Condanna necessaria A sinistra nessuno giustifica l’imperialismo americano. Invece talvolta si adotta uno sguardo indulgente nei confronti della logica di potenza di Vladimir Putin
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La conferenza stampa di fine anno del presidente russo Putin a Mosca – foto Ansa
In Russia il tribunale militare di Ekaterinburg ha condannato i membri di un’organizzazione comunista a pesanti pene detentive (da 16 a 22 anni) con l’accusa di terrorismo. Un caso che mostra il salto di qualità della repressione contro un gruppo che si definisce marxista.
Nel frattempo, il leader di lungo corso dell’anticapitalista Fronte di sinistra, Sergei Udaltsov, è stato inviato in una colonia penale. Nel 2024, il Movimento socialista russo è stato designato come «agente straniero» e indotto all’autoscioglimento. Nel suo accurato rapporto su Tre anni di anti-guerra, Ovd-Info documenta decine di migliaia di fermi e sanzioni burocratiche. Tra gli obiettivi c’è il movimento giovanile Vesna (Primavera), che ha offerto un terreno comune di mobilitazione per molte reti di sinistra. Molte di questa formazioni sono state colpite anche perché attive contro la guerra.
«Estremismo» è diventato in Russia un reato-ombrello che permette di colpire individui e reti, anche transnazionali. La maggior parte delle incriminazioni si basa sull’articolo 205.2 del Codice penale («giustificazione del terrorismo»), utilizzato come grimaldello: dichiarazioni, post sui social e semplici retweet sono impugnati come materiale penale. Un caso di sclerosi burocratica piuttosto tipico dei regimi autoritari: qualcuno ricorderà come, al funerale di Antonio Gramsci, la polizia fascista annotò sparute presenze con «fiori rossi» per commemorare un «anarchico».
Non c’è bisogno di ricordare la fine che hanno fatto tutti i leader dell’opposizione in Russia, quante figure di rilievo sono «cadute dalla finestra» e quale destino attenda nelle carceri i giovani renitenti alla leva militare. Il fatto che a Mosca si possa essere arrestati per aver esposto un foglio bianco in piazza la dice lunga sul livello di repressione del regime, per molti aspetti superiore a quello dell’Unione sovietica degli ultimi anni.
Si può discutere molto della politica russa, ma alcuni fatti sembrano particolarmente ostinati. C’è un solo paese in Europa che ha mandato i propri carri armati a invadere stati confinanti che aveva riconosciuto come indipendenti. Questo paese continua a bombardare le infrastrutture civili, evocando continuamente l’arma atomica. Le sue voci-guida tengono i figli all’estero ma si compiacciono di come «la guerra abbia ridato senso a una generazione».
A sinistra nessuno giustifica l’imperialismo americano. Invece talvolta si adotta uno sguardo indulgente nei confronti della logica di potenza della Russia. Magari a partire dall’assunto che così funziona il mondo, con tanto di professione di realismo e fiducia nell’idea di Putin campione di un multipolarismo che democratizza il pianeta. La mia ricostruzione della traiettoria ideologica del putinismo e del nazionalismo ucraino è senza sconti. Ho criticato ripetutamente, nei miei libri e sul manifesto, l’espansione della Nato e il ritiro americano dal trattato Abm. Eppure sono stato tacciato di posizioni «da sempre russofobe». Mi chiedo quali scorciatoie cognitive guidino questa accusa. E perché, nonostante i miei sforzi diagnostici, che proprio su questa colonne da anni denunciano la guerra in preparazione, criticano le politiche di riarmo nazionale e contestano l’immancabile si vis pacem, para bellum, sia stato accusato addirittura di ridurre il movimento pacifista, nelle cui ragioni apertamente mi identifico da sempre, a un riflesso rossobruno. Mi chiedo se qualcuno si aspetterebbe di essere additato «da sinistra» di italofobia per aver criticato duramente una linea di condotta estera del governo, per esempio sui migranti nel Mediterraneo.
In questi anni di dibattito, diversi hanno ricordato l’ostilità radicale mostrata da Karl Marx verso la Russia zarista, ritratta come perno espansionista della reazione europea, come minaccia strutturale alla libertà europea. Forse però è il caso di lasciare in pace Karl Marx e Vladimir Lenin (che per inciso Putin accusa di essere il «creatore e architetto dell’Ucraina»). Il problema della facilità con cui, nel dibattito mediatico, vengono scagliate designazioni ed etichette è evidentemente più profondo. Penso che l’abuso di etichette – russofobo/russofilo, ma forse dovremmo parlare di cosa si muove dietro le designazioni di antisemita/antisionista, ecc. – rinvii al vacillare dei nostri riferimenti epistemici in una società caratterizzata da sovraccarico informativo e accelerazione comunicativa.
Queste etichette semplificano posizioni complesse in schemi binari, funzionando da marcatori cognitivi. Zygmunt Bauman, Chantal Mouffe e Pierre Rosanvallon hanno sottolineato come le società postdemocratiche stiano vivendo una crescente polarizzazione identitaria, in cui i conflitti tendono a trasferirsi sulle appartenenze morali e simboliche. Ci ritroviamo così a etichettare affrettatamente per rafforzare la coesione di gruppo tramite un framing che mobilita emozioni e distingue fra amici e nemici.
Questo tipo di etichettatura risulta più facile sui social, dove – ne abbiamo tutti esperienza diretta – sono sistematicamente favoriti i contenuti polarizzanti e moralizzanti, perché generano maggiore engagement. Il risultato è una moralizzazione del discorso pubblico in cui il linguaggio è sempre più stigmatizzante.
Il ricorso crescente anche a sinistra a etichette moralizzanti e delegittimanti può essere letto come il riflesso dello smarrimento dell’immaginario del cambiamento sociale. Quando si fatica a costruire una visione coerente della trasformazione sociale, la legittimità tende a spostarsi dal «che mondo vogliamo» al «chi siamo». La designazione tramite etichette affrettate diventa prova di purezza morale. Una sorta di surplus di moralismo per compensare la perdita di un progetto politico ancorato a una narrazione emancipativa credibile. Il valore non sta nel discutere una ricostruzione di cosa sia accaduto in Russia o al sistema internazionale negli ultimi 30 anni, ma nel segnalare la propria appartenenza.
Il campo sostituisce la classe. E così, la proposta di visioni «di campo» attraverso un criterio sostanzialmente morale, in difficoltà con la lettura del processo politico, sociale ed economico, finisce con l’assolvere a una funzione performativa di delegittimazione. E rinvia a un problema che la sinistra dovrà trovare il modo di affrontare: la sostituzione della critica sociale con la riduzione geopolitica.
Commenta (0 Commenti)Intervista Sui 116 dispersi a largo della Libia Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch, denuncia: «Si sapeva di questa barca da sabato 20. Alarm Phone sta ancora cercando di verificare le informazioni. Quello che sappiamo è che la notizia di questa barca era nota alle autorità e non risultano operazioni di soccorso »
Immagine d’archivio di una barca di migranti a largo della Libia
Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch, stando a quanto ricostruito da Alarm Phone nella notte del 19 dicembre si sarebbe verificato il naufragio in cui sarebbero morte 116 persone. Il 22 dicembre, quando ancora Alarm Phone non aveva dato notizia della testimonianza di un possibile sopravvissuto, con il vostro aereo avete effettuato un volo di ricognizione senza successo. Che idea si è fatta del caso?
Alarm Phone aveva ricevuto informazioni sulla barca già il 20 dicembre. Ha informato le autorità e ha riportato che la Guardia costiera italiana ha ricevuto l’allerta, ma non risulta che siano state lanciate operazioni di ricerca e soccorso, neanche dalle autorità libiche o tunisine. La sera del 21 dicembre ha ricevuto informazioni di una persona che, debole e in stato di shock, ha detto di essere l’unico sopravvissuto di un naufragio di una barca partita da Zuwara. Stanno ancora cercando di verificare queste informazioni e di entrare in contatto con i familiari dei sopravvissuti, ma sia la Guardia costiera tunisina che quella libica hanno riportato di non aver soccorso nessuno e che le condizioni meteo rendevano impossibili le operazioni. Nessuna nave Ong era nelle condizioni di intervenire, Sea Watch 5 aveva da poco lasciato l’aerea dei soccorsi e la ResQ era troppo lontana. Abbiamo tracciato un sorvolo di Frontex sull’aerea il 20 e il 22 dicembre, ma per via della mancanza di trasparenza e coordinamento ci è impossibile sapere cosa abbiano visto. Spesso ci viene chiesto se il naufragio si poteva evitare. È una domanda cui è difficile se non impossibile rispondere: quello che sappiamo è che la notizia di questa barca era nota alle autorità dal 20 dicembre e non ci risultano operazioni di soccorso al di fuori dei sorvoli di Frontex di cui conosciamo solo le tratte.
La notizia non ha ricevuto molta eco, complice il fatto che è arrivata in coincidenza con i giorni di Natale.
Il naufragio più tragico del 2025 si è verificato neri giorni di Natale. Trovo che sia un monito altamente simbolico. Chi governa ha parlato di identità italiana davanti al presepe: trovo un esercizio di ipocrisia contemplare l’immagine di una famiglia di profughi come simbolo di identità e tacere su un naufragio mentre nel 2025 si sono fatti molti passi in avanti sulla restrizione dell’accesso all’asilo.
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni nel 2025 ci sono stati circa 1.200 tra morti e dispersi nel Mediterraneo centrale, mentre i migranti respinti sono oltre 26mila.
È stato un anno estremamente violento in tutto il Mediterraneo, da Gaza al Mediterraneo centrale. Abbiamo registrato molti episodi di violenza da parte delle sedicenti guardie costiere finanziate dagli accordi con i paesi europei. Un nostro report riporta 72 episodi di violenza documentati da quando è in vigore l’accordo con la Libia e sono in totale circa 169mila le persone respinte. E non hanno risparmiato nemmeno le Ong: da settembre abbiamo visto almeno 3 episodi con colpi di arma da fuoco contro le navi civili. E agli oltre mille tra morti e dispersi potrebbero aggiungersi adesso anche questi nuovi 116.
A inizio dicembre, a margine del Consiglio Ue che ha dato via libera ai nuovi regolamenti sui «Paesi sicuri», il ministro dell’Interno Piantedosi è tornato a parlare di un «nuovo approccio verso le Ong», descritte come un «pull factor». Cosa vi aspettate?
Vecchi argomenti ampiamente contestati anche con evidenze scientifiche: è evidente che non è qualche Ong (al momento ci sono 16 navi, 7 imbarcazioni a vela e 4 aerei) a determinare l’immigrazione. I fermi ai sensi della ex legge Piantedosi sono stati 35, 300mila chilometri in più percorsi per raggiungere i lontani porti di sbarco assegnati, circa 760 giorni in più di navigazione. Nel nuovo Patto di immigrazione e asilo ci sono aspetti che riguardano il venir meno della clausola umanitaria nella Direttiva facilitazioni, che dà spazio a più accuse per favoreggiamento. C’è poi un aumento incredibile dei poteri delle polizie europee: si parla della possibilità di ispezioni e perquisizioni, incremento dei margini di azione sia da un punto di vista materiale che tecnologico, misure restrittive, aumento delle detenzioni e quest’ultimo punto potrebbe riguardare anche le Ong. Una direzione preoccupante perché non va a gestire il fenomeno migratorio ma ad evitarlo, come se non ci riguardasse mentre muoiono centinaia di persone in mare. Nessuna idea su creazione di alternative sicure e legali per la migrazione e un sistema di ricerca e soccorso per far sì che non si muoia in mare come mosche.
La recita in Aula La legge di bilancio non si discute, non c’è tempo, in compenso si può ascoltare un po’ di musica nell’aula del senato. E l’opposizione lascia fare, è «responsabile»
Il cantautore Claudio Baglioni, riceva la Martinella dal presidente del Senato Ignazio La Russa, durante il concerto di Natale – foto Ansa
È giusto che nell’aula del senato si tengano i concerti di Natale, quello che non va è che talvolta continuino a farci le leggi.
Impegnare l’aula qualche ora per la legge di bilancio, ad esempio, è tempo sprecato e sottratto a un bis di Baglioni. Tanto nulla i senatori di maggioranza – figurarsi quelli di opposizione – possono sapere e sanno dire di commi ed emendamenti arrivati all’ultimo minuto, illeggibili e senza le tabelle necessarie per capire quante risorse spostano e da dove le prendono.
Il vecchio principio per cui solo i rappresentanti eletti dal popolo possono decidere misure fiscali è andato a farsi benedire da tempo. Una volta così si innescavano le rivoluzioni, adesso ci distraiamo con la musica leggera.
Si distrae anche l’opposizione, mentre si fa i complimenti da sola per il senso di responsabilità dimostrato evitando di opporsi troppo. E consentendo la miracolosa approvazione della legge di bilancio in tempo per la notte santa per scansare così l’esercizio provvisorio. Che però non è l’Armageddon ma al massimo qualche settimana, o qualche giorno, di spesa vincolata fino a che non viene approvato un nuovo bilancio, magari migliore e con tempi e controlli meno irregolari.
L’abbiamo visto negli Stati uniti, lo vediamo in Francia e in Spagna (che non se la cava malissimo). Non in Italia, dove alla fine l’opposizione accosta a destra e lascia passare anche un governo che supera tutti i limiti di velocità. Non si capisce però con quale credibilità si possa nel frattempo gridare allo scandalo (peraltro, in maniera appena più casta, lo spettacolo era già andato in scena a parti rovesciate).
Si è lamentata per esempio ieri, nel corso di un dibattito inutile che seguiamo per abitudine, una senatrice 5 Stelle che nel richiamare al rispetto del parlamento ha citato non Montesquieu ma Baglioni. Il quale messo sul podio da un raggiante La Russa (raggiante anche verso la civiltà delle opposizioni) prima di cantare aveva effettivamente celebrato il senato come un gran bel teatro. Confusi dalla Costituzione, che gli assegna un altro ruolo, non ci avevamo pensato. Mentre deputati e senatori dell’opposizione erano in prima fila, plaudenti nella domenica canora del parlamento. Per poi accorgersi che sarebbe stato un altro giorno sottratto alla sessione di bilancio.
Nel frattempo gli uffici parlamentari, che si potrebbero a questo punto abolire per fare spazio ai camerini, si permettevano di notare che nell’ultima versione del maxi emendamento ci sono norme che vanno contro sentenze della Cassazione e della Corte costituzionale. Riguardano sciocchezze come il salario e il diritto alla salute che notoriamente non importano ad alcuno. Si rassegnino lavoratori e ammalati, magari imparino a cantare e si facciano invitare da La Russa. A quel punto sì, potrebbero avere la loro occasione. A teatro.
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Giorgia Meloni a una colazione sul tema dell'immigrazione prima del vertice del Consiglio dell'UE a Bruxelles – EPA/OLIVIER HOSLET / POOL
La premier è tornata da Bruxelles cresciuta di una spanna. La sua manovra è stata abile e, dal suo punto di vista, il bersaglio centrato. Festeggerebbe, se non dovesse domare i suoi mastini impegnati a sbranarsi. Sembra una contraddizione ma è lo stesso disegno, da angolazioni opposte.
Un consiglio all’opposizione: smettesse di raccontare che la premier in Europa non conta niente e che il suo ruolo sta in bilico tra la vassalla obbediente e la serva muta. È una bugia propagandista che Meloni stessa smonta facilmente e poi adopera per bollare di menzogna anche le critiche fondate e motivate. Riconoscere i colpi che Giorgia Meloni mette a segno oltreconfine è condizione imprescindibile per denunciare quelli che invece puntualmente manca in casa, e che sono di più.
Complice anche l’inconsistenza degli altri leader europei, quella italiana gioca oggi un ruolo più incisivo di quanto sia toccato alla stragrande maggioranza dei suoi predecessori. È quasi sempre un guaio. Quando riesce a spostare buona parte della Ue su politiche dell’immigrazione da fortezza a rischio di invasione non è il caso di negare il suo successo, piuttosto di chiedersi cosa sta succedendo non all’Italia ma all’Unione e di deporre il dogma fideistico per cui tutto quel che è Europa sa di buono.
In rare occasioni, magari per eterogenesi dei fini, capita anche che il risultato non sia male: finanziare il prestito all’Ucraina con gli eurobond, invece di infilarsi in un ginepraio legale devastante e fare pure un passo da gigante verso il conflitto armato, dovrebbe far piacere a tutti. Agli europeisti convinti più che a chiunque altro.
Eppure anche quel ruolo che all’estero l’ex underdog ha saputo conquistarsi è una rosa piena di spine intinte nel curaro. Il prezzo di quel traguardo lo paga la popolazione che vive in Italia, e più è povera più lo paga. Il biglietto d’ingresso, per Meloni, è stato l’appoggio incondizionato e bellicoso all’Ucraina e alla strategia di Biden. Ma se ha poi tenuto la poltrona al punto di non poter più essere sloggiata è perché, arrivata al potere bersagliando il rigore, si è poi dimostrata più tirata e austera di Mario Monti. Il suo ministro dell’Economia costringe persino Elsa Fornero a chiedersi se così non sia un po’ troppo.
I vasi sono comunicanti. La credibilità dell’Italia all’estero è frutto del rigore in patria. Costa liste d’attesa eterne sul fronte della sanità ed è una piaga che nessuna abilità nei vertici internazionali basta a sanare. Si sconta con docenti pagati una miseria, ed è più grave dei deliri “antisessantottini” a cui si abbandona Valditara fuori tempo massimo di mezzo secolo. La promozione delle agenzie di rating si deve a occupati che crescono di numero (e di età), ma calano inesorabilmente nel potere d’acquisto. Vuol dire che le giovani famiglie, convenzionali o super woke che siano, una casa senza svenarsi non la trovano e spesso non basta neppure l’ultima goccia di sangue. Il prezzo è salato e lo sarà ancora di più adesso che all’altare europeo dei conti pubblici si sta per affiancare quello del riarmo.
Siamo (quasi) tutti più poveri e sempre più poveri. Il fallimento del governo di destra è questo e questa è anche la lacerazione che persino i prestigiatori cresciuti alla scuola del mago Silvio faticano a cicatrizzare: come la danza ubriaca di una manovra molto misera e proprio per questo molto combattuta attesta. Mettersi d’accordo sulla guerra o sul rovesciare l’architettura delle istituzioni repubblicane è molto più facile che decidere quale fascia di popolazione, e quindi dei rispettivi elettorati, penalizzare più delle altre. Atteso che a essere premiate saranno sempre e solo quelle al vertice della piramide sociale: perché questo, alla fine, resta l’unico Vangelo di ogni destra.
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La lgge Nordio è un atto di bullismo contro i magistrati, ne mette in discussione l’autogoverno, l’autonomia, attacca un potere della Repubblica che l’esecutivo vorrebbe acquiescente e subalterno. Il referendum sarà un’occasione per giudicare la riforma alla luce di altre iniziative del governo, che puntano a stravolgere un equilibrato rapporto tra le istituzioni
Il ministro Carlo Nordio ha ragione quando afferma che le sue modifiche costituzionali non servono a fare funzionare meglio la giustizia in Italia, lo conferma l’ulteriore rinvio del processo telematico, questo per sua responsabilità. Se i magistrati che cambiano da giudice a pm e viceversa sono 20/30 l’anno su 9mila e possono farlo una volta nella carriera, è evidente che la separazione delle carriere non può giustificare stravolgimenti della Costituzione.
La domanda è perché il governo vuole cambiare la Costituzione e spezzare in due il Csm dei magistrati, tra giudici e inquirenti? Per di più estraendo a sorte i rappresentanti dei giudici e dei pubblici ministeri, anziché farli eleggere come oggi. Inoltre i due Csm perderebbero il potere disciplinare che verrebbe attribuito a una commissione esterna, stranamente unica per tutti magistrati.
Perché il governo ha imposto la legge Nordio al parlamento che non ha potuto fare alcuna modifica? Perché pur di intervenire sul ruolo della magistraturanella nostra democrazia il governo ha imposto il silenzio a Camera e Senato, pretendendo di esercitare poteri che la Costituzione attribuisce al parlamento. La legge Nordio punta a mettere in riga i magistrati che per la nostra Costituzione debbono garantire i diritti dei cittadini alla luce dei principi fondamentali nazionali, europei ed internazionali.
Il referendum
Il referendum sulla legge Nordio può bloccare questo stravolgimento della Costituzione ed è un modo per riportare a votare tanti cittadini, perché in questa occasione il voto di ciascuno vale e decide. Inoltre, un referendum costituzionale è valido con qualunque numero di votanti. Quindi chi vota decide.
L’indipendenza dei magistrati dal potere politico è garanzia per i diritti dei cittadini. Se i magistrati sorteggiati rappresenteranno soltanto sé stessi, se inquirenti e giudicanti non saranno più un’unica magistratura per comportamenti e formazione il risultato sarà che il governo punterà a estendere il suo potere a spese della magistratura. Giorgia Meloniha più volte accusato la magistratura di invadere il campo della politica, manifestando insofferenza verso le critiche e i controlli fondati sui principi fondamentali della Costituzione. È evidente che il governo vorrebbe una magistratura subalterna, acquiescente.
Del resto il governo ha voluto una legislazione securitaria, di repressione, un aumento vistoso delle pene, ma nello stesso tempo ha deciso condonie sanatorie a raffica e leggi che hanno ridotto le intercettazioni nella lotta al crimine, ha cancellato reati dei colletti bianchi come l’abuso d’ufficio.
La legge Nordio è un atto di bullismo contro i magistrati, ne mette in discussione l’autogoverno, l’autonomia, attacca un potere della Repubblica che il governo vorrebbe acquiescente e subalterno.
Il referendum sarà un’occasione per giudicare la legge Nordio alla luce di altre iniziative del governoche puntano a stravolgere un equilibrato rapporto tra le istituzioni, come conferma l’ultimo attacco al Presidente della Repubblica.
Il “premierato”voluto da Giorgia Meloni serve ad accentrare i poteri nel governo e soprattutto nel presidente del Consiglio, con una deriva autocratica dei poteri in una sola persona, togliendoli al presidente della Repubblica e al parlamento.
Il No alla legge Nordio nel prossimo referendum è anche un alto là all’autonomia regionale differenziatache –malgrado la severa sentenza della Corte costituzionale – questo governo vuole portare comunque avanti, mettendo in discussione l’uguaglianza reale dei diritti dei cittadini italiani e l’unità stessa dell’Italia.
Comitato per il no
Partecipare al voto nel referendum costituzionale vuol dire puntare a fermare la legge Nordio e insieme costringere il governo a ripensamenti su premierato e autonomia regionale differenziata, che con la legge Nordio sono gli stravolgimenti istituzionali e costituzionali di questo esecutivo.
Numerose associazioni della società hanno deciso di costituire un Comitato unitario per il No che affiancherà quello dell’ Anm e l’iniziativa dei partiti per fare vincere il No nel referendum.
Dall’incontro parte un appello a tutte le energie disponibili a dare vita ai comitati per il No ovunque in Italia, e a fare conoscere le ragioni del No, contro il tentativo di distorsione della Costituzione della legge Nordio che insieme a premierato, legge elettorale maggioritaria, autonomia regionale differenziata punta allo stravolgimento della nostra Costituzione e della democrazia in Italia.
La vittoria del No nel referendum costituzionale è un obiettivo possibile, ma occorre partire rapidamente.
Commenta (0 Commenti)Striscia continua Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della Sanità, quasi un quarto dei 170mila feriti totali ha riportato ferite che hanno causato la perdita di arti o disabilità permanenti
LEGGI ANCHE Gaza nella dismisura del male
La Striscia di Gaza sta affrontando una crisi sempre più grave nell’assistenza medica e nella riabilitazione. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della Sanità, quasi un quarto dei 170mila feriti totali ha riportato ferite che hanno causato la perdita di arti o disabilità permanenti.
A causa delle restrizioni all’ingresso di attrezzature mediche, protesi e ausili per la mobilità come sedie a rotelle e stampelle sono diventati quasi introvabili. Migliaia di feriti, tra cui bambini, donne e anziani, affrontano un futuro incerto, privati di qualsiasi possibilità concreta di cure o di guarigione. Dietro queste statistiche terrificanti ci sono volti, nomi e storie. Giovani, bambini e donne che hanno perso parti del corpo, non solo numeri nei rapporti dell’Onu.
Durante una visita all’ospedale Al-Aqsa per incontrare un’amica dopo che la sua casa era stata colpita da un missile israeliano, ho conosciuto Nour, ferita alle mani, e la sua sorellina Alaa, una bambina di cinque anni a cui sono stati amputati un braccio e una gamba.
Camminando per i corridoi dell’ospedale, l’odore dei medicinali e il suono del dolore mi hanno riportato indietro all’8 giugno 2024, il giorno in cui sono stata ferita da un proiettile di carro armato. Le schegge mi colpirono la mano, la schiena e il viso. Un frammento si è conficcato vicino a un nervo della mano, dove si trova ancora oggi, a ricordarmi costantemente ciò che molti di noi hanno dovuto sopportare.
Alaa e io condividevamo lo stesso dolore: il dolore fisico e il dolore della perdita. Quando l’ho vista per la prima volta, piangeva silenziosamente, sussurrando tra le lacrime: «Vorrei poter mangiare di nuovo con la mano destra… giocare e colorare con i miei amici». Le sue parole racchiudevano la tragedia di un’intera generazione privata del diritto più fondamentale: un’infanzia normale.
Ogni volta che Alaa deve andare in bagno o sottoporsi a esami medici, le sue sorelle la portano in braccio. In ospedale non ci sono sedie a rotelle né stampelle. La sua sofferenza non è solo fisica, è il senso opprimente di impotenza e totale dipendenza dagli altri in un momento in cui dovrebbe ricevere cure e sostegno emotivo.
Mentre l’assedio continua e le forniture mediche rimangono limitate, Israele aggrava il dolore aggiungendo al tormento fisico quello psicologico, lasciando bambini e donne senza strumenti e dispositivi che li aiutino a muoversi. Recentemente sono circolate notizie su una giovane donna di Gaza di nome Nibal Al-Hissi, che ha lanciato un appello attraverso i media e i social network per ottenere un’impegnativa medica che le consentisse di recarsi all’estero per ricevere protesi agli arti. Non potevo aspettare. L’ho contattata sperando che la sua voce potesse essere ascoltata. Mi ha parlato tra le lacrime, con la voce carica di nostalgia per la vita che aveva perso. Mi ha detto: «Avevo così tanti sogni e ambizioni». Nibal, 25 anni, viveva nel nord di Gaza con la figlia di due anni, Rita. La loro casa è stata bombardata mentre teneva Rita tra le braccia, cercando di proteggerla dall’esplosione.
La bambina è miracolosamente sopravvissuta, ma Nibal ha perso entrambe le braccia. Da quel giorno, non è più in grado di tenerla in braccio o nutrirla, eppure continua a lottare ogni giorno tra il dolore, l’isolamento e la fragile speranza di ricevere cure. Ora Nibal dipende completamente dalla sua famiglia: mangiare, bere, muoversi e persino per le cure personali di base. Mi ha detto che desidera ardentemente i momenti in cui la piccola Rita le chiedeva qualcosa di semplice, ma ciò che le fa più male è che non può più soddisfare nessuna delle esigenze della sua bambina. Il suo dolore è aumentato quando suo marito l’ha lasciata dopo l’incidente.
Nibal dice che tutto nella vita è diventato difficile, dalle ferite non guarite alla solitudine che la sua disabilità le ha imposto, al sogno rimandato di ricevere protesi che le restituirebbero una piccola parte della sua indipendenza e dignità.
Ma è quasi impossibile ottenere referenze mediche e recarsi fuori dalla Striscia per ricevere cure. Nonostante il numero crescente di persone che necessitano di interventi chirurgici complessi o protesi, le referenze mediche rimangono scarse e fortemente burocratizzate, richiedendo spesso mesi per essere approvate dalle autorità israeliane, ammesso che lo siano.
Il valico di Rafah, unica vera via d’accesso per i pazienti, apre e chiude in modo imprevedibile, lasciando migliaia di feriti intrappolati in un’attesa senza fine. Dietro ogni richiesta di trasferimento c’è una storia umana sospesa tra speranza e disperazione: pazienti in attesa di una telefonata o di un permesso di viaggio che potrebbe significare la vita stessa, mentre i loro giorni svaniscono nell’immobilità all’interno di ospedali privi anche delle risorse più elementari.
L’impatto della guerra si estende all’intera società. La mancanza di assistenza medica ha reso migliaia di feriti incapaci di lavorare o di provvedere a se stessi, aggiungendo un ulteriore peso alle famiglie che già vivono sotto la pressione della povertà e dello sfollamento. La lesione di una persona spesso significa la paralisi di un intero nucleo familiare e, con l’accumularsi di questi casi, il tessuto sociale si erode e la capacità di resistenza della comunità si indebolisce.
Molte persone che un tempo possedevano competenze straordinarie o eccellevano nei loro campi vengono emarginate. La disabilità, unita alla mancanza di sostegno psicologico e di opportunità di lavoro, spinge molti alla depressione e all’isolamento, non perché manchino di competenze, ma perché non esiste un ambiente in grado di accogliere le loro capacità. Il potenziale umano che avrebbe potuto contribuire alla ricostruzione va perso, trasformando la distruzione in un processo sistematico e a lungo termine che mina la capacità di Gaza di riprendersi in futuro.
La guerra non uccide solo, ruba. Ruba la terra, le case e i propri cari. Ruba gli arti. Ruba le anime. Si è costretti a convivere con ciò che manca, che è rotto, con un corpo che non sarà più lo stesso. E se a volte la morte sembra più facile che perdere una parte di sé, scegliere di vivere nonostante tutto è la forma più pura di resistenza.
* Scrittrice palestinese e studentessa di traduzione a Gaza