L'appello Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla camera dei deputati
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Presidio contro il DDL Antisemitismo a Milano – Foto di Marco Ottico/Lapresse
Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla camera dei deputati che contrabbanda per lotta all’antisemitismo la delegittimazione e criminalizzazione di ogni posizione pubblica più o meno radicalmente antisraeliana.
Siamo contrari a questo disegno di legge perché il testo adotta la definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance, che soprattutto negli esempi che l’accompagnano confonde il rifiuto di ogni espressione di odio antiebraico con giudizi certamente opinabili ma che non costituiscono necessariamente antisemitismo.
Siamo contrari perché la lotta all’antisemitismo, tra le forme più antiche e odiose di razzismo, è una questione troppo seria per essere affidata a forze politiche che ne fanno il pretesto per legittimare le politiche e i crimini di Israele. Ciò è tanto più grave poiché alcune di quelle stesse forze che dichiarano amicizia verso gli ebrei, fanno del razzismo una scelta politica, arrivando perfino a mettere in discussione il diritto costituzionale allo studio di bambine e bambini.
Siamo contrari perché questo disegno di legge non solo non aiuta ma rischia di complicare la lotta all’odio antiebraico. Mescolando impropriamente l’antisemitismo con qualunque posizione di contrapposizione alle politiche criminali di Israele, lo separa, lo isola dalle altre forme di razzismo, rendendo più fragili le basi etiche per contrastarlo.
L’antisemitismo sta rialzando la testa, persino a sinistra, innegabilmente favorito dall’agire di uno Stato che si qualifica come “ebraico” e alimentato dagli stereotipi di sempre, cui se ne aggiungono di nuovi, primo fra tutti l’identificazione tra governo israeliano ed ebrei. L’antisemitismo è una forma di sopraffazione «dell’uomo sull’uomo»: per combatterlo non servono nuove norme che confondono la critica a Israele con l’odio antiebraico. Invece è necessario rafforzare la lotta contro ogni forma di razzismo, senza eccezioni e senza strumentalizzazioni: questo è stato fino a oggi e questo resterà il nostro impegno.
Lea-Laboratorio ebraico antirazzista
Mai Indifferenti-Voci ebraiche per la pace
Tikkun-Diaspora ebraica decoloniale
Nora Aghion, Deborah Arbib
Guido Bassano, David Calef
Giorgio Canarutto
Paola Canarutto
Raya Cohen
Renata Colorni
Andrea Damascelli
Lucio Damascelli
Roberto Della Seta
Deborah Di Cave
Micol di Nepi
Anna Foa
Saby Fresko
Bice Fubini
Nicoletta Gandus
Shmuel Gertel
Siegmund Ginzberg
Lisa Ginzburg
Bella Gubbay
Sveva Haertter
Joan Haim
Francesca Incardona
Helena Janeczek
Amy Kabat
Irene Kajon
Yael Laibel,
Gad Lerner
Daniel Levi
Giorgina Levi
Stefano Levi Della Torre
Bruno Montesano
Giacomo Ortona
Olga Dalia Padoa
Martina Piperno
Valentina Pisanty
Matteo Pucciarelli
Annalisa Ravenna
Annalisa Salerno
Renata Sarfati
Stefano Sarfati
Gadi Schoenheit
Eva Schwarzwald
Susanna Sinigaglia
Alessandro Soria
Widad Tamimi
Jardena Tedeschi
Claudio Treves
Adriana Valabrega
Maya Vetri
Marco Vigevani
Il limite ignoto La guerra ha sempre spaccato la sinistra. Il 4 agosto 1914, quando i socialdemocratici al Reichstag votarono i crediti militari, l’Internazionale si dissolse in un giorno. Da allora i ruoli cambiano, le accuse meno
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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a Kiev – Foto di Dan Bashakov/Ap
La guerra ha sempre spaccato la sinistra. Il 4 agosto 1914, quando i socialdemocratici al Reichstag votarono i crediti militari, l’Internazionale si dissolse in un giorno. Da allora i ruoli cambiano, le accuse meno: socialpatrioti contro disfattisti, complici dell’aggressore contro complici dell’imperialismo. Attendersi sull’Ucraina dal campo largo un’unanimità che nessuna sinistra europea ha mai trovato significa chiedere alla storia una cortesia che non concede. Il regalo al governo non è il dissenso sulla guerra, ma l’ambiguità che lo copre.
Partiamo dai fatti, distinguendone due ordini. Sconfinamenti, rotte perdute e detriti di abbattimenti sono conseguenze della guerra. Ne è un esempio il drone russo caduto in maggio su un palazzo di Galati, ferendo due persone. Le azioni deliberate sono forse meno numerose, ma non congetturali: il drone carico di esplosivo trovato accanto a un cargo sulla pista di Lipsia, attribuito alla Russia dal governo tedesco e dalla Nato; gli incendi nei depositi logistici ricondotti a cellule reclutate dal Gru. In un anno e mezzo l’Iiss ha censito 144 episodi sospetti con droni in oltre una dozzina di paesi.
PROPRIO PERCHÉ A MOSCA è stato attribuito anche ciò che le indagini non hanno confermato (Nord Stream è il caso più evidente) conviene distinguere fatti, indizi e inferenze. Gridare al russo per ogni cavo tranciato alimenta l’ambiguità che si vorrebbe contrastare. Al tempo stesso, la minaccia esiste: finora questa campagna non ha prodotto morti direttamente accertati, ma aspettare che arrivino per allarmarsi significa accettare la soglia che Mosca sta spostando con evidenti fini politici.
La minaccia non è la colonna corazzata né i cosacchi che abbeverano i cavalli in piazza San Pietro; ma non è nemmeno un’invenzione dei falchi atlantisti. Essa attiene al disegno di una potenza subimperiale: un regime di rendita, incapace di offrire un modello che attrae, dotato solo di attrazione negativa. A regimi, oligarchie e destre radicali Mosca promette di sottrarsi a vincoli esterni. Più che costruire egemonia, organizza coalizioni di veto. L’obiettivo ultimo è riordinare lo spazio europeo attraverso zone di ambiguità: status irrisolti, sovranità troncate, conflitti mai chiusi. La non-chiusura diventa un meccanismo di controllo. Nessuna concessione territoriale, da sola, trasforma una tregua in un ordine di sicurezza stabile: può forse fermare i combattimenti, non eliminare la coercizione. Da questo punto di vista anche chiamare “ibrido” ciò che produce effetti fisici e prepara azioni cinetiche è una scelta politica.
L’invasione e il perdurante tritacarne sul suolo ucraino restano decisioni di Mosca. Ma l’architettura di sicurezza europea post-Guerra Fredda è stata svuotata senza che l’Unione sviluppasse capacità di iniziativa, garanzia e verifica. Gli europei hanno affidato a Washington la direzione strategica; ora Washington tratta Kiev come un asset da liquidare. Una proposta europea sul controllo degli armamenti e la riduzione dei rischi è la parte della de-escalation che possiamo formulare autonomamente, anche se richiederà reciprocità.
Il dibattito italiano sbaglia bersaglio in più direzioni. Chi nega la minaccia deve spiegare che cosa sorvola le periferie lituane e fa saltare sincronicamente impianti. Chi la invoca per ogni spesa deve spiegare che cosa intende costruire e con che implicazioni. C’è poi la posizione più costosa: riconoscere la minaccia ma comprare armi per la guerra precedente. Piattaforme pesanti contro divisioni corazzate, mentre gli attacchi arrivano da droni, sabotaggi e reclutamenti online. Un intercettore da milioni contro un Geran da poche decine di migliaia di dollari è il modo più costoso di perdere.
UNA MINACCIA REALE, in effetti, può tornare comoda. L’integrazione europea si è arenata su fisco, welfare e migrazione; la difesa è rimasta il terreno sul quale Bruxelles produce decisioni, esenzioni dai vincoli di bilancio, prestiti comuni e acquisti coordinati. Il nemico esterno tiene insieme ciò che le politiche comuni non tengono più, producendo l’illusione di un rilancio economico. Questo non smentisce la minaccia, ma spiega perché la risposta spesso somigli a un catalogo d’acquisti.
Qui la sinistra dovrebbe imporre una domanda dirimente: non soltanto quante armi, ma quale soggetto europeo sta nascendo attraverso di esse. L’Unione che ha rifiutato una capacità fiscale permanente per sanità, casa, energia e transizione ecologica la sta costruendo per gli acquisti militari. Se il debito comune finanzia ventisette apparati nazionali senza un’autorità responsabile davanti a un Parlamento, non avremo difesa comune: avremo debito comune, comando frammentato e profitti privati, in paesi governati dalla destra nazionalista. La minaccia russa appartiene alla realtà, ma la forma militarizzata dell’integrazione europea non è inevitabile.
Negare la prima lascia sicurezza e difesa alla destra, mentre non contestare la seconda le lascia anche l’Europa.
Armi a Kiev e difesa europea sono questioni che vanno distinte. Se la prima ha un orizzonte immediato, la seconda decide i prossimi trent’anni. Non serve tanto un’opinione comune sulla guerra, quanto una grammatica comune della sicurezza, o meglio una cultura strategica. Chi decide l’uso della forza, per quali fini, con quali limiti, sotto quale controllo e a spese di chi?
La minaccia politicamente più corrosiva, del resto, non vola: passa per partiti, media, interferenza elettorale, dipendenze economiche e reclutamento di intermediari. Contro questi sconfinamenti servono trasparenza proprietaria, controllo dei finanziamenti, controspionaggio, tracciabilità dei flussi. E serve evitare che un riarmo pagato comprimendo sanità, salari e casa diventi il miglior reclutatore per i partiti filorussi.
DETTO QUESTO, RESTA un punto sul quale la sinistra esita fino all’elusione. Per fermare la guerra occorre dissuadere Mosca dal credere che una nuova offensiva o crisi sul confine, che sia baltico o rumeno, possa migliorare la sua posizione. Una pace negoziata diventa possibile quando il Cremlino giudica più conveniente fermarsi che continuare. Questo calcolo non cambia per buona volontà, ma tramite una dissuasione credibile.
Dissuasione non significa preparare la rappresaglia, abbracciare la tronfia retorica della vittoria e promettere la sconfitta della Russia.
Al contrario, significa togliere all’uso della forza una ragionevole prospettiva di successo, o anche solo di beneficio relativo, quella “passionarietà” dei russi decantata da autori reazionari amati da Putin, ovvero capacità di assorbire le sorti avverse. La componente militare è ineludibile, ma non esaurisce in alcun modo il compito, che è fatto anche di capacità ucraina di non essere costretta alla resa, di protezione delle città e delle reti energetiche, di pressione con le sanzioni, riduzione delle dipendenze, e garanzie credibili dopo il cessate il fuoco. Occorre anche offrire una via d’uscita negoziale che distingua la rinuncia all’aggressione dalla capitolazione del regime. La dissuasione è una relazione politica: modifica le aspettative dell’avversario combinando resistenza, limiti dichiarati e possibilità di accordo.
Parliamo dunque di dissuasione per negazione, non per punizione. Essa può includere anche reti di difesa civile e nonviolenta. Limita gli obiettivi e rende il negoziato meno ricattabile. Controllo degli armamenti, verifica e riduzione dei rischi non sono alternativi alla costruzione di questa capacità: diventano praticabili quando la disponibilità a trattare non viene letta come impossibilità di resistere.
La sicurezza comune – il cui lignaggio ci riporta a sinistra, verso Olof Palme – non prescrive fiducia nell’avversario; afferma che la sua insicurezza non può essere il fondamento stabile della nostra.
LA SINISTRA FATICA a dirlo anche perché associa la dissuasione alla grammatica nucleare della guerra fredda e teme di autorizzare l’intero catalogo dell’industria militare. Ma rifiutare la parola non elimina la funzione: la delega agli Stati uniti, alla Nato o alla destra. Una politica di pace che faccia di tutto per non chiedersi come impedire agli aggressori di avanzare, resta spesso un auspicio morale. Una difesa che non indichi quando la forza deve lasciare spazio alla politica, o meglio una politica che è guidata dalla guerra, è militarizzazione.
Sull’Ucraina “sufficienza” dovrebbe significare aiuti non orientati alla riconquista di confini che nessuno può garantire, ma sufficienti a impedire che Mosca guadagni dalla prosecuzione della guerra, senza l’ipocrisia di fare degli ucraini l’agnello sacrificale, senza il coraggio di vedere la dimensione di guerra civile fratricida che questo massacro ci pone davanti agli occhi. Non è una quantità fissa, perché dipende dal fronte e dalla capacità di proteggere società e infrastrutture. Né regge la distinzione astratta tra armi offensive e difensive: la funzione dipende da bersaglio, dottrina e obiettivo politico.
I limiti devono essere espliciti: nessun riconoscimento delle annessioni; garanzie credibili dopo il cessate il fuoco; tempi del negoziato decisi da chi si trova le truppe in casa. Che l’Occidente riconosca questi principi a Kiev e li neghi a Gaza non li rende falsi, ma applicati selettivamente. La risposta di sinistra è universalizzarli, aggiungendo ciò che la destra non farà: cancellazione del debito ucraino, ricostruzione pubblica, nessun saldo in terre rare, criteri uguali per l’export di armi verso Mosca, Israele e Golfo.
Il 4 agosto 1914 la socialdemocrazia tedesca nascose la propria divisione: la disciplina impose al Reichstag un’unanimità inesistente nel gruppo parlamentare. La scissione venne dopo, quando il dissenso senza forma politica tornò come accusa di tradimento. La lezione non è scegliere tra unità e coerenza, ma stabilire prima ciò che tiene insieme entrambe.
Nessuna pace sarà stabile se lascia a chi ha invaso l’aspettativa che un nuovo impiego della forza pagherà; nessuna dissuasione è tale se il suo costo distrugge la società che pretende di difendere o se sfugge al controllo democratico. Il programma attraversa questo fronte. Saper dire come intendiamo fermare la guerra è condizione per non dividerci quando dovremo impedire la prossima guerra.
Commenta (0 Commenti)Il pieno Mattei Si può tranquillamente credere che Eni abbia deciso spontaneamente di mettere un tetto al prezzo di benzina e gas e che il governo, stupito e piacevolmente sorpreso, abbia fatto i salti di gioia per l’imprevisto regalo
Giorgia Meloni (a destra) e Giancarlo Giorgetti alla Camera – (Ansa)
Si può tranquillamente credere che Eni abbia deciso spontaneamente di mettere un tetto al prezzo di benzina e gas e che il governo, stupito e piacevolmente sorpreso, abbia fatto i salti di gioia per l’imprevisto regalo.
Lo si può credere perché, almeno al momento, non c’è una legge che vieti di credere nelle favole.
Fuori dal mondo fatato, invece, appare piuttosto evidente che la decisione per la quale il governo ringrazia commosso l’Eni sia stata presa dal governo stesso, stanco di buttare miliardi in sconticini effimeri, risibili per i consumatori, esosi per le casse dello Stato, perfettamente inutili. È una mossa nella giusta direzione e lo è proprio perché cozza frontalmente con il dogma che ha sin qui ispirato ogni scelta della destra al potere: l’intangibile sacralità del mercato. Quella prescrizione dottrinaria Meloni e Giorgetti hanno dovuto incrinarla perché la realtà è più forte dell’ideologia.
Il governo che la premier spaccia per «pragmatico» è stato sin qui non solo ideologico ma fondamentalista ogni volta che sono entrati in ballo i precetti davvero sacri, il mercato e il profitto anche se extra. Si è rassegnato a questo mezzo passo indietro perché il mix tra impennata dei prezzi indotta dal costo del carburante e conseguente precipitazione dei consensi è più imperioso degli ottusi precetti da cui si è fatto sempre guidare.
Anche così, come d’obbligo in ogni culto che si rispetti, i governanti si sono industriati di nascondere il loro intervento su chi non poteva dir loro di no. Dogmi e feticci restano intatti ed è ciò che conta. La manfrina della «decisione spontanea e generosa» partorita senza spinte di sorta da Eni serve a questo e solo a questo: a ribadire la sacralità del mercato nel momento stesso in cui la si deve infrangere.
Il ministro officiante Antonio Tajani ieri si è sgolato per assicurare che la strada giusta consiste proprio nel lasciare che siano «istituzioni e grandi imprese nazionali» a decidere se, quando e come «assumersi responsabilità verso famiglie e imprese». Segue anatema scagliato contro l’idea balzana di «interventi dirigisti o nuove tassazioni costruite attorno al concetto degli extraprofitti». Vade retro! Non sia mai qualcuno dovesse convincersi che un prelievo su profitti mostruosi montati grazie alla disgrazia dei concittadini può rientrare nella grazia divina. O che altri fuorviati si convincessero che quando il lavoro salariato, già di per sé un fardello, degenera in neoschiavismo, un governo anche di destra ma degno del nome ha non il diritto ma il dovere di intervenire e correggere.
Quello di ieri è un passo giusto ma a metà proprio per l’obbligo di conciliare un intervento opportunamente “dirigista” con la denuncia dell’intervento statale come parto del demonio. Si può intervenire su Eni perché lì si può negare l’evidenza esortando la partecipata a «decidere da sola» quel che le si suggerisce. Procedere risolutamente su quella via con un tetto generale al prezzo del carburante sarebbe invece una bestemmia. Ma il piede in due staffe indurrà problemi e guai: con i concorrenti imbufaliti, con l’Europa aggirata e raggirata, in questo caso giustamente.
Aspettarsi maggior coraggio e pragmatica laicità da questo governo non è possibile. Non andrà oltre il poco che è riuscito a fare costretto e controvoglia ieri. Ma dall’opposizione che brancola in cerca di programmi è invece lecito attendersi che dica subito forte e chiaro che se vincerà le elezioni batterà proprio la strada che la destra considera proibita. Nel dettaglio, misura per misura, a partire da un impegno solenne sulla patrimoniale.
Commenta (0 Commenti)L’alleanza massese A Massa sta succedendo qualcosa di insolito: si fa politica a sinistra. Si inizia nel 2022 con la costruzione di un’alleanza elettorale fra forze partitiche e attivismo organizzato, forte della convergenza su battaglie condivise
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A Massa sta succedendo qualcosa di insolito: si fa politica a sinistra. Si inizia nel 2022 con la costruzione di un’alleanza elettorale fra forze partitiche e attivismo organizzato (Movimento 5 Stelle, Rifondazione Comunista, Massa Città in Comune e Arci 31 Settembre), forte della convergenza su battaglie condivise dai beni comuni allo spazio pubblico pur in presenza di visioni, interessi e priorità a volte non coincidenti.
Qui il primo punto. I disaccordi si sono via via appianati nell’azione politica, senza pretendere una soluzione completa prima di agire. In politica, la diversità di priorità e soluzioni non si risolve con un contratto completo e dettagliato prima di agire. Gli interessi vanno negoziati nell’azione distinguendo tra un nucleo di questioni condivise, immediatamente attuabili, e un’area di temi più controversi che vanno resi espliciti e messi in filiera attraverso obiettivi intermedi chiari e verificabili.
VINCERE CONTA, qui il secondo tema. Nel 2023 l’alleanza massese elegge una consigliera comunale iscritta al Movimento 5 Stelle, che si assume l’impegno di rappresentare in Consiglio Comunale tutte le realtà che l’hanno sostenuta. Un patto politico chiaro e un successo elettorale concreto che, dopo accordi cosmetici e sconfitte, hanno dato fiato all’impegno e all’azione collettiva del gruppo.
Nel ‘900 i partiti erano anche strumenti di selezione e formazione della classe dirigente, qui un terzo aspetto. All’inizio del mandato la consigliera era alla sua prima esperienza in aula. La soluzione è stata la costruzione di un gruppo di lavoro con funzioni di staff e organizzazione. Così la neo-eletta, pur inesperta di vita istituzionale, è stata affiancata nel lavoro istituzionale da persone motivate e competenti che hanno saputo sostenerla, condividendo con lei la declinazione operativa del programma elettorale.
Un quarto punto chiama in causa la varietà degli strumenti dell’azione politica a disposizione dell’opposizione. Le ripetute modifiche regolamentari attuate da due amministrazioni consecutive, prima di destra e poi di centrodestra, hanno ristretto lo spazio di azione delle minoranze.
L’ALLEANZA MASSESE non si è scoraggiata e ha utilizzato un importante strumento democratico: il diritto di sindacato ispettivo. Questo diritto è stato declinato attraverso la richiesta di accesso agli atti, dalle interrogazioni a risposta orale in aula e quelle a risposta scritta inviate al gruppo consiliare. Soprattutto, il diritto di sindacato ispettivo è stato utilizzato per sopralluoghi mirati e verifiche “sul campo”, come metodo di azione politica.
IN CONTINUITÀ con questa linea, l’alleanza ha anche fatto leva sullo status di pubblico ufficiale dei consiglieri nell’esercizio delle loro funzioni e sul conseguente obbligo ad agire quando si abbiano elementi circa possibili notizie di reato. Forti di questa opportunità, sono stati presentati una serie di esposti alla Procura della Repubblica di Massa Carrara e alla Corte dei Conti della regione Toscana che coprono l’intero arco della vita istituzionale. Un’estensione del metodo politico che chiama in causa la magistratura ordinaria ma che non nasce da una cultura giustizialista, bensì dalla consapevolezza che il lavoro politico in Consiglio comunale può avvalersi di molti strumenti.
Il ventaglio di idee e proposte presentate dall’alleanza, poi, si è avvalso del contributo dei corpi intermedi, delle associazioni e anche di singoli studiosi, con l’idea che occorra ricucire il legame tra cittadinanza attiva, analisi e azione politica. Il tutto è stato accompagnato da un’attenta comunicazione pubblica su ogni singolo aspetto della vita amministrativa di Massa.
La comunicazione non è predominante, come oggi avviene per gran parte della politica istituzionale, ma è strumentale all’agire politico-amministrativo. I risultati hanno confermato la bontà del metodo, come illustrato in questo post https://ppsmassa.substack.com/p/un-anno-vissuto-intensamente.
C’È, INFINE, il punto che riguarda la forma dell’apprendimento politico che il caso di Massa indica. I sistemi intelligenti apprendono dalle unità periferiche: è lì, nel contatto quotidiano con i problemi e le soluzioni, che si accumula quella conoscenza che il centro da solo non può riprodurre. Il “metodo Massa” è un caso di questo tipo.
Un’alleanza organizzata e metodica, distante dai tavoli nazionali dove la ricomposizione di un campo progressista viene discussa e rappresentata in modi molto meno chiari ed efficaci, ha prodotto conoscenza pratica su come costruire una coalizione politica, renderla efficace nell’azione istituzionale e comunicarla all’esterno.
Un’alleanza progressista che voglia essere intelligente dovrebbe quindi imparare a considerare queste esperienze periferiche non come episodi locali più o meno interessanti, ma come laboratori politici da cui trarre le regole e l’organizzazione del proprio funzionamento.
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La perquisizione di ventitré colleghi medici e l’accusa di associazione a delinquere nei confronti del dottor Nicola Cocco è il rovesciamento della realtà. Chi cerca di tutelare la salute, la dignità e la qualità di vita, come recita il Codice di deontologia Medica, è perseguitato.
Chi invece antepone la ragione di Stato all’etica professionale è celebrato come un professionista degno di rispetto.
Riporto qui ampi estratti di una segnalazione che il dottor Cocco e il sottoscritto hanno inviato il 3 giugno al presidente dell’Ordine dei medici di Milano. Siamo ancora in attesa di una risposta.
«Nel gennaio di quest’anno a Milano, un medico, certificava l’idoneità del signor (…) alla permanenza presso il Cpr. Il certificato riportava parametri vitali normali, ma veniva omesso totalmente un quadro di polidipendenza cronica grave (cocaina, crack, hashish) e una fragilità psichiatrica con numerose cicatrici da pregresso autolesionismo.
Ci chiediamo se tali modalità di valutazione siano compatibili con l’articolo 3 della Direttiva del ministero dell’Interno del 19 maggio 2022, che impone uno screening rigoroso volto a identificare patologie psichiatriche e dipendenze che rendano il soggetto incompatibile con la vita in comunità ristretta. … Riteniamo che possa essere violato l’articolo 32 del Codice di deontologia Medica, che afferma che “il medico tutela la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita”. Certificare “idoneo” un paziente con grave tossicodipendenza e ideazione suicidaria potrebbe significare una sua più facile esposizione a un rischio vitale».
Un mese dopo, a febbraio uno specialista psichiatra ha concluso per l’assenza di «sintomi psichiatrici acuti». Affermazione scontratasi con un nuovo tentativo di autolesionismo messo in atto dal signor (…) soli cinque giorni dopo la visita. Finalmente, nel marzo 2026 un giudice di Pace di Milano, «preso atto del “pericolo imminente per la salute e per la vita”, ha ordinato l’immediato il trasferimento in una struttura sanitaria pubblica idonea».
Assistiamo a un paradosso inaccettabile, scrivevamo lo scorso giugno: mentre alcuni colleghi che hanno in scienza e coscienza, «certificato la “non idoneità” sono stati indagati e sottoposti a gogna mediatica, nessuna istituzione, né alcun media, ha ritenuto di sollevare alcuna questione verso i medici che rilasciano idoneità che vengono poi smentite dai giudici».
Concludevamo la segnalazione, chiedendo al presidente dell’Ordine dei medici di Milano se le prassi attualmente in atto nell’Ats (agenzia di tutela della salute) siano rispettose del codice deontologico.
Una storia simile ha riguardato un altra persona, palestinese, con una diagnosi di tossicodipendenza e di disturbo di personalità, operaio in Italia, trovato senza regolare permesso di soggiorno è rinchiuso nel Cpr di Milano. Trascorrono pochi giorni ed è trasferito urgentemente al pronto soccorso: ingestione di coccio di ceramica e tagli con oggetti appuntiti su collo e arto superiore sinistro. Per lo psichiatra si tratta di gesti autolesionistici contro un possibile rimpatrio in Palestina. Riferisce di avere una figlia in Palestina deceduta quattro anni fa e una moglie anch’essa deceduta. Secondo lo psichiatra, il paziente non presenta acuzie psichiatriche e viene riportato al Cpr. Dopo tre giorni è nuovamente al pronto soccorso, riferisce di essere in terapia con: Lyrica, Valium e Lorazepam; mentre aspetta di essere visitato, nonostante la presenza di agenti di polizia, si procura ferite con oggetto metallico, al collo, arti inferiori e addome. Dimesso, viene riportato nel Cpr: «Non emergono sintomi di criticità sul piano psicopatologico».
Se qualche medico dovesse mai essere inquisito o radiato dall’Albo, come chiede Salvini, i magistrati dovrebbero rivolgere altrove lo sguardo.
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GIUSEPPE CONTE M5S, ELLY SCHLEIN PD
Ha destato un certo scandalo fra i benpensanti che sul palco di Reggio Emilia la segretaria dei Giovani democratici, Virginia Libero, abbia detto: «Non saremo i soldati delle vostre guerre, noi organizzeremo i disertori».
Ma che si aspettavano dai ragazzi della generazione Gaza, aderenti alla rete internazionale No Kings? Che si aspettano dalla loro sorella maggiore Elly Schlein? Invece è passato sotto silenzio il successo della raccolta di firme per una legge istitutiva della Difesa civile di cui ieri ha scritto Mao Valpiana su questo giornale, unica altra eccezione Avvenire che gli ha dedicato la prima pagina. L’hanno promossa associazioni pacifiste di diversa matrice culturale che insieme alla Cgil, a Emergency e a decine di altre aderenti alla rete «La via maestra, insieme per la Costituzione» scenderanno di nuovo in piazza il 17 ottobre prossimo «contro la torsione autoritaria».
Cosa c’entra tutto questo con la convocazione di elezioni primarie dell’alleanza progressista in vista della sfida di fine legislatura? C’entra eccome. Perché la vitalità dei movimenti di base, il bisogno di democrazia partecipativa che esprimono, nonché l’allarme diffuso per una destra che si radicalizza all’inseguimento di Vannacci, sono esattamente le risorse in grado di scongiurare che le primarie vengano ridotte a rissa fra partiti e contesa personalistica.
All’ordine del giorno non c’è la selezione di un’anti-Meloni con criteri di marketing. Non andiamo in cerca di una guida suprema, diffidiamo di uomini o donne forti. È nella natura della destra, non della sinistra, il bisogno di darsi un capo. Semmai nell’elettorato progressista – e perfino nei cori di sostegno alla candidatura di Elly Schlein uditi a Reggio Emilia – s’avverte una forte richiesta di ricambio generazionale della classe dirigente di sinistra.
Anche per questo la campagna del “no alle primarie” che le settimane scorse ha visto unirsi mondi lontani fra loro – chi ne denunciava i possibili effetti laceranti, chi aveva in mente un altro candidato premier da tenere coperto – si presta a un’obiezione: se davvero fossero del tutto incomponibili le linee politiche di Pd e M5S, perché mai le loro divergenze dovrebbero placarsi stoppando un appuntamento popolare quali sono le primarie? Sarebbe difficile motivare lo stop davanti a milioni di persone che si aspettavano di aver voce in capitolo; e che in quattro anni di opposizione pur nelle loro diverse sensibilità sempre più spesso si sono ritrovate insieme. Col denominatore comune della difesa della Costituzione.
Stare insieme fra diversi è una priorità acquisita. Fatica a riconoscerlo chi dall’alto si riflette nello specchio rotto delle molteplici identità e condizioni sociali, ma il bisogno di unità è diventato sensibilità diffusa. Nel 2022 fu la fantomatica “agenda Draghi” il pretesto per dividersi nei collegi elettorali spalancando a una destra minoritaria ma unita la via di Palazzo Chigi. Col senno di poi anche chi allora votò all’unanimità per separarsi ammette di aver sbagliato. La legge elettorale che la destra sta ritagliandosi su misura per conservare il potere, rende probabile che in extremis Meloni punti al recupero della secessione di Vannacci, per cavalcare insieme l’onda nera dell’etnonazionalismo. E allora le primarie possono diventare anche il suggello popolare di quel vincolo necessario a scongiurare la ripetizione dello sciagurato 2022. Incentivano e certificano un impegno comune. Gli elettori indisponibili a questo impegno, non lo assumerebbero comunque. Ma non sarà certo una cessione di sovranità ai cittadini da parte dei gruppi dirigenti a disincentivarli.
Questione di galateo? Di promettersi toni garbati nei dibattiti fra Schlein, Conte e chi altro scenderà in lizza? Macché. Le diversità di vedute che si registrano fra Pd, M5S, Avs e “centristi” riguardo a sostegno all’Ucraina, difesa comune europea, politiche della sicurezza e della fiscalità, non sono più marcate di quelle che attraversano le altre forze della sinistra europea o i democratici americani. Se un’ambiguità va dissipata – ma credo non sussista più – è quella che ha riguardato passate attrazioni nei confronti del partitino rossobruno tedesco che porta il nome di Sahra Wagenknecht manifestate da Conte. Ora il Bsw avanza profferte d’intesa con l’Afd. Di Conte ricordiamo invece le parole nette pronunciate a Sant’Anna di Stazzema. Difesa della Costituzione e antifascismo sono una cosa sola.
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