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E il Parlamento riprenda la sua centralità nella pandemia

Alfiero Grandi. Ora basta chiamare governatori i
                presidenti di Regione. E il Parlamento riprenda la sua
                centralità nella pandemia

Antonio Esposito, presidente emerito di Sezione della Cassazione, ha messo in evidenza, con rigore, un punto solo apparentemente di forma linguistica e cioè che è sbagliato definire Governatori i Presidenti delle Giunte regionali. In questo si distinguono anche troppi giornalisti che usano – per ignoranza? per piaggeria? – la definizione Governatori che nella nostra Costituzione non esiste. I Governatori sono una figura istituzionale degli Usa, stato federale, a differenza dell’Italia. Esposito ha ricordato che la Costituzione parla di Presidenti delle Giunte delle Regioni e aggiungo che la loro elezione diretta non cambia la sostanza della funzione che svolgono. Non a caso l’articolo 121 della Costituzione afferma, ad esempio, che il Presidente dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Regione conformandosi alle istruzioni del Governo della Repubblica. Inoltre i poteri sostitutivi sono attribuiti dall’articolo 120 al Governo, quando lo richiedono l’incolumità e la sicurezza pubblica e sono vietati provvedimenti che ostacolano la libera circolazione delle persone e delle cose. Questi concetti sono il contrario di quanto abbiamo potuto ascoltare, in diverse occasioni, da alcuni Presidenti.

In troppe occasioni è risultato evidente che la pandemia è stata vista da alcune Regioni come occasione per rivendicare/strappare più poteri in contrasto con il ruolo dello Stato. Ci sarà tempo per vedere meglio se l’Italia può continuare ad accettare 20 sistemi regionali diversi e comportamenti istituzionali che hanno finito per indebolire il contrasto alla diffusione del virus, o almeno lo hanno reso più confuso, a volte aumentando inevitabilmente il numero delle vittime, come è accaduto nelle Rsa e nelle case di riposo. In questo momento è prioritario fronteggiare la pandemia. È il minimo che dobbiamo al sacrificio dei sanitari che hanno lavorato in prima linea, con un numero di morti che ha raggiunto livelli inaccettabili. La leale collaborazione tra i livelli istituzionali dovrebbe essere la naturale conseguenza dopo questi sacrifici. Un segnale certamente utile sarebbe archiviare definitivamente, da subito, l’autonomia regionale differenziata, che è un segnale nella direzione opposta a quanto è necessario.

Nella cosiddetta fase 2 vengono al pettine diversi nodi. Un conto è adottare misure straordinarie di limitazione della libertà delle persone per una fase di emergenza e seguire regole semplificate di adozione, tuttavia dopo due mesi occorre delineare un percorso verso la normalità del funzionamento delle istituzioni. Anche perché l’uso ripetuto dei Dpcm, pur legittimati da una fonte legislativa come un decreto legge, finisce con il creare una modalità che è rapida quanto un decreto legge, con la differenza che quest’ultimo è modificabile in sede di conversione e fa entrare in scena il parlamento. Il vero problema è che il decreto legge presuppone un percorso parlamentare di approvazione e quindi è soggetto alle turbolenze parlamentari di una maggioranza non molto stabile, difficoltà che un Dpcm non ha perchè si tratta di un’azione delegata. Il parlamento deve riprendere il suo ruolo di rappresentanza del paese. È vero che questo parlamento è il frutto di una legge elettorale che lo ha separato largamente dalla rappresentanza dei cittadini, tuttavia è lecito attendersi malgrado questo difetto originale una maggiore consapevolezza sul ruolo dei singoli parlamentari e della Camera e del Senato. La pandemia non giustifica tutto e comunque non può giustificare modalità eccezionali per periodi lunghi, per questo occorre puntare ad un percorso di rientro nella normale dialettica tra le istituzioni, i loro ruoli, che è fondamento della democrazia.

Altrimenti si può diffondere un veleno che potrebbe mettere in discussione il ruolo stesso del parlamento che nella nostra Costituzione è architrave del sistema istituzionale, con conseguenza che non è difficile immaginare. Non possiamo dimenticare che pende tuttora il referendum costituzionale sul taglio del parlamento, per ora rinviato all’autunno, che deve decidere proprio sul ruolo del parlamento in Italia. È vero che le urla di Salvini e Meloni sulla democrazia in pericolo sono strumentali e non credibili, tuttavia in un paese colpito dalla pandemia e dal contraccolpo di una crisi economica e sociale senza precedenti dal dopoguerra lo smarrimento è forte e anche chi non condivide la strumentalità ha bisogno di risposte politiche e di interventi rapidi. Ad esempio la strumentalità non compensa i ritardi, che esistono, nell’applicazione delle misure di sostegno al reddito, alle imprese. La fase di avvio della chiusura delle attività ha dovuto fare i conti con novità e quantità che non hanno precedenti, questo va ricordato, ora tuttavia occorre fare funzionare le misure di sostegno con la massima rapidità possibile. Conte avrebbe dovuto dedicare più attenzione a questo aspetto davanti alle Camere.

Occorre fare corrispondere gli impegni ai fatti, al massimo possibile. Forse è troppo dire con il Manzoni che “il fulmine tenea dietro al baleno”, tuttavia un disagio diffuso per i ritardi, la sensazione di essere abbandonati può accumulare un risentimento sociale sordo e pericoloso. Inoltre la polemica sguaiata della destra sovranista contro il governo punta a coprire il clamore dei comportamenti di regioni come la Lombardia e rappresenta una sorta di preparazione di un assalto che sarà molto più pesante tra qualche settimana in occasione delle decisioni che il parlamento dovrà adottare sull’adozione degli strumenti europei di sostegno ai paesi più colpiti dalla pandemia e in crisi economica. Far montare la protesta e il malcontento rappresenta una sorta di esercitazione sovranista in vista dello scontro finale, o almeno di quello che essi sperano diventerà tale. Togliere argomenti è giusto anzitutto perché vuol dire risolvere i problemi ma nello stesso tempo è importante perché eviterebbe all’Italia una fibrillazione politica pericolosa.

Sure, Bei, Mes, interventi della BCE, Recovery fund sono fondamentali per affrontare una crisi senza precedenti. Se saranno strumenti di un sostegno reale ai paesi più esposti il risultato potrà essere positivo e quindi è importante arrivare presto ad una soluzione. Va aggiunto che l’Italia non può e non deve solo restare in attesa delle misure europee, per quanto importanti, ma deve avviare un proprio progetto di ripresa economica che non è fatto solo di riaprire quello che è rimasto di ciò che avevamo prima, già abbastanza ammaccato. Solo un intervento pubblico programmatico può decidere investimenti in settori di punta come l’innovazione tecnologica, la sistemazione del territorio, la salvaguardia dell’ambiente, la riparazione di infrastrutture che crollano, il rientro del decentramento produttivo dall’estero, una revisione della tassazione che trasferisca dai ricchi a chi ha bisogno, dalla rendita al produttivo, una gestione del debito pubblico che copiando l’esperienza tedesca costruisca una società pubblica con il compito di tenere più bassi possibili i tassi sul debito, cercando di tenere sotto controllo lo spread. Occorre coraggio e respiro politico, altrimenti il logoramento potrebbe diventare per il Governo insostenibile.

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Governo e dintorni. Intellettuali e personaggi di spicco della cultura firmano un appello per fermare la levata di scudi contro il governo Conte. Secondo i promotori la maggioranza viene attaccata strumentalmente in una fase delicata per il paese.

Non passa giorno senza che opinionisti (e politici in cerca di visibilità) mettano in croce il governo, con ogni più vario argomento. Dopo la conferenza stampa del 26 Aprile, l’accanimento ha raggiunto livelli insopportabili. I “retroscena” impazzano e molti fanno di tutto per accreditare un Conte poco autorevole e drammaticamente non all’altezza della situazione, oppure un Presidente del Consiglio che si atteggia quasi a dittatore calpestando i diritti e la Costituzione.

Ma siamo di fronte ad una “notizia” o piuttosto ad una “narrazione” artificiosa e irresponsabile? O anche all’espressione degli interessi e delle aspirazioni di coloro che vogliono sostituire questo governo e la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa?

Il governo Conte non è il migliore dei possibili governi, sempre che da qualche parte possa esistere un governo perfetto. In aggiunta, viviamo in una condizione di inedita emergenza e anche di straordinaria incertezza, di cui nemmeno le discipline scientifiche vengono a capo pienamente. È certo che i messaggi di Palazzo Chigi non hanno sempre la chiarezza necessaria e che, con l’intento di orientarci nei meandri della nostra vita quotidiana, possono generare ambiguità interpretative e incertezza.

Si possono (e si dovrebbero) discutere le priorità, comunque provvisorie, che il governo ha indicato e gli strumenti normativi che ha di volta in volta adottato (alcuni costituzionalisti e opinionisti lo hanno fatto). Non c’è dubbio, neppure, che siano stati limitati alcuni diritti fondamentali come quello alla libertà di movimento (limitazioni peraltro previste dall’art. 16 della Costituzione), e sia stato limitato il pieno esercizio del diritto al lavoro, all’istruzione, alla giustizia nei tribunali. Ma niente ha intaccato la libertà di parola e di pensiero degli italiani e questi interventi sono avvenuti nel rispetto delle prerogative emergenziali che la Costituzione assegna all’esecutivo.

In ogni caso, il nostro convincimento è che questo governo abbia operato con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà, anche a causa di una precedente “normalità” che si è rivelata essere parte del problema. Molte di tali difficoltà dipendono infatti dallo stato di decadimento di gran parte del sistema sanitario, frutto di anni di scelte dissennate di privatizzazione e di una regionalizzazione sconsiderata e scoordinata. Ed invece sembra che tutto il male origini in questo governo, spesso bersaglio di critiche anche volgari e pretestuose, veicolate dai media.

Nessuno tra i critici si prende davvero la responsabilità di dire cosa farebbe al suo posto, come andrebbe ponderata una libertà con l’altra, una sicurezza con l’altra, e quale strategia debba essere messa in campo per correggere le lamentate debolezze dell’esecutivo. Negli ultimi giorni, questa campagna che alimenta sfiducia e discredito ha raggiunto il suo acme. Dietro alcuni strumentali e ipocriti appelli alla difesa dei diritti, o del sistema delle imprese e dell’occupazione, si coglie il disegno di gettare le basi per un altro governo: un governo dai colori improbabili o di pretesa unità nazionale, di cui non s’intravede nemmeno vagamente il possibile programma, tolto un disinvolto avvicendamento di poltrone ministeriali e la spartizione di cariche di alto rango.

Il problema di questo paese non sono gli italiani, che si stanno dimostrando in media più che all’altezza della situazione, peraltro aggravata in qualche caso da gestioni regionali arroganti e approssimative. Il problema sta nella sua classe dirigente, tra i registi dell’opinione pubblica o dentro quello che si diceva un tempo “il ceto intellettuale”. Dove il segmento per quanto ci riguarda più problematico è proprio quello “democratico”. Dalla destra populista non ci attendiamo nulla e ce ne guardiamo. Non ci incantano le sue repentine conversioni al liberalismo nel nome del “tutto subito aperto, tutti liberi”. Ci preoccupano gli altri, invece, i democratici “liberali”, i grandi paladini della democrazia e della Costituzione, i cui show disinvolti e permanenti non fanno proprio bene al paese, anzi lo danneggiano.

Prime adesioni

Luigi Alfieri, Manuel Anselmi, Daniele Archibugi, Luca Baccelli, Laura Bazzicalupo, Francesco Belvisi, Gabriella Bonacchi, Sefano Bonaga, Michelangelo Bovero, Lorenza Carlassare, Barbara Carnevali, Thomas Casadei, Adriana Cavarero, Rita Cenni, Pierluigi Chiassoni, Dimitri D’Andrea, Anna Falcone, Alessandro Ferrara, Luigi Ferrajoli, Davide Ferrari, Antonio Fico, Anna Fiore, Antonio Floridia, Simona Forti, Vittoria Franco, Rita Fulco, Giunia Gatta, Marco Geuna, Valeria Giordano, Gustavo Gozzi, Riccardo Guastini, Barbara Henry, Alfonso Maurizio Iacono, Piero Ignazi, Enrica Lisciani-Petrini, Anna Loretoni, Sonia Lucarelli, Andrea Mammone, Giovanni Mari, Giacomo Marramao, Oreste Massari, Alfio Mastropaolo, Tecla Mazzarese, Maurizio Melucci, Gian Giacomo Migone, Andrea Pisauro, Pier Paolo Portinaro, Mariano Puxeddu, Lucia Re, Marco Revelli, Gianpasquale Santomassimo, Anna Soci, Siriana Suprani, Annamaria Tagliavini, Francescomaria Tedesco, Fabrizio Tonello, Nadia Urbinati.

Per aderire, inviare una mail al seguente indirizzo:
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La crisi da pandemia ci restituirà un mondo diverso. Lo si dice da più parti, anche perché si sta spegnendo, anche per una ragione di convenienza, la fonte energetica più tradizionale, che aveva reso possibile una crescita che, al più, si sarebbe dovuta governare, non rapidamente accantonare. 

Da settimane i principali indici dei prezzi del petrolio oscillano, con brusche cadute e leggere risalite, fino ad assumere valori negativi, ben oltre quindi la grande crisi finanziaria del 2008 e 2009.  Bloomberg (v. https://www.iltascabile.com/scienze/coronavirus-collasso-petrolio/ ) ha titolato “Il mercato del petrolio è in pezzi” al punto che esiste il rischio di far saltare gli assetti geopolitici del mondo e, con un eccesso di offerta a prezzi stracciati, di dare la stura al mantenimento per un lungo periodo delle centrali termiche e dei veicoli a combustibile, ulteriormente vanificando  gli sforzi per tenere sotto controllo il riscaldamento climatico.

In effetti, siamo di fronte ad una situazione assai complicata: è in corso, anche a causa dell’epidemia, una recessione globale e pesante; si è affacciato sul mercato un prodotto competitivo estratto in modo non tradizionale (lo “shale oil” prodotto negli Stati Uniti con la tecnica del fracking), e c’è il rifiuto dell’Arabia Saudita, impegnata in una faticosa alleanza con la Russia, di sobbarcarsi da sola il compito di tenere alti i prezzi del greggio per indebolire la concorrenza del prodotto estratto al di là dell’Atlantico.

Fino a questo ultimo mese il saliscendi del prezzo dei fossili sembrava tutto giocato all’interno della filiera degli idrocarburi, nella contesa sostanzialmente tra i due maggiori esportatori concorrenti dotati di tecniche tradizionali (Arabia e Russia) e il nuovo arrivato (Stati Uniti) che si rifornisce in casa propria di olio di scisto.

Ma il dilagare del coronavirus, che dall’inizio del 2020 sta mettendo in quarantena intere popolazioni e riducendo al lumicino le attività produttive e gli stessi consumi, non si direbbe solo una questione economica o sanitaria: con una aggressività inedita ed una rischiosità imprevedibile evoca l’incertezza della permanenza della nostra vita sulla Terra. E’ così profondo il turbamento provocato da far pensare ad un “dopo” in discontinuità con il “prima”. Rivedere a fondo il modo di produrre richiederà senz’altro anche un’accelerazione nei processi di decarbonizzazione. Il che porta a propendere più per lo smantellamento della poderosa rete dei fossili, anziché correre ai ripari con ingenti investimenti sulla salute che sarebbe comunque destinata a peggiorare a velocità maggiori delle capacità di contenimento dell’inquinamento e delle catastrofi climatiche dovute al ricorso ai combustibili climalteranti. Tanto vale allora vendere tutto il vendibile prima possibile, e investire i proventi in qualcos’altro (magari fonti rinnovabili, batterie, reti intelligenti etc.).

Il lockdown di un paese dopo l’altro, con auto ferme, fabbriche chiuse e stop dei voli, ha provocato lo stop a nuovi investimenti nel settore estrattivo, il riempimento delle riserve strategiche disponibili e perfino la navigazione in acque extraterritoriali di grandi petroliere noleggiate e riempite di greggio.

Due sono le possibilità di uscita: usare prezzi stracciati dei fossili con l’inevitabile aumento delle emissioni di CO2. o, al contrario, accelerare verso la transizione alle fonti rinnovabili e al risparmio, disponendo di un sistema decentrato sul territorio, che si approvvigiona e consuma in forme cooperative e che riduce gli sprechi e gli effetti sull’ambiente e la salute.

La recessione in corso, a prima vista, fa pensare che energia a bassi costi sia un obbligo da sfruttare, almeno in un’ottica capitalista e aziendale. Ma l’opinione pubblica – ferita dall’esperienza e dalla genesi del coronavirus – non certo separabile dagli stili di vita e dal degrado presente nell’atmosfera - non sarà più facilmente disponibile a giocarsi il futuro di figli e nipoti per riprendersi tal quale un presente, oltretutto precario, insalubre e giocato sul filo delle guerre commerciali.

La pandemia ha spostato lo scenario in cui si discuteva della possibile carenza di fonti esauribili come petrolio, gas e carbone: il picco di Hubbert (v. https://www.appuntidigitali.it/17352/petrolio-il-picco-di-hubbert/ )sarà quasi sicuramente raggiunto prima dalla domanda che non dall’offerta e lo stop e il prezzo degli idrocarburi non saranno determinati dallo svuotamento dei pozzi, ma dal rifiuto di impiegarli per i danni che hanno a che fare con la biosfera prima che con la geopolitica. Nei fatti, ci si è preoccupati a lungo e sbagliando di prevedere prima di tutto il “peak oil”, il momento in cui la produzione avrebbe toccato il massimo per poi iniziare a diminuire: invece, al ,punto in cui siamo, si è capito che sarebbe arrivato prima il “peak demand”, il momento in cui la domanda mondiale sarebbe cominciata a calare.

Non è una rivoluzione da poco, anche nel nostro modo di pensare: siamo in un’era nuova. E chi non ne vuole tener conto, vuole che l’Antropocene, in cui presuntuosamente diciamo di essere entrati, duri davvero poche generazioni.

Avanzano pensieri e visioni nuove che non avremmo pensato di veder piovere sulla terra così presto e con così tanta angoscia. Peggio sarebbe però insistere e riproporsi di continuare a progettare il Pianeta come un proprio manufatto. Un mondo tutto sotto controllo, disconnesso dalla natura e dal resto del vivente, da consumare solo da parte di pochi, con un meccanismo vorace e predatorio, da cui ci si separa sempre più di rado.

Colpisce che tra le attività che non sono state poste in lockdown dal Governo durante la pandemia ci siano quelle estrattive e che, a quanto mi giunge notizia

(v. https://trcgiornale.it/carbone-nato-per-dividere-tra-corsi-e-ricorsi-storici/ ), stiano per attraccare a Civitavecchia carboniere di grandi dimensioni, per il cui scarico potrebbero circolare centinaia di autotreni dal porto verso la centrale, con spargimento di pulviscolo inquinante, consegnando all'Enel una città in ginocchio proprio quando la riconversione dell’area a fonti non fossili e a immagazzinamento di idrogeno potrebbe essere dietro l’angolo!

* Presidente "Energia Felice", Vice presidente "Laudato si"

 

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Si vede già con chiarezza che l’opinione pubblica si divide sul “dopo” in due diversi orientamenti. C’è chi auspica una “ricostruzione” il più possibile rapida, per riavere una produzione ed un mercato “come prima più di prima” (crescita) e, dato che nessuno è così stupido dal credere che la pandeconomia riporterà indietro le lancette della storia, con grandi cambiamenti dettati solo dalle regole della competizione e dei mercati. Il loro punto di forza è il bisogno, generalmente avvertito, di un ritorno rapido alla “normalità”.

Gli altri sono quelli del “niente potrà più essere come prima” ed hanno in mente un “nuovo modello di sviluppo” finalmente rispettoso dell’ambiente, anzi che lo metta al primo posto, e contrappongono all’inevitabile supersfruttamento provocato dai primi (ripartire subito, prima del 4 maggio, anche sulla pelle dei lavoratori …!!!) la richiesta di una maggiore qualità del lavoro e di una migliore equità sociale che passi anche attraverso una robusta redistribuzione della ricchezza. Il loro punto di forza è quello di basare la spinta alla “ricostruzione” su un nuovo patto fra capitale e lavoro e su un’auspicabile alleanza fra classi sociali per il conseguimento del bene comune.

E nell’immediato? Il primo problema dell’emergenza affrontato dal governo è stato quello di evitare che le misure del lockdown provocassero sofferenze insopportabili e inaccettabili alle famiglie colpite dal blocco. Blocco dei licenziamenti (fino al 17 maggio), sospensione degli sfratti (fino al 30 giugno), rinvio dei pagamenti tributari (al 30 giugno), delle utenze e tributi locali (Tari, Tosap, Icp, bollette Acqua ecc), cassa integrazione estesa, bonus per i lavoratori autonomi (i 600 €). Contemporaneamente il governo ha cercato di scongiurare il tracollo delle imprese (a partire dalle piccole) a causa della drammatica crisi di liquidità, con piena (?) garanzia statale dei crediti a pronta attivazione da parte delle banche.
Questo nell’immediato. Ora è evidente che molte altre misure di sostegno sociale, alleggerimento fiscale, e sussidio

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 La stimolante riflessione di Alessandro Messina “Io ho paura ma vorrei poter comprare una poltroncina al cinema Sarti” si collega a diverse - “piccole” o più grandi - iniziative che stanno nascendo in Italia e nel mondo, per affrontare subito l'emergenza sociale ed economica in atto, ed evitare che l'emergenza che stiamo vivendo crei nuove diseguaglianze.
Pensiamo alle iniziative spontanee, forse partite da Napoli, ma che si stanno diffondendo ovunque, dei cesti di generi di prima necessità, con il cartello “chi può metta, chi non può prenda”.
Oppure, sul versante della ristorazione e del piccolo commercio, anche in Italia si stanno muovendo i primi ristoranti che chiedono un sostegno ai proprio clienti per ripartire quando l'emergenza finirà. L'idea è quella di proporre voucher da spendere in futuro (Dining Bonds) e nascono diverse piattaforme per fare rete (di cui sarà necessario verificare l'autenticità).
Ancora, la proposta delle Sardine di Bologna di effettuare "Versamenti volontari progressivi sul reddito per costituire un fondo di garanzia" contro la crisi economica. In pratica, un fondo di garanzia messo in piedi con il contributo di tutti. Con la logica che non sarà a fondo perduto. Una sorta di “microcredito” a cui potrebbero accedere anche tutte le categorie di lavoratori che rimarrebbero fuori dalle misure strutturali, tra cui i lavoratori in nero, i migranti

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Io ho paura.

Non ho paura di morire, ma di essere già morto. Ho paura che scompaiano definitivamente le cose e le situazioni nelle quali mi sento vivo, che alimentano le mie emozioni e la mia mente, che danno la spinta, a volte l’entusiasmo, per fare, per agire insieme, per vivere.

Come i grandi anziani, quelli che sopravvivono a lungo alla scomparsa dei loro cari e del loro mondo di relazioni pubbliche e private, spesso si spengono più per questa perdita che per ragioni biologiche, così io temo che questa pandemia (e soprattutto la depressione che ne seguirà) acceleri e faccia precipitare anzitempo tante cose del mio mondo che a me sono indispensabili e che, in evidente crisi da tempo, si esauriscano di colpo senza che se ne sia metabolizzata la estinzione trasfondendone le qualità in altri modi e luoghi.

Ho paura di non vedere più un film in un cinematografo, di non ritrovare più le piccole botteghe, le stanzette degli artigiani sopravvissuti, le vetrinette dei nostri ceramisti, le poche preziose librerie indipendenti dove curiosare liberamente come nel labirinto della propria mente, le riunioni politiche in stanze inadeguate ma preziose dove l’impegno civile e sociale non affida il suo messaggio solo alle parole, ma agli sguardi, ai gesti, al corpo, alla presenza insomma. Lo sappiamo tutti che la realtà virtuale è discriminatoria, non solo per il digital divide, ma anche perché non è democratica. Chi non sa scrivere con efficacia, chi non sa parlare “bene” ha diritto ad un spazio dove potersi esprimere e comunicare, non lo si può confinare nello sfogatoio imbelle ed impotente dei social.

Facciamo qualcosa!
Vorrei poter comprare una poltroncina al Cinema Sarti, magari per tenerla vuota dopo aver pagato il biglietto per il posto vicino (distanziamento …). Vorrei che la mia città, per come la conosco, non si spegnesse, perché con essa si spegne un valore civile.

Vorrei che i piccoli commercianti non venissero abbandonati alle perverse logiche delle rendite immobiliari in periodi di crisi e quindi ad affitti in fondo suicidi, che agli artigiani veri fossero riservati spazi nel centro della città (altro che trasformare tutto in garage!) vorrei che i ceramisti li pagassero per mantenere aperti i loro laboratori e le loro vetrine in centro storico, vorrei che i caffè dove ci si incontra, si legge, si chiacchiera fossero considerati per quello che sono, nodi importanti delle nostre relazioni e potessero perciò vivere serenamente.

Vorrei che le sedi delle associazioni, dei partiti, dei gruppi di giovani, che dovranno essere molto spaziose se le regole del distanziamento saranno destinate a durare a lungo, non fossero affidate alla logica di mercato per cui sopravvivono se si hanno “soci” danarosi o grandi organizzazioni alle spalle.

Sì, lo so, di fronte al dramma collettivo che stiamo vivendo sembrano piccole cose. Ma sono importanti!

In città qualcuno ci penserà?

Alessandro Messina
20 aprile 2020

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