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C’è consapevolezza, al Ministero dell’Interno, che il disagio sociale ed economico rischia di tracimare in conflitto, anche in forme radicali e violente, con pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico.

La Ministra Lamorgese arriva persino a chiedere ai Prefetti, uffici territoriali del Governo, articolazione su base provinciale del Ministero dell’Interno, di svolgere “un’opera di sensibilizzazione rivolta agli enti territoriali competenti ad adottare ulteriori misure di sostegno a situazioni di disagio sociale ed economico e di assistenza alla popolazione anche attraverso l’attivazione di sportelli di ascolto e la promozione di iniziative di solidarietà a vantaggio delle fasce di cittadini con maggiori difficoltà. In tale ambito, una particolare premura dovrà essere prestata, tra gli altri, al tema del disagio abitativo che nell’attuale scenario è destinato a subire un incremento significativo, a maggior ragione in quei contesti territoriali nei quali più alto è il rischio di tensioni”.

A me sembra allarmante che i Prefetti debbano essere coloro che sollecitano i Sindaci a prendersi cura delle fasce più deboli.

La pandemia, le restrizioni, la legislazione dell’emergenza, la perdita del pane quotidiano da parte di un numero enorme di cittadini hanno certamente acuito le condizioni di difficoltà estrema in cui già viveva una parte significativa della popolazione.

Tuttavia, la povertà e l’esclusione non sono solo effetti collaterali del coronavirus ma malattie endemiche del modello economico dominante, in cui troneggiano diseguaglianze esasperate, ingiustizia sociale, sfruttamento lavorativo, prevaricazione del capitale finanziario sulla dignità e libertà dei lavoratori, precarizzazione contrattuale, stupro della natura, dell’ambiente e del territorio per assecondare uno sviluppo vorace, che arricchisce pochi e danneggia moltissimi.

E allora mi preoccupa molto che dal Ministero dell’Interno si chieda di “contenere le manifestazioni di disagio che possono verosimilmente avere risvolti anche sotto il profilo dell’ordine e sicurezza pubblica”.

Le manifestazioni di disagio devono essere disvelate, comprese e affrontate con politiche radicali, coraggiose e innovative, non con la militarizzazione dello spazio pubblico dove si svolge il conflitto sociale regolato dai principi cardine della Costituzione.

L’attuale legislazione dell’emergenza ha giustamente limitato temporaneamente la libertà di circolazione delle persone perché in ballo c’è la salute, bene primario, individuale e collettivo che la stessa Costituzione (art. 16) indica quale legittima ragione di limitazione.

Ma l’ordine pubblico non può essere il masso che schiaccia col suo peso le libertà costituzionali.

In ambito giudiziario, per esempio, potrebbe accadere che dopo avere testato per qualche mese le “udienze cartolari” (un ossimoro!) dove al confronto delle parti in contraddittorio davanti al giudice terzo, si sostituisce lo scambio a distanza di note scritte, il modello dell’emergenza diventi sperimentato modello ordinario del processo.

In ambito sociale, parimenti, potremmo assistere a limitazioni del diritto di sciopero, del diritto di riunione, della libertà di manifestazione del pensiero dissenziente, “giustificate” dall’emergenza e dalla tutela dell’ordine pubblico.

Ebbene, la Costituzione non contempla ipotesi di sospensione dell’ordine democratico o dello stato di diritto e, anche laddove il Governo, in casi straordinari di necessità e urgenza, adotti decreti-legge, questi devono comunque essere sottoposti al Parlamento per la conversione in legge, per stabilizzare i loro limitati effetti.

E allora, i Prefetti facciano i Prefetti, i Sindaci facciano i Sindaci, esercitando le loro specifiche e distinte prerogative senza interferenze improprie.

Il compito di ” intercettare ogni segnale di possibile disgregazione del tessuto sociale ed economico, con particolare riguardo alle esigenze delle categorie più deboli” spetta ai Comuni, non alle Prefetture.

Non sia mai che con la scusa dell’ordine pubblico si tornasse surrettiziamente ad una impropria ed illegittima gerarchizzazione e ad un contenimento militare del conflitto sociale.

Restiamo a casa, ma restiamo vigili.

Andrea Maestri

* Andrea Maestri, nato nel 1975, avvocato ravennate, con un nutrito curriculum nella tutela di minori, immigrati ed altre soggettività “deboli” è una figura nota negli ambienti della cultura e dell’associazionismo di sinistra a Ravenna. Antifascista, consigliere comunale a Ravenna dei DS prima e del PD poi, riveste il ruolo di capogruppo di quel partito prima di uscirne. È stato deputato nella scorsa legislatura. Autore de “L’uomo nero” di critica alle politiche di contrasto all’immigrazione messe in campo dal PD prima ancora che se le intestasse il governo successivo. 

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Rete Disarmo: F-35, l'unica via è non comprarli (20/02/2014) - Vita.it

In tempo di coronavirus, vorrei segnalarvi un fatto che per me, che abito vicino alle fabbriche varesine che producono elicotteri e aviogetti impiegati nelle guerre che sfregiano tante regioni del mondo, rappresenta una novità ed una svolta imprevista.

Come racconto nel post settimanale che è ospitato a questo link https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/04/02/aerei-da-guerra-indispensabili-leonardo-non-si-ferma-ma-le-condizioni-non-convincono-i-lavoratori/5753691/

i lavoratori dell’Alenia Aermacchi (oltre 1500 dipendenti) di Venegono hanno scioperato lo scorso Giovedì e non si sono presentati ai loro banchi e ai loro modernissimi attrezzi, giudicando non affatto indispensabile la produzione loro affidata, nonostante le pressioni del Prefetto di Varese e le arroganti affermazioni dell’Amministratore Delegato di Leonardo, Alessandro Profumo.

Quasi un’intimazione - peraltro subita purtroppo nei reparti novaresi dove si monta l’F-35 - giunta puntualmente in una intervista al Corriere della Sera dopo lo sciopero dei metalmeccanici della Lombardia. Nello stabilimento varesino, gli addetti hanno anteposto ad ogni altra cosa il rischio del contagio, l'incolumità della loro vita: assimilandosi in ciò, più o meno consapevolmente e come in un flash improvviso, ad altri viventi lontani, senza volto, vittime indirette della torsione che l’industria delle armi impone alla loro fatica, alla loro professionalità, alle loro conoscenze.

Non è cosa da poco un rifiuto deciso all'entrata della fabbrica e non era mai successo per ragioni spontanee e con una motivazione così imprevista nel settore aeronautico varesino – ne so qualcosa per i miei trascorsi sindacali - nemmeno nel grande fermento della classe lavoratrice, a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo.

Si dirà che è prevalsa la paura, che una fermata in un frangente eccezionale come quello della pandemia in corso non è granché. Io mi azzardo a pensare invece che non tutto tornerà come prima e che, ad esempio, non riceverà la stessa scarsa attenzione di ieri continuare a privatizzare la salute in Lombardia, fino a non mantenere in vita i presidi sanitari e le apparecchiature adeguate e sufficienti a rendere efficace il legame sociale che sapeva unire virtuosamente (non "eroisticamente"!) gli abitanti del territorio con gli operatori negli ospedali.

E ho la convinzione che solo una profonda riconversione del modo e delle finalità sociali del lavoro e delle produzioni, oggi per gran parte non essenziali se non addirittura nocive, ci porterà ad evitare crisi sempre più gravi e con sempre meno tempo davanti.

La vicenda Aermacchi, certo, è solo un timido segnale: ma lo è tanto più in quanto l’accordo firmato dopo lo sciopero abilita le lavoratrici, i lavoratori ed i loro delegati a contrattare le condizioni della ripartenza degli impianti dopo Pasqua. Solidali e arricchiti di qualche riflessione in più sul futuro, non solo della loro azienda.  Un caro saluto. Mario

 


Mario Agostinelli
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
blog: www.marioagostinelli.it

 

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In relazione alla pubblicazione dello studio della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) sull'effetto dell'inquinamento da particolato e ad alcune polemiche, inclusa la dichiarazione dell'Assessore Regionale alla Sanità Priolo, pubblichiamo una riflessione di Giuseppe Onufrio direttore di Greenpeace Italia.

Giuseppe Onufrio

Abbiamo visto che – secondo la maggior parte degli esperti – la distruzione della biodiversità, l’avanzare dell’urbanizzazione e la globalizzazione potenziano a livelli fin qui inediti un meccanismo ben noto, ovvero quello del salto di specie (“spillover”) da specie selvatiche a uomo di nuovi virus.
È stata anche sollevata, da più parti, l’ipotesi che l’inquinamento dell’aria possa agire tanto come vettore dell’infezione quanto come fattore peggiorativo dell’impatto sanitario della pandemia in corso. Per quanto sia ancora presto per giungere a conclusioni generali, è bene iniziare a fare chiarezza su un altro aspetto, molto importante, della relazione tra epidemie virali e ambiente. O, meglio ancora, tra salute umana e inquinamento/distruzione ambientale.

L’inquinamento come vettore del virus?
Il primo aspetto è relativo all’ipotesi che il particolato fine agisca da “vettore” nel trasportare a più lunga distanza il virus che si coagulerebbe sulla superficie delle particelle (che hanno un diametro almeno una decina di volte superiore a quello del virus). Questa ipotesi, già avanzata in letteratura da tempo su casi specifici, implicherebbe che la diffusione del virus sia facilitata non dallo smog in generale ma dal particolato fine. E che dunque questo effetto si aggiungerebbe alla trasmissione del contagio come nota (da individuo a individuo).
Un “position paper” presentato dal prof Leonardo Setti dell’Università di Bologna ed altri, ha avanzato una correlazione tra i superamenti dei limiti per il PM10 nelle centraline di alcune città e il numero di ricoveri da Covid19. Si tratta di una

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La pandemia Covid-19 ha riaperto in Italia, in maniera drammatica, il dibattito sulla natura pubblica del nostro Sistema Sanitario Nazionale, che a causa dei tagli di bilancio operati negli ultimi 20 anni e del ruolo crescente della sanità privata, si trova ora in grandi difficoltà ad affrontare l'emergenza.  A sinistra si è levato un vasto coro per il rilancio della spesa sanitaria pubblica e per l'incremento delle risorse destinate alle professioni sanitarie. Un punto di vista diverso, ma non per questo inconciliabile col precedente, ispirato al principio di sussidiarietà e alla concezione della salute come "bene comune" ce lo propone un articolo del prof. Gregorio Arena apparso sul sito www.labsus.org che qui riportiamo.
RED

La pandemia, che tante cose cambierà nelle nostre vite, ha già cambiato anche il modo con cui “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art. 32, Costituzione) inducendo le istituzioni ad affiancare, sia pure inconsapevolmente, l’amministrazione condivisa dei beni comuni al modello di amministrazione tradizionale.
Da un lato, infatti, la Repubblica sta tutelando la salute degli italiani secondo il modello tradizionale di intervento, cioè attraverso il Sistema sanitario nazionale in cui operano con grande abnegazione i nostri bravissimi operatori sanitari.
Dall’altro, però, la Repubblica si è resa conto che questa pandemia pone un “problema di sistema”, cioè un problema che non può essere risolto dai soggetti pubblici da soli e quindi ha chiesto l’aiuto di noi cittadini per rallentare e poi fermare la diffusione del virus. Ma lo ha chiesto sulla base dello scambio primordiale “obbedienza” (dei cittadini) in cambio di “protezione” (da parte dello Stato), non sulla base di un patto di collaborazione fra cittadini e istituzioni, alleati contro il comune nemico rappresentato dal virus.

Un “problema di sistema”
E invece il blocco totale del nostro Paese disposto per fermare la diffusione del Covid-19 potrebbe costituire un incredibile esempio dell’utilizzazione su scala nazionale del modello dell’amministrazione condivisa.
Abbiamo sempre detto che il vero motivo per cui è necessario affiancare il modello dell’amministrazione condivisa a quello tradizionale non è l’inefficienza, reale o presunta, delle pubbliche amministrazioni bensì è la crescita dell’entropia, intesa come aumento del disordine dei sistemi che presiedono alle nostre vite. E’ infatti l’entropia che provoca i “problemi di sistema”, quei problemi che nessun soggetto pubblico o privato è in grado di affrontare e risolvere da solo, come il cambiamento climatico, le grandi migrazioni oppure, appunto, le pandemie.

Dare un significato alto e nobile
La pandemia pone un “problema di sistema” perché è evidente che i soggetti pubblici, in questo caso le ASL ed il Sistema sanitario nazionale, non sono in grado di combatterla da soli ma hanno assoluto bisogno della collaborazione dei cittadini.
Questa collaborazione, però, darà risultati diversi e sarà più o meno efficace nella comune battaglia contro il virus a seconda di come le istituzioni si rivolgono ai cittadini. Una cosa infatti è limitarsi a

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Paolo Berdini da “il manifesto” del 04.02.2020

Molti commentatori hanno sottolineato lo straordinario merito del movimento delle sardine nella vittoria, ed in effetti la mobilitazione di tanti giovani ha risvegliato la voglia di tornare alle urne. Quelle piazze hanno parlato di accoglienza, tolleranza, inclusione sociale e di un sistema di servizi pubblici in grado di attenuare le disuguaglianze sociali. Hanno insomma riaffermato valori che sembravano abbandonati per sempre. Il voto dimostra dunque che la sinistra ha più di una ragione di esistere.
Ma i problemi restano. Le energie messe in moto dal movimento sono confluite verso il Partito Democratico che quei valori li ha messi da tempo in soffitta. Come spiegare questa contraddizione? Da una parte il meccanismo maggioritario ha fatto scattare la sirena del “voto utile”. E’ un bene che questo sia avvenuto, ma, se generalizzato, porterà la sinistra all’irrilevanza. La seconda motivazione riguarda la sinistra. Le tre liste presenti alle elezioni hanno avuto un giudizio severissimo perché la grande richiesta di unità che esiste si è infranta ancora una volta contro la miopia di gruppi dirigenti che prediligono la ricerca di identità che non esiste più: 23 mila voti su tre liste. Poco o niente.
Questo fallimento sta dando le ali ad una ipotesi politica di collocazione in un rapporto collaborativo con il Pd partendo dal risultato di Emilia Coraggiosa (3,8%).
Sono ovviamente felice di quel successo -e mi sono personalmente speso per esso- ma temo che l’elezione di 2 consiglieri sarà inessenziale a qualsiasi mutamento di indirizzi della Regione. La colpa più grave di Bonaccini, come ha scritto Piero Bevilacqua su

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La paura ha aiutato Bonaccini insieme alla fortuna di fronteggiare un’avversaria debolissima e una strategia populista sbracata. Ma il vuoto civico in quei territori resta

L’Emilia non si lega (non tutta) ma molta Romagna sì. Quando i festeggiamenti (sacrosanti e belli) si saranno conclusi bisognerà studiare i dati elettorali dei “territori” – un termine generico per denotare quelle aree di paese che si estendono a ridosso delle prime e delle seconde periferie delle città medio-grandi, quel largo corpo plurale e articolato che il progetto delle città metropolitane avrebbe dovuto integrare, senza riuscirvi.
L’Emilia-Romagna ha subito la paura della Bestia e ha reagito con un sussulto al populismo martellante e ossessivo di Salvini. Ma i problemi che l’hanno esposta a questa vulnerabilità sono tutti lì.
La paura ha aiutato Bonaccini insieme alla fortuna, che, diceva Machiavelli, deve essere domata dalla virtù. E così è stato. La fortuna di una candidata debolissima e di una strategia populista sbracata, che ha offeso e umiliato queste terre, che ha trattato questi cittadini come asserviti inermi a un sistema di dominio dal quale non avrebbero mai saputo

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