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Lavoro e algoritmi Sono assai pesanti i reati ipotizzati dalla procura di Milano che ha disposto il controllo giudiziario per Deliveroo Italy srl. La novità di oggi è il salto di qualità dell’accusa, vale a dire non più solo qualificazione del rapporto, ma sfruttamento sistemico, fino all’ipotesi di caporalato

Manifestazione lavoratori Deliveroo Manifestazione lavoratori Deliveroo

Sono assai pesanti i reati ipotizzati dalla procura di Milano che ha disposto il controllo giudiziario per Deliveroo Italy srl: caporalato e sfruttamento lavorativo. Nel provvedimento si parla di circa 20mila fattorini impiegati in un sistema che avrebbe fatto leva sul loro stato di bisogno.

La procura descrive un modello organizzativo in cui l’applicazione algoritmica e pertanto digitale orienta e condiziona in modo stringente l’attività lavorativa, distribuendo gli incarichi, monitorando le prestazioni e incidendo, attraverso meccanismi reputazionali e premiali, sulla possibilità stessa di lavorare e di guadagnare.

Non è un fulmine a ciel sereno. Recentemente c’era stato un provvedimento analogo per Glovo e un paio di anni fa la procura milanese aveva aperto un fronte giudiziario sul settore del food delivery, sostenendo che i rider non potessero essere considerati meri lavoratori autonomi quando l’organizzazione del lavoro era sostanzialmente eterodiretta. Quelle decisioni avevano imposto il versamento dei contributi e ridefinito, almeno in parte, il perimetro dei diritti.

La novità di oggi è il salto di qualità dell’accusa, vale a dire non più solo qualificazione del rapporto, ma sfruttamento sistemico, fino all’ipotesi di caporalato. È un passaggio che richiama una stagione che sembrava lontana, quella quando la magistratura suppliva all’inerzia del legislatore nel riconoscere diritti elementari nei luoghi di produzione, l’epoca dei “pretori d’assalto”. Anche allora si parlava di “invasione di campo”. Anche allora, però, era la trasformazione del lavoro a precedere la politica.

Il punto è proprio questo. Da anni il dibattito pubblico oscilla tra l’esaltazione dell’innovazione e la difesa formale di tutele minime. L’algoritmo non è un dettaglio tecnico, ma il cuore del comando. Se assegna incarichi, valuta, premia e punisce, esercita una funzione datoriale. Negarlo significa lasciare una zona grigia in cui il rischio economico ricade interamente sul lavoratore.

A rafforzare la portata dell’indagine, la procura ha disposto anche la notifica di richieste di esibizione documenti a diverse società della grande distribuzione e della ristorazione: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai Secom e KFC Kentucky Fried Chicken. I carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro di Milano hanno raccolto organigrammi aziendali, sistemi di controllo interni, registri di whistleblowing e audit sulla gestione dei fornitori e sulla produzione esternalizzata dal 2023 a oggi. L’obiettivo è vagliare se questi modelli organizzativi siano idonei a impedire lo sfruttamento dei rider, tenendo conto che contratti con Deliveroo implicano l’utilizzo degli stessi lavoratori.

La logica è chiara: eventuali lacune nei sistemi di controllo potrebbero configurare un’agevolazione colposa del caporalato, come già contestata in passato dal pm Storari a brand della moda di lusso come Armani, Dior e Louis Vuitton.
Quando la politica arretra o interviene in senso opposto a quello necessario, la magistratura resta sola. Non è mai una buona notizia.

Il diritto penale non può sostituire una regolazione organica del settore. Ma il controllo giudiziario disposto a Milano segnala che, in assenza di regole chiare e di controlli amministrativi efficaci, il conflitto si sposta inevitabilmente nelle aule di giustizia. La questione non riguarda solo Deliveroo o Glovo oppure altre aziende. Interroga il modello di sviluppo che accettiamo, vale a dire se l’innovazione debba tradursi in compressione dei salari e frammentazione delle responsabilità, o se possa essere ricondotta entro un quadro di diritti esigibili.

La campagna milanese ricorda che il lavoro, anche quando passa attraverso una app, resta lavoro. E che senza una politica capace di governare le trasformazioni, saranno ancora una volta i giudici a dover scrivere, caso per caso, le regole del mercato.

 

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La fine del mondo Scriveva Hans Magnus Enzensberger una trentina d’anni prima della presunta ora X, la fine del mondo nella sua accezione apocalittica è una “utopia negativa” che «fa parte del nostro bagaglio ideologico. È un afrodisiaco, un incubo, una merce come un’altra..»

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Dominique Gonzalez-Foerster, «Alienarium 5», 2022 Dominique Gonzalez-Foerster, «Alienarium 5», 2022

Secondo un’antica profezia in un’ora imprecisata del 21-12-2012 si sarebbe verificato qualcosa di ignoto e terribile. Un fenomeno, probabilmente astronomico, di portata tanto imprevedibile quanto incommensurabile. I più ottimisti ipotizzavano che una “semplice” inversione dei poli magnetici terrestri si sarebbe ripetuta a distanza di 780.000 anni dall’ultimo avvenimento del genere, anche se quegli stessi ottimisti riconoscevano che nel ventunesimo secolo del calendario gregoriano un simile evento avrebbe potuto produrre effetti non trascurabili se non altro nell’organizzazione quotidiana degli abitanti del pianeta; altri annunciavano esplosioni galattiche devastanti e definitive.

Inguaribili catastrofisti scrutavano i cieli aspettando la fine del mondo; incalliti fricchettoni danzavano in cerchio festanti in attesa dell’Era dell’Acquario. Film, libri, popolari serie tv spiattellavano senza esitazione la più ovvia delle verità: era prossima l’invasione degli alieni.

Com’è noto (o forse questa realtà si rivelerà un altro inganno?), la fine del mondo non arrivò in quel giorno di dicembre. Sarebbe stato un vero disastro perché si sarebbe per giunta abbattuta sul globo proprio mentre nelle strade commerciali delle principali metropoli occidentali si riversavano milioni di persone disperate a caccia dell’ultimo regalo di Natale. Ma il peggio non accadde perché quel giorno, corrispondente
al 14° b’ak’tun del calendario Maya, segnava invece, secondo diversi studiosi di quella civiltà precolombiana, la fine di un ciclo e l’avvio di una nuova epoca da celebrare degnamente con grandi festeggiamenti. Niente di terrificante, anzi: una porta aperta sul futuro.

Tuttavia, scriveva Hans Magnus Enzensberger una trentina d’anni prima della presunta ora X, la fine del mondo nella sua accezione apocalittica è una “utopia negativa” che “fa parte del nostro bagaglio ideologico. È un afrodisiaco, un incubo, una merce come un’altra..”, anche perché considerata il presupposto dell’esistenza del suo esatto contrario.

Ha dunque una sua attrattività, genera aspettative per la sua potenza in un modo o nell’altro “risolutiva”. E intorno a questa attrazione fatale fioriscono paranoie e menzogne, inganni e teorie che non stanno in piedi eppure utili a corroborare il potere e a rafforzare il controllo autoritario. Oppure ad accrescere il business, as usual.

La lontana, romanzata profezia del popolo Maya è ormai ampiamente soppiantata dall’attualità del popolo Maga e dalla moltiplicazione delle fake news che costruiscono cupi dominii dell’universo dove gli alieni – tanto attesi in periodi di apparente prosperità – e i non conformi sono banditi, rinchiusi, cacciati, eliminati fisicamente. Dove comandanti in capo (e in “capa”, per intendersi) alimentano il caos contro il pensiero, l’immaginazione e la fantasia creativa e creatrice di altre utopie possibili. Quelle che nel nostro quotidiano girovagare tra gli accadimenti non ci stanchiamo di immaginare, adesso anche grazie alla nostra e vostra “Fine del mondo”.

Guardando in alto non per cercare di scansare l’ennesimo asteroide che stavolta potrebbe davvero schiantarsi sulla terra. E magari nemmeno in attesa dell’Age of Aquarius, che ormai siamo entrati oltretutto nel segno dei Pesci. Né cerchiamo un rifugio nello spazio profondo dove ripararci insieme a pochi intimi privilegiati, perché come avrete capito ci piacciono le compagnie numerose. E se il mondo rischia di andare alla deriva, per noi alla “Fine del mondo” c’è uno Stargate senza muri e fili spinati, una grande zattera, una piattaforma umana.

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Rogoredo Bisogna cogliere appieno il senso politico della cortina fumogena alzata nell’immediatezza dalla destra

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Momenti di tensione con le forze dell'ordine durante la manifestazione antifascista, Brescia, 28 dicembre 2024. ANSA/ FILIPPO VENEZIA Momenti di tensione con le forze dell'ordine durante una manifestazione antifascista, Brescia, 28 dicembre 2024

Il 26 gennaio la notizia che a Milano un uomo era stato ucciso da un poliziotto è arrivata alle otto di sera. A quell’ora i radar della politica sono abitualmente abbassati, non è più indispensabile alimentare la diurna ansia da dichiarazione, le redazioni sono poco recettive.

Eppure pochi minuti dopo diversi esponenti della destra già dettavano le loro certezze sulla legittima difesa dell’agente ed erano pronti a chiudere il caso. Una chiara rincorsa per anticipare nella prassi quello scudo penale per le forze dell’ordine che il governo ha provato a introdurre nella legge qualche giorno dopo. Molto contando sulle emozioni provocate, e orientate, dalla vicenda di Rogoredo.

Oggi il punto non è quello di stabilire fuori dalle aule di giustizia, ostentando certezze uguali e contrarie a quelle della destra, la colpevolezza dell’agente sparatore: per quanto pesanti siano gli indizi e circostanziate le nuove versioni dei colleghi, per quanto credibile e articolato nel tempo sia il quadro che sembra venire fuori dalle indagini, la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche per chi è accusato di fare giustizia da sé.

Il punto è invece cogliere appieno il senso politico della cortina fumogena alzata nell’immediatezza dalla destra. Da Salvini e dalla Lega, quando hanno proposto di dare un premio o raccogliere fondi a favore dell’agente indagato per omicidio volontario, definendo l’accusa – per la quale adesso è stato arrestato – «gratuita ed eccessiva».

E dal ministro dell’interno Piantedosi che ha fatto subito compagnia, o concorrenza, al vice presidente del Consiglio, sicuro anche lui che nel caso era «molto evidente la legittima difesa».

Perché i rappresentanti della destra si spingono così avanti quando si tratta di giurare sulla polizia, senza neanche contare fino a tre, tanto da costringersi adesso a miserevoli giustificazioni, quando il buon senso se non la correttezza o la memoria di aver giurato sulla Costituzione imporrebbero prudenza?

La risposta non è consolante: la destra alza la sua barriera fatta di tante parole e di qualche modifica legislativa (già messa a segno o in programma) non perché sia davvero convinta dell’innocenza della polizia ma proprio per il suo contrario. Perché crede in una giustizia sommaria e violenta, amministrata con le maniere spicce innanzitutto contro le persone marginali, migranti i primi della lista. Lo scudo è quindi concepito come una forma di immunità preventiva piena, dovuta alla carica e necessaria. Le indagini non sono solo una seccatura da evitare ai servitori dello Stato, come si dice, ma sono per la destra la rottura dell’ordine naturale delle cose, che prevederebbe omertà e copertura per chi indossa la divisa.

Del resto, con buona pace della retorica del cesto sano e della mela marcia, è quello che anche in questa vicenda stava cominciando a succedere quando le prime versioni degli agenti testimoni dei fatti a Rogoredo erano diverse ed erano in piena sintonia con le dichiarazioni assolutorie dei ministri.

Nel paese che ha visto i fatti della scuola Diaz e poi i casi Uva, Bianzino, Aldrovandi e Cucchi, solo per citare i meno ignoti, che oggi vede a Milano dei carabinieri indagati per aver ostacolato le indagini per la morte di Ramy Elgaml, se una cautela andrebbe usata sarebbe la cautela opposta: assicurarsi che le indagini sull’operato delle forze dell’ordine possano essere sempre effettive e libere. Non c’è alcuna ragionevolezza nel chiedere di abbassare la guardia verso chi detiene il monopolio dell’uso legale della forza, quello che si scorge è invece un disegno politico pericoloso.

Che passa anche dal referendum sulla cosiddetta separazione delle carriere, visto che alla destra è sfuggita l’intenzione, in caso di vittoria del sì, di togliere il controllo della polizia giudiziaria ai pubblici ministeri per affidarla direttamente al ministro dell’interno. Cioè, nella vicenda di Rogoredo, a colui che aveva già chiuso il caso.

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Il limite ignoto Agli occhi ucraini, l’Ue è associata a speranze di riforma, ricostruzione e sicurezza. L’Europa può limitarsi a sostenere Kiev militarmente o può far suo un ruolo costituente

Militari ucraini trasportano una donna lungo la strada tra Druzhkivka e Kostyantynivka ricoperta da reti antidroni - foto Getty Images Militari ucraini trasportano una donna lungo la strada tra Druzhkivka e Kostyantynivka ricoperta da reti antidroni

Il 24 febbraio non è solo la data che ricorda l’inizio dell’offensiva contro l’Ucraina, è diventato un indicatore politico. Quattro anni e centinaia di migliaia di morti dopo, la domanda non è se la guerra continuerà, ma in che modo: in quale forma, con quali livelli di violenza e con quali conseguenze sulla sicurezza europea e sull’ordine internazionale.

È stato l’anno del presidente Usa che doveva portare la pace. Ma il grande capo del Board of Peace, che abbiamo sentito chiamare Sua Eccellenza, non ha nemmeno stabilizzato il conflitto, che invece è diventato, se possibile, ancora più brutale. I dati dell’Onu mostrano un aumento molto significativo delle vittime civili rispetto agli anni precedenti, per via dell’impatto crescente di missili a lungo raggio e droni.

LA TECNOLOGIZZAZIONE della guerra non ha ridotto il danno ai non combattenti, mentre il logoramento militare resta molto elevato per entrambe le parti. Certo, i russi continuano a fare ciò che sanno fare meglio, ovvero plasmare narrazioni sull’inevitabilità della loro vittoria. Il vice del ministro della Difesa russo, Aleksej Krivoruchko – uno che ha all’attivo due figlie con passaporto Usa e una villa a Miami – afferma che le forze di Mosca avanzano senza indugio, smentendo il rallentamento dovuto al venir meno di comunicazioni via Starlink e Telegram. La realtà però è che i russi continuano ad avanzare solo marginalmente, ben lontani dagli obiettivi trionfali che da quattro ribadiscono come una litania. Secondo l’Isw, nel 2025 hanno conquistato villaggi rurali al ritmo di 13-15 km al giorno, al costo di 83 perdite per chilometro.

QUI DA NOI, intanto, ad oliare gli ingranaggi delle nazioni armate, l’anniversario è accompagnato dalla fioritura di letture controfattuali, fondate sul mito dell’«occasione perduta»: tra gli altri, John Bolton (ex Casa bianca) e Jens Stoltenberg (ex Nato) hanno suggerito che una risposta assertiva occidentale, quando la Russia era debole e l’Occidente unito, avrebbe impedito lo scenario odierno. In questa riscrittura del passato come occasione di coercizione sprecata, l’ultima chiamata sarebbe stata la breve guerra di Mosca contro Tbilisi nel 2008. Si tratta di una tesi a dir poco riduttiva. Da sempre ossessionato dalla questione ucraina, Putin ha messo in moto la macchina dell’invasione su larga scala durante il Covid, quando molti analisti, inclusi gli ucraini, faticavano a considerare plausibile lo scenario di una guerra ad alta intensità in Europa. L’espansione della Nato fu vissuta a Mosca come un processo unilaterale che consolidava la marginalizzazione strategica di un paese che si avviava, diversamente dalla Cina, a pagare un prezzo molto alto alla globalizzazione.

ALL’EPOCA, eravamo in pochi a chiedere a chi sarebbe potuta giovare una Russia debole, umiliata e consegnata agli oligarchi. Ma è in questo contesto che ha trovato alimento il revanscismo putiniano. Le umiliazioni strategiche raramente producono accettazione dell’ordine e rispetto delle regole. L’errore non fu dunque l’assenza di durezza nello stroncare ogni velleità russa, ma piuttosto l’incapacità di costruire un’architettura inclusiva. Oggi, l’impossibilità di accettare la proposta di pace della diplomazia russa è un dato di fatto. A capo della delegazione di Mosca, sin da quel febbraio 2024, resta Vladimir Medinsky. Già ministro della Cultura di Putin, è la figura centrale dell’azione di pulizia culturale grazie alla quale è stata imposta ai russi l’idea, di derivazione eurasiatista, dell’eccezionalismo russo e del dovere di difenderlo.

MENTRE LA GUERRA si protrae, il blocco occidentale mostra ormai crepe evidenti. Il punto non è solo il supporto militare agli ucraini o la questione delle garanzie di sicurezza. È la convergenza ideologica che attraversa l’Atlantico, e che toglie credibilità al disegno: un filo nero nemmeno sottile che lega segmenti della Casa bianca al Cremlino passando per le destre sovraniste europee. Sovranità assoluta contro integrazione europea, disprezzo per il multilateralismo, fascino per l’uomo forte e relativizzazione del diritto internazionale: la guerra in Ucraina è anche un campo di battaglia narrativo all’interno dell’Occidente. Il concetto stesso di pace sembra scivolare, svilito fino a perdere di significato. A darne evidenza plastica e surreale c’è il Board costruito da Trump.

CI AVVIAMO verso un mondo meno regolamentato, più armato e ingovernabile. Di questo mondo ci parlano sempre più spesso anche gli scenari di guerra in Medio Oriente, attorno all’Iran così come nel Corno d’Africa, nelle tensioni che si accumulano attorno a confini etiopici a cui l’Italia è tutt’altro che estranea. L’Ucraina appartiene a questo mondo, non è un capitolo a parte. Si trova sotto enorme pressione: militare sul fronte, energetica e infrastrutturale nelle retrovie, economica e finanziaria nella gestione dello Stato. La mobilitazione prolungata, la dipendenza dagli aiuti esterni e le tensioni sociali fisiologiche in una società sotto attacco permanente mettono a dura prova tutto e tutti. I dati di ricerca (Re-engage) mostrano come l’unità del tempo di guerra non cancelli la sfiducia nelle istituzioni: gli ucraini hanno fiducia nelle forze armate e restano animati da forte solidarietà orizzontale nelle reti di vicinato. Agli occhi degli ucraini, l’Unione è associata a aspettative di riforma, ricostruzione e sicurezza. L’Europa può limitarsi a sostenere militarmente l’Ucraina o può assumere un ruolo costituente: integrare, garantire e ricostruire. Non si tratta solo di difendere un confine, ma di definire quale idea di confine e di ordine debba prevalere.

QUATTRO ANNI DOPO, il bilancio è severo: la diplomazia è assente, la violenza è in crescita, l’Occidente è diviso e la deterrenza è instabile. I commentatori si baloccano con immagini darwiniane, compiaciuti da metafore predatorie: spinto dall’imperativo della Storia, l’Europa, da mite erbivoro normativo, starebbe mutando in un carnivoro pronto a sacrificare il patto sociale sull’altare di carri armati e armi sofisticate. Per convincerci a pensare che l’alternativa sia fra un’idillica Arcadia e il militarismo dell’homo homini lupus.

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Sentenza storica La sentenza della Corte suprema statunitense è enorme nel merito e ancora di più nella nel peso simbolico in quanto rara sentenza avversa emanata da un tribunale costituzionale infarcito di integralisti della destra Maga

Il segretario del commercio Howard Lutnick e la tabella dei dazi Ap Il segretario del commercio Howard Lutnick e la tabella dei dazi

La sentenza della Corte suprema statunitense è enorme nel merito e ancora di più nella nel peso simbolico in quanto rara sentenza avversa emanata da un tribunale costituzionale infarcito di integralisti della destra Maga. Per di più su un argomento di cui Donald Trump ha sin dall’inizio del suo secondo mandato imperniato una componente centrale della sua supremazia performativa sul mondo, dichiarando i dazi come strumento di una rivalsa americana su di un immaginato complotto di tutti gli altri paesi.

Nell’inventata rappresentazione conflittuale, i pedaggi commerciali erano dunque giusta e punitiva rivalsa e «tariff», nientemeno, la «più bella parola nella lingua inglese».
Il suo commento a caldo ieri è stata un’altra perla: «La sentenza della corte costituzionale è anticostituzionale».

Nello specifico la sentenza emessa ieri dopo lunga attesa respinge la facoltà del presidente di classificare il disavanzo commerciale come «minaccia alla sicurezza nazionale» e su quella base invocare lo speciale potere di imporre per decreto regole commerciali che competono al Congresso. In questo caso, i dazi benché il presidente li abbia sempre descritti come sanzioni sui paesi produttori, sono pagati da importatori e dai cittadini sotto forma di prezzi maggiorati, costituendo di fatto, una forma di tassazione, bisognosa, a maggior ragione, di un’approvazione legislativa.

IL NOCCIOLO della questione, quello in fondo di tutta la sua presidenza, sono i limiti del potere esecutivo che Trump e gli strateghi del suo golpe “soft”, hanno allargato a dismisura e che la Corte suprema ha finora in gran parte avvallato (ad esempio in materia di immigrazione e diritti civili) sotto la teoria giuridica battezzata unitary executive.
La sentenza di ieri per 6-3 ha invece spaccato il fronte “originalista”, la dottrina che reinterpreta la Costituzione riconducendola al presunto intento originale dei fondatori, di concedere all’esecutivo poteri vastamente superiori a quelli della legislatura e della magistratura in virtù del «mandato plebiscitario» ottenuto con l’elezione (lo scarto di Trump nel 2024 è ammontato all’ 1,5%).

È QUESTO il teorema smontato, o almeno ridimensionato dalla Corte compresi i togati alleati Roberts, Coney-Barrett e Gorsuch, che in un’opinione concorrente ha scritto: «Il nostro sistema di separazione dei poteri, di pesi e contrappesi, rischia di lasciare il posto ad un progressivo e permanente accumulo di potere nelle mani di un solo uomo. Non è una ricetta per una repubblica». Scoperta apparentemente tardiva per Gorsuch e i colleghi che, poco più di un anno fa, al presidente avevano certificato l’immunità plenaria e preventiva per ogni atto d’ufficio.

L’AMMINISTRAZIONE non se l’era fatto ripetere due volte, abbinando la massima di Steve Bannon («flood the zone with shit») al motto dei magnati di Silicon Valley («muoviti veloce e fai danni») per travolgere le sponde costituzionali con chiusure di ministeri, licenziamenti, deportazioni, censure, ricatti, repressione culminata a Minneapolis con le esecuzioni di Renee Good e Alex Pretti.

Nel caso dei dazi sono stati imposti in maniera arbitraria non prettamente come strumento di politica economica e commerciale, ma soprattutto vettore del dominio americano, superpotenza di cui tutti hanno bisogno, nella formulazione di Trump, e che non ha bisogno di nessuno.

In alcuni casi le motivazioni sono state astruse e avulse all’economia come le gabelle maggiorate a Canada, Messico e Cina per non aver fermato il flusso di fentanyl verso gli Stati uniti. Altri hanno raggiunto arbitrarietà grottesca. Solo una settimana fa Trump aveva spiegato di aver maggiorato i dazi sulle importazioni svizzere dopo una telefonata con la presidente Karin Keller-Sutter perché «non mi è piaciuto il tono che aveva».

IN UNA CONFERENZA stampa consuetamente sconclusionata Trump ha dichiarato che in risposta avrebbe alzato i dazi di un ulteriore 10 % «con altri metodi». Il presidente si è scagliato contro i giudici traditori e ha sostenuto che la sentenza avrebbe in realtà rafforzato la sua mano aprendo la strada a procedure più giuridicamente salde.
Precedentemente il rappresentante commerciale degli Stati uniti Jamieson Greer aveva dichiarato a Politico: «Abbiamo riflettuto su questo piano per cinque anni o più. Potete stare certi che quando ci siamo presentati al presidente all’inizio del mandato, avevamo molte opzioni diverse».

Si profila quindi la continuazione dello scontro costituzionale fra la presidenza imperiale di Trump e gli altri rami del governo, con linee di demarcazione ora un po’ più nitide.

I PROSSIMI tentativi di abusare del potere esecutivo, oltre ai tentativi di reimporre i dazi con diverse motivazioni, e a una possibile nuova guerra mediorientale intrapresa senza autorizzazione del Congresso, riguarderanno la legge che il Senato discuterà la prossima settimana che stravolgerebbe l’assetto elettorale trasferendo il potere dagli stati all’amministrazione federale imponendo, a pochi mesi dai mid term, regole atte ad esautorare potenzialmente milioni di elettori democratici con la falsa motivazione di «dilaganti brogli».

 

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Asia occidentale Trump e Netanyahu non hanno bisogno dell’approvazione di nessuno per muovere guerra a Teheran. Ma essere stati lì ieri è un modo per assentire, non dissentire

La portaerei statunitense Lincoln, foto Ap La portaerei statunitense Lincoln

Sottomissione. È questa la parola che definisce la partecipazione di stati vassalli al Board of Peace inaugurato da Trump mentre si fanno sempre più insistenti gli echi di una nuova guerra del Golfo di Usa e Israele contro l’Iran. Il presidente Usa è stato esplicito: «Chi non è seduto a questo tavolo fa il furbo e non si fa i furbi con me». Minacciando poi sfracelli se tra una decina di giorni non si arriverà a una soluzione negoziata con l’Iran.

QUANTO A GAZA, lui nella Striscia devastata vede già una pace che non c’è per nessuno: i palestinesi continuano a morire e soprattutto per loro Trump non delinea nessun futuro concreto. Stare seduti lì, anche da osservatori come l’Italia, è un atto di sottomissione e vassallaggio. Si legittima e si aderisce a un club dove Trump si è autonominato presidente a vita e designa il suo successore, dove ha potere di veto su tutto e i membri sono chiamati a ratificare le sue decisioni non soltanto su Gaza ma su ogni crisi internazionale. Trump e Netanyahu non hanno bisogno dell’approvazione di nessuno per muovere guerra a Teheran – lo hanno già fatto il giugno scorso – ma essere stati lì ieri è un modo per assentire, non dissentire.

La sottomissione al club, dove si esprime il delirio di onnipotenza (e forse la follia) di un uomo già coinvolto con Epstein e i suoi accoliti in un network mondiale di pervertiti e di spie (vedi l’arresto dell’ex principe britannico Andrea) richiede anche qualche giustificazione. Quelle date dal rappresentante italiano Antonio Tajani sono risibili. Il ministro sostiene che la creatura di Trump sia compatibile con la costituzione italiana. Ma non è così. Per le sue caratteristiche il Board of Peace risulta incompatibile con la costituzione italiana: è chiaro che ogni forma di partecipazione dell’Italia comporta una limitazione di sovranità ma non certo in condizione di parità con gli altri membri, visto che tutti sono sottomessi alla volontà a all’arbitrio di uno solo, Trump.

IL RILIEVO NON È da poco: se questa è la linea del governo c’è da chiedersi perché l’Italia partecipa solo come Paese osservatore. O siamo di fronte alla solita ambiguità governativa oppure è presumibile che la piena adesione al club (previo versamento della quota sociale di un miliardo di dollari) sia soltanto una questione di tempo. Da noi al peggio non c’è mai fine.

O forse si, perché Tajani sostiene che il Board of Peace è l’unica speranza per la pace a Gaza e per la soluzione del conflitto con due popoli e due Stati. Strano che un governo così determinato alla pace, alla giustizia nei confronti del popolo palestinese non abbia niente da dire sulle nuove leggi israeliane per confiscare la terra degli arabi concepite e presentate pubblicamente da Netanyahu e i suoi alleati come la pietra tombale su uno stato palestinese. La realtà è che noi non siamo sottomessi soltanto a Trump ma anche a Netanyahu, al quale questo governo nel marzo 2023 ha appaltato la cybersicurezza dei servizi segreti.

L’IMPORTANTE quando si fanno affari di questo tipo con Israele è non finire come Epstein, frequentatore dell’intelligence israeliana, che aveva offerto all’ex premier Ehud Barak di entrare nel consiglio di amministrazione di Palantir, una società che produce software di sorveglianza, e considerava Israele importante non solo per le relazioni personali ma anche come «strumento geopolitico». Il nuovo club di Trump – dove per la verità ieri Netanyahu non è andato di persona – riproduce questa logica delle élite di potere e di soldi che si spartiscono il mondo e il business (oltre che il sesso).

Con il Board of Peace, Trump e gli Stati uniti si presentano senza veli. L’imperialismo americano non è certo nato con Trump ma questo presidente non si preoccupa di nascondere le ingerenze, non le traveste con discorsi moralistici come facevano i suoi predecessori. Sta semplicemente stravolgendo l’ordine internazionale uscito dalla seconda guerra mondiale per tornare la colonialismo ottocentesco, quando le grandi potenze si scambiavano territori senza preoccuparsi della sovranità e delle popolazioni locali. In un logica di spartizione delle zone di influenza che piace sia a Trump che a Putin.

Poi naturalmente c’è anche la guerra. Oggi gli Usa non cercano tanto di rovesciare i governi quanto di metterli in riga, come è avvenuto in Venezuela, o di strangolarli economicamente come sta accadendo in maniera drammatica a Cuba, lontana da ogni interesse occidentale, quindi ignorata.

CERTO CON L’IRAN il discorso è più complesso e l’amministrazione Trump è consapevole che un cambio di regime avrebbe conseguenze importanti in Medio Oriente e non solo. Per questo si parla di un conflitto ben più lungo della guerra dei “dodici giorni” del giugno scorso, perché coinvolge il Golfo dove passa il 40% dei rifornimenti petroliferi mondiali e ci sono, oltre a Israele, i ricchi alleati americani, quelle monarchie per le quali ogni sussulto può diventare un dissesto geopolitico. Chiamati ieri a parlare di un’ipotetica pace a Gaza, gli stati del Medio Oriente domani potrebbero scivolare in una nuova guerra. Di cui conoscono già la logica: non pacificare la regione ma destabilizzarla, come avvenne in Iraq nel 2003, per disgregarla e lasciarla in mano alla potenza incontrastata di Israele.

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