La spesa militare dei Paesi dell’Unione europea sta per toccare il traguardo dei 400 miliardi. E procediamo verso il «big bang», esulta la Commissione. Ma ognuno spende per sé: il 90% del costo ricade sui bilanci nazionali, a scapito della spesa sociale. Mangeremo armi
Droni a colazione Nella roadmap della Commissione Ue la difesa comune è il pilastro, ma la strada è lunga
Lo stabilimento Rheinmetall di Kassel, in Germania – foto Getty Images
Eccola la roadmap per la difesa presentata dalla Commissione Ue nella scadenza annunciata, giusto a una settimana dal prossimo vertice dei capi di stato europei a Bruxelles al cui tavolo sarà Von der Leyen a presentarla. Nella scansione delle tappe del piano bellico firmato dalla presidente della Commissione, gli obiettivi prefissati mostrano come l’esecutivo Ue si proietti in avanti prospettando una spesa record per il riarmo. Ma facendo due precisazioni importanti: una sulla leadership europea nel riarmo, l’altra sulla Nato, da cui è evidentemente dipendente.
LA DIFESA COMUNE viene considerata come il pilastro della politica estera comune, che però non c’è perché resta nelle mani degli stati membri (e infatti il cancelliere tedesco Merz assicura che la Germania avrà l’esercito più forte tra quelli europei). La strada per arrivarci sembra lunga e tortuosa. La roadmap non fa che confermarlo: la via maestra è nella capacità industriale, veicolata dalla spesa in armamenti.
L’Ue ha già aumentato i suoi investimenti, passati da 218 a 392 miliardi negli ultimi quattro anni. Sono numeri forniti dalla vicepresidente della Commissione Ue Henna Virkkunen, che indica un importo quasi raddoppiato, presumibilmente a scapito di altri capitoli considerati meno prioritari. La cifra è già importante, però non basta alle ambizioni di Bruxelles. Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius prevede un big bang nei fondi per la difesa con investimenti per quasi settemila miliardi entro il 2035. E riprendendo un’idea che circola da tempo nei palazzi Ue, aggiunge che per finanziare le armi si potrebbero, ad esempio, usare anche i fondi non spesi del Pnrr, per un valore di 300 miliardi di euro.
SE «È ARRIVATO il momento di trasformare la potenza economica dell’Europa in forza militare», come chiarisce la responsabile della politica estera Kaja Kallas, la roadmap lo fa partendo dai mattoni che vengono chiamate «coalizioni di capacità». Quello delineato dalla Commissione è uno scenario in cui gli stati si mettono insieme, in gruppi più o meno piccoli, per realizzare progetti di difesa nei settori chiave. Questi ultimi vengono indicati in quattro iniziative faro, ovvero la difesa con i droni, l’osservatorio sul fianco orientale, lo scudo aereo e quello spaziale. Già nella formulazione, si tratta di priorità molto più sfaccettate rispetto alla proposta iniziale del «muro di droni», dopo le critiche che Von der Leyen ha ricevuto
Commenta (0 Commenti)Un rappresentante del ministro nei consigli di amministrazione di tutte le università. Dopo le veline pro Tajani e l’invito a fermare le proteste, ecco l’ultima idea per condizionare gli atenei. Il movimento per il boicottaggio della ricerca armata si fa strada e il governo reagisce
Facoltà di controllo Il progetto di Galli della Loggia, dopo altre circolari, per colpire le proteste degli studenti e limitare l’autonomia universitaria. Alle Camere arriva anche il decreto per portare l’Anvur (che valuta i corsi) sotto l’esecutivo
La ministra dell'Universita e Ricerca Anna Maria Bernini – foto Ansa
Dopo la scuola nazionalista, le università governative. A tre anni dall’insediamento dell’esecutivo si fa più chiaro il disegno della destra sull’istruzione, come sul controllo delle istituzioni universitarie. Un tema diventato urgente per mettere un freno alle manifestazioni degli studenti contro il genocidio a Gaza e contro la ricerca a fini bellici.
LA COMMISSIONE per la riforma della governance universitaria ha prodotto una bozza che prevede l’ingresso di una persona nominata dal governo nei consigli di amministrazione degli atenei, come denuncia la Rete 29 Aprile (associazione nazionale per la ricerca e l’università pubblica). A guidare il gruppo di lavoro è ancora una volta l’editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia, già autore della sezione relativa agli insegnamenti umanistici delle nuove indicazioni nazionali che cominciava con la contestata frase: «Solo l’Occidente conosce la Storia». Come per le linee guida (che mutuavano i contenuti di un libro scritto proprio da Galli della Loggia con la presidente della commissione, Loredana Perla, “Insegnare l’Italia, una proposta per la scuola dell’obbligo”), anche in questo caso l’intenzione è di tradurre in norma un editoriale del professore pubblicato lo scorso 10 aprile. Nel suo pezzo si lamentava dell’eccessiva autonomia degli atenei proponendo di concedere «un po’ di competenze al tanto vilipeso potere centrale di una volta». Detto fatto. Nella bozza in possesso della Rete 29A è previsto l’obbligo di ogni ateneo di far sedere nel consiglio di amministrazione un componente nominato dal ministero dell’Università e due componenti scelti dagli enti locali. Rimarrebbe elettiva solo la componente studentesca.
LE INFLUENZE governative non finirebbero qui dato che il Mur imporrebbe anche delle «linee generali», di cui le università dovrebbero «tenere conto». Verrebbe inoltre esteso il mandato dei rettori che passerebbe dai sei anni attuali a otto, superando così anche l’incarico del presidente della Repubblica che è di sette. «Per di più – notano dalla rete – nelle bozze non sarebbe neppure più previsto il limite di un mandato ma un imbarazzante plebiscito di “conferma in carica”, senza candidature alternative, a metà incarico. Il rettore si trasforma da uomo solo al comando a uomo filo-governativo solo al comando». Un rettore fortemente condizionato dall’esigenza di ottenere la quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario e quindi non autonomo rispetto al governo. «Quale che sia la forma che prenderà la proposta di legge finale, l’indirizzo complessivo che emerge è dirigistico, intollerante anche a pallidi spiragli democratici e caratterizzato dalla volontà di controllo governativo sempre più capillare delle università», sottolineano docenti e ricercatori.
QUESTO DOCUMENTO è l’ultimo di una serie che la
Leggi tutto: Le mani del governo sugli atenei: nei Cda nomine ministeriali - di Luciana Cimino
Commenta (0 Commenti)Violenze ed esecuzioni pubbliche. A Gaza le armi restano ad Hamas che spara sulle bande affiliate a Israele. È questo il «successo» di Trump e Netanyahu dopo due anni di sterminio. E la loro tregua è già violata: Tel Aviv uccide nove palestinesi e chiude il valico di Rafah
Hanno fatto la pace Nove uccisi ieri dal fuoco israeliano. Altri 250 corpi di dispersi recuperati in tre giorni. Tel Aviv: «prima quelli degli ostaggi»
Camion in attesa sul lato egiziano del valico di Rafah Ep – Ep
A Gaza il conto delle vittime non si è ancora interrotto. Si muore nei modi noti – il fuoco israeliano – e si accumulano cadaveri. Ieri il ministero della sanità aggiornava il bilancio ufficiale dal 7 ottobre a 67.913 uccisi. Nove ammazzati ieri, altri 250 sono i corpi ritrovati dalla protezione civile con uno sforzo disumano visto che Israele continua a bloccare i macchinari per simili operazioni. Si stima che i corpi dispersi siano almeno 10mila, forse 20mila.
IERI POMERIGGIO un drone ha ucciso un palestinese a Khan Younis; in mattinata il fuoco dei cecchini ha ammazzato un gruppo di persone a Shajaiya, quartiere di Gaza City. La «giustificazione» data dall’esercito di occupazione: si erano avvicinate ai soldati. Secondo la versione dei testimoni, stavano ispezionando le proprie case, o quel che ne restava. Una violazione del cessate il fuoco che si unisce alla chiusura del valico di Rafah a tempo indeterminato: la ragione, dice Tel Aviv, è la mancata restituzione dei corpi di tutti e 28 gli ostaggi deceduti nella Striscia. Una forma di punizione collettiva: da Rafah dovrebbero transitare le migliaia di tonnellate di aiuti che dal marzo scorso Israele ha impedito che venissero consegnate, provocando consapevolmente una dura carestia e la morte di centinaia di persone.
I corpi di quattro ostaggi sono stati consegnati lunedì, altri quattro ieri sera (secondo l’accordo, dovrebbero rientrare tutti in Israele entro 72 ore dalla tregua). La ragione del ritardo l’ha fornita ieri la Croce rossa, secondo cui la riconsegna richiederà giorni, se non settimane: è necessario individuare i luoghi di sepoltura che, nel caos dell’offensiva, è stata affidata a cellule di Hamas e altri gruppi sparse sul territorio ed è necessario superare gli ostacoli imposti da una distruzione a tappeto di Gaza, delle strade e degli edifici. «Si tratta di una sfida enorme», ha commentato il portavoce della Croce rossa, Christian Cardon. Ad aiutare le operazioni sul campo, secondo l’emittente qatarina Al-Arabi, sono giunti team di esperti dall’Egitto.
ANCHE ISRAELE, sul fronte dei corpi, viola l’intesa. Ieri ha
Leggi tutto: Tregua violata: chiuso agli aiuti il valico di Rafah - di Chiara Cruciati
Commenta (0 Commenti)Oggi summit a Sharm El Sheikh Gli ostaggi israeliani vivi sono stati consegnati alla Croce Rossa a Gaza city alle prime luci del mattino. Liberati i primi prigionieri palestinesi. Trump in Israele per il discorso alla Knesset, quindi in Egitto per l'incontro con le delegazioni da circa 30 paesi
La reazione in "piazza degli ostaggi" a Tel Aviv alla notizia della liberazione da parte di Hamas il 13 ottobre 2025 – Oded Balilty /Ap
Questa mattina le Brigate Qassam, l’ala militare di Hamas, hanno consegnato come previsto tutti gli ostaggi israeliani vivi alla Croce Rossa a Gaza City, nel nord della Striscia, e a Khan Yunis, nel sud, in un’operazione in due fasi (prima 7 persone e poi le ultime 13), nel quadro dello scambio con 2.000 prigionieri politici palestinesi previsto dall’accordo raggiunto la scorsa settimana a Sharm El Sheikh, oltre alla tregua a Gaza dopo 738 giorni di offensiva militare israeliana. Poco fa l’esercito ha confermato che a Gaza non ci sono più israeliani nelle mani di Hamas e di altre organizzazioni combattenti palestinesi.
I corpi dei sequestrati deceduti cominceranno a essere restituiti dopo le ore 12 locali, sebbene alcuni resti verranno consegnati nei giorni successivi, una volta individuati i siti di sepoltura non ancora conosciuti.
I venti ostaggi israeliani, apparsi in buone condizioni, sono stati condotti a Re’im, in Israele, dove hanno riabbracciato le loro famiglie dopo 738 giorni. Successivamente sono stati evacuati in elicottero verso strutture sanitarie di Tel Aviv e Petah Tikva.
Hamas ha permesso ad alcuni ostaggi israeliani di parlare in video call con le loro famiglie mentre erano in attesa di essere consegnati alla Croce Rossa.
La notizia del rientro in Israele ha provocato un’ondata emotiva nello Stato ebraico: decine di migliaia di persone in festa si sono radunate in Piazza dei Rapiti a Tel Aviv, osservando in diretta su grandi schermi le fasi dell’arrivo e del rilascio, tra applausi e ovazioni.
Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania molte famiglie palestinesi attendono ora nella scarcerazione di circa 2.000 detenuti politici palestinesi. Il primo dei 38 autobus che trasportano detenuti palestinesi scarcerati da Israele – come si vede nel video – è entrato a Gaza intorno alle 12 (le 11 italiane). Si è appreso che 154 dei
Commenta (0 Commenti)Oggi un Lunedì Rosso dedicato dedicato al controtempo.
Ad esempio, fare un festival mentre il fuoco della guerra viene alimentato e i diritti compressi a ogni latitudine.
Lo abbiamo pensato, organizzato, fatto e forse solo dopo anche capito.
Che il tempo affannoso del quotidiano, inteso come il giornale che facciamo ma anche come il tamburo costante degli eventi, si può spezzare per contenere un lunghissimo resipiro.
Così è stato per questi tre giorni appena passati a Roma, la prima volta della Manifestival, che adesso possiamo dirlo, è finalmente nata.
Un piccolo grande evento che ci ha incantato di connessioni e possibilità. Una ritrovata vicinanza con chi legge il manifesto, di cui non sapevamo di avere così bisogno. Alla prossima.
Qui tutti i contenuti foto e video usciti finora
Nella foto: L’assemblea della domenica mattina con lettori e lettrici a Casetta rossa, foto di Sara Nicomedi
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PERUGIASSISI "Un fiume di gente, 14 chilometri ininterrotti", spiegano gli organizzatori. Presenti i leader politici del centrosinistra. Ovazione per Francesca Albanese
Un momento della Marcia per la Pace da Perugia ad Assisi - ANSA - GIANLUIGI BASILIETTI
“Quella di oggi è una marcia che non si vedeva dal 2001, quando se ne tenne una pochi giorni dopo l’invasione dell’Afghanistan, seguita all’attacco alle Torri Gemelle”. Flavio Lotti, organizzatore della Marcia PerugiAssisi, racconta di “un fiume di gente, 14 chilometri ininterrotti” che – dietro lo striscione che recita “Fraternità” – ha percorso la strada che divide la città di San Francesco dal capoluogo umbro. Una stima precisa dei partecipanti ancora non c’è, ma si sta rivelando come la più partecipata degli ultimi anni. Forse di sempre. Al centro, la pace in Palestina, in Ucraina e in tutti gli altri territori martoriati dalle guerre e il sostegno alle operazioni umanitarie, a partire dalla Global Sumud Flotilla.
Altra caratteristica della Marcia 2025 è il ritorno dei leader politici. Ci sono infatti i segretari del Pd Elly Schlein e di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni e il leader del M5s Giuseppe Conte. Presente anche il segretario nazionale della Cgil Maurizio Landini e la Relatrice speciale onu, Francesca Albanese, accolta da un’ovazione.
“È il giorno in cui tante donne e uomini si assumono la responsabilità di fare qualcosa per la pace” ha spiegato Lotti all’avvio della Marcia dal capoluogo umbro. “Camminare forse è una piccola cosa ma importantissima. Ci aiuterà a riscoprire la bellezza della fraternità” ha aggiunto. “Riscoprirci insieme in cammino per la pace trasformerà questa nuova energia nell’impegno di cui c’è urgente bisogno. Abbiamo bisogno di ricostruire una coscienza, una cultura e una politica di pace. Lo gridano a Gaza, in Ucraina e in Sudan. Oggi siamo qui per loro”.
“È un’enorme Marcia, io le faccio tutte da molti anni e una partecipazione come questa, francamente è difficile ricordarsela” spiega Nicola Fratoianni di Avs parlando con i giornalisti. “Questa edizione ha un significato particolare perché c’è un genocidio a Gaza, perché torna la guerra come strumento ordinario di risoluzione dei conflitti, perché siamo di fronte ad una folle corsa al riarmo e agli armamenti. Questa splendida Marcia in nome della cultura della vita, contro la cultura della morte è il posto giusto dove stare”.
Per Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, “l’enorme partecipazione oggi alla Marcia è il segno che c’è un popolo della pace che rifiuta il riarmo portato avanti dal governo Meloni obbedendo a Trump e che non vuole che l’Italia continui a essere complice di Netanyahu. Chiediamo di liberare Marwan Barghouti, il Mandela palestinese, e il ritiro di Israele e dei suoi coloni dai territori palestinesi occupati. Bisogna fermare l’escalation del conflitto con la Russia prima che sia troppo tardi. I soldi delle nostre tasse vanno spesi per la sanità non per le armi”.
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