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Tenuta democratica Il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale

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5412ddba-deb6-4bec-b632-0677e2457694 Proteste in Sassonia – Foto Ap

Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata, condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale, e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd.

Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt, ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da rivendicazioni economiche e materiali.

Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare, promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli ultimi sondaggi sembrerebbe indicare.

Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta, e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del “cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza, evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste.

Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla “sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un volto particolarmente amichevole.

Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che non si potrebbe propriamente definire moderato.

E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt, al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump.

Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa, iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in Sachsen-Anhalt.

 

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Intervista Il dirigente Pd: «Di questo governo non si ricorderà alcuna riforma. Possiamo batterli, ma non sono ammessi sbagli o divisioni». «Il filo nero è stato l’attacco al principio di uguaglianza. Ora serve una radicale redistribuzione, non basta l’appello alla democrazia»

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3c2610df-d5a7-4e7d-b362-0448d65454fc Peppe Provenzano – Ansa

«A Bari è stata una celebrazione del potere inteso come comando, non come governo. E dimostra che Giorgia Meloni non è mai nemmeno lontanamente diventata una statista, è rimasta solo una capofazione», dice Peppe Provenzano, dirigente di punta del Pd.

Cosa significa politicamente il record di longevità di questo governo? Perché è durato tanto?

Cosa significa per Meloni o per l’Italia? La premier celebra i suoi giorni al potere, una donna di Stato avrebbe contato i problemi risolti e soprattutto quelli ancora da affrontare. Per l’Italia sono 1413 giorni perduti, l’economia si è fermata, l’industria è crollata, i salari hanno perso il 6% e i beni alimentari sono aumentati del 30%, 6 milioni di italiani rinunciano a curarsi e siamo ultimi tra i grandi paesi per spesa sanitaria. Il governo non ha affrontato uno solo dei problemi, e forse questo “tirare a campare” è uno dei segreti della sua durata. Ma è una longevità allo stesso tempo inutile, dannosa e pericolosa.

C’è in questa durata anche una responsabilità delle opposizioni, errori politici o comunicativi?

Francamente, la responsabilità principale delle opposizioni è esserci divisi nel 2022, consegnando a una minoranza nel Paese un’ampia maggioranza in Parlamento che è la principale ragione della durata del governo. Con la segreteria di Elly Schlein ci siamo dati come imperativo di non ripetere questo errore. E in tutti i passaggi politici ed elettorali, dalle regionali al referendum, abbiamo dimostrato che Meloni non è la padrona dell’Italia. Dunque rivendico il lavoro che abbiamo fatto in questi anni. Ora siamo al dunque, non possiamo permetterci di sbagliare. Spero che tutti abbiano la nostra stessa consapevolezza.

Per cosa sarà ricordato il governo Meloni?

Prima dicevo dei giorni perduti, in America Latina si parla di “decadas perdidas”. È la ragione per la cui l’Italia non può permettersi altri 5 anni di Meloni. Nessuno si ricorderà una sola riforma, è vero. Ma attenzione, c’è di più, c’è qualcosa di profondamente grave. Il filo rosso – anzi, il filo nero – di questi 4 anni è stato l’attacco sistematico al principio di uguaglianza. Tra le persone e tra i territori, coi tagli al welfare e l’autonomia differenza. Nei diritti, con le politiche securitarie e il diritto penale diseguale. Persino tra i popoli, con la doppia morale su Gaza e la scelta trumpiana.

Che effetto le fa che l’unica opposizione a crescere sia la destra estrema di Vannacci? Cosa dice sulla società italiana, sulle sue priorità? E anche sullo stato di salute del centrosinistra?

La crescita della destra estrema è un fenomeno presente in tutta Europa. Vannacci è stato creato, sdoganato da Salvini e Meloni, dice in gran parte quello che loro dicevano. Queste destre estreme sono una minaccia alla democrazia, ma indignarci non basta. Dobbiamo dimostrare, con proposte, anche radicali, che la democrazia è ancora lo strumento per migliorare concretamente la vita delle persone.

Colpisce come sia sparita dai radar la marea di No al referendum sulla giustizia. Come ha potuto Meloni scrollarsi di dosso questa sconfitta?

Io penso invece che, al di là della propaganda, quella sconfitta le resterà addosso e alla fine avrà segnato la legislatura. Meloni sta cercando la rivincita con una legge elettorale che scardina gli equilibri costituzionali, ha confessato il suo sogno di avere un ex missino al Quirinale. Ma è per questo che, se anche dovesse passare la riforma, e io ho i miei dubbi, alla fine pagherà un prezzo altissimo. Noi intanto dobbiamo alzare il tono della battaglia, anche fuori dal Parlamento, proprio per riconnetterci a quei 15 milioni di italiani fedeli alla Costituzione, che non necessariamente stanno pensando di votarci. Dobbiamo intrecciare questione sociale e questione democratica.

Voi puntate molto su temi come sanità, potere d’acquisto e costo dell’energia, a partire dai carburanti. È possibile che un futuro governo di centrosinistra faccia scelte in netta controtendenza? Magari recuperando i soldi con una tassa sugli extraprofitti?

La segretaria ha già avanzato questa proposta. Del resto, un programma che non abbia proposte nette contro le disuguaglianze e per la progressività e la giustizia fiscale oggi non sarebbe credibile. Io penso che, di fronte ai pericoli e ai danni di questa destra, dobbiamo raggiungere la massima unità possibile, coinvolgendo anche forze moderate che non possiamo consegnare ai nazionalisti. Ma sulla base di un programma di radicale redistribuzione e reindustrializzazione del Paese. Perché l’appello alla democrazia in astratto non basta. Alla maggioranza che fatica, offesa dalla sceneggiata di Bari, dobbiamo dare risposte noi.

Sul piano internazionale quali sono stati gli errori più gravi di questo esecutivo? Le cose che voi cambiereste da subito?

È stato un governo antipatriottico, piegato ai diktat di Trump. Penso al riarmo, con il 5% di spesa militare deciso in sede Nato che noi dobbiamo ridiscutere, seguendo la linea di Sanchez, anche perché farebbe saltare il nostro welfare. Dietro le pose sui social di Meloni, cos’è cambiato nel rapporto con il presidente Usa? Siamo usciti dal vergognoso Board of Peace? Abbiamo abbandonato la nostra tradizione diplomatica, di costruttori di pace e di dialogo, soprattutto in Medio Oriente. L’Italia ha garantito l’impunità di Israele in Europa, schierandosi sempre contro sanzioni vere. E siamo l’unico grande paese che non ha riconosciuto la Palestina, che è diventata il simbolo di tutta l’ingiustizia del mondo. Dovremmo ripartire da qui.

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