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VERSO IL VOTO. Non un “campo largo”, oramai affossato, ma un accordo “tecnico”, quanto più ampio possibile. La questione riguarda tutti, comprese tutte le liste a sinistra del Pd

 Seggio elettorali - Aleandro Biagianti

Dunque, la situazione è precipitata: e si va al voto con l’attuale, nefasta legge elettorale. E a breve, tutti saranno impegnati a preparare le liste e a costruire le coalizioni. Per questo è opportuno ricordare alcuni “dettagli” di questo sistema elettorale, la legge del Rosatellum, che tanto “tecnici” non sono; anzi, hanno delle forti implicazioni politiche, ed è giusto quindi ricordarli. Quanti si apprestano a compiere le loro scelte strategiche devono attentamente considerarli.

Il Rosatellum, com’è noto, è un sistema “misto”, o meglio sarebbe dire “ibrido”: dopo la riduzione del numero dei parlamentari, ci saranno alla Camera 147 eletti in altrettanti collegi uninominali maggioritari, 8 eletti all’estero, e 245 eletti con il sistema proporzionale (tralasciamo qui il Senato, ma con numeri diversi, il rapporto è questo).

Un aspetto cruciale è legato alle forme di espressione del voto, un voto unico, e strettamente “vincolato” (ricordiamolo bene, il voto “disgiunto” annulla la scheda): se si vota una lista, si vota necessariamente anche il candidato uninominale collegato (che una lista deve sempre indicare); se si vota solo il candidato uninominale, questi voti “esclusivi” vengono comunque redistribuiti proporzionalmente tra le liste di sostegno.

Non occorrono raffinate simulazioni per comprendere un semplice dato di fatto: se una coalizione ottiene il 40-45% dei voti, e lo fa in maniera abbastanza omogenea in tutto il territorio nazionale, e se, dall’altra parte, i suoi contendenti sono divisi tra due o tre coalizioni e alcune liste “isolate”, è del tutto evidente che la coalizione vincente conquisterebbe gran parte dei 147 seggi uninominali e poi una percentuale dei seggi proporzionali analoga alla percentuale dei voti ottenuti. In tal modo, ecco il punto, potrebbe pericolosamente avvicinarsi a quei due/terzi di parlamentari che possono approvare delle modifiche costituzionali, senza possibile ricorso al referendum.

Traduciamo tutto ciò nell’attualità politica: non servono i sondaggi, è evidente che la destra fascio-leghista con l’appendice berlusconiana, per quanto molti stracci siano volati in questi mesi, è compattata dal succulento bottino di seggi che già assapora. E non credo che possa andare sotto al 40% dei voti. Dall’altra parte, al “centro” e a sinistra, si sta profilando un totale sfrangiamento: centristi di varia natura, Pd, M5S, sinistra con il Pd sinistra fuori dal Pd… Insomma la via più certa non solo per una sconfitta, ma per una totale disfatta, che può mettere a rischio la Costituzione.

Si illudono tutti quelli che pensano che aver fatto cadere Draghi penalizzi la destra: la base di consenso della destra italiana, avremmo dovuto oramai capirlo, è radicata profondamente nella cultura e nella storia del nostro paese, ed è un qualcosa che sfugge alla vicende elettorali contingenti (una campagna di pochi giorni, tra agosto e settembre, potrebbe davvero portare a tali sconvolgimenti ? E poi, è sicuro il Pd che l’”agenda Draghi” sia un qualcosa che entusiasmi gli italiani?).

Sembra quindi che ci si avvii, un po’ incoscientemente, verso il baratro. Il gioco del momento è quello di proclamare “mai con questo, mai con quello”, “meglio soli che male accompagnati”, e così via: ma ci si rende conto di dove si va a parare? È evidente che l’unica possibilità, per sperare quanto meno contenere i danni, è quello di costruire, non una “coalizione politica”, ma un “cartello elettorale”, che possa evitare il “cappotto” della destra nei collegi uninominali: potremmo definirla una sorta di “alleanza costituzionale”. È una proposta ingenua o irrealistica? Forse, ma se c’è qualcuno che ha idee migliori si faccia avanti.

Proprio per i caratteri che ho descritto sopra, le “coalizioni” previste dal Rosatellum sono più che altro degli “apparentamenti”, con legami molto deboli, come mostra l’esperienza. E allora, diamo un senso puramente “tecnico” e non politico alla formazione di una coalizione: ogni lista che supera il 3% ha diritto ai propri seggi, e faccia campagna per sé, ma questi voti, sommandosi ad altri, possono concorrere ad evitare che i 147 seggi uninominali siano tutti o quasi vinti dalla destra.

Non un “campo largo” che abbia una base politica, oramai affossato, ma un accordo “tecnico” (che però si fondi su un elemento politico unificante e cruciale: mettere al sicuro la Costituzione), quanto più ampio possibile. La questione riguarda tutti, comprese tutte le liste a sinistra del Pd: i gruppi dirigenti di questi gruppi devono attentamente considerare, tra l’altro, che in questo modo possono sfuggire alla presa del “voto utile”, che non è un ricatto di qualcuno, ma una logica elementare che guida le scelte degli elettori e che li spinge a non sprecare il proprio voto.

Non è tempo di fare gli schizzinosi: servono i voti di tutti, e se qualcuno (a sinistra o al ”centro”) mette “veti” su questo o quello, sarà allora chiaro che farà un gioco “a perdere”, che avvantaggia solo la destra.

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SINISTRA. I capitoli di questo nuovo libro non sono tutti scritti, ma molti si: un nuovo modello energetico rinnovabile ed efficiente, acque, suolo e aria beni comuni da tutelare, una nuova mobilità più collettiva e intermodale solo per citarne alcuni.

Perché la battaglia ambientalista può unire contro le destre

“Che cosa aspetti amico per capire” si cantava con allegria nel 68. Allora c’era da capire la voglia di cambiare il mondo per renderlo migliore e tanta era la fiducia diriuscire a convincere gli indecisi. Oggi è un appello quasi disperato perché si stenta a capire che il buco nero del cambiamento climatico sta inghiottendo la specie umana, sgretolando le condizioni stesse che le permettono di vivere. L’attesa rischia di essere troppa per fermare i tanti eventi estremi che ci colpiscono, troppa non solo in quel piccolo lembo di terra che è l’Italia, ma nel mondo intero. Qui da noi però la sordità è intrisa di cinismo, oltre che di interessi vergognosi. Cosa ci sia da capire non è tanto complicato se solo si smettesse di mentire chiamando

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L'ATTESO IMPREVISTO. Una normativa cogente degli affari correnti non c’è. Mattarella ricalca il contenuto tipico di tali direttive, come quella adottata da Conte il 26 gennaio 2021

La via della crisi torna nell’alveo extraparlamentare

Strana, imprevedibile, folle, irresponsabile, incomprensibile, sconcertante, improvvida. Sono – senza pretesa di completezza – gli aggettivi rivolti alla crisi del governo Draghi. Ma in realtà il copione era scritto da tempo, almeno a partire dalla turbolenta rielezione di Mattarella al Colle. E l’ultimo atto arriva ora con lo scioglimento delle Camere disposto dal capo dello Stato, e con il voto – a quanto si dice – il 25 settembre.

Il documento in nove punti presentato da M5S ha determinato un piano inclinato sul quale fermare la corsa verso la crisi è stato alla fine impossibile. La diffida ad adempiere consegnata a Draghi non poteva che sollecitare altri partner di maggioranza a presentare le proprie richieste, dai balneari ai tassisti ai cinquanta miliardi nelle tasche degli italiani. La principale chiave di lettura la troviamo allora in queste parole di Draghi in Senato: “Non votare la fiducia a un Governo di cui si fa parte è un gesto politico chiaro … Non è possibile contenerlo, perché

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L’Italia da 30 anni è caratterizzata da una da una crescita inesistente. Il nostro Pil ristagna nelle sue 4 componenti: spesa pubblica (meno le tasse) investimenti, esportazioni

La sinistra deve abbandonare il piccolo cabotaggio Un opera di Sammy Slabbinck

La guerra e le sue enormi implicazioni, anche economiche e sociali. L’emergenza climatica. La crisi energetica. Il continuo peggioramento delle condizioni del lavoro. L’assenza di una direttrice che orienti lo sviluppo economico. Il logoramento degli apparati dello stato e il cronico sottofinanziamento dei servizi pubblici.

L’Italia si trova ad affrontare enormi problemi, strutturali e di lungo periodo, senza che in Parlamento sia presente una sola parte politica che possa da un lato rappresentare il punto di vista degli interessi popolari su questi problemi, dall’altro elaborare un’idea complessiva di Paese, un progetto politico che riguardi il presente e il futuro.

Da un anno e mezzo la dialettica politica democratica è neutralizzata dal governo Draghi. Ogni rivendicazione che abbia un minimo segno di politicità – anche se portata avanti in modo confuso, sporadico e non sistematico dalle forze politiche – è descritto come ‘capriccio’ infantile che disturba la guida adulta e indiscutibile del presidente del Consiglio.

I mezzi di comunicazione mainstream, campioni della difesa della democrazia contro le autocrazie, consigliano a Draghi di governare esclusivamente a colpi di fiducia per silenziare ogni dialettica parlamentare, vista come la manifestazione chiassosa dell’“aula sorda e grigia”. Le classi dirigenti economiche e politiche si preparano, dopo le elezioni, a fare in modo che Draghi succeda a Draghi.

In questo contesto, bisogna abbandonare il piccolo cabotaggio (alleanze, coalizioni, candidature in collegi, ecc.). Per ricostruire la possibilità di un’azione politica e sociale in Italia, bisogna avere chiaro qual è lo scenario economico e sociale complessivo, e come si possa all’interno di questo concentrarsi su alcuni obiettivi chiari e centrali per larghissime fasce della popolazione in questa transizione storica.

Il cambiamento sarà strutturale e pertanto riguarderà – già riguarda – la maggioranza della popolazione, della dimensione economica e di quella delle istituzioni. Economicamente, l’Italia da trent’anni è caratterizzata da una traiettoria stagnante e da una crescita praticamente inesistente. Il nostro Prodotto Interno Lordo ristagna nelle sue quattro componenti: consumi, investimenti, spesa pubblica (meno le tasse), esportazioni nette. La spesa pubblica è stata strozzata da politiche di bilancio restrittive.

L’Italia dal 1995 al 2019 è stato tra i paesi con la media più alta al mondo di avanzo primario, ovvero ha incassato più entrate di quanto abbia speso in servizi per i cittadini. Se lo stato non spende, i cittadini e le imprese soffrono carenza di servizi e manca una spinta propulsiva fondamentale alla crescita economica. Investimenti e consumi sono, invece, due facce della stessa medaglia.

Complice il nanismo di oltre l’85% delle aziende italiane, le imprese italiane investono poco, innovano poco e faticano a catturare nuove fette di mercato a più alto valore aggiunto. È un tessuto produttivo in cui lo sviluppo industriale è rimasto incompleto sia per l’entrata nello Sme che – a maggior ragione – per l’entrata nella moneta unica, anche a causa del grande divario territoriale e dell’ondata di privatizzazioni che giusto trent’anni fa privò lo stato di alcuni importanti attori pubblici al centro del miracolo economico nel dopoguerra.

Se non si investe non si consuma – perché non crescono i salari e non aumenta l’occupazione – e se non si consuma non si investe – perché le imprese non avranno incentivi rispetto alla domanda nel prossimo futuro. Un meccanismo che si rafforza e che necessita di un intervento esterno che metta fine alla spirale al ribasso.

In un momento in cui la diseguaglianza in Italia è tale che quaranta miliardari detengono la stessa ricchezza del 30% più povero – 18 milioni di persone (dati Oxfam, 2022) – l’azione politica deve essere azione sociale e deve guardare alle condizioni di vita basilari che sono state logorate da anni di tagli e retorica su merito e competenze.

Bisogna rivendicare lavoro di qualità e pagato decentemente – quindi è indispensabile l’introduzione di un salario minimo – che sia di nuovo fonte di riscatto e ascensore sociale; welfare e presenza di uno stato che torni a garantire diritti che rendono tale una democrazia, come le cure gratuite, le scuole gratuite e accessibili a tutti, di buona qualità e con medici, infermieri, insegnanti pagati meglio e non soggetti ad alcuna forma di precarietà. Solo sottraendo la maggior parte della popolazione dall’urgenza di bisogni primari si potrà ricostruire un tessuto sociale e produttivo nuovo, diverso.

Dobbiamo scommettere su una riscossa del nostro paese e delle prossime generazioni. Ogni discussione e scelta politica, per la sinistra italiana, dev’essere incentrata su questo, e le considerazioni ‘tattiche’ su alleanze, collocazioni e posizionamenti non possono che discenderne.

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PATADRAG. Nulla nel marasma andato in scena, in diretta tv, può riferirsi a una normale dialettica politica. Non perché non siano state rispettate le formule della democrazia parlamentare, ma perché l’ultimo fotogramma della crisi immortala il progressivo spappolamento e avvitamento del nostro sistema politico

Sotto le ceneri della legislatura Votazione della fiducia al governo a Palazzo Madama. - Ap

Con l’uscita di scena della terza maggioranza di governo della legislatura, l’Italia corre verso le urne più per caso che per scelta. Il paese rotola verso il voto con l’imbarazzante spettacolo finale del non voto di 5Stelle, Lega e Forza Italia alla mozione di fiducia posta da Draghi in Senato (formalmente ottenuta con 95 sì e soli 38 no). Si chiude una crisi di governo e inizia una campagna elettorale senza rete dentro la tragica escalation bellica e le gravissime emergenze sociali.

Nulla nel marasma andato in scena, in diretta tv, può riferirsi a una normale dialettica politica. Non perché non siano state rispettate le formule della democrazia parlamentare, ma perché l’ultimo fotogramma della crisi immortala il progressivo spappolamento e avvitamento del nostro sistema politico. Di cui Draghi è, nello stesso tempo, causa e effetto,

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GOVERNO. Le riforme strutturali non si addicono a Draghi, autorevole ed efficiente, chiamato non a scegliere, ma ad accompagnare il ritorno dell’Italia a una economia prepandemica
Fisco, ambiente, lavoro, le riforme che Draghi non può fare Fernand Léger, Les Constructeurs 1950

Se Draghi se ne va è perché non ha né la cultura, né gli strumenti, per affrontare la drammatica crisi sociale che colpisce il Paese. Draghi e chi lo ha scelto pensava ad un percorso in discesa. La crescita impetuosa del Pil dopo la pandemia, il Pnrr da spendere, permettevano di pensare ad una crescita tutta dentro il modello neo liberista. Senza bisogno di misure redistributive stringenti.

Aiutare le imprese a crescere, permettere e agevolare la crescita dei profitti, avrebbero potuto permettere un aumento di ricchezza che poteva sgocciolare anche sui più poveri. E di accantonare o rinviare le questioni che ostacolavano questa presunta crescita della ricchezza. La questione ambientale, il reddito di cittadinanza, una riforma fiscale davvero progressiva, la priorità degli investimenti nei bei pubblici essenziali- dalla scuola, alla sanità, alla cultura- sostituiti magari da qualche bonus alle persone. Draghi per questo era l’uomo adatto. Il suo atlantismo economico, sociale, militare, era a prova di bomba. Esente dalle velleità redistributive e di maggior autonomia sul fronte della politica estera che avevano, sia pur contraddittoriamente, caratterizzato il Conte bis.

La guerra scatenata da Putin in Ucraina è servita ancora di più a enfatizzare questa tendenza. A far ridiventare prioritari il carbone, il petrolio, il gas e il nucleare a scapito di un impegno serio ed esclusivo sulle energie rinnovabili; di sopperire alla più lenta crescita del Pil enfatizzando le tendenze alla privatizzazione di beni pubblici e servizi; a metter tra parentesi la lotta alla povertà crescente non solo di chi è disoccupato, ma anche di chi vive del proprio lavoro e della propria pensione.

Ma le questioni non affrontate ormai esplodono sempre più rapidamente. I disastri del riscaldamento climatico non sono più una ipotesi, sono una tragica realtà, che si esprime con ondate di calore ed una siccità senza precedenti; il rincaro dei generi alimentari in gran parte dovuto proprio alla siccità si unisce al rincaro dell’energia; aumenta il numero dei poveri mentre crescono i superprofitti di chi specula sulla scarsità di energia e di beni di prima necessità, e di chi ha investito e investe nella industria degli armamenti.

I soldi del Pnrr sono insufficienti e addirittura inutili se non accompagnati da politiche nazionali di investimento sulle politiche industriali, sulla scuola, sulla ricerca, sulla sanità, che richiedono l’attivazione di risorse possibili solo tassando i superprofitti, i beni voluttuari, combattendo sul serio l’evasione fiscale. Investendo il massimo delle risorse disponibili sulle energie rinnovabili, accantonando i progetti costosi ed inutili sul nucleare o su nuove gassificazioni. In breve, facendo delle scelte.

Interventi strutturali difficili per uno come Draghi, autorevole ed efficiente, ma chiamato a quel ruolo proprio per non scegliere, ma per accompagnare il progressivo ritorno dell’Italia nel quadro tranquillo dell’economia prepandemica. Senza nuove tasse, senza turbare gli storici equilibri- si fa per dire- che regolano nel nostro Paese i differenziali di reddito, di potere, di sapere fra i ricchi e i poveri.

E’ probabilmente di fronte al fatto della impossibilità e della sua incapacità a svolgere questo compito che Draghi decida di lasciare. Per gestire non la crescita economica ma il crescere della povertà e delle emarginazione sociale, per affrontare le cause di fondo del dramma della siccità, per spingere l’Europa ad esercitare un ruolo autonomo per la pace in Ucraina, svincolandosi da un atlantismo senza se e senza ma, Draghi non ha né l’intelligenza né il cuore. Prima che le contraddizioni esplodano meglio scegliere di farsi da parte, costruendo le condizioni per rendere irreversibile la sua scelta.

«Senza i 5Stelle io non governo», mentre una parte consistente della sua maggioranza tuona che è disponibile a continuare a sostenere il governo solo se i 5Stelle saranno messi alla porta. Conte e i 5Stelle, che pure hanno il merito di avere proposto a Draghi una agenda ambientale e sociale, si sono però mossi in modo tale da favorirne la possibilità di fuga. E proprio mentre era incalzato dalle organizzazioni sindacali a fare scelte che andavano in gran parte nella direzione indicata dai 9 punti dei Pentastellati.

Maurizio Landini ha detto chiaramente che l’incontro fra Draghi e i sindacati è stato insufficiente a dare risposte alle loro richieste. E tutti i sindacati ammoniscono il governo sulla necessità di un confronto stringente prima della legge di bilancio, in cui su quelle questioni dovranno esserci scelte concreate e misurabili. Su queste scelte era possibile provare a coinvolgere il Pd, e rilanciare sui contenuti il sedicente campo largo.

Draghi presidente stava per essere messo con le spalle al muro da un vasto fronte radicato nel sociale. E dalla consapevolezza crescente che senza scelte la situazione in autunno rischia di essere ingovernabile, economicamente, ambientalmente, socialmente. Le mosse un po’ avventate e improvvisate di Conte gli hanno permesso di sottrarsi al confronto. Sarebbe il caso di ripensarci.

 
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