Non è un film Tecniche da videogame per un genocidio. Presentato alla Mostra di Venezia il film «Naza», l’acronimo israeliano per «vittime collaterali». Che non sono un incidente, ma l’obiettivo dei bombardamenti a distanza, come raccontano i soldati di Tel Aviv intervistati sotto anonimato
Non è un film Nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato a Venezia, le testimonianze agghiaccianti dell’intelligence israeliana. «È importante avere una distribuzione qui. L’Italia è tra i pochi Paesi in Europa che blocca le sanzioni», dicono i registi
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Soldati israeliani tra le rovine di edifici bombardati nel quartiere di Shijaiya, a Gaza City – foto Ap
«Naza» è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’Intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce. E che dopo l’attacco del 7 ottobre è stata portata a una piena realizzazione.
«Naza» diventa infatti man mano che la guerra va avanti un concetto che dimentica gli obiettivi militari, i terroristi, Hamas, e indica invece la sola volontà di uccidere il numero più alto di palestinesi possibile: uccidere per uccidere con l’indifferenza di una totale disumanizzazione – «era come un videogame» dicono i militari dell’Idf – che per alcuni è addirittura un «divertimento», l’eccitazione orgogliosa dello scopo di odio e vendetta raggiunti. Sembra un’allucinazione dell’orrore, è la realtà in atto.
A RACCOGLIERE le parole di questi militari, uomini e donne sono Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani di No Other Land realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Naza, il documentario presentato ieri in concorso alla Mostra di Venezia sarà nelle nostre sale il 28-29-30 settembre: «È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele», spiega Yuval Abraham.
Naza lavora su una serie di testimonianze pubblicate già su Local Call, +972 Magazine e sul quotidiano inglese The Guardian, che ha prodotto il film insieme al regista Jonathan Glazer e a James Wilson. Ascoltarle però da chi ha compiuto queste azioni muta la nostra prospettiva. Per la prima volta non siamo cioè testimoni di quanto accade a Gaza, ma ci troviamo all’interno di un sistema del fascismo quotidiano che agghiaccia, ed è chi commette il genocidio a dirne il funzionamento senza rimorsi né particolari emozioni.
Ci sono alcune parole ricorrenti nei racconti dei militari che rivendicano il loro status elitario e di sinistra. Una è «pulizia»: dovevamo pulire, ripetono. Così dopo avere ucciso a distanza, chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, delle loro esistenze, della loro memoria. L’altra, ovviamente, è «uccidere». Ci dicono come sparavano alle persone che correvano verso il cibo, osservandole cadere in remoto, mentre le mani tracciano il disegno dei corpi che crollano. O spiegano quelle linee mai tracciate che i palestinesi senza saperne l’esistenza non dovevano superare. Un bambino che si è avvicinato è stato ucciso senza ragione, il corpo mangiato dai cani, ma Gaza dicono ancora «è piena di corpi».
IL PROGRAMMA Lavender, tecnologia raffinata al servizio delle pulizia etnica, utilizza i telefoni dei palestinesi per entrare nelle loro vite prima di spezzarle, costruisce un algoritmo delle possibili connessioni o complicità dove il margine di errore è sempre molto largo. Dentro di esso anche frasi innocue assumono un diverso significato, se una bambina dice «papà è a casa» significa che è un terrorista e l’intera famiglia, forse il palazzo saranno rasi al suolo. Se chiede alla madre quando rientra, lo stesso. Gli archivi ci mostrano però che questa sorveglianza risale almeno al 1967, grazie al controllo di Israele su chi garantiva le infrastrutture a Gaza (come la telefonia) in una storia che ha sempre cancellato dalla Nakba in poi la presenza palestinese, a Tel Aviv ne è rimasta traccia solo in una casa.
GLI INCONTRI sono girati di notte, un cartello iniziale ci dice che i volti e le voci delle persone intervistate sono stati modificati per proteggere l’anonimato. Abraham ascolta, pone domande. Intanto le finestre dei palazzi ci rimandano la vita nelle case di Tel Aviv: la tv con la propaganda sempre in onda, una mano che raccoglie le briciole della cena, una coppia su un divano, qualcuno che legge. In basso i locali sono pieni di gente, il traffico luminoso scorre sul lungomare, l’eco delle bombe arriva da lontano: «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale» risponde uno dei militari a Abraham. E in questa frase affiora il senso del sentimento di un intero Paese, la stessa quieta indifferenza, la narrazione di un essere vittima in quello skyline che dista solo sessanta chilometri da Gaza e dal genocidio, al cui centro risiedono i palazzi dell’intelligence. Possibile? In strada si celebra la Giornata della memoria, la cineteca di Tel Aviv propone Shoah di Lanzmann. Il riferimento all’Olocausto e ai nazisti torna in diverse dichiarazioni dei soldati, del resto è un elemento fondante di quella società – insieme ai miti biblici – che Netanyahu ha strumentalizzato dal 7 ottobre con spudoratezza, quasi a legittimarvi il proprio agire, opponendo l’antisemitismo alle critiche alla sua politica.
«PENSO ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?» si chiede uno degli intervistati. Ci vuole molto coraggio a porre come fa il film questi interrogativi alla società israeliana (e non solo). «Primo Levi ha parlato di disumanizzione, di un essere umano che diventa non umano. Ci sono tante differenze, naturalmente, tra l’Olocausto e quello che succede a Gaza, ma una cosa coerente in questi casi è la questione della responsabilità e della giustizia che è fondamentale per poter andare avanti. Rispettare la memoria dell’Olocausto significa rafforzare la nostra fiducia nei diritti umani e nell’empatia nei confronti delle altre persone» dice Abraham. E questo film le impone a chi distoglie lo sguardo, opponendosi a quella normalizzazione del genocidio con domande che si continuano a evitare.
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Legge elettorale Insegue Vannacci ma perde la rotta. I sondaggi guidano le scelte della premier sulla legge elettorale. Imposta agli alleati, modificata per le convenienze del momento, ora la riforma può persino saltare. Meloni ha di fronte il voto sulle preferenze: o si smentisce o apre una crisi
Legge elettorale Il confronto nella maggioranza per sciogliere i nodi sulla riforma elettorale è giunto alle minacce e alle ritorsioni, nel giorno in cui il testo del Melonellum è approdato nell’Aula del Senato
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banchi della maggioranza in Senato – (Imagoeconomica)
Il confronto nel centrodestra per sciogliere i nodi sulla riforma elettorale è giunto alle minacce e alle ritorsioni, e questo nel giorno in cui il testo del Melonellum è approdato nell’Aula del Senato. Ieri, mentre i senatori di maggioranza respingevano nell’Aula di Palazzo Madama le pregiudiziali alla riforma presentate dalle opposizioni, un vertice degli sherpa del centrodestra si è concluso molto male, con l’accordo solo su un punto ancora da decidere. Un passaggio che ha poi inasprito il dibattito interno alla coalizione tanto che Fdi ha fatto trapelare l’intenzione di valutare l’appoggio ad emendamenti delle opposizioni sulle vere preferenze, invise a Forza Italia oltre che alla Lega. Oggi pomeriggio dunque inizieranno le votazioni sugli emendamenti, con la possibilità di una clamorosa spaccatura nel centrodestra, a meno di un chiarimento nella prima mattinata.
IERI ALLE 10 IL MELONELLUM è approdato in Aula senza mandato al relatore, vale a dire senza che la commissione Affari costituzionali concludesse l’esame degli emendamenti. La riforma, senza lavoro preparatorio della commissione, sarà dunque esaminata punto per punto, emendamento per emendamento, direttamente dall’Assemblea di Palazzo Madama. Dopo che il centrodestra ha respinto le pregiudiziali depositate dai gruppi di opposizione, è iniziata la discussione generale: tutti i senatori del centrosinistra sono intervenuti per ribadire la contrarietà a questa riforma. Se con un repentino rovesciamento di tattica avessero rinunciato tutti a intervenire, si sarebbe dovuto iniziare a votare gli emendamenti e il centrodestra sarebbe andato in crisi, perché non aveva ancora raggiunto un accordo. Infatti il vertice di maggioranza convocato all’ora di pranzo nella sede di Fdi, in via della Scrofa, era fallito.
L’UNICO PUNTO su cui tutti i partiti hanno convenuto è stato quello di mantenere la soglia per accedere al premio di maggioranza al 42%, come anticipato ieri dal nostro giornale, e non farla scendere al 41%, come pure ipotizzava un emendamento di Fdi. Una seconda presa d’atto ha riguardato la rinuncia all’idea del ballottaggio: il presidente del Senato Ignazio La Russa ha avvisato il proponente Marcello Pera, che nel pomeriggio ha ritirato l’emendamento. Un altro nodo riguardava la cosiddetta norma anti-cespugli, introdotto alla Camera con un emendamento degli “azzurri”, in base alla quale i voti dei partiti sotto la soglia del 3% non sono conteggiati per determinare la cifra elettorale di una coalizione per l’assegnazione del premio.
Come spiegato ieri dal manifesto, il Quirinale aveva invitato la maggioranza ad una attenta riflessione su questa norma, che tutti i giuristi auditi hanno definito incostituzionale; se confermata nel testo definitivo, non solo esporrebbe Mattarella all’imbarazzo di dover promulgare una legge di dubbia legittimità, ma aumenterebbe le possibilità di censura da parte della Corte costituzionale. Di qui la volontà di Fdi di espungerla, con Fi determinata a mantenere almeno l’1% oggi previsto dal Rosatellum. Il compromesso non risolverebbe il problema di incostituzionalità, perché il Rosatellum non assegnava un premio. L’unica soluzione è eleminare qualsiasi soglia. Il che favorirebbe le diverse liste centriste che il Campo largo potrebbe mettere in pista: Fi è convinta che pescherebbero nel suo bacino e resiste.
IN QUESTO CLIMA di tensione il presidente del Senato La Russa ha accettato la richiesta delle opposizioni di sub-emendare l’emendamento di maggioranza sulle finte preferenze: una decisione senza precedenti, perché si possono sub-emendare i testi del governo o del relatore, non quelli degli altri senatori. Dario Parrini (Pd) ha subito depositato un sub-emendamento con le vere preferenze, senza capilista bloccati, mentre ha cominciato a circolare le voce che Fdi stava valutando questa proposta, voce confermata da diversi senatori meloniani. Una soluzione invisa a Fi e alla Lega che a malincuore hanno già ingoiato le preferenze con capilista bloccati. La difficoltà di Fdi è di votare contro le vere preferenze, dovendo poi subire la strigliata di Vannacci, il cui emendamento pro-preferenze era stato votato da Fdi alla Camera. La minaccia dei maloniani a Fi ha ottenuto come risposta una contro-minaccia: se passano le preferenze salta la legge elettorale. Ma la ritorsione dalla premier sarebbe una crisi di governo, con scioglimento delle Camere dietro l’angolo.
I parlamentari e i dirigenti di Fi che hanno confermato l’interessamento all’emendamento con le vere preferenze chiariscono che non è intenzione del partito far saltare la legge elettorale, visto che l’obiettivo principale della riforma è evitare il voto con il Rosatellum e con i collegi uninominali. Resta da registrare che Meloni, ancora una volta, più che trattare e convincere gli alleati vuole sottometterli.
Commenta (0 Commenti)L'ultima bugia Poco prima del 7 ottobre 2023 gli Emirati avvertirono Netanyahu che Hamas preparava un attacco senza precedenti. Ma lui non informò i servizi segreti. Un nuovo tassello in un mosaico di omissioni e menzogne che può abbattere il premier israeliano a 50 giorni dal voto
L'ultima bugia l presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed, avvertì che il capo di Hamas Sinwar preparava una vasta operazione contro Israele
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Il kibbutz di Kfar Aza dopo il 7 ottobre 2023 – Ap
Se Benyamin Netanyahu perderà le elezioni tra un mese e mezzo, dovrà fare i conti con quella commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre che per tre anni si è rifiutato di istituire. I leader dei partiti di opposizione hanno annunciato che, se si ritroveranno a guidare il nuovo governo, agiranno per la sua immediata formazione. Un libro e un’inchiesta del giornale Haaretz rivelano come Netanyahu abbia scelto di non riferire ai servizi di sicurezza e ai comandi militari un esplicito avvertimento proveniente dal leader degli Emirati, Mohammed bin Zayed, e altre informazioni giunte pochi giorni prima dell’attacco del 2023, con cui Hamas ha colto totalmente di sorpresa Israele in quello che non pochi considerano il più grave disastro militare, di intelligence e di sicurezza dello Stato ebraico dopo quello dello Yom Kippur del 1973.
La ricostruzione di Haaretz si basa sul libro «Kidnapped: 843 Days of Abandonment», scritto dai giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, e su colloqui con decine di fonti israeliane e internazionali. Dieci giorni prima dell’attacco di Hamas, Mohammed bin Zayed, uno dei più importanti interlocutori arabi di Netanyahu, avrebbe avvertito, durante una telefonata durata 45 minuti, che l’ala militare del movimento islamico stava preparando una grande operazione contro Israele, allo scopo, tra le altre cose, di far vacillare gli Accordi di Abramo, ossia il processo di normalizzazione dei rapporti dello Stato ebraico con i paesi arabi.
Il presidente degli Emirati avrebbe riferito in particolare delle intenzioni del capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, che, attraverso un ex esponente di Fatah che svolgeva il ruolo di intermediario, fece sapere di essere esasperato dallo stallo delle trattative con Israele per lo scambio di prigionieri minacciando una risposta devastante. «Dite agli israeliani che sto preparando una grande sorpresa», avrebbe detto Sinwar. E ancora: «Dite loro di aspettarsi un terremoto». In un altro messaggio avrebbe parlato della «madre di tutte le sorprese» e di una «operazione terrificante». Quelle parole arrivarono a un consigliere di Mohammed bin Zayed, palestinese originario di Gaza, e successivamente allo Shin Bet israeliano, che discusse l’avvertimento intorno alla metà di settembre. Due giorni dopo, il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, a sua volta avrebbe messo in guardia sulla possibilità di uno scontro ampio. La svolta, secondo Haaretz, arrivò quando Mohammed bin Zayed decise di parlare personalmente con Netanyahu.
La risposta di Netanyahu, però, scrive Haaretz, fu sorprendentemente tranquilla. Il premier avrebbe assicurato che Israele era preparato a ogni eventualità e sostenuto che Hamas sembrava intenzionato a concentrare la propria attività soprattutto in Cisgiordania. Nello stesso periodo sarebbe arrivato a Netanyahu anche un altro avvertimento. Il capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, lo avrebbe contattato per segnalare che Hamas stava preparando «qualcosa di insolito», una «operazione terrificante». Il 1° ottobre, a soli sei giorni dall’attacco, Ronen Bar avrebbe proposto di attaccare Hamas e i suoi principali dirigenti. Netanyahu non prese una decisione immediata. Chiese allo Shin Bet di presentare le proprie proposte, riservandosi di valutarle. E non avrebbe fatto riferimento, secondo Haaretz, alla conversazione avuta con Mohammed bin Zayed.
Non significa che, se Netanyahu si fosse comportato diversamente, Israele avrebbe impedito l’attacco. Ma il suo presunto silenzio ha impedito l’adozione di misure e provvedimenti immediati. A quasi tre anni dal 7 ottobre, la nuova inchiesta aggiunge un elemento potenzialmente esplosivo a una vicenda già segnata da omissioni, errori di valutazione e fallimenti dell’intelligence. E mette Netanyahu davanti a una domanda dalla quale, in piena campagna elettorale, sarà sempre più difficile sottrarsi: se l’allarme arrivò davvero, perché il primo ministro non fece nulla? «Non c’è più spazio per scuse, negazioni o occultamenti», affermano i leader dei partiti Democratici, Insieme, Yashar e Yisrael Beitenu, accusando Netanyahu di «arroganza» e di aver tradito la fiducia degli israeliani. La vicenda, giudicata verosimile dall’ex premier di destra Naftali Bennett, non potrà non avere ripercussioni politiche.
L’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader di Yashar e principale avversario di Netanyahu il 27 ottobre, afferma che il premier ha «condotto Israele ciecamente al disastro» e ancora oggi continua ad accusare i capi dei servizi di sicurezza di non averlo svegliato durante l’attacco di Hamas, nelle prime ore del 7 ottobre. Parole che molti israeliani condividono.
Commenta (0 Commenti)Zona d'interesse Afd a un seggio dal governo del Land Sassonia-Anhalt. La sovranista rossa Wagenknecht offre il suo appoggio ma il trionfatore Siegmund non esclude il ritorno alle urne per prendersi tutto. Merz: «Risultato devastante», ma conferma la sua linea. L’affermazione dei neonazisti della porta accanto gela Bruxelles ed esalta le destre, con qualche imbarazzo
Zona d'interesse La vittoria di Afd in Sassonia-Anhalt scuote il governo tedesco, ma il cancelliere non è disposto al passo indietro: «Non arretro»
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La conferenza stampa di Ulrich Siegmund e Alice Weidel a Berlino – Foto Florian Gaertner/Ap
«È la sconfitta più devastante della Cdu da decenni. Sono scioccato. Non ci aspettavamo un risultato del genere, ma dobbiamo accettarlo. Domenica non è cambiato qualcosa solo in Sassonia-Anhalt ma in tutta la Germania e ciò avrà pesanti ripercussioni anche a livello internazionale». Il volto del cancelliere Friedrich Merz, il giorno dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, è segnato dalla storica disfatta del suo partito che ha perso ben un quinto del consenso rispetto al voto di un lustro fa: una catastrofe inimmaginabile persino per i più pessimistici sondaggi. Il leader Cdu ci mette la faccia e implicitamente si assume la sua enorme parte di colpa per aver fatto colare a picco il consenso per i democristiani ma non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro: «So bene che la mia persona è stato un tema di dibattito permanente in questi mesi, tuttavia non mi dimetto» scandisce Merz, che non intende cambiare rotta su riforme e riarmo.
CON IL VOLTO OSCURATO dalla luce della star Alice Weidel, scontata vincitrice del voto nel Land nella ex Ddr dove ha conquistato le percentuali bulgare che ci si attendeva. «Abbiamo stravinto, e la Cdu ha subito una batosta elettorale che si riflette a livello nazionale. Nessuno prima d’ora in Germania era stato così impopolare come il cancelliere Merz, diventato ormai un gigantesco peso per lo sviluppo del paese» maramaldeggia, raggiante, la capa dei fascio-populisti.
A ragion veduta. Alla conta finale delle schede in Sassonia-Anhalt, il candidato-governatore di Alternative für Deutschland, Ulrich Siegmund, raccoglie la stratosferica cifra del 44,3% dei voti (+23% in confronto alle scorse elezioni) non solo segnando il risultato-record dell’ultradestra dal 1945 ma anche facendo entrare nel Parlamento di Magdeburgo un esercito di 39 deputati. Dietro, distante anni-luce, la Cdu del premier uscente Sven Schulze, inchiodata al palo del 17,2% (meno 19,9% rispetto al 2021) e a seguire la Spd che si è dimostrata capace di tenere, e anzi aumenta gli elettori: il 9,3% incassato dal suo candidato restituisce la crescita dello 0,9% in controtendenza rispetto al trend nazionale.
Poco dietro il piccolo boom dei Verdi (8,9%; + 2,4), capaci di vincere nelle uniche quattro circoscrizioni che domenica non sono tinte di nero: la difesa dell’ambiente e dei diritti civili – mai così sotto minaccia da parte dell’ultradestra – ha pagato anche più delle aspettative.
Molto male invece la Linke, indietreggiata non poco. Il programma della Sinistra internazionalista non ha fatto presa sugli elettori, tanto che il partito perde consenso invece di aumentarlo, al contrario della tendenza a livello federale. Il magro 8,6% ottenuto si traduce con un calo del 2,4% rispetto al 2021. Peggio, solo i liberali che con il 2,6% restano fuori dal Parlamento.
MENTRE IL BSW guidato dalla sovranista rossa Sahra Wagenknecht si rivela come il secondo trionfatore del voto: con il 5,3% riesce a portare nel Landtag della Sassonia-Anhalt cinque deputati che possono fare la differenza qualora vengano sommati ai colleghi di Afd in una coalizione comune. Proprio ciò a cui mira la leader del Bsw. Ha già aperto al supporto esterno ai fascio-populisti ancora prima di iniziare il tavolo di trattative, anche se Siegmund avverte di volere una «maggioranza stabile», lasciando intendere di non voler rimanere appeso all’ago della bilancia mosso dai capricci della piccola delegazione di parlamentari di Wagenknecht, sebbene al momento questa appaia come l’unica possibilità praticabile, a meno di non tornare al voto: eventualità peraltro tutt’altro che esclusa dallo Spitzenkandidat di Afd.
In ogni caso «abbiamo già iniziato i colloqui esplorativi con gli altri partiti per verificare chi fra loro vuole assumersi insieme a noi il compito storico di governare la Sassonia-Anhalt. Nei prossimi giorni vedremo se ci saranno soggetti politici, oppure gruppi di singoli deputati, pronti a condividere con noi questa grande responsabilità» fa sapere “ecumenicamente” il governatore in pectore di Afd, impegnato a distribuire le sue prime carte sul tavolo della politica di Magdeburgo lisciando il pelo ai non pochi malpancisti della Cdu che metterebbero volentieri in piedi un’alleanza con fascio-populisti.
DEL RESTO, LO SPAVENTOSO smottamento provocato dal terremoto di Afd riguarda tutto e tutti. A cominciare dal terreno sociale letteralmente rivoltato dal passaggio dell’onda nera, come dimostra il flusso di voti in grado di fotografare il 61% degli operai e l’oltre 40% di cittadini economicamente disagiati che ha barrato convintamente il simbolo di Afd sulla scheda. Senza contare gli ex non-votanti, convinti da Afd a tornare in massa ai seggi: l’affluenza alle elezioni in Sassonia-Anhalt arrivata quasi all’80% è l’altro clamoroso record di domenica; mai così alta dai tempi della riunificazione delle due Germanie.
Un ambiente ideale per l’affermazione dei fascio-populsiti. Lo ha ben capito anche Elon Musk, grande amico di Alice Weidel, ieri tornato a interferire con gli affari interni dei tedeschi facendo i complimenti ad Afd: «Siete stati bravi!»
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Il nesso tra destre mondiali e guerre, tra disuguaglianze sociali e capitalismo sfrenato, tra catastrofi culturali e repressioni identitarie non è mai stato così evidente. Esplorare le connessioni tra le varie notizie significa ricostruire le mappe di una apocalisse che la sinistra non sa né contenere né fermare. Nella foto: siccità in Mongolia, foto Ng Han Guan /Ap Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni. https://ilmanifesto.it/newsletters/lunedi-rosso/lunedi-rosso-del-7-settembre-2026
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Crolla il muro Dopo più di 80 anni un partito neo nazista, AfD, potrebbe conquistare un land tedesco. Oggi si vota nella Sassonia-Anhalt e l’organizzazione della fascio populista Alice Weidel è quotata al 44%: il doppio della Cdu. Si apre una breccia nera nel futuro dell'Europa
Crolla il muro Viaggio nel land "orientale" che potrebbe diventare il primo governato dal partito fascio-populista di Alice Weidel
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La presidente di Afd, Alice Weidel, con il candidato in Sassonia-Anhalt Ulrich Siegmund – Foto Ap/K. Gabbert
Poco prima dello «Stichtag» (in tedesco: il giorno che cambia il corso della storia) nella Sassonia-Anhalt, con il conto alla rovescia delle urne ormai prossimo allo zero, la paura per l’inevitabile vittoria di Alternative für Deutschland sale a mille. Il voto glocal è destinato a sfigurare la faccia politica della Germania e perfino dell’Ue, probabilmente anche più del volto dello storico Stato con capitale Magdeburgo. In questo land si gioca in queste ore la più importante partita per la sopravvivenza della democrazia, perlomeno nella forma fin qui conosciuta.
IN PRESA DIRETTA fra i fascio-populisti “doc” troviamo quelli che vogliono davvero «remigrare i tedeschi non biologici» e istituire le scuole separate per i disabili; e l’alta-media borghesia sassone non così maldestra eppure egualmente schierata a favore della svolta politica ultra-estrema.
C’è anche la voce, per niente flebile o rassegnata, di chi prova ancora a resistere all’onda nera; a cominciare dai giovani elettori convinti come gli altri di dover radicalizzare il programma, «ma quello della Linke». E poi i loquaci preti protestanti, che non hanno fatto voto del silenzio, anzi, minacciati dall’ultradestra del taglio dei fondi che permettono di tenere in piedi la loro rete di welfare aperta a tutti indipendentemente dal passaporto o background familiare, sono indisponibili a trasformare la terra seminata da Lutero nell’avamposto della xenofobia di Afd.
QUESTA LA CIFRA complessiva della somma dei diversi fattori della Sassonia-Anhalt prima dell’apertura delle urne per il rinnovo del Landtag prevista per questa mattina. Anche se i riflettori mediatici restano essenzialmente concentrati sugli incontrovertibili numeri dei sondaggi che non lasciano spazio a decrittazioni diverse del grande malessere politico-elettorale
«Mi guardi bene. Le sembro un neonazi? Crede forse che ammiri Putin e Trump, soffra di Ostalgie o sia talmente ignorante da capire solo gli slogan terra-terra?». Basta il profilo di Kurt W., medico del distretto di Altmark-Saltzwedel, un centinaio di chilometri a Nord di Magdeburgo, per mandare in frantumi l’identikit dell’elettore-tipo di Afd.
ABITO SARTORIALE made in Italy, parla tedesco con accento di Hannover (quello di chi ha studiato e della tv pubblica) ed è esterofilo convinto sul fronte della musica, vacanze e persino nella scelta dell’auto «rigorosamente non tedesca». A bordo del treno della Regio-DB che sfreccia nella campagna sassone offre la sua diagnosi del male fascio-populista.
«Il vero problema della Sassonia-Anhalt è che è un paese di vecchi (con 48 anni di età media è al top della classifica nazionale, ndr) e quindi manca il ricambio generazionale. Nel 2028 andrò in pensione e sarò costretto a chiudere lo studio perché non trovo un sostituto». Servono quindi gli immigrati, sarebbe il sillogismo naturale. E invece il dottore se la prende con «i giovani tedeschi laureati in medicina che non fanno figli per colpa della società multikulti».
Oggi sarà fra gli elettori pronti a mettere la croce sul nome di Ulrich Siegmund, detto Ulli, carismatico candidato governatore di Afd, per i sondaggi avviato a conquistare il 44% del consenso: esattamente il doppio della Cdu dello sfidante Sven Schulze, premier-uscente del Land, quotato al 22%.
TRENTACINQUE ANNI, sposato con una figlia, Siegmund gira con il Simson, il motorino-simbolo della Ddr super-inquinante, e respinge l’idea che il suo programma corrisponda al giro di vite autoritario: «Nessuna rivoluzione nera, solo politica del buonsenso» giura mentre propone per i primi 100 giorni di governo il lavoro obbligatorio per i richiedenti-asilo e l’introduzione dell’alzabandiera nelle scuole. Per lui remigrazione «è una parola normale, come altre», anche se è sinonimo di espulsioni di massa.
«ULLI È L’UOMO più pericoloso della Germania», riassume (parafrasando il titiolo dello Spiegel) Lena, 24enne, militante della Linke di Halle impegnata ad “attacchinare” i manifesti di Eva Von Argern, Spitzenkadidatin della Sinistra che oggi si aspetta di incassare almeno il 10% dei voti restituito dalle rilevazioni demoscopiche. Con lei sei compagni che non servono all’affissione ma a guardarle le spalle se arrivano i nazi: «Qui siamo in guerra. Il Land è fra gli epicentri della violenza politica dell’ultradestra – ricorda Lena – questo è il brodo di coltura in cui è cresciuta Afd. Il voto serve solo a uniformare il doppio-volto dei fascisti».
NELL’ANALISI delle intenzioni di voto fra i giovani, la Linke con il 51% è il primo partito e anche l’unica opposizione rossa, alla luce della spaventosa debolezza della Spd stimata al 6% che candida Armin Wilingmann con la sola speranza di superare la soglia di sbarramento parlamentare. Ininfluente, come i Verdi della candidata Susan Sziborra-Seidlitz, dati al 6%, e i liberali rappresentati da Lydia Hüskens, inchiodati al 3%. Gli unici che possono immaginare di fare (in qualche modo) da ago della bilancia nella formazione del governo locale sono i sovranisti di sinistra del Bsw la cui candidata Claudia Wittig è la prima pontiera della collaborazione con Afd.«Che resta il male assoluto», per dirla con il seminarista appena uscito dalla cattedrale di Magdeburgo che ospita le spoglie di Ottone il Grande, anche se lui si ispira a un sassone ancora più ostinato: «Martin Lutero qui non cedette alla riforma “di destra” imposta da Roma. Faremo lo stesso con Afd», riassume l’irriducibile contro-riformato.
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