in casa sua ricorre ampiamente e pragmaticamente all’appoggio del fanatismo religioso, dalle sette evangeliche alle dottrine reazionarie di Charles Kirk, per muovere guerra ai suoi avversari.
Gli Stati uniti in realtà hanno sempre potuto in ogni momento fermare Israele, moderarne le ambizioni, correggerne i comportamenti. Se è vero che le dipendenze sono anche reciproche è soprattutto vero che il patrimonio e l’arsenale stanno nelle mani di Washington. Gli Usa non hanno esercitato questo potere fin quando Tel Aviv agiva in favore dei loro interessi geopolitici senza compromettere i rapporti tra l’America e i capitali arabi. Trump non ha fatto miracoli, ha semplicemente assecondato l’azione muscolare dell’alleato israeliano fin dove il suo isolamento non lo avrebbe danneggiato. Per poi tirare un freno che mostrasse le sembianze di un piano di pace. Questo è l’evento «storico».
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Trump power La violenza politica negli Usa è ben documentata ed è leggibile. La responsabilità di gran lunga maggiore è della destra suprematista e razzista
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump – Reuters/Jonathan Ernst
Trump valuta il ricorso all’Insurrection Act per dispiegare l’esercito nelle città americane, mentre per JD Vance Chicago ha ormai un tasso di omicidi paragonabile a quello delle peggiori città del terzo mondo. In realtà, negli ultimi due anni il tasso di criminalità violenta è diminuito.
È diminuito a ritmi senza precedenti nelle più grandi città americane, compresa Chicago. Le prime quattro città col più alto tasso di omicidi sono tutte in stati in mano ai repubblicani.
Un mese dopo l’assassinio di Charlie Kirk non esistono prove che organizzazioni della «sinistra radicale» siano coinvolte. Giorni fa la titolare degli Interni Usa, Kristi Noem, ha paragonato Antifa a Hamas, Hezbollah e Isis. Basato su una palese torsione narrativa e su un silenzio intimidito e compiacente, l’ordine esecutivo che designa Antifa come organizzazione terroristica è un atto politico con implicazioni la cui vastità e profondità vanno comprese a fondo.
Anche in Italia e in Europa. Il governo di Orban ha annunciato provvedimenti contro Antifa, mentre al parlamento olandese e a quello europeo si sono affacciate mozioni sanzionatorie. Negli Usa sono nate campagne di ostracismo, indagini sotto copertura e sanzioni nel mondo accademico, nonché un più ampio attacco a chi monitora l’estremismo violento. Dopo essere stato graziato da Trump, il leader dei Proud Boys, condannato per l’assalto a Capitol Hill, ha chiesto pubblicamente: «Chi è pronto per andare a caccia di Antifa? Ne conosco un paio». Se non bastasse, Trump ha firmato un memorandum di sicurezza con il quale si mettono nel mirino gruppi o individui che «fomentano la violenza politica» anche prima che questa si manifesti.
IL DIBATTITO sulla violenza nei media raggiunge spesso vette caricaturali, tipicamente al traino di polemiche domestiche. In materia di policy making per titolazioni sensazionalistiche, l’Italia non ha nulla da imparare. Siamo arrivati a non sorprenderci del fatto che in un dibattito sulla violenza politica negli Usa i media non riportino alcun dato o alcuna ricerca. Per esempio, di quale processo di radicalizzazione stiamo parlando? Nel caso di Kirk, la stampa di destra ha volato all’altezza di Bella-ciao-la-canzone-che-uccide, frugando in cerca della «compagna di stanza trans». Nei circoli della destra religiosa americana, infatti, si è insistito su un presunto protagonismo violento transgender. Si tratta ancora di un dato campato per aria: dal 2018, su 4.193 casi di sparatorie, se ne contano quattro con protagonista una persona transgender.
LA VIOLENZA POLITICA negli Usa non manca di griglie interpretative accessibili. Dai dati dei centri di ricerca più accreditati (Csis, Start) emerge inequivocabilmente come l’estremismo di destra sia fortemente preponderante. Analizzando 18 diversi dataset e distinguendo il terrorismo dal semplice hate crime, Alex Nowrasteh ha concluso che, dal gennaio 1975 ad oggi, negli Usa sono state uccise 3.597 persone in attentati terroristici (lo 0,35% di tutti gli omicidi registrati). Di questi, solo 79 (ovvero il 2%) sono avvenuti negli ultimi 5 anni (lo 0,07% di tutti gli omicidi). Tolto il jihadismo del 9/11, il terrorismo di destra (motivato da ideologie suprematiste bianche, convinzioni antiabortiste, incel e simili) è la prima matrice ideologica per rilevanza, con 391 omicidi (11% del totale). Il terrorismo di sinistra – nazionalismo nero, «sentimento anti-polizia», animalismo, ambientalismo, ecc. – ha causato 65 morti, circa il 2% del totale.
Davanti a questi dati, ben prima dell’omicidio Kirk il Dipartimento della Sicurezza Interna concludeva che gli individui violenti motivati razzialmente/etnicamente, in particolare i suprematisti bianchi, rappresentano la minaccia interna più persistente e letale. Lo stesso Homeland Threat Assessment 2025 continua a individuare il principale vettore di rischio in un profilo storicamente prevalente nell’area dell’estrema destra: individui isolati e piccoli nuclei. È quanto si potrebbe dire di Thomas Jacob Sandford, l’ex marine che giorni fa ha ucciso quattro mormoni nella chiesa di Grand Blanc, nel Michigan: un serie di indicazioni, fra cui una foto in cui indossa una maglietta pro-Trump, lo collocherebbero vicino alla destra conservatrice. Insomma, persino il conservatore Cato Institute ha dovuto titolare «Trump chiede un crackdown sulla sinistra radicale, ma la maggior parte della violenza viene da destra».
A METÀ SETTEMBRE l’amministrazione Trump ha cancellato uno studio del National Institute of Justice che mostrava come i terroristi interni siano spesso di destra. Piano piano, i media hanno iniziato a piegarsi alla narrazione della Casa Bianca. L’influente Axios, per esempio, ha recentemente titolato: «Il terrorismo di sinistra raggiunge il suo punto più alto negli ultimi 30 anni», il tutto con tanto di grafici fuorvianti e omissione di come, a fronte di 112 morti imputabili alla destra nell’ultimo decennio, quelli ascrivibili all’estrema sinistra siano 13. Intanto Trump sostiene di avere il potere di dichiarare guerra segretamente a chiunque consideri un nemico, aggiungendo che gli Usa sono in uno stato di «conflitto armato non internazionale» e che, per esempio, le persone eliminate dal Dipartimento di Guerra nel mare dei Caraibi sono «combattenti illegali». Nel solo 2025 ha proceduto a ben 18 designazioni di «organizzazione terroristica», a fronte di una media di due negli anni precedenti.
Di fronte alla nebulosa e fantasmatica figura del nemico negli Stati uniti di oggi, nel pieno di una crisi costituzionale e degli attacchi su università e città, è difficile non concordare con quanto scrive Sylvie Laurent su Le Monde: il maccartismo fu una versione minore di ciò che sta accadendo oggi. Se c’è una illusione che i liberali riproducono, è ritenere che la destra vada a caccia di chimere. La nostra capacità di raccogliere e discutere pubblicamente i dati sulla violenza (tutti i dati, inclusi quelli che riguardano l’antisemitismo) deve essere difesa. Di mezzo ci vanno i ricercatori, gli attivisti e la democrazia stessa.
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Conferenza stampa – 13 ottobre, ore 10
Sala Bigari – Comune di Faenza
Presenti
Laura Ferrari e Cesare Reggiani,
promotori della petizione del Gruppo Blu – Il sogno di una Faenza migliore
Renzo Bertacchini, organizzatore dell’incontro con i giornalisti
Sono intervenuti al dibattito esprimendo la loro visione le seguenti persone che vivono a Faenza:
Laura Esposito, ricercatrice e CEO
Renzo Bertacchini, libraio
Mara Ossani, avvocato
Luigi Cicognani, architetto
Davide Fiorentini, ristoratore
Giorgio Della Valle, rappresentante di Legambiente
Nedo Merendi, artista
Gabriella del negozio Biba Botique.
____________________
DI SEGUITO LA TRASCRIZIONE SCRITTA DELLA REGISTRAZIONE, E SCUSATECI DEI TANTI PICCOLI ERRORI.
Laura Ferrari:
Sono Laura Ferrari e sono qui con Cesare Reggiani, con il quale ho promosso questa petizione, pubblicata su change.org il 10 luglio e chiusa il 20 settembre. È stata poi presentata formalmente tramite PEC, come si fa in questi casi, al sindaco il primo di ottobre.
LA petizione ha avuto 820 firmatari.
I motivi per cui abbiamo deciso di promuoverla sono spiegati ampiamente nel testo, che è ancora disponibile integralmente su change.org.
Li riassumo brevemente: Faenza, il centro sopratuitto, È una città senza cura, impoverita. Le strade sono disastrate, la manutenzione è fatta malissimo. Sembra che nessuno controlli in modo sistematico ciò che accade. Questo ci fa male come residenti, ci fa arrabbiare, perché amiamo questa città.
Un altro aspetto che rende difficile vivere qui, con poco comfort, è la quantità di auto presenti: la città è diventata un parcheggio. Delle diciassette piazze di Faenza, l’ottanta per cento sono parcheggi. Muoversi a piedi o in bicicletta è tremendo: bisogna continuamente fermarsi, guardare a destra e a sinistra, perché la visibilità è scarsa. È una città ferma agli anni Sessanta.
Serve un intervento importante e urgente di ingegneria urbana.
Con la petizione abbiamo voluto sensibilizzare e spingere la politica – attuale e futura – a intervenire, perché non c’è tempo da perdere.
La città non è più attraente per chi vuole aprire un negozio o avviare un’attività: è sporca, poco curata, e peggiora di anno in anno. Quando manca la cura, tutto si degrada ancora di più.
Cosa auspichiamo? Che i futuri amministratori ci ascoltino e mettano in pratica almeno una parte dei punti che abbiamo sollevato.
Con il Gruppo Blu non vogliamo fermarci qui: molti cittadini ci hanno contattato chiedendo di continuare a far sentire la nostra voce nei prossimi mesi. È giusto impegnarsi civilmente, per il bene di una città che deve modernizzarsi.
Cesare Reggiani:
Vivo nel centro storico dai primi anni Ottanta. Il mio disagio principale è quello di non riconoscere più la città. Cammino molto a piedi, e ci si rende conto subito della presenza invadente delle auto: parcheggiate ovunque, in continuo movimento. Diventa infernale camminare, e mi chiedo come possa muoversi chi è in sedia a rotelle.
Sull’aspetto culturale: abbiamo i luoghi ufficiali – la Pinacoteca, la Biblioteca, il Museo delle Ceramiche, il Palazzo del Podestà – ma non è chiaro come vengano realmente utilizzati.
Signora Gabriella del noto negozio Biba Botique :
Mi ricollego a quanto detto: il degrado è evidente. Non è solo una questione di traffico, ma di vivibilità. Io uso il bastone e il marciapiede spesso non lo vedo nemmeno: è un dramma. Il nostro centro dovrebbe brillare, essere pulito. Invece non si può più guardare. Idem , concetto aribadito da Davide Fiorentini, ristoratore
Laura Ferrari:
Se chiedesseo a noi cosa cosa dovrebbero fare il sindaco e i suoi assessori,direi:
Bisognerebbe guardare Faenza con gli occhi degli storici, degli architetti, degli urbanisti, degli artigiani. Capire il “perché” delle cose e smettere di fare interventi a risparmio. Una città curata male è una città che si impoverisce.
E poi c’è il tema della ceramica. Ci raccontiamo che Faenza è la capitale della ceramica, ma non è più così. Attorno a questa cultura non c’è più vitalità autentica.
Laura Ferrari (continua):
Oggi siete venuti qui e vi ringrazio. Ci sono imprenditori, commercianti, cittadini che amano questa città e il proprio lavoro, e che vorrebbero vivere in un luogo più rispettoso, più dolce. Le cose devono essere fatte per bene.
Laura Esposito ricercatrice e CEO:
Mi collego a quanto detto: sarebbe bellissimo rendere la città più fruibile e a misura d’uomo. Servirebbero nuovi parcheggi, ben collegati al centro, e professionisti – architetti e urbanisti – che si occupino di progettare con una visione. Le risorse, se c’è un progetto valido, si trovano.
Laura Ferrari:
Quando diciamo che la città è ferma agli anni Sessanta, parliamo anche di questo: di mancanza di ingegnerizzazione. Io, ad esempio, uso poco l’auto. Se ci fosse un parcheggio multipiano fuori, la lascerei lì. Ma non esistono alternative.
Alle otto del mattino, davanti all’ospedale – che è in pieno centro – è impossibile parcheggiare. L’attuale parcheggio è totalmente insufficuiente Neppure lì si è riusciti a realizzare un parcheggio multipiano. Questo non va bene.
Luigi Cicognani Architetto:
Il problema è che i parcheggi multipiano a Faenza non si fanno perché non sono economicamente convenienti. Ma un’amministrazione dovrebbe guardare oltre la convenienza economica: investire per risolvere un problema che, a catena, ne risolve molti altri.
Laura Ferrari:
L’amministrazione dovrebbe affrontare la città in modo sinottico, con delle priorità chiare: prima l’aspetto ingegneristico, poi tutto il resto. Spesso invece si agisce in modo estemporaneo, come con la ZTL.
Non è sbagliato avere una ZTL, ma è sbagliato attivarla senza nel contempo fornire alternative di parcheggio – parcheggi capienti,. come quelli multipiano.
Laura Esposito ricercatrice, Ceo:
Il problema delle risorse non è nuovo. Non deriva solo dall’alluvione: il degrado si vede da anni. Significa che le risorse disponibili sono state destinate ad altre priorità. Serve una visione più ampia, capace di generare nuove attività e vitalità.
Cesare Reggiani:
Dobbiamo ritrovare la capacità di immaginare una città nuova, moderna, dove le strade non servano solo alle auto. In molte città italiane e straniere, anche più piccole di Faenza, si è scelto di disincentivare l’uso dei mezzi nei centri storici. Da noi, invece, piazza del Mercato è un enorme parcheggio.
Serve il contributo di tecnici, architetti, urbanisti per ripensare uno stile di vita più comodo e meno nevrotico.
Laura Ferrari:
A proposito di immaginazione: le piazze di Faenza sono bellissime, ma non si vedono più, coperte dalle auto. Andrebbero restituite ai cittadini, trasformandole in luoghi di aggregazione, con alberi, aiuole, panchine.
Anche il mercato potrebbe essere ripensato: è sempre nello stesso posto e negli stessi giorni. Perché non distribuirlo in altre piazze o vie, liberando Piazza del Popolo? Sarebbe un modo per ridare respiro e vitalità al centro.
Mara Ossani Avvocato:
Abito e lavoro in centro. Per vedere qualcosa di bello dobbiamo andare da chi, come FM o Gabriella, si è speso di tasca propria per abbellire. Il Comune non ha il coraggio di un intervento strutturale, ma le risorse si possono trovare: basta guardare esempi come Cesena.
Il problema è la mancanza di visione. Il mercato, poi, non è più quello storico di una volta: tante bancarelle vuote, poca attrattiva. Serve uno studio, un progetto vero su cosa vogliamo che diventi la città.
Renzo Bertaccini:
Vivo a Faenza dal 1966 e ricordo quando Corso Garibaldi era a doppio senso. Con la giunta Lombardi, nel ’77, il centro venne chiuso alle auto: un passo importante.
Oggi però vedo con amarezza certe “idee” delle ultime amministrazioni: le strisce e le bolle gialle in Corso Garibaldi, sparite alla prima pioggia, o la proposta della ruota panoramica in Piazza della Libertà.
C’è un problema di fondo: manca un vero Assessorato alla Cultura. Abbiamo tanta comunicazione, tanti eventi, ma nessuna progettazione a lungo termine. Dopo l’alluvione le priorità sono cambiate, è vero, e va riconosciuto al sindaco Isola il grande lavoro svolto, ma serve una visione duratura.
Faenza è conosciuta nel mondo non solo per la ceramica, ma per la pittura, la musica, la letteratura. Eppure sembra che la politica culturale non ne tenga conto. Se vogliamo investire sul turismo, serve ripensare anche cose semplici: gli orari dei musei, i ristoranti aperti, le botteghe artigiane visitabili.
Cesare Reggiani e Laura Ferrari (replica finale):
Capiamo che le ultime amministrazioni abbiano dovuto affrontare emergenze, ma resta il fatto che manca una visione complessiva che affronti la nostra città. Non abbiamo intenzione di trasformarci in una lista elettorale, ma vogliamo che il nostro pensiero e il lavoro fatto con la petizione siano ascoltati.
Abbiamo consegnato la PEC e incontrato il Sindaco Isola il 25 settembre, ma senza ricevere risposte chiare.
Molti cittadini ci stanno contattando per proseguire: non vogliamo fermarci.
Sappiamo che le 820 firme potevano essere molte di più: non tutti usano change.org, ma tanti ci chiedono di continuare a incontrarci eper incalzare i politici, gli amministratiri di questa citta.
Vogliamo sensibilizzare e sollecitare un cambiamento vero, con un progetto coerente per una città più curata, attraente, vivibile e moderna.
FINE
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Con dono Una sorta di condominio da gestire con gli arabi ricchi per amministrare i poveri e recalcitranti palestinesi
I potenti del mondo a Sharm el Sheikh, Egitto – Foto Ap
La pace secondo la coppia Trump-Netanyahu ha due volti. Quello della forza militare e tecnologica di Usa e Israele, che minaccia sfracelli per chiunque, e quello del denaro che serve non solo a ricostruire Gaza ma a imporre un protettorato d’affari, come scriveva sabato scorso Tommaso Di Francesco sul manifesto.
Una sorta di condominio da gestire con gli arabi ricchi per amministrare i poveri e recalcitranti palestinesi.
I palestinesi in questa visione politicamente distorta ma mediaticamente efficace sono comparse e il loro stato sparisce. E s’è c’è un obiettivo è quello di dividerli in lembi di terra frammentata e polverizzata. La Striscia continuerà a essere occupata per metà da Israele (il ritiro non sembra proprio all’ordine del giorno) mentre in Cisgiordania prosegue l’avanzata illegale di coloni armati e la divisione arbitraria in due parti della West Bank.
Questa è la “vittoria” che propone Trump a Netanyahu e a una comunità internazionale discretamente stordita sul lato occidentale, oppure ingolosita da un fiume di denaro e di affari su quello mediorientale (Turchia ed Egitto, per esempio, attirati dai soldi di Qatar e monarchie del Golfo). Non dimentichiamo come ci si è arrivati. La svolta è stata quando il 9 settembre Israele ha bombardato i mediatori di Hamas a Doha, senza preavvisare l’emiro che ospita ad Al Udeid 10mila marine. Netanyahu aveva bombardato uno dei migliori clienti delle armi americane: rendendo Trump e gli alti gradi furenti. Non è un caso che il Pentagono abbia appena annunciato l’apertura di una base aerea del Qatar in Idaho: i clienti della Casa Bianca non si toccano, un messaggio che deve essere chiaro a tutti.
La logica di Trump è questa. Dopo la liberazione degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, si è proposto nel suo discorso alla Knesset, punteggiato da applausi scroscianti, come il presidente di un “Consiglio della Pace” – il più ricco della storia, ha detto lui – che poi è una sorta di comitato d’affari. Il cuore pulsante nella sua strategia di quel Patto di Abramo dove i ricchi, d’accordo con Israele, dettano l’agenda ai poveri e a quella Striscia di Gaza oggi ridotta a un cimitero di macerie.
In questa versione della storia il 7 ottobre, il massacro di Hamas, giustifica tutto. C’è una gran fretta di liquidare quello che è avvenuto – Trump ha pubblicamente chiesto a Herzog per Netanyahu la grazia per i processi interni di corruzione – soprattutto seppellire anche la memoria del genocidio israeliano mettendo le ruspe al lavoro per rimuovere non solo le macerie materiali ma anche quelle morali e le responsabilità. Tutti assolti. Gaza in questa ottica deve diventare una sorta di vetrina dove il prossimo anno mostrare al mondo un luccicante Nobel per la pace. In una giornata densa di emozioni, si tendeva a dimenticare che da Camp David a Oslo la pace ha avuto le sue vittime illustri, come Sadat e Rabin. E ora la tregua si fa su una montagna di cadaveri. Solo i dilettanti hanno potuto pensare di andare ieri a Sharm el Sheik come a un galà della pace dove esibire il biglietto di invito: qui niente è gratis.
Ma il potere dei soldi tende sempre a nascondere qualche trappola politica. Anche i più sprovveduti capiscono che questo è un cessate il fuoco senza un processo di pace, una tregua ottenuta per un’ imposizione di Trump e non con un negoziato tra le parti.
L’aspetto più complicato di questo accordo è quello della sicurezza in un territorio devastato da due anni di guerra, soprattutto se la forza di stabilizzazione internazionale prevista dal piano non dovesse essere messa in piedi rapidamente. Ma quale sarà il suo mandato? Appoggiare un’entità palestinese che ancora non esiste o incaricarsi direttamente di imporre l’ordine? E soprattutto l’interrogativo è chi disarmerà Hamas, visto che non intende fare passi indietro fino a quando Israele continuerà a occupare una parte della Striscia. Nell’indecisione intanto Trump dà, «incredibilmente» l’approvazione perché Hamas sia la forza di polizia «temporanea» a Gaza.
Una tregua senza processo di pace e priva di un orizzonte politico per i palestinesi è destinata a fallire. Ieri a Sharm el Sheikh era presente Abu Mazen anzianissimo capo della traballante Autorità palestinese che fatica a sottrarre terreno e consensi in Cisgiordania a Hamas e alla Jihad islamica, La ventilata fine dell’Islam politico, nonostante le sconfitte dell’”asse della resistenza” capeggiato dall’Iran, non sembra vicina. Ma Trump lo sa perfettamente: in Arabia saudita è arrivato a stringere la mano al presidente siriano Al Shara, già noto membro di Al Qaida. Forse nel prossimo comitato d’affari trumpiano ci sarà posto pure per i jihadisti con le valigette dei contanti, come del resto ha fatto Netanyahu per anni nell’illusione di controllare Hamas.
Nel flusso dei discorsi, dei ragionamenti e delle emozioni di queste ore, la pace in Medio Oriente all’osservatore stagionato appare un po’ come quegli amori inseguiti per decenni e che poi puntualmente ti deludono. Vorremmo romanticamente sbagliarci.
Commenta (0 Commenti)Trump Power L'accordo tra Israele e Hamas, in corso di attuazione è stato accolto con sincero entusiasmo in tutto il mondo, tanto da far assaporare per la prima volta all'amministrazione Trump qualcosa di prossimo a un consenso globale
Jared Kushner – Kevin Lamarque/CNP via ZUMA Press Wire
L’accordo tra Israele e Hamas, in corso di attuazione è stato accolto con sincero entusiasmo in tutto il mondo, tanto da far assaporare per la prima volta all’amministrazione Trump qualcosa di prossimo a un consenso globale. Al sollievo per la fine della carneficina e la probabile liberazione di ostaggi e detenuti si sono intrecciate però fin da principio le incertezze e le perplessità sul futuro. Ad alimentare i dubbi è la vaghezza dell’accordo sui prossimi passaggi in calendario: dalla cessione del potere a un’amministrazione provvisoria a guida americana fino ai programmi di ricostruzione, dominati dal progetto di una “riviera di Gaza” disegnata su misura per la speculazione immobiliare.
La vaghezza non è solo il riflesso dei tanti problemi irrisolti e del precario equilibrio tra le forze in campo. Dipende anche da un tratto specifico che rende l’attuale accordo del tutto eterogeneo rispetto agli standard della diplomazia moderna, tanto da farne l’avvisaglia di un sistema di relazioni internazionali ancora in gestazione, carico di incertezze e di pericoli. Il tratto in questione è la definitiva simbiosi tra l’autorità pubblica e gli interessi privati, la politica e gli affari, il potere e il denaro. Due dimensioni che, ovviamente, non sono state mai del tutto separate, se non nelle teorie più astratte della politica e del diritto. Ma che non hanno mai raggiunto un punto di fusione così completo come nelle negoziazioni che hanno portato all’accordo di Sharm el-Sheikh.
Nessuno forse incarna una tale fusione meglio di Jaquestared Kushner, il genero di Trump che, pur non rivestendo alcuna carica ufficiale nell’attuale amministrazione, è stato uno dei principali architetti dell’accordo. Sembra sia stato lui a ottenere il consenso di Turchia e Qatar, gli unici in grado di esercitare una pressione su Hamas. Ed è a lui che si devono, fin da principio, le due intuizioni diplomatico-affaristiche che hanno scandito sotterraneamente il destino di Gaza fin da prima del 7 ottobre del 2023: il progetto di uno sfruttamento intensivo della Striscia come potenziale “miniera immobiliare” e, prima ancora, gli accordi di Abramo, che avrebbero dovuto normalizzare i rapporti commerciali tra Israele e le monarchie del Golfo, neutralizzando sia la questione palestinese sia le ambizioni egemoniche dell’Iran.
Kushner non è solo un immobiliarista, come lo sono del resto anche Steve Witkoff e lo stesso Trump. È anche il fondatore e leader di una società finanziaria privata, la Affinity Partners, il cui maggior azionista è il Fondo Pubblico di Investimento dell’Arabia Saudita, che ha investito più di due miliardi nell’azienda fin dalla sua fondazione nel 2021. Obiettivo del gruppo è investire in società di hi-tech americane e, soprattutto, israeliane. E, per l’appunto, il fondo detiene attualmente quote significative di due società israeliane di cui non è stata resa pubblica l’identità, venendo così a costituire il maggior investimento mai realizzato dai sauditi in Israele.
Una scelta che, a quanto si dice, ha incontrato non poche resistenze fra i gestori del fondo saudita, superate solo dall’intervento diretto del principe Mohamed Bin Salman, di cui Kushner era stato del resto il più esplicito difensore ai tempi del primo mandato di Trump, tanto da sollevare obiezioni e critiche nell’opinione pubblica e nell’apparato federale. Critiche ormai relegate nel passato, visto che Affinity Partners e Fondo saudita hanno da poco messo a segno insieme l’acquisizione del colosso americano di videogiochi Electronic Arts per una cifra superiore ai cinquanta miliardi, ricorrendo su vasta scala al leveraged buyout, il sistema di acquisto a credito spesso al centro delle più spregiudicate operazioni di finanza predatoria.
In un gioco delle parti così intricato, è praticamente impossibile distinguere l’interesse dei governi da quello dei privati. D’altra parte, è una sorpresa sicuramente positiva che una simbiosi tanto torbida possa persino generare un accordo di pace, sia pure fragile e precario.
La domanda che resta in sospeso è quanto valga, in una simile fusione, l’interesse delle persone che a Gaza ci abitano e hanno intenzione di restarci. Meno di un anno fa, in un colloquio all’Università di Harvard, lo stesso Kushner ha dato una risposta indiretta e poco incoraggiante all’interrogativo, riconoscendo che il suo scopo era «portare via la gente e ripulire tutto». Può darsi che da allora i negoziati abbiano attutito e migliorato le prospettive. Lo speriamo tutti, ovviamente, ma non è consigliabile nutrire troppe illusioni. Il dato di fatto è che la simbiosi tra politica e affari ha luogo di regola a scapito della società civile, comprimendo i diritti e imponendo a popolazioni intere il ruolo oscuro di lavoratori fantasma, massa amorfa al servizio dei nuovi monopolisti della ricchezza e del potere.
Potrebbe accadere domani a Gaza e, in futuro, in ogni altro angolo del pianeta. A meno che non cresca una resistenza globale tanto forte e decisa da imporre una diversa evoluzione delle cose. È perciò che la grande mobilitazione degli ultimi giorni non deve assolutamente assopirsi ed è, anzi, oggi più urgente che mai.
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