Dopo la Sassonia La parola chiave della discontinuità è rigenerazione: perché siamo diventati così vulnerabili, chi ne beneficia, quale potere deve cambiare
Dopo il rientro dalle ferie a tasche vuote le contraddizioni si accumulano. Meloni fa di Charlie Kirk un altisonante riferimento politico mentre esprime a bassa voce, senza condanne, la propria distanza dalle guerre che Trump rilancia.
Davanti c’è un inverno con bollette alle stelle, e il sovranismo importa il repertorio di quei Maga la cui strategia di sicurezza nazionale inneggia alle forze che fermano la traiettoria europea. Non occorre evocare cospirazioni: da Washington come da Mosca ci si aspetta che le destre europee nazionaliste riportino l’Unione europea a essere un mercato di stati deboli, trattabili uno alla volta. Chi importa il repertorio importa anche il ruolo: smontare la casa in cui abita.
Il 43,8 per cento dell’Afd in Sassonia-Anhalt scandito da «ci riprendiamo la Germania!» dovrebbe interrompere la conversazione rituale su primarie e perimetro del «campo largo»: suona come litigare sul timone della scialuppa senza verificare se la nave abbia ancora uno scafo.
Magdeburgo dice più di un possibile contagio dell’estrema destra nel pieno di un’escalation militarista, con solo i verdi che sembrano reggere nelle urne: mostra dove finisce il centro che decide di inseguirla. Sottrarle argomenti – irrigidire l’immigrazione, svuotare il Green deal, parlare più di ordine – non produce la sua ritirata, ma la legittimazione della sua logica. Il Ppe ci ha provato: prima delle europee del 2024 ha ottenuto il ritiro del regolamento sui pesticidi. La destra è avanzata comunque. Se la transizione è un lusso delle élite urbane, perché preferire chi promette di rallentarla a chi vuole smantellarla? Mentre cerca di rubarle voti, il centro le consegna il monopolio della diagnosi.
La domanda posta da Magdeburgo non è dunque di posizionamento, ma di conflitto: quale organizzare, contro chi, con quale coalizione sociale. Il centro liberale ha smesso di organizzarlo: difende procedure e libertà, indispensabili, ma non distribuisce più potere. Chi non ha potere sul salario, sulla casa, sul prezzo dell’energia, cerca protezione altrove. La destra radicale gliela offre a poco prezzo: appartenenza, un confine, un nemico. Trasforma un conflitto verticale in orizzontale: alla domanda «Chi possiede, chi decide, chi paga?» sostituisce un chi è protetto e chi va cacciato. Organizza gli impoveriti dentro una spiegazione del loro impoverimento.
Una sinistra che voglia essere rilevante deve farlo in direzione opposta, e il terreno decisivo è la crisi climatica: non un tema in coda agli altri (economia, guerra), ma la matrice che li sta riorganizzando impetuosamente, nonostante le resistenze negazioniste. Il prezzo dell’energia modifica salari reali, margini industriali e affitti; le guerre nei paesi produttori si trasferiscono nelle bollette europee. Ogni politica climatica produce vincitori e perdenti identificabili, e concentra i costi nel presente distribuendo i benefici nel futuro: la struttura ideale per una reazione di rigetto.
La destra lo ha capito prima e ha trasformato la transizione in questione morale contro le élite: voi pagate, loro decidono. La risposta progressista è stata troppo spesso la pedagogia. A chi teme di perdere reddito non basta spiegare perché decarbonizzare: occorre dire chi pagherà la riconversione, che lavoro avrà chi ci lavora oggi, chi possiederà la nuova industria. Il risultato di Magdeburgo va letto anche come quello di una regione di chimica energivora, compensazioni pubbliche e declino demografico.
È qui che la discussione sul campo largo mostra la propria insufficienza. Campo largo è un’indicazione spaziale: dice quanto deve essere grande il terreno, non chi debba coltivarlo e contro quali interessi. Fronte indica insieme un argine e una direzione. Massimo Cacciari ha ragione: un’alleanza non ricava un’idea del mondo dalla necessità di sopravvivere o dal desiderio di vincere. L’operaio che teme la chiusura della fabbrica e la studentessa che chiede di decarbonizzarla diventano un blocco sociale solo se la riconversione porta investimenti, formazione e un nuovo posto di lavoro. I perimetri vanno distinti: il fronte costituzionale contro chi minaccia la democrazia comprende liberali e conservatori; quello di trasformazione solo chi condivide la direzione di marcia.
Credo che la parola attorno a cui organizzare la discontinuità sia rigenerazione. Resilienza appartiene al lessico dell’adattamento: assume lo shock come dato e chiede di imparare ad assorbirlo. Rigenerazione parte da una domanda più radicale: perché siamo diventati così vulnerabili, chi ne beneficia, quale potere deve cambiare. Salario minimo, sanità, casa, trasporti e rinnovabili smettono di essere cinque capitoli di programma e diventano punti sulla stessa linea di conflitto: ridurre la dipendenza dal mercato.
Del resto, quella che in Italia si chiama «emergenza» è spesso figlia di rendite protette, mentre l’emergenza reale – siccità, alluvioni, calore – è rimossa fino alla catastrofe. Rigenerare acquedotti, suoli, boschi, edilizia pubblica significa fare della manutenzione della Repubblica una politica industriale permanente. Se la dipendenza dal fossile trasforma ogni guerra nelle aree produttrici in una tassa domestica, l’indipendenza energetica (europea, nazionale e di comunità) è la politica estera più comprensibile che la sinistra possa proporre. Fa parte del saper difendersi e negoziare senza fare della spesa militare il principio ordinatore dei bilanci.
Resta la prova decisiva: chi paga? L’ordine conta. Prima trasporti pubblici, case efficienti, energia accessibile; poi divieti e obblighi.
Il precedente tedesco è istruttivo: la legge sulle caldaie del 2023 impose la sostituzione prima di sussidi e alternative, e l’estate dopo quasi metà degli elettori AfD indicava clima ed energia fra le ragioni del loro voto. Insomma, denaro pubblico condizionato a occupazione, salari ed emissioni verificabili, restituito se gli impegni saltano; fiscalità progressiva su patrimoni e rendite, e investimenti comuni europei. Alcune rendite privilegiate vanno aggredite: dirlo prima distingue una teoria del cambiamento da una lista di promesse.
Maggioranza Mentre ragioniamo sulla grande mano che le destre più istituzionali danno alle destre estreme, ecco la farsa italiana della legge elettorale
La tragedia si replica in farsa anche senza aspettare i tempi lunghi della storia. Mentre ragioniamo sulla grande mano che le destre più istituzionali danno alle destre estreme, fasciste e naziste, scimmiottandone i loro programmi e le loro parole d’ordine, avendo negli occhi la tragedia della Sassonia-Anhalt, ecco la farsa italiana della legge elettorale. Dove Giorgia Meloni è costretta a cambiare idea ogni giorno, stravolgere continuamente il testo che cerca di imporre con nessuna certezza ma tante forzature, per tamponare l’ascesa di Roberto Vannacci. Così tutti capiscono quanto lo teme. E così gli regala nuovi argomenti e altra visibilità.
Non ci sono precedenti degni di encomio nella storia ultra trentennale delle modifiche alla legge elettorale, fatte sempre a colpi di maggioranza per cercare un tornaconto nelle elezioni dietro l’angolo. E due volte bocciate dalla Corte costituzionale. Ma questa del camaleontico Melonellum (per ironia della sorte avrebbe dovuto chiamarsi Stabilicum) le supera tutte in miseria. Meloni e i sue tremanti vicepremier si scambiano i ruoli a seconda delle convenienze del momento: prima lei impone la rinuncia ai collegi uninominali a suon di minacce, adesso sempre lei minaccia di far saltare tutto mentre gli altri si attaccano all’ultimo accordo. Che però è arrivato dopo accoltellamenti nel buio del voto segreto, indicibili scambi su altri tavoli nei continui vertici di maggioranza. Un accordo che non regge.
Nel centrodestra nessuno fa lo stesso gioco, neanche dentro lo stesso partito, neanche il teoricamente arbitro presidente del senato che respinge o ammette emendamenti seguendo l’utilità del momento. Lo schermo delle preferenze sulle quali Meloni solennemente giura, e poi trasforma in un imbroglio conservando i capilista, è l’ultima fossa che il panico sta scavando sotto i piedi della premier. Vannacci è lì che l’aspetta.
È difficile, ma se non se ne farà più niente, se salterà tutto, sarà solo perché l’ultimo sondaggio consiglierà al governo di tenersi la legge attuale. Mentre dovrebbe ricordarsi che sono stati gli elettori, con il referendum, a dire un chiaro no a queste forzature incostituzionali.
Intervista Il co-segretario della Linke: «Il dibattito interno al partito verteva su come essere coerenti con la nostra linea pur sostenendo la Cd»
«È un segnale fatale che nella storia tedesca, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, un Land possa essere guidato da un politico di estrema destra». Ci saluta così Luigi Pantisano, co-segretario della Linke dal giugno scorso, il primo italiano – i genitori, calabresi, migrarono nel Baden-Württemberg negli anni ’60 – a guidare un partito tedesco.
Gli chiediamo anzitutto di individuare le principali ragioni del trionfo dell’AfD in Sachsen-Anhalt.
È il risultato della politica antisociale attuata dal governo Merz, che negli ultimi mesi ha fatto la guerra ai lavoratori: dall’aumento dell’orario di lavoro, all’inasprimento dei requisiti per la malattia, fino all’aumento dell’età pensionabile. Queste misure hanno esasperato la rabbia di molti che alle urne hanno scelto AfD.
Come valuta il vostro risultato nel Land? Siete andati sotto le previsioni dei sondaggi e peggio del 2021, nonostante la crescita costante a livello federale dalle elezioni politiche dello scorso anno.
Il nostro è stato un risultato ambiguo, abbiamo vinto tre mandati diretti a Magdeburgo e ad Halle dove ci ha premiato la strategia delle campagne elettorali “porta a porta” (Haustürgespräche): abbiamo bussato a sessantamila porte, abbiamo vinto lì dove siamo stati sul posto a fare politica tra le persone, partendo dai loro bisogni. I consensi persi rispetto ai sondaggi dipendono dalla campagna del Taktisch Wählen: dare un voto utile per far superare la soglia del 5 percento a Spd e Verdi. Questo ha fatto sì che molti voti si siano dispersi nel “campo largo” («per intendersi», aggiunge nel suo italiano impeccabile).
I risultati di domenica ci dicono che un governo di minoranza Cdu con sostegno esterno della Linke è un’ipotesi sfumata.
Adesso è il Bsw che può decidere quale sarà la maggioranza di governo, ma ha già annunciato che è disposto a sostenere l’AfD. Al momento tutto tende in quella direzione. Noi con i nostri voti avremmo sempre sostenuto una maggioranza alternativa all’AfD. Il dibattito interno al partito verteva chiaramente su come poter mantenere coerenza con la nostra linea pur sostenendo la Cdu.
È a questo proposito che la sua intervista rilasciata a Bild nel giugno scorso fu strumentalizzata: condannava la deriva “fascista” della Cdu, ma non chiudeva in alcun modo all’opportunità per la Linke di impedire l’insediarsi di un governo di estrema destra.
Esatto, le mie dichiarazioni sono state strumentalizzate, chi ha letto l’intervista per intero ha capito quello che volevo dire. Il principale pericolo che vedo è che la Cdu rincorre sempre di più le proposte dell’AfD: se continua a fare così difficilmente potremo dare i nostri voti per sostenere un governo Cdu. Le politiche della Cdu contro i migranti non l’hanno rafforzata, ma hanno raddoppiato i consensi di AfD. È quello che abbiamo sempre detto: inseguire le politiche dell’AfD non fa altro che rendere l’AfD – la “versione originale” – sempre più forte.
Poi c’è il riarmo.
Certo. È notizia recente la cessione da parte di Volkswagen del suo stabilimento di Osnabrück per la conversione al settore bellico. Il governo fino al 2030 vuole aumentare gli investimenti nel riarmo. Un approccio completamente sbagliato che sta rendendo l’AfD sempre più forte. La Linke sa cosa deve fare: stare tra la gente, bussare alle porte, aprire gli sportelli sociali del partito, fare una politica sociale e antimilitarista per opporsi a un governo che fa politiche antisociali e che vuole che i lavoratori lavorino di più e vadano in pensione più tardi.
Merz deve dimettersi?
Direi che deve anzitutto cambiare le sue politiche, il segnale degli elettori è una netta bocciatura di tutte le riforme che ha annunciato e realizzato. Se non cambia rotta noi continueremo a organizzare la protesta sociale. Già il 26 settembre ci saranno grandi manifestazioni in 15 città organizzate dalla Dgb (la principale confederazione sindacale tedesca) contro i tagli alla spesa sociale e le riforme di flessibilizzazione del lavoro: ci saremo anche noi e vogliamo far cambiare rotta al governo.
Cosa si aspetta dalle elezioni imminenti – il 20 settembre – in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino?
Sono sicuro che a Berlino vinceremo le elezioni e che la prossima sindaca di Berlino sarà Elif Eralp, la candidata della Linke. Soprattutto a Berlino Elif deve essere la risposta al risultato in Sassonia-Anhalt, alle politiche degli ultimi anni e al corso attuale del governo Merz. Vogliamo espropriare Vonovia e gli altri grandi colossi immobiliari: è il mandato che ci arriva dagli elettori. In Meclemburgo invece combatteremo le prossime settimane: lì, come in Sachsen-Anhalt, la situazione è più difficile, ma daremo tutto per far sì che i risultati siano diversi.
Almeno una parte della destra italiana – Vannacci e Salvini in particolare – festeggia.
Forse la destra italiana non ha capito cosa vuole fare l’AfD. Vogliono buttare fuori dalla Germania 20 milioni di persone, una gran parte delle quali dovrebbe tornare in Italia, soprattutto gli italiani che vivono in Germania (me compreso). Adesso la Germania ha 80 milioni di abitanti, loro dicono che ne bastano 60.
Un consiglio per la sinistra del nostro paese?
Proseguire sul corso che mi sembra stia già imboccando, opponendosi alle politiche antisociali e contro i migranti. È l’unico Brandmauer per arginare i fascismi che può funzionare.
La deriva Chi abbia stravinto le elezioni in Sachsen-Anhalt è chiaro a tutti: l’Afd, guidata da un candidato di estrema destra capace questa volta di toni bonari e rassicuranti
Chi abbia stravinto le elezioni in Sachsen-Anhalt è chiaro a tutti: l’Alternative für Deutschland, Afd, guidata da un candidato di estrema destra capace questa volta di toni bonari e rassicuranti.
Ma che cosa ha vinto nel Land di Magdeburgo? Perché, se a raccogliere i voti sono i partiti, a seminarli sono preoccupazioni, paure, risentimenti, stati d’animo, che nell’Est della Germania sembrano pesare a volte di più degli interessi materiali e attraversano i confini tra le varie formazioni politiche.
Hanno vinto la xenofobia e il razzismo? Il bisogno del gas russo a buon mercato e a portata di mano? La paura della guerra e di essere trascinati in un conflitto con Mosca? L’insofferenza per quel sistema politico tedesco che ruota intorno ai due storici partiti popolari occidentali e all’eterno ritorno della (ormai ex) grande coalizione?
Ha vinto un bisogno di riconoscimento? Un sentimento di espropriazione di risorse subita anche a causa dell’Ucraina?
Probabilmente è un miscuglio tra tutti questi temi, che l’Afd ha raccolto giungendo sulla soglia del governo di un Land di modeste proporzioni, demograficamente anziano ed economicamente marginale.
Per «scrivere la storia» ancora non basta, ma è comunque la prima volta che la promessa di tenere l’estrema destra lontana dalle leve del potere, di qualunque potere grande o piccolo che sia, probabilmente non potrà essere mantenuta.
Era una promessa che la Germania aveva solennemente fatto non solo a quel che restava del paese devastato dalla guerra, ma al mondo intero.
Il guaio è che oggi i creditori di quel pegno, primi tra tutti gli Stati uniti, non ci tengono più. Anzi con l’estrema destra europea simpatizzano apertamente, sorvolando sui legami col passato. Sebbene Maga, tradotto in tedesco, significhi ritorno riveduto e corretto al nazionalismo fascista, nessuno ne è turbato. La Francia di Le Pen in ascesa verso il potere non può che considerare una tendenza confortante l’avanzata della destra in Germania, anche se una crescita sovranista della potenza tedesca non dovrebbe garantire al nazionalismo francese, e non solo a quello, sonni tranquilli. Quanto all’Unione europea c’è poco da confidare nella solidità del Ppe di Manfred Weber e di Ursula von der Leyen nel contrastare l’influenza delle destre più radicali sugli equilibri politici continentali.
Non c’è da illudersi che un probabile governo regionale dell’Afd possa essere affrontato decretando Sachsen-Anhalt un «Land-canaglia» e isolandolo, come qualcuno ha pure proposto. A parte gli ostacoli di legge gli effetti politici sarebbero fortemente controproducenti. L’Afd è solidamente il primo partito del paese e questo non può essere più ignorato.
Quanto accadrà a Magdeburgo indicherà comunque una generale linea di tendenza. Per ora se ne vedono due, a meno che una forte resistenza della società civile non arresti l’avanzata dell’estrema destra, ma è poco probabile. La prima è una frana inarrestabile della Cdu che, tra esodi e cedimenti, la sospinga verso una condizione implicita o esplicita di subalternità alla destra radicale e di sostanziale collaborazione con essa a tutti i livelli. Il cancelliere Merz non sembra temere questa eventualità, ritenendo la sua politica a destra quanto basta. E contando sulla tenuta delle sempre più bellicose posizioni antirusse del suo partito. Il disastro elettorale non cambierà nulla.
La seconda è la disponibilità, ormai conclamata, del partito di Sahra Wagenknecht a consentire con l’astensione l’insediamento del candidato di Afd Ulrich Siegmund alla presidenza della Sassonia-Anhalt. Preludio ad altre numerose occasioni di collaborazione con la destra estrema. Bsw ha poco a che spartire con un partito operaio bolscevico, ma nemmeno con una partecipata militanza internazionalista. Non brilla nell’organizzazione di lotte sociali o nel concreto sostegno pacifista a disertori e renitenti russi e ucraini. Come altre formazioni rossobrune si tratta di un partito essenzialmente ideologico, nato per scissione e impegnato soprattutto nel contrastare qualunque tendenza libertaria all’interno della sinistra sulla base della trita contrapposizione tra diritti sociali e diritti civili. Si colloca preferibilmente là dove i tratti autoritari e disciplinanti del socialismo novecentesco in versione patriottica e nazionale si incrociano più agevolmente con i riflessi d’ordine delle destre e con la loro politica di omologazione delle diversità.
Con ben poche speranze di diventare un consistente partito popolare Bsw si presta piuttosto a operazioni politicistiche nell’illusione di spuntare qualche risultato sociale spendibile sul piano identitario in cambio dei favori elargiti all’estrema destra.
A ben vedere entrambe queste derive condurrebbero a un rafforzamento progressivo della destra radicale tedesca e a un cambiamento profondo del clima culturale e della vita politica in Germania. La costruzione europea difficilmente reggerebbe a questa soluzione di continuità. Ma a questo punto non siamo ancora.
Tenuta democratica Il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale
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Proteste in Sassonia – Foto Ap
Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata, condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale, e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd.
Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt, ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da rivendicazioni economiche e materiali.
Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare, promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli ultimi sondaggi sembrerebbe indicare.
Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta, e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del “cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza, evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste.
Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla “sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un volto particolarmente amichevole.
Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che non si potrebbe propriamente definire moderato.
E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt, al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump.
Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa, iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in Sachsen-Anhalt.
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Intervista Il dirigente Pd: «Di questo governo non si ricorderà alcuna riforma. Possiamo batterli, ma non sono ammessi sbagli o divisioni». «Il filo nero è stato l’attacco al principio di uguaglianza. Ora serve una radicale redistribuzione, non basta l’appello alla democrazia»
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«A Bari è stata una celebrazione del potere inteso come comando, non come governo. E dimostra che Giorgia Meloni non è mai nemmeno lontanamente diventata una statista, è rimasta solo una capofazione», dice Peppe Provenzano, dirigente di punta del Pd.
Cosa significa politicamente il record di longevità di questo governo? Perché è durato tanto?
Cosa significa per Meloni o per l’Italia? La premier celebra i suoi giorni al potere, una donna di Stato avrebbe contato i problemi risolti e soprattutto quelli ancora da affrontare. Per l’Italia sono 1413 giorni perduti, l’economia si è fermata, l’industria è crollata, i salari hanno perso il 6% e i beni alimentari sono aumentati del 30%, 6 milioni di italiani rinunciano a curarsi e siamo ultimi tra i grandi paesi per spesa sanitaria. Il governo non ha affrontato uno solo dei problemi, e forse questo “tirare a campare” è uno dei segreti della sua durata. Ma è una longevità allo stesso tempo inutile, dannosa e pericolosa.
C’è in questa durata anche una responsabilità delle opposizioni, errori politici o comunicativi?
Francamente, la responsabilità principale delle opposizioni è esserci divisi nel 2022, consegnando a una minoranza nel Paese un’ampia maggioranza in Parlamento che è la principale ragione della durata del governo. Con la segreteria di Elly Schlein ci siamo dati come imperativo di non ripetere questo errore. E in tutti i passaggi politici ed elettorali, dalle regionali al referendum, abbiamo dimostrato che Meloni non è la padrona dell’Italia. Dunque rivendico il lavoro che abbiamo fatto in questi anni. Ora siamo al dunque, non possiamo permetterci di sbagliare. Spero che tutti abbiano la nostra stessa consapevolezza.
Per cosa sarà ricordato il governo Meloni?
Prima dicevo dei giorni perduti, in America Latina si parla di “decadas perdidas”. È la ragione per la cui l’Italia non può permettersi altri 5 anni di Meloni. Nessuno si ricorderà una sola riforma, è vero. Ma attenzione, c’è di più, c’è qualcosa di profondamente grave. Il filo rosso – anzi, il filo nero – di questi 4 anni è stato l’attacco sistematico al principio di uguaglianza. Tra le persone e tra i territori, coi tagli al welfare e l’autonomia differenza. Nei diritti, con le politiche securitarie e il diritto penale diseguale. Persino tra i popoli, con la doppia morale su Gaza e la scelta trumpiana.
Che effetto le fa che l’unica opposizione a crescere sia la destra estrema di Vannacci? Cosa dice sulla società italiana, sulle sue priorità? E anche sullo stato di salute del centrosinistra?
La crescita della destra estrema è un fenomeno presente in tutta Europa. Vannacci è stato creato, sdoganato da Salvini e Meloni, dice in gran parte quello che loro dicevano. Queste destre estreme sono una minaccia alla democrazia, ma indignarci non basta. Dobbiamo dimostrare, con proposte, anche radicali, che la democrazia è ancora lo strumento per migliorare concretamente la vita delle persone.
Colpisce come sia sparita dai radar la marea di No al referendum sulla giustizia. Come ha potuto Meloni scrollarsi di dosso questa sconfitta?
Io penso invece che, al di là della propaganda, quella sconfitta le resterà addosso e alla fine avrà segnato la legislatura. Meloni sta cercando la rivincita con una legge elettorale che scardina gli equilibri costituzionali, ha confessato il suo sogno di avere un ex missino al Quirinale. Ma è per questo che, se anche dovesse passare la riforma, e io ho i miei dubbi, alla fine pagherà un prezzo altissimo. Noi intanto dobbiamo alzare il tono della battaglia, anche fuori dal Parlamento, proprio per riconnetterci a quei 15 milioni di italiani fedeli alla Costituzione, che non necessariamente stanno pensando di votarci. Dobbiamo intrecciare questione sociale e questione democratica.
Voi puntate molto su temi come sanità, potere d’acquisto e costo dell’energia, a partire dai carburanti. È possibile che un futuro governo di centrosinistra faccia scelte in netta controtendenza? Magari recuperando i soldi con una tassa sugli extraprofitti?
La segretaria ha già avanzato questa proposta. Del resto, un programma che non abbia proposte nette contro le disuguaglianze e per la progressività e la giustizia fiscale oggi non sarebbe credibile. Io penso che, di fronte ai pericoli e ai danni di questa destra, dobbiamo raggiungere la massima unità possibile, coinvolgendo anche forze moderate che non possiamo consegnare ai nazionalisti. Ma sulla base di un programma di radicale redistribuzione e reindustrializzazione del Paese. Perché l’appello alla democrazia in astratto non basta. Alla maggioranza che fatica, offesa dalla sceneggiata di Bari, dobbiamo dare risposte noi.
Sul piano internazionale quali sono stati gli errori più gravi di questo esecutivo? Le cose che voi cambiereste da subito?
È stato un governo antipatriottico, piegato ai diktat di Trump. Penso al riarmo, con il 5% di spesa militare deciso in sede Nato che noi dobbiamo ridiscutere, seguendo la linea di Sanchez, anche perché farebbe saltare il nostro welfare. Dietro le pose sui social di Meloni, cos’è cambiato nel rapporto con il presidente Usa? Siamo usciti dal vergognoso Board of Peace? Abbiamo abbandonato la nostra tradizione diplomatica, di costruttori di pace e di dialogo, soprattutto in Medio Oriente. L’Italia ha garantito l’impunità di Israele in Europa, schierandosi sempre contro sanzioni vere. E siamo l’unico grande paese che non ha riconosciuto la Palestina, che è diventata il simbolo di tutta l’ingiustizia del mondo. Dovremmo ripartire da qui.
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