Chi pensa che l’aggressione israeliana e americana all’Iran sia per difendere la popolazione iraniana, per esportare la democrazia o per i diritti delle donne, significa che non ha capito nulla.
Chi pensa anche che la scelta della data sia casuale fa un altro errore, perché questi due Paesi “esportatori della democrazia” avevano già pensato, qualche mese fa, quando hanno scatenato la famosa guerra dei 12 giorni, di aver realizzato i loro obiettivi.Ovvero aver distrutto le potenze militari, i centri nucleari e indebolito il regime iraniano. Hanno fatto male i loro calcoli.
Poi, chi pensa che questa aggressione sia voluta dal presidente americano Trump fa un ulteriore errore, perché questa guerra è voluta, dichiarata e organizzata dal primo ministro israeliano Netanyahu, nonché ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra.
L’obiettivo principale di questa guerra è quello che è stato più volte dichiarato sia dai politici israeliani, siano essi di destra che di sinistra, sia dai diplomatici americani: ovvero la creazione del Grande Israele, come ha dichiarato il 22 febbraio 2026 l’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee in un’intervista rilasciata al celebre giornalista americano Tucker Carlson: “C’è un diritto biblico. Andrebbe bene se lo Stato ebraico prendesse tutto il Medio Oriente dal Nilo all’Eufrate”.
Diversi politici israeliani, di destra e di sinistra, hanno accolto con favore questa presa di posizione del diplomatico americano. Va ricordato che l’ambasciatore Mike Huckabee è un ex pastore anglicano e appartiene al movimento del sionismo cristiano, molto diffuso negli USA.
Il famoso giornalista e scrittore israeliano Gideon Levy, che dagli anni Ottanta scrive sul quotidiano Haaretz, nei suoi interventi illustra il vero volto di Israele, soprattutto su tre aspetti fondamentali: in primis che lo Stato di Israele è uno Stato di apartheid; in secondo luogo che nessun politico israeliano ha creduto all’equazione dei due popoli per due Stati; ed infine che tutti i politici israeliani hanno favorito e costruito gli insediamenti nei territori palestinesi.
Va ricordato che Israele non ha confini riconosciuti a livello internazionale: cambiano in base alla situazione militare e diplomatica. Attualmente Israele ha occupato una parte della Siria e del Libano. Di conseguenza, molti auspicano la realizzazione del “Grande Israele”, che dovrebbe comprendere — secondo il dettato biblico (Genesi 15:18-21) — la Palestina, la Giordania, la Siria, il Libano, l’Iraq, il Kuwait, una parte dell’Egitto e dell’Arabia Saudita e una parte dell’Arabia Saudita.
Questa guerra tra Israele, USA e Iran potrebbe trasformarsi in un conflitto più ampio tra sunniti e sciiti, con conseguenze geopolitiche rilevanti una parte della Turchia.
Questo sogno non è mai stato abbandonato da nessun dirigente israeliano, per cui, per realizzarlo, si dovrebbero “addomesticare” tutti gli Stati nati dallo storico accordo di Sykes-Picot, firmato il 3 gennaio 1916, che ha definito gli attuali confini degli Stati mediorientali.
Non a caso, il delegato americano in Iraq Mark Savaya ha dichiarato più volte che l’accordo di Sykes-Picot non è più valido e che quindi si devono fare nuovi accordi e ridisegnare tutto: in termini semplici, “addomesticare” tutti gli Stati mediorientali odierni.
A tale proposito, come è noto, una parte del “lavoro sporco” — come ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz in merito al genocidio di Gaza — è già stata fatta: la distruzione dell’Iraq, della Siria, del Sudan, dello Yemen, della Libia, di Gaza e della Cisgiordania e del Libano.
Dopo aver distrutto tutti gli Stati di cui sopra, creando milioni di profughi in giro per il mondo, soprattutto nel Vecchio Continente, per realizzare questo progetto di addomesticazione finalizzato alla creazione del Grande Israele sono rimasti due ostacoli: l’Iran e l’Egitto. Per questo Israele ha trascinato gli USA e rischia di trascinare anche diversi Paesi europei in questa guerra. Germania, Inghilterra e Francia hanno già messo le loro basi militari a disposizione degli USA; altri Paesi dell’Unione, come Spagna e Irlanda, non hanno obbedito al “nuovo imperatore” Trump. L’Italia di Meloni si rifugia nell’ambiguità, perché da un lato non riesce a dire no al suo alleato Trump, che non l’ha nemmeno informata, come gli altri alleati della NATO; così il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato bloccato a Dubai per diversi giorni, facendo fare una pessima figura all’Italia non solo a livello nazionale, ma anche internazionale.
Per realizzare questo progetto, Israele e gli USA devono eliminare questi due ostacoli che appartengono al mondo musulmano nel suo complesso (l’Iran sciita e l’Egitto sunnita). Sono entrambi grandi Paesi sotto tutti i punti di vista: militare, territoriale e demografico, ma soprattutto per la loro posizione strategica. Basta pensare al controllo del Canale di Suez e allo stretto di Hormuz.
Per capire meglio, occorre sapere qualcosa in più su questi due grandi Paesi (ostacoli) secondo il movimento sionista.
L’Iran è una Repubblica Islamica situata sul Golfo Persico; è un Paese dell’Asia occidentale ed è il secondo Paese del Medio Oriente per popolazione (circa 95 milioni di abitanti) e il secondo, sempre nel Medio Oriente, dopo l’Arabia Saudita, dal punto di vista del territorio (1.648.195 km²). Va ricordato che la Germania ha circa 357.000 km². Il confronto tra la grandezza territoriale tra Iran e Israele (circa 22.072 km²) mostra che l’Iran è circa 80 volte più grande di Israele. Il territorio della Repubblica Islamica dell’Iran equivale a quello di tutti i Paesi dell’Europa occidentale.
L’Iran è un grande Paese produttore di petrolio e gas; le sue riserve arrivano a circa 137 miliardi di barili, che rappresentano circa il 15% delle riserve mondiali. Per questo è un Paese molto importante a livello mondiale per la fornitura di petrolio e gas.
Oltre a ciò, la Repubblica Islamica dell’Iran ha una posizione strategica nella geopolitica internazionale, perché costituisce un ponte fondamentale tra Medio Oriente, Asia Minore e Asia meridionale e controlla il famoso stretto di Hormuz, dal quale transita circa un quarto del petrolio mondiale. I suoi alleati, gli Houthi, controllano un altro stretto strategico: Bab el-Mandeb.
Una caratteristica molto particolare di questa Repubblica è che confina con sette Stati, con un ruolo importante dal punto di vista dei traffici. Inoltre si affaccia sul Golfo Persico, sul Golfo di Oman e sul Mar Caspio. Dal punto di vista geografico e territoriale, la natura collinare del suo territorio le fornisce una protezione naturale unica.
Ufficialmente è la Repubblica Islamica dell’Iran spesso chiamata “terra di Persia”. La sua capitale è Teheran, con circa 15 milioni di abitanti. La lingua ufficiale è il persiano. Il reddito pro capite, secondo i dati disponibili del 2014, è di circa 5.200 dollari all’anno: una contraddizione per un Paese molto ricco di risorse naturali, dove però la distribuzione della ricchezza non è equa, generando frequenti proteste popolari.
Un’altra caratteristica di questo Paese è che quasi il 37% della popolazione non è persiana. I persiani rappresentano circa il 63% della popolazione, mentre le minoranze, nel loro complesso, rappresentano circa il 37%.
Mi limito qui a citare solo i nomi delle principali minoranze presenti nella Repubblica Islamica dell’Iran: azerbaigiani (circa 20%, quasi 18 milioni, per lo più sciiti), curdi (circa 9%, circa 8 milioni, per lo più sunniti), lor (circa 5%, circa 4 milioni), arabi (circa 2 milioni) e baloch (circa 2%).
Un mosaico di etnie integrato nel contesto nazionale in modo differenziato: gli sciiti sono più integrati, mentre i curdi sono considerati una minoranza ribelle perché rivendicano il diritto all’autodeterminazione.
Infatti, le notizie di questi giorni indicano che USA e Israele avrebbero armato i curdi iraniani affinché possano affiancarli in questa guerra. Non si sa se i curdi abbiano imparato dalla loro esperienza irachena, quando il mondo occidentale — in primis gli USA — prometteva molto, ma dopo la guerra cosa hanno ottenuto?
La presenza di queste minoranze nelle periferie, ai confini della Repubblica, rappresenta un elemento fondamentale per la stabilità/instabilità: da un lato vigilano sui confini, dall’altro possono diventare fattori di instabilità, soprattutto nei periodi di conflitto regionale.
Un’altra particolarità dell’Iran è che è un Paese musulmano ma non arabo: è persiano e a maggioranza sciita, a differenza della maggior parte dei Paesi islamici, che sono sunniti.
La distinzione tra sunniti e sciiti nasce dopo la morte del profeta Maometto, in merito alla successione alla guida della comunità islamica. Questa divisione persiste ancora oggi.
Questa guerra tra Israele, USA e Iran potrebbe trasformarsi in un conflitto più ampio tra sunniti e sciiti, con conseguenze geopolitiche rilevanti.
Infine, se questa guerra dovesse concludersi con la sconfitta della Repubblica Islamica dell’Iran, potrebbe aprire la strada alla creazione di un Medio Oriente “addomesticato” secondo gli interessi di Israele e degli USA, lasciando come ultimo ostacolo l’Egitto, che sarà trattato nel prossimo articolo.
Milad Jubran Basir
Commenta (0 Commenti)L'unica democrazia Ovunque nel mondo, ogni legge sulla pena di morte è l’estrema forma di controllo di classi ed etnie considerate subalterne. Quella votata ieri dal parlamento israeliano lo mette nero su bianco: davanti alla legge, non esiste uguaglianza
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Prigionieri palestinesi bendati, catturati nella Striscia di Gaza dalle forze israeliane, in un centro di detenzione situato nella base militare di Sde Teiman, nel sud di Israele – (Breaking The Silence via AP)
Ovunque nel mondo, ogni legge sulla pena di morte è l’estrema forma di controllo di classi ed etnie considerate subalterne. Poveri, neri, dissidenti sono le prime vittime della forca di Stato. Quella votata ieri dal parlamento israeliano lo mette nero su bianco: davanti alla legge, non esiste uguaglianza.
La massima punizione introdotta per volere dell’ultradestra razzista guidata da Itamar Ben Gvir è una pena capitale razzializzata: non si applica sulla base del reato, ma del presunto responsabile. Ne saranno vittima solo i palestinesi accusati di omicidio di cittadini israeliani per motivi nazionalistici e la cui intenzione è «negare l’esistenza dello Stato di Israele». Non colpirà gli ebrei israeliani che utilizzano lo strumento del terrore per imporre la propria egemonia. Non colpirà i coloni e gli estremisti che bruciano villaggi col favore del buio e ammazzano palestinesi alla luce del giorno, per motivi che potremmo definire – per usare la terminologia della nuova legislazione – «nazionalistici».
La diseguaglianza strutturale a cui è sottoposta la popolazione palestinese sull’intero territorio – Israele, Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme – e che è ormai chiamata con il suo nome anche dalla Corte internazionale di Giustizia (apartheid) si dota così di un nuovo strumento. Che non è «deterrenza», come dicono i fautori della legge e i suoi sostenitori nell’opinione pubblica israeliana – ma un mix di vendetta e supremazia ebraica che segna in modo più sfacciato che mai la lunga leadership di Benjamin Netanyahu. La vendetta la si percepisce scorrendo i dettagli: l’impossibilità di fare appello, l’isolamento di 90 giorni prima dell’esecuzione, il divieto a incontrare i familiari per un ultimo saluto, l’impiccagione perché ogni corpo sia un monito.
Di fronte a una simile deriva, alcuni paesi europei – Italia, Francia, Germania e Regno unito – hanno espresso «preoccupazione» e definito il disegno di legge «crudele». Tale crudeltà, però, non è improvvisata: è parte di un percorso storico che ha trovato nuova linfa dopo il 7 ottobre 2023 e che ha visto le carceri israeliane tramutate in una rete di campi di tortura (così l’ha etichettata l’associazione israeliana B’Tselem). Se da sempre le prigioni israeliane sono luogo di sopraffazione, punizione collettiva e tortura, negli ultimi due anni e mezzo hanno elevato la disumanizzazione del “nemico” a livelli senza precedenti. I racconti di chi sopravvive sono tutti simili e strazianti: torture quotidiane, pestaggi, sovraffollamento, privazione del cibo, dell’igiene personale e del sonno, stupri.
Un buco nero da cui non si esce come si è entrati: la prigione israeliana post-7 ottobre svuota i detenuti, della carne e dell’anima, larve umane che in non pochi casi riportano danni permanenti, fisici e mentali. Dall’ottobre 2023 in quella rete hanno perso la vita quasi cento detenuti, chi per le botte, chi per la fame, chi per le mancate cure. Un numero, probabimente, sottostimato: a oggi non si conosce il numero esatto di palestinesi di Gaza catturati durante l’invasione di terra, 3mila, 5mila, forse di più. Corpi ingoiati nel buco nero, privati anche della dignità di essere un dato nella statistica.
Contro tale brutalità mai messa in discussione dalla magistratura israeliana (quella che milioni di persone difesero nelle piazze di Tel Aviv prima della guerra e, secondo molti osservatori internazionali, il sintomo più alto della presunta democraticità di Israele), non si è sollevata alcuna critica. I paesi europei che oggi parlano di crudeltà non sono mai intervenuti nonostante le testimonianze dei sopravvissuti, i rapporti delle ong, le denunce dell’Onu. Se si fosse intervenuti, chissà, forse la pena di morte per i palestinesi non avrebbe mai visto la luce. Se si fosse intervenuti prima, forse non ci sarebbe stato un genocidio. O una nuova guerra illegale.
È la stessa logica che ha guidato alti esponenti del governo italiano a protestare per l’ennesimo sopruso dell’alleato: impedire al cardinale Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, di pregare al Santo sepolcro nella domenica delle palme. La libertà di culto è un diritto umano fondamentale, hanno detto. Anche universale: vale per i fedeli musulmani a cui è stato impedito per un mese di celebrare il Ramadan sulla Spianata delle Moschee e a quelli picchiati dalla polizia israeliana mentre pregavano per le strade di Gerusalemme. O per i cristiani bombardati nelle chiese di Gaza.
Il sistema legislativo israeliano e la postura della comunità internazionale sono affluenti dello stesso fiume: il discorso condiviso che vuole i palestinesi – e dunque i «subalterni» – una minaccia alla sicurezza della cittadinanza «legittima» si traduce nella riaffermazione del privilegio su base etnica e religiosa. E questo non ha confini: la Palestina, lo sa chi scende in piazza per difenderne le rivendicazioni e lo sa chi le nega, è il laboratorio del suprematismo globale.
Commenta (0 Commenti)Politica Suggerisco alcune precauzioni a chi, avvicinandosi la fine della legislatura, rischia d’incartarsi nelle procedure di designazione della leadership alternativa al malgoverno di destra
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Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein durante i festeggiamenti per la vittoria del NO
Tipico della sinistra è diffidare dei leader che chiedono pieni poteri per portare a termine i loro programmi. No Kings, appunto. Che si tratti dell’aspirante dittatore Trump o di una Giorgia Meloni che vorrebbe farsi eleggere capo di governo direttamente dal popolo.
Nell’epoca dei nazionalismi aggressivi, peraltro, i leader di destra, per quanto ideologicamente affini, presto o tardi sono per natura destinati a cozzare l’uno con l’altro; provocando in sequenza guerre commerciali, guerre militari e guerre civili. L’Internazionale dei capi nazionalisti di destra, insomma, oltre che un bisticcio di parole è solo una distopia contemporanea.
L’internazionalismo resta vocazione di una sinistra che non ha bisogno di simili condottieri.
Suggerisco dunque alcune precauzioni a chi, galvanizzato dalla netta vittoria dei no al referendum, avvicinandosi la fine della legislatura rischia d’incartarsi nelle procedure di designazione della leadership alternativa al malgoverno di destra.
Anzitutto ricordiamoci i sommovimenti che hanno anticipato negli ultimi anni l’imprevisto, massiccio «ritorno alle urne» di donne e giovani in prima fila per difendere la nostra costituzione. Mobilitazioni su tematiche di genere, sociali, contro il riarmo, di solidarietà a un popolo massacrato nell’indifferenza se non con la complicità dei nostri governanti, promosse più dall’esterno che dall’interno dei partiti progressisti.
La sinistra cresce quando si autogestiscono dal basso moti di cambiamento della società. La storia della sinistra ci ricorda che a interpretare e dare sbocco politico a questi moti sono stati leader per nulla carismatici, semmai piuttosto schivi. Da Gramsci a Berlinguer, il contrario di uomini forti. Più di recente, Prodi non ha certo battuto elettoralmente Berlusconi ricorrendo alla forza mediatica.
Dal 2022 fino a lunedì scorso i notisti politici più smaliziati non facevano che ripetere che il governo Meloni cammina sul velluto perché l’opposizione non esprime un’alternativa credibile. Non sarà vero il contrario? Le apparenze non sono state smentite dalla realtà?
Prendiamo il caso di Elly Schlein, quella del «non ci hanno visto arrivare». Se fin qui ha conseguito risultati migliori di chi l’ha preceduta alla guida del Pd dipende forse proprio dal suo essere una anti leader. Snobbata dall’establishment e dalla stampa che conta, è espressione di una militanza contemporanea più orizzontale che verticale, a loro poco comprensibile. Se volete, Schlein è la non leader di cui aveva bisogno un non partito giunto sul punto di esplodere ma che, in questa strana forma, si è rafforzato. Pure l’Alleanza verdi sinistra (Avs), sdoppiata e sfumata nella sua insolita leadership Fratoianni-Bonelli due volte maschile, registra una crescita di consensi da quando a guidare questa parte della sinistra erano Bertinotti o Vendola. In campo sindacale, ora che volge al termine il secondo mandato della segreteria Landini, resta controverso se abbia giovato alla Cgil la centralità mediatica assunta dalla sua figura.
Poi c’è Giuseppe Conte, l’uomo che l’anno scorso all’Assemblea costituente del M5s escludeva un’«alleanza organica e strutturata col Pd» mentre ora è stato il più lesto a formalizzare l’idea di primarie aperte del campo progressista. Pur forte dell’ottima reputazione che si è costruito da premier negli anni duri del Covid, Conte non scorderà certo che nel 2018 a presceglierlo furono Di Maio e Salvini, mica il popolo delle primarie. Altri tempi, certo. Ma che l’elettorato di sinistra si riconosca nella sua leadership fortemente personalizzata, è tutto da dimostrare. Mi permetto di dubitare dei sondaggi che circolano.
In definitiva: se primarie hanno da esservi, primarie siano. Ma la sinistra non deve sentirsi minorata perché non ha la sua Meloni: un’aspirante queen – o king – che la crisi mondiale ha già ridimensionato.
Commenta (0 Commenti)No Kings Questa partecipazione femminile e giovanile non è il risultato di una dimensione biologica, ma racconta dell’urgenza di chi si trova schiacciato da politiche che agiscono direttamente sul suo corpo e sulla sua vita
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Tra urne e piazza, un protagonismo che non delega
Il 3 aprile 1964 Malcolm X pronuncia il discorso passato alla storia come The ballot or the bullet in cui pone le basi del nazionalismo nero ma si interroga anche sul rapporto tra rivolte sociali e schede elettorali, sulle lotte per i diritti che vengono sempre tradite nelle logiche parlamentari.
Malcolm X afferma che «è tempo di diventare più maturi politicamente e di capire a che cosa serve la scheda, di capire che cosa abbiamo diritto di ottenere quando esprimiamo il nostro voto».
Senza fare paragoni impropri, possiamo dire che il voto al referendum ha mostrato questa maturità politica. In questi giorni è stato spesso interpretato come un punto di partenza ma è anche un punto di arrivo. Può essere interpretato allo stesso tempo come un voto di protesta e un voto di posizione, come l’apertura di uno spazio di possibilità e cambiamento ma anche come l’esito di una trasformazione già in atto che ha scelto di capire «a cosa serve la scheda», non in assoluto, ma qui e ora.
Se è vero che non siamo all’indomani di una rivolta, non è però un caso che a trainare il voto del no siano state le donne e i giovani, che in questi anni si sono allenate alla pratica della disobbedienza volontaria. Se da un lato, infatti, in questi ultimi anni abbiamo visto costantemente calare la partecipazione alle forme tradizionali della politica, dal voto alle iscrizioni ai partiti, abbiamo anche visto il radicarsi di movimenti e forme di lotta che sceglievano altre strade, impreviste e imprevedibili. È stato questo il caso di Fridays for future, per esempio, o delle mobilitazioni globali di Non una di meno, o delle accampate per la Palestina che si sono susseguite nelle università e nei cortei che le hanno seguite. Forme di mobilitazione che molto spesso non sono state viste o ascoltate dalla politica tradizionale, ancorata a lessici, culture e forme della partecipazione incapaci di leggere le nuove articolazioni dei bisogni e le priorità di soggetti esclusi dalla rappresentazione classica della sfera pubblica.
Questa partecipazione femminile e giovanile non è il risultato di una dimensione biologica, ma racconta dell’urgenza di chi si trova schiacciato da politiche che agiscono direttamente sul suo corpo e sulla sua vita. Da un lato, infatti, la catastrofe climatica e il proliferare delle guerre impediscono di immaginare un futuro, messo a rischio anche dal susseguirsi di crisi economiche e di precarizzazione e impoverimento del lavoro portato avanti anche da forze politiche progressiste. Dall’alto lato le forme autoritarie del potere agiscono in nome del decoro per riportare ogni forma di vita dentro l’alveo della famiglia tradizionale e del rispetto dell’ordine, indifferenti ai desideri e alle condizioni materiali che rendono quell’ordine solo un altro nome per l’oppressione e l’esclusione.
Il no di questo referendum si configura, così, non tanto come una conservazione dell’esistente, una pura, nobile, difesa della Costituzione, ma assume il senso di una presa di posizione, con ogni mezzo necessario, volta a rifiutare le trasformazioni in atto nella società. Non si tratta in questo senso di una riscoperta della partecipazione elettorale o della dimensione del voto, ma dell’utilizzo della possibilità di votare per esprimere non solo un’opinione, ma anche una volontà. Ed è rilevante, perciò, che il primo sabato dopo questa vittoria sia già il sabato No Kings: una mobilitazione di piazza in questo caso non contrapposta al voto ma parte di quel processo che ha reso possibile questo voto, inserendolo in una riflessione più ampia contro la guerra e l’autoritarismo.
Certo, può suonare strano legare il no a un referendum presentato come un freno alla magistratura a movimenti che sono in questi stessi giorni sottoposti a una dura repressione (penso alle misure cautelari contro chi ha partecipato alle mobilitazioni milanesi per la Palestina il 22 settembre) o che, come il movimento transfemminista, sanno benissimo quanto le aule dei tribunali siano spesso il luogo di nuove forme di violenza. Eppure, sta proprio in questa contraddizione la possibilità di riconoscere che i contenuti dell’opposizione al governo che il voto esprime sono già qui, costruiti nelle piazze e nelle mobilitazioni di questi anni. Forse non hanno avuto effetti diretti nelle aule parlamentari ma hanno saputo costruire saperi e pratiche in difesa della Costituzione che sanno vedere quanto ancora sia poco applicata. A partire proprio dal rifiuto della guerra e delle forme autoritarie del potere.
«A questo punto che cosa ci resta da fare?» torna a chiederci Malcolm X. «Prima di tutto abbiamo bisogno di amici, di nuovi alleati». Anche oggi, in tutt’altra situazione, abbiamo bisogno di ricostruire un “noi” nutrito dalla partecipazione alle lotte politiche che ci hanno portato fin qui, ma capace di eccederle. Le prossime mobilitazioni possono essere un passaggio di questo percorso.
Commenta (0 Commenti)Come è noto a tutti la Palestina è la culla della cristianità, in quanto la stessa religione cristiana è nata in Palestina (Gesù è nato a Betlemme e vissuto a Nazareth e crocifisso a Gerusalemme). La prima comunità cristiana è nata qui in questa terra martoriata e tutti i miracoli dei Vangeli sono stati fatti qui.
Nonostante tutto questo, oggi quando si parla della Palestina si fa un collegamento al mondo islamico senza prendere in considerazione la presenza dei cristiani palestinesi che hanno avuto ed hanno ancora oggi un ruolo molto importante non solo dal punto di vista numerico, storico ma anche nella lotta di liberazione.
Secondo le stime delle autorità inglese che hanno governato la Palestina (il mandato britannico dal 1920 al 15 maggio 1948), la popolazione cristiana di Palestina nel 1922 era pari 9,5% del totale della popolazione.
Intere città, villaggi erano abitati dai cittadini palestinesi di fede cristiana a titolo di esempio: Ramallah; Betlemme, Gerusalemme Bet Sahour, Bet Jala, Jefna, Ber Zeit; Zababdeh, Taybeh, Nazaret, e tante altre città di Galilea e così via.
Già nel 1946/1947 sotto la pressione della forte migrazione ebraica questa comunità ha iniziato a subire l’aggressività degli nuovi arrivati ebrei dall’Europa a seguito della loro persecuzione e di conseguenza la percentuale dei cittadini cristiani è calata quasi del 2%. Nel 1946 i cittadini palestinesi di fede cristiana erano al 7,9% della popolazione, questo rappresentava un esodo quasi forzato, una specie di deportazione verso i paesi limitrofi arabi, verso l’America del sud e quella del nord.
Un numero molto elevato fu espulso o meglio deportato dai loro villaggi e città dalle aree dove doveva nascere lo stato d’Israele durante la Nakba (la catastrofe del 1947).
Dal 1947 al 1967 la Cisgiordania era governata dal Regno Hascemita della Giordania e la Striscia di Gaza era governata dall’Egitto. Durante questo periodo in Cisgiordania la presenza dei cittadini palestinesi di fede cristiana ha avuto una crescita in
controtendenza rispetto gli anni precedenti.
Nel 2015 i cristiani palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza si stimavano rispettivamente a 1-2% della popolazione della Cisgiordania e meno 1% della popolazione della Striscia di Gaza.
Ci sono anche molti palestinesi cristiani che discendono da rifugiati palestinesi dopo gli eventi al 1948 e successivamente deportati fuori dai loro villaggi e città.
Si stima che i cittadini palestinesi di fede cristiana che vivono nella diaspora arrivano a un milione e duecento mila cittadini che sono collocati nei paesi limitrofi, nelle due Americhe e in Europa.
“Loro che hanno resistito oltre 2000 anni ed hanno lottato
tanta occupazione militare, oggi si trovano in questo contesto
così paradossale e in totale complicità e silenzio della
comunità internazionale, della Chiesa, di Israele, dell’Autorità
Nazionale Palestinese e dell’intero mondo arabo”
Una stima del 2010 affermava l’esistenza di circa 50.000/60.000 cristiani nei territori palestinesi, in gran parte nella Cisgiordania e circa 2.500/3.000 nella Striscia di Gaza.
A questi numeri vanno aggiunti circa 150.000 cittadini palestinesi, quasi la totalità si definisce “arabo”, e quindi si identificano come cittadini “palestinesi” che vivono nello stato di Israele. La stragrande maggioranza dei cristiani palestinesi vive nella diaspora palestinese.
Circa il 52% dei palestinesi cristiani appartengono alla chiesa Ortodossa di Gerusalemme, va precisato che quando si parla di cristiani palestinesi significa circa 14 comunità cristiane: Maroniti, cattolici orientali, caldei, cattolici romani, siro cattolici, copti,
armeni, anglicani, luterani battisti.
Come si vede i cristiani palestinesi risultano essere le comunità cristiana più antica al mondo. La sua storia, il suo credo sono legate strettamente alla vita e alla predicazione di Gesù e dei suoi discepoli sui territori che oggi si trovano compresi tra lo Stato di Israele e la Palestina, tra i siti più conosciuti le città di Betlemme, Nazareth e Gerusalemme.
Oggi l’Alta Commissione Musulmana/Cristiana che fu fondata dopo gli accordi di Oslo stima che il numero dei Cristiani in Cisgiordania si aggiri attorno al 50.000/60.000 persone e nella striscia di Gaza attorno a 1000 fedeli.
Va precisato che i cristiani palestinesi hanno avuto un ruolo molto importante sotto la guida del Re Hussein della Giordania fino al 1967 quando la Cisgiordania cadde sotto l’occupazione militare israeliano a seguito della famosa guerra dei 6 giorni.
Durante quel periodo molti cittadini palestinesi cristiani entravano nel sistema governativo giordano a tutti i livelli sia in Giordania che in Cisgiordania.
Inoltre la stessa monarchia Hascemita ha introdotto delle leggi che affidavano ai cittadini cristiani la guida di diverse città a maggioranza cristiana come Betlemme (ancora tutto oggi nonostante che i cristiani di Betlemme rappresentano solo il 12%
della popolazione).
Oggi si può affermare che l’unica città a maggioranza cristiana in tutta la Palestina è Taybeh, vicino a Ramallah, una città antica citata nel Vangelo “l’antica Efraim, posta su una collina a cono, guarda la valle del Giordano e il Mar Morto’, a 16 miglia a
nord-est di Gerusalemme e 5 miglia a est di Bethel” Giovanni 11-54. Taybeh è situata nella provincia di Ramallah ed al Bireh nel centro della Cisgiordania.
Con l’accordo di Oslo e l’ingresso di Arafat nel 1993 visto le caratteristiche del paese e dei suoi abitanti (l’unica città cristiana in tutta la Palestina storica) Arafat ha voluto elevare il suo rango da un piccolo villaggio ad una città.
Nel 1922 i suoi abitanti contavano 961 persone, nel 1931 gli abitanti erano 1125 e secondo il censimento giordano del 1961 i suoi abitanti erano 1677 persone. Oggi i suoi abitanti sono circa 1200 persone. Secondo il parroco del paese in questi ultimi due anni 15 famiglie sono andate via all’estero.
Si calcola che gli abitanti di Taybeh sia quelli della diaspora che gli attuali abitanti di Taybeh sono circa 13.000/14.000 persone.
Infatti, i primi nostri migranti si recavano all’inizio del 1900 in America latina (Cile, Argentina, Brasile) e in America del nord, poi dopo il crollo dell’impero Ottomano molti abitanti si sono trasferiti altrove nei paesi limitrofi ed in modo particolare in Giordania.
Chi scrive proviene da questo piccolo borgo della Palestina dove è nato e vissuto fino al 1984, l’anno in cui decise di venire in Italia per continuare gli studi universitari.
I cristiani palestinesi si distinguono nel senso di appartenenza, infatti loro sono arabi, palestinesi di cultura araba/musulmana e di fede cristiana e sin dall’antichità hanno dimostrato questo senso d’appartenenza alla Palestina; gli storici e studiosi arabi delle crociate raccontano i vari tentativi dei franchi di coinvolgere i cristiani della Terra Santa tramite un rapporto di collaborazione come ponte per sconfiggere l’avanzata dell’esercito di Saladino, ma i cristiani della Terra Santa rifiutavano di
collaborare e tradire la loro terra.
Così fu anche durante l’impero Ottomano e così fu anche durante il Mandato Britannico 1920–1948 durante il quale gli inglesi hanno fatto diversi tentativi di creare un gruppo dirigenti, una leadership dei cristiani palestinesi, ma i loro tentativi sono falliti
tutti. Per esempio, hanno creato una specie di monopolio per certi mestieri, in modo particolare il settore sanitario era in mano ai cristiani, il sistema educativo così via.
Durante il periodo dell’occupazione israeliana della Cisgiordania dal 1967–1993 (guerra dei sei giorni 1967 agli accordi di Oslo 1993) da tenere presente che nonostante questi accordi l’occupazione militare della Cisgiordania non è mai terminata anzi è più
forte e più militarizzato oggi più che mai. Durante questi circa 60 anni di occupazione militare i cristiani palestinesi sono calati ancora dal punto di vista numerico, molti sono fuggiti all’estero e chi fugge fa fatica a rientrare di nuovo.
I Palestinesi cristiani per loro caratteristiche, storia, senso di appartenenza hanno rappresentato una ponte di collegamento tra l’Oriente e l’Occidente in quanto loro si appartengono alla grande nazione araba, hanno una cultura araba–musulmana e nello stesso tempo condividono con l’occidente la fede religiosa e quindi c’è maggiore comprensione reciproca.
Sempre nell’arco della storia della Palestina questo corpo sociale che si rifiuta di definirsi “minoranza” anzi si definisce “il sale della terra” per il ruolo e l’importanza che ha avuto nel passato come oggi.
Durante l’occupazione militare israeliana, tutti i governi israeliani di destra e di sinistra hanno varie volte tentato di coinvolgere i cristiani palestinesi nel senso che staccarli dal loro mondo arabo palestinese e riportarli nel campo loro. Questi tentavi sono falliti totalmente.
Non solo falliti, ma addirittura questo corpo sociale ha rivendicato il suo ruolo e percorso storico che ha svolto dai temi dei crociati fino ai nostri giorni.
Non sono limitati a questa rivendicazione storica, ma molta personalità cristiana palestinesi si è impegnata nella resistenza palestinese fondando partiti politici, inserendosi nei partiti già esistenti al livello palestinesi ma anche al livello del mondo arabo. Diversi personaggi di fede cristiana che hanno lasciato un segno tangibile come il Dottore Georg Habash il fondatore nonché il Segretario Generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina che fu chiamato “il Dottore della Rivoluzione, Hanna
Nasser, Hanna Mekbel (questo ultimo è un mio compaesano), Naif Hawatmeh il fondatore nonché il Segretario Generale del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, il prof. Naim Khader.
Quando fu assassinato a Bruxelles nel 1981, Arafat al suo funerale in Giordania affermò “non hanno ucciso il mitra palestinese, ma il cervello palestinese”.
L’ex sindaco di Ramallah Karim Khalaf, Hanan Achraawi ex componente del Comitato Esecutivo dell’OLP, Edward Said e tanti altri.
A differenza di altri paesi come il Libano i palestinesi cristiani non hanno mai pensato di creare un loro partito, movimento politico di matrice religiosa, anzi hanno creato partiti di sinistra, di panarabismo, ma mai su base religiosa.
Va precisato che dal momento di ingresso di Arafat a seguito degli accordi di Oslo 1993 ha cercato di riconoscere il ruolo non solo storico dei palestinesi cristiani, ma anche i loro impegni, coinvolgimento nella lotta di liberazione all’interno della
Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
Seguendo questa politica in primis Arafat ha elevato i ranghi di diversi villaggi da villaggio a città a maggioranza cristiana come Taybeh, Zababdeh, ha creato l’Alta Commissione Musulmana–Cristiana, ha creato un dipartimento con rango di ministro del Presidente per la questione delle chiese, non ha modificato le legge Giordana per i sindaci cristiani nonostante molte città non hanno la maggioranza cristiana come la stessa Betlemme, Ramallah ecc.. Inoltre, Arafat aveva garantito una specie di
“quota dedicata” di fatto ai cristiani nelle varie Amministrazioni pubbliche dai comuni ai ministeri a tutto il settore pubblico.
Oggi i palestinesi cristiani vivono in un contesto molto più complesso e complicato sia dal punto di vista palestinese, dal punto di vista del panarabismo, dal punto di vista del mondo Occidentale e dal punto di vista dal mondo israeliano anche ebraico.
Dal punto di vista palestinese, la società palestinese odierna è completamente diversa dalla società palestinese di anni fa, dove veniva riconosciuto il primato all’interno del mondo arabo dal punto di vista laico, eravamo considerati i più laici all’interno
dell’intero mondo arabo. La convivenza tra le varie religione era un esempio da seguire non solo all’interno del mondo palestinese, ma veniva seguito dall’intero mondo arabo, la nostra società era un modello per tanti.
Dal 1987, l’anno della nascita di Hamas e la crescita dell’islam politico, la società palestinese come del resto del mondo arabo è andata verso l’integralismo di matrice religiosa per cui l’Islam politico certamente diventato predominante in entrambe le aree, giocò un ruolo cruciale, non soltanto nelle dinamiche della vita quotidiana, ma anche nel contesto geopolitico che caratterizza questi territori.
La sfida e la scommessa principale oggi è quella di riuscire convivere pacificamente tra culti differenti, cristianesimo ed islam, inoltre e non è meno importante il riconoscimento del ruolo dei cristiani palestinesi non come una minoranza come qualcuno
vorrebbe fare passare ma, cittadini titolari di diritti e come attore protagonisti fondamentali anche nella lotta di liberazione allo stesso livello degli altri senza sminuire il loro ruolo.
Purtroppo, ultimamente questo percorso all’interno della società palestinese ha preso una deriva scorretta e sono tanti gli episodi che si verificano contro i villaggi, cittadini cristiani soprattutto sotto la festività religiosa (anche l’anno scorso l’albero di Natale in qualche città è stato bruciato). La convivenza pacifica tra culti diversi era una normalità e non era mai messo in discussione, mentre oggi sempre più difficile e più complicato. C’è un detto popolare palestinese che recita “la religione è di Dio e la patria è di tutti”.
L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) attuale non ha il carisma di quella guidata dal Presidente Arafat che vedeva quel componente della società la pietra angolare per l’evoluzione del movimento di liberazione da lui guidato, ma era anche convinto
del loro qualificato contributo per la ricostruzione dello Stato di Palestina. Oggi si legge spesso che l’ANP ha chiesto di dedicare un posto nel consiglio comunale di questa o quella città alla comunità cristiana sbagliando perché così facendo si fa affermare la diceria che veramente si tratta di una minoranza. Sarebbe stato molto positivo non creare dei posti dedicati e lasciare tutto ai seggi elettorali e i cittadini eleggono in base alla competenza, funzione, trasparenza ed al programma aldilà della loro
appartenenza religiosa.
Tutto questo crea dei cittadini palestinesi di fede cristiana agli occhi degli integralisti dei cittadini di secondo o di terzo livello e quindi non sono allo stesso livello dei cittadini di fede musulmana purtroppo.
Questo è nella migliore degli ipotesi, ma accade anche che la fede religiosa diventa un ostacolo per coprire certi ruoli all’interno dell’Amministrazione Pubbliche in quanto sono visti come cittadini di secondo categorie.
Non è di rado che quando si coinvolgono certe personalità di fede cristiana l’ANP ricorre ai notabili, all’alta borghesia palestinese cristiana e non alla competenza, capacità e formazione.
Purtroppo, questo percorso o scelta non riguarda solamente questo corpo sociale, ma in generale la leadership palestinese è formata da persone provenienti da certe famiglie e tribù dominanti. Le stesse famiglie, tribù che hanno governato la Palestina
durante l’impero Ottomano, il Mandato inglese, durante il periodo Giordano ma senza esagerare anche durante l’occupazione militare della Palestina da parte di Israele.
Accade non di rado che al posto del seggio elettorale per eleggere i consigli comunali, provinciale si rifugia nel sistema tribale, notabile in cui le varie famiglie che formano questa o quella città trovano un accordo tra di loro attribuendo ad ogni famiglia,
tribù un o due consiglieri in base al peso numerico, cosi dentro questo sistema si decide di dedicare un seggio ai cristiani, una specie di “quota cristiana”.
Dal punto di vista del panarabismo, non è di meno in quanto i movimenti integralisti di matrice religiosa e l’islam religioso e politico si stanno espandendo in tutto il mondo arabo. Basti pensare a ciò che spesso accade in diversi paesi arabi, in Siria, Egitto durante le festività religiosa cristiana (il Natale), gli attacchi alle chiese e le decine e decine di vittime solo perché sono cristiani. Questo non solo non favorisce la convivenza pacifica, ma crea un contesto e un clima di sospetto, di incertezza e di paura all’interno della comunità e così facendo molti cittadini di fede cristiana fuggono e si rifugiano all’estero.
Noi palestinesi cristiani viviamo un paradosso dal punto di vista dell’Occidentale, tanto va chiarito che la cultura dominante in occidente è molto populista: “Palestinese equivale arabo equivale mussulmano equivale integralista equivale Hamas equivale
terrorista” dimenticando che la culla della cristianità è la Palestina.
Il mondo Occidentale cristiano non vede i cristiani della Palestina o della Terra Santa come dei fratelli di fede, come degli interlocutori e protagonisti come dovrebbe essere, ma come dei fratellastri o meglio come dei fedeli ma imbastarditi in quanto sono arabi e quindi semiti e non sono occidentali, sono mori e non biondi e quindi si limitano a guardarci dal punto di vista caritativo, non si fidano per cui sono/siamo abbandonati a stessi senza nessun tipo di sostegno, di aiuto nemmeno politico/diplomatico, salvo il comportamento del comportamento del Papa Francesco. Il rifiuto del Vaticano a partecipare al Board of peace a Gaza di Trump è scelta politica molto apprezzata dal nostro mondo palestinese, ma è sufficiente?
Il rischio vero che arriverà il giorno in cui nella Terra Santa non ci saranno fedeli cristiani, ma solo chiese vuote fatte di muri e null’altro se non reagisce la chiesa universale per sostenere la prima comunità dei fedeli in Palestina aiutando questa comunità
per farla resistere evitando la fuga verso il mondo esterno e nello stesso tempo prendere posizione netta come Papa Francesco a sostegno del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione seguendo il concetto due popoli per due stati pretendendo sia dall’forza di occupazione israeliana il rispetto di questi cittadini sia dall’ANP il loro diretto coinvolgimento non di facciata a tutti i livelli nell’Amministrazione non in basse ad una quota, ma in base al diritto di cittadinanza.
Infine, dal punto di vista del mondo israeliano e anche ebraico, dopo i vari tentativi dei governi israeliani siano essi di destra che di sinistra di coinvolgere i cristiani palestinesi in una dinamica collaborazionistiche come hanno fatto con il Libano, tutti questi tentativi sono falliti. Gli israeliani vedono i cristiani palestinesi come dei nemici allo stesso livello dei cittadini di fede musulmana, non è che ai posti di controllo ti chiedono se sei cristiano o musulmano per loro sei un terrorista da combattere perché palestinese e come tale vai trattato. Nessun cittadino pretende di essere trattato diversamente dall’occupante, loro sono gli occupanti e noi siamo gli occupati i partigiani, anzi certi villaggi a maggioranza cristiana come Taybeh ad est di Ramallah sono state prese di mira dai coloni israeliani i quali hanno bruciato case, fattorie, auto nel tentativo di costringere questi
cittadini di andare via.
Nessuno può negare oggi certe difficoltà di carattere politico, le relazioni tra la popolazione cristiana e musulmana a Gaza e Cisgiordania soprattutto in questo periodo ma questi rapporti/relazioni sono state contraddistinte da un buon livello di
coabitazione, di convivenza pacifica e di buon livello di collaborazione e cooperazione, certamente grazie a certe personalità politiche siano essi di fede cristiana che musulmana che sono state centrali per il movimento di autodeterminazione palestinese, come ad esempio il defunto Presidente Arafat e il patriarca palestinese Michel Sabbah, uomo politico e patriarca latino di Gerusalemme che hanno svolto un ruolo importantissimo nella difesa dei diritti per la popolazione arabo-palestinese nel suo complesso.
Tutte queste dinamiche creano in questo corpo sociale un fenomeno in primis di frustrazione e creano in loro lo spirito della resistenza, di lotta e quindi l’attaccamento alla causa e alla terra e dall’altro il rifiuto di tipo di emarginazione, di esclusione.
Chi scrive è stato educato e formato in modo laico con il senso più nobile del termine convinto.
Agenda Geopolitica - febbraio 2026
Commenta (0 Commenti)Giorgia Meloni dopo la vittoria del NO ricorda Chiara Ferragni dopo il disastro della pubblicità ingannevole del pandoro rosa. Ma fare finta di nulla è impossibile, e infatti ecco le prime “vittime”: il sottosegretario alla Giustizia Delmastro e la capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi si sono dimessi o forse sarebbe meglio dire sono stati dimessi. Colpevoli il primo di essersi messo in società con la giovanissima figlia di un presunto prestanome di un mafioso, la seconda degli insulti peggiori ai magistrati nella campagna referendaria. E in bilico ci sarebbe anche la ministra al Turismo Santanchè, già rinviata a giudizio per un presunto reato societario.
Il colpo subito da Giorgia Meoni con la vittoria del NO è evidente e ne vanno indagate con cura tutte le ragioni. Ad esempio sono convinto che la differenza nord/sud nell’affluenza al voto si spiega anzitutto con l’autonomia regionale differenziata: un evidente favore ai leghisti del Nord che “dimentica” le difficoltà del Mezzogiorno (ad esempio l’esigenza di ricorrere ai medici cubani in Calabria) che si sente tradito dalla destra cui ha dato molti voti.
Controprova: le percentuali del No nel mezzogiorno sono molto alte. Quindi meno votanti ma il No si è affermato con vigore. Chi non ha votato è l’elettorato che in passato ha dato fiducia alla destra, in particolare a Fratelli d’Italia. La Corte costituzionale dopo avere sanzionato duramente la legge Calderoli purtroppo decise di bloccare il referendum sull’autonomia regionale differenziata con la sentenza del gennaio 2025. Una decisone del tutto discutibile che contraddisse la decisione della Cassazione che aveva già scritto il quesito referendario. Quindi il referendum non c’è stato malgrado un 1 milione e 300.000 firme. Evidentemente elettrici ed elettori del Mezzogiorno non hanno dimenticato che pur di restare al potere FdI e FI consentivano le manovre di Calderoli e della Lega, che stanno tuttora cercando di forzare le maglie delle sentenze della Consulta, come dimostrano le tronfie dichiarazioni dei Presidenti di Lombardia e Veneto che hanno già fatto i conti di quanti miliardi potranno ottenere se questo sfregio all’unità nazionale andrà in porto.
In sostanza il mezzogiorno ha tolto la fiducia alle destre.
Prima del voto nessuno era in grado di dire se movimenti giovanili come quelli per la pace e per Gaza avrebbero compreso la posta in gioco nel voto referendario. Il voto dimostra che l’hanno capito, infatti il voto giovanile è a grande maggioranza per il No.
Il risultato è anche il frutto di una campagna elettorale unitaria anche se articolata su diverse punte: il Comitato dei Magistrati, il Comitato per il No della società civile, il Comitato dei 15 cittadini che con lodevole iniziativa ha sbloccato una discussione inconcludente sulla raccolta delle firme , che infatti è stata un ottimo biglietto da visita per tutta la campagna elettorale, i partiti di opposizione che si sono schierati per il No.
Visti i risultati è stata una scelta felice non costituire un unico centro di iniziativa per la campagna elettorale referendaria. Mettere in campo un insieme di soggetti ha spinto ciascuno a dare il massimo e questo è stato importante nei territori dove le iniziative per lo più sono state comuni ma hanno consentito anche articolazioni utili e soprattutto hanno dato importanza e responsabilità alle persone che sono diventate protagoniste della campagna elettorale.
Bachelet all’inizio usò l’espressione di Mao, i 100 fiori, per delineare la campagna referendaria, aveva ragione, è stata una scelte felice. Un referendum non è una campagna elettorale come le altre, richiede che le diversità di motivazione siano tutte rispettate e convergano come in questo caso sul No.
Inoltre è passato il messaggio che in gioco c’era non solo l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati ma anche la Costituzione (pensando a premierato, legge elettorale, decreti sicurezza, ecc.) e la nostra democrazia, perché la prima vittima di questa controriforma Meloni/Nordio è stato il parlamento, il cui ruolo fondamentale, previsto dalla Costituzione, è ormai divenuto mera ratifica delle decisioni del governo, perché la destra ha portato alle estreme conseguenze, con un salto di qualità negativo, errori precedenti come i decreti a valanga, i voti di fiducia per imporre le opinioni, le decisioni immodificabili prese all’interno del governo.
Quindi questa volta votare era importante, decideva se lasciare campo libero a questa deriva oppure se fermarla come chiedeva lo schieramento del No e questo messaggio è stato recepito e tante e tanti sono tornati al voto, dopo le delusioni precedenti.
Attenzione è un atto di fiducia che può essere revocato, bisogna dimostrare di meritare la fiducia. Per evitare guai futuri occorre anzitutto far capire che il messaggio di chi è tornato al voto è arrivato forte e chiaro e che avrà una risposta positiva in futuro. Una delusione dopo questa opportunità sarebbe un autentico suicidio politico.
La destra dimostra che ha poche idee per di più sbagliate, come il patto di FI, Lega, Premierato su 3 controriforme di rango costituzionale come ridimensionamento della magistratura, autonomia regionale differenziata, premierato con l’appendice di una nuova legge elettorale favorevole alla destra, che sono messe in discussione dal successo del No nel referendum. Ora vigilanza per impedire pasticci, a cui qualcuno forse non ancora aggregato alla destra potrebbe essere disponibile.
Aggiungerei che il governo vuole tornare al nucleare malgrado due referendum popolari abbiano detto no, sarebbe una decisione incostituzionale (sentenza 199/2012) e revanchista come quella sulla magistratura, dovrebbero ricordarlo tutti.
Il resto delle idee della destra sono un vincolo negativo su questioni di fondo. L’attacco al green deal a cui vengono attribuite responsabilità che non sono sue e che porterebbe l’Italia ad essere ancora più dipendente dall’estero proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di scegliere con nettezza le energie rinnovabili di cui l’Italia ha ampia disponibilità e che per di più garantirebbero indipendenza nazionale, mentre il traccheggio su petrolio e gas con Trump ci mettono in una condizione di ulteriore subalternità.
La questione energia è cruciale l’Italia che non può continuare a pagare l’aggio di idee sbagliate e controproducenti del governo. Così le politiche di sviluppo non esistono, ci sono mance maldistribuite ma non politiche di risanamento e sviluppo, pensiamo all’urgenza dell’Ilva, a Stellantis che era in ritardo sull’elettrico poi il governo ha scelto di fermare tutto e oggi è in un impasse che può portare al disastro. Sulle politiche sociali continua un pauperismo inefficace che spacca il paese e lascia campo libero alla crescita dell’inflazione.
Diciamola tutta: il governo sembra inebetito, incapace di rivedere le idee sbagliate su cui ha costruito le sue fortune e per questo rischia di diventare come Berlusconi nel 2011 un ostacolo per il futuro del nostro paese. Un po’ come a livello internazionale dove è incapace di fare la scelta dell’Europa, naturalmente con i cambiamenti necessari perché anche lì c’è l’influenza della destra peggiore che fa del no ai migranti e delle misure securitarie di ordine pubblico la sua ragione di vita.
Per cambiare bisogna prendere atto che occorre prendere le distanze da Trump e scegliere una nuova Europa. Giorgia Meloni non è riuscita a scegliere perché condizionata da un patrimonio di idee sbagliate e quando ha dovuto difendersi da Trump si è nascosta, guarda caso, dietro la nostra Costituzione (art 11) che peraltro è la prima a mettere continuamente in discussione, come dimostra il referendum.
Il No ha vinto e quindi la controriforma Meloni-Nordio sulla magistratura, che avrebbe modificato ben 7 articoli della Costituzione, andrà tra i rifiuti della storia.
Il governo deve cambiare registro, se ne è capace, o andarsene, ha chiesto consenso e non l’ha avuto, ora cambi, abbandoni la prepotenza della maggioranza. Maggioranza solo di parlamentari perché tra le elettrici e gli elettori non ce l’ha, abbandoni atteggiamenti inutilmente repressivi, chiuda i centri in Albania.
Anche i partiti di opposizione debbono trarne le conseguenze: il futuro politico dell’Italia è contendibile, la destra può essere vinta e tanti sono tornati a votare quando hanno capito che in questa occasione potevano dare un aiuto, contare votando No. Il risultato premia il loro contributo.
La partecipazione di elettrici ed elettori è tornata, ma va consolidata, perché non è affatto scontato che continui. Occorre preparare una seria alternativa politica alla destra il cui ruolo finora si è risolto nello stare alla corte di Trump, salvo ritrovarsi a pagare le conseguenze economiche e sociali di politiche sbagliate e di una guerra folle contro l’Iran, fino a rischiare di essere coinvolti.
L’Italia per fortuna ha questa Costituzione antifascista che va attuata e difesa da chi la vuole stravolgere e questa deve essere la base anche del programma di un’opposizione che vuole sfidare la destra e vincere le elezioni. Ormai il tempo delle posizioni che accettano idee della destra e le fanno proprie è finito. Le analisi dicono che il voto della”sinistra per il si” è inferiore a quello della destar per il NO, se l’opposizione si limitasse ad un piccolo cabotaggio per incapacità di scegliere sarebbe un vero danno per la democrazia, c’è bisogno di una alternativa costruita su forti valori a partire dalla pace, da regole ed organi internazionali rinnovati, dalla lotta al cambiamento climatico per la transizione green. Un’alternativa politica che fa leva sulle intelligenze diffuse e sulla partecipazione, non pretende di imporre dall’alto un governo delle cose, per di più sbagliato. In sostanza rilanciando una rinnovata visione democratica e partecipativa.
La Costituzione non è un peso ma una risorsa ed è necessario, indispensabile rilanciarne il ruolo che madri e padri costituenti hanno definito, resistendo ad inutili tentazioni di scrivere peggio quello che è già scritto in modo egregio. Tentazione che in passato anche nell’attuale opposizione ha avuto cittadinanza e portato ad errori. Ora basta, occorre una svolta politica in cui il si sia si e il no sia no. I partiti di opposizione che hanno fatto la battaglia per il No possono raccogliere questa straordinaria opportunità ma debbono sapere che ogni tradimento delle aspirazioni di partecipare e contare, che è presente in forza in questo voto, porterebbe a nuovi allontanamenti a delusioni.
Non deludere la spinta forte che viene dal referendum è l’imperativo categorico oggi.
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