L’annuncio dell’accordo gli resta in gola, Trump non riesce a chiudere la guerra e a riaprire Hormuz. Il tempo non è dalla sua parte: in Iran si rafforza l’ala oltranzista mentre il Paese affronta una grave crisi economica. La Casa bianca può solo minacciare nuove bombe
La guerra grande La Casa bianca fa richieste inaccettabili e rafforza i falchi di Teheran. Intanto nei supermercati e nei forni tornano i quaderni dei crediti
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Foto AP/Vahid Salemi – Foto AP/Vahid Salemi
Il presidente americano è alla ricerca di una vittoria in Medio Oriente e finora non è riuscito a decidere quale strada percorrere per ottenerla. La «decisione definitiva» tra la pace e la guerra è stata rimandata per «alcuni dettagli della proposta». Il segretario alla Difesa Pete Hegseth dichiara che le forze armate americane sono pronte a riprendere i combattimenti nel Golfo Persico, se necessario.
Trump continua staccare i petali della margherita recitando «firmo o non firmo?», mentre a Teheran si fa sempre più strada l’idea che gli Usa stiano guadagnando tempo, mantenendo aperto il canale negoziale senza impegnarsi fino in fondo, in attesa di condizioni più favorevoli sul piano politico e militare. Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana, in un messaggio ha scritto: «Il Presidente degli Stati uniti tradisce la diplomazia per la terza volta. Continuando il blocco navale e avanzando richieste eccessive nei negoziati, ha dimostrato più che mai di non essere un negoziatore e di perseguire altri obiettivi».
PIÙ PASSA IL TEMPO, più gli ultraconservatori iraniani riescono a mettere i bastoni tra le ruote all’accordo. Una lettera di Mahmoud Nabavian, deputato conservatore presente durante i colloqui con J.D. Vance a Islamabad, è stata indirizzata ai negoziatori iraniani. Il documento, ufficiosamente considerato espressione degli ultraconservatori, indica una serie di «linee rosse» per qualsiasi possibile intesa con gli Stati uniti. Nel testo si insiste sulla rimozione completa delle sanzioni, sul mantenimento del controllo iraniano dello Stretto di Hormuz e sulla possibilità di riprendere immediatamente l’arricchimento dell’uranio in caso di violazioni dell’accordo da parte americana.
Mentre il clima politico e mediatico resta concentrato su Washington e Teheran, nel sud dell’Iran tornano a manifestarsi segnali di tensione tra le parti che dimostrano quanto il fragile cessate il fuoco possa trasformarsi rapidamente in un confronto aperto sul campo a causa di un errore di calcolo dell’una o dell’altra parte.
NELLE PROVINCE di Bushehr e Hormozgan si sono moltiplicate, negli ultimi giorni, segnalazioni di movimenti militari, lanci di missili e attività di difesa aerea, accompagnate da versioni contrastanti su possibili esplosioni e intercettazioni di droni. Le autorità iraniane hanno parlato dell’abbattimento di un velivolo ostile, mentre gli Usa hanno smentito ogni perdita. Bloomberg ieri ha rivelato che l’attacco missilistico iraniano di tre giorni fa contro la base americana in Kuwait ha causato il ferimento di diversi militari statunitensi e il danneggiamento di due droni MQ-9 Reaper.
Le informazioni discordanti hanno alimentato l’incertezza su quanto accaduto nel Golfo persico, confermando quanto l’area resti altamente sensibile e soggetta a interpretazioni divergenti. Lo Stretto di Hormuz rimane sempre più al centro delle dinamiche di pressione tra Iran e Washington e delle dispute su un possibile accordo che includerebbe la gestione dei flussi commerciali energetici e la graduale normalizzazione del traffico marittimo.
Si è consolidata anche una vera e propria “guerra delle narrazioni”, in cui immagini satellitari, dichiarazioni ufficiali e report mediatici diventano strumenti di pressione. Dalle ricostruzioni sulle capacità missilistiche iraniane ai piani economici attribuiti alle parti, la crisi appare sempre più definita dalla competizione sul controllo dell’informazione, con impatti diretti sull’opinione pubblica e sui mercati.
I MEDIATORI – Pakistan, Qatar e Oman – sono impegnati in canali informali di negoziazione, mentre Russia e Israele cercano di rafforzare il proprio ruolo nel
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Commenta (0 Commenti)Asia occidentale Sidone era un porto sicuro, ora non lo è più: eppure è qui che arrivano gli sfollati del sud, in scuole e centri senza più mezzi
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Alcune famiglie davanti a un centro di accoglienza per sfollati interni a Sidone – (Foto di Adri Salido/Getty Images)
La città di Sidone resta ancora un porto sicuro, il primo approdo di chi scappa dal sud. Non che la guerra qui non sia arrivata: sono stati tanti in questi tre anni di guerra i bombardamenti in città e in tutto il distretto. Ma qui a sud, ormai, bene vuol dire meno peggio.
È UNA GIORNATA di vento e dalla strada che arriva da Beirut le onde lontane sulla destra sono tante piccole linee di bianco che appaiono e scompaiono in un niente. L’asfalto consumato dell’autostrada costiera, una lunga striscia grigia che da Tripoli porta a Tiro attraversando mondi più che città, in qualche punto è più scuro. Le gomme non hanno ancora cancellato le tracce delle auto in corsa colpite dai droni israeliani e bruciate sul posto.
È un venerdì tranquillo, il suq è quasi vuoto per l’ultimo giorno dell’Eid el-Adha, la festa del Sacrificio di Isacco, quello in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio. Resta aperto qualche negozietto di souvenir, più per abitudine che altro: non è tempo di villeggiatura. Il lungomare è affollato invece, i bambini giocano, si rincorrono, ridono. E questa notte, come ieri, dormiranno in macchina o in una tenda improvvisata con qualche telo teso tra gli sportelli aperti e il marciapiedi.
«Te ne rendi conto al mattino all’alba, o a tarda sera. Di giorno non si capisce la quantità impressionante di persone arrivate in questi ultimi giorni. È anche una questione di dignità, di pudore. Perché la gente dovrebbe essere a suo agio a condividere la propria intimità e quella della sua famiglia?». Il sorriso di Salwa Saudi, a capo del ramo di Sidone di Amel, ong libanese che gestisce 27 rifugi nel distretto, accoglie e mette a proprio agio, così come il suo tono di voce, calmo e vivo. Parla degli sfollati, di una situazione «più grande di tutti noi. Parliamo di 27mila persone nei rifugi. Di 180mila fuori». Si ferma, chiede il permesso di rispondere a telefono.
«E DEVI AGGIUNGERNE altri 15mila. Ma questi sono solo quelli registrati. Io direi che solo nel distretto di Sidone, tra i vecchi e i nuovi arrivati, siamo almeno a 300mila. I tagli al nostro settore – dice, riferendosi ai tagli dell’80% alle agenzie del terzo settore voluti e annunciati Trump nel giorno del suo insediamento alla Casa bianca – adesso si fanno sentire. Nella prima fase della guerra, nel 2023-24, avevamo molti più fondi da gestire. Adesso no, non siamo in grado di offrire la risposta necessaria. Manca tutto. I rifugi, che poi sono scuole nella maggior parte dei casi, non sono abilitati ad accogliere un numero così alto di persone. Si tratta dei bisogni più basilari come acqua, gas, elettricità, per non menzionare il resto». Le sue colleghe ci offrono un caffè, conversiamo, a lungo. «Non sono ovviamente tutti nei rifugi. Molti, con i risparmi che avevano, hanno preso una casa in affitto. Ma si moltiplicano le storie di chi deve lasciare casa. Anche chi ha dei parenti fuori e si è fatto mandare soldi, fino a quando può contare su quello? Anche Hezbollah, che fino alla prima fase della guerra riusciva a distribuire soldi e aiuti, ora non ha più molte risorse». Avrebbe storie da raccontare per giorni, ma come chi i problemi li vede e fa tutto quello che è nelle sue possibilità per risolverli, senza perdersi in chiacchiere.
«È un’emergenza del paese intero, non del sud. Il problema è che in questi anni ci hanno abituato a parlare la loro lingua, gli israeliani. Niente ci scandalizza più», irrompe così nella conversazione Shaden, che fino a quel momento era rimasta in silenzio mentre annotava cifre e conti sul suo blocco. Parla del linguaggio della divisione, del noi contro loro e tutti contro tutti, facendo riferimento alle comunità del paese. Si apre un dibattito su cosa voglia dire essere libanese oggi. Un dibattito che va avanti da molto tempo.
POI ARRIVANO i bambini. «Io, io! Intervista me! Mi chiamo Maya. Hai fratelli o sorelle? Sì. Sono grandi? Sì, così!», e allunga il braccio alzandosi sulle punte. Poi c’è Malika, di Ghassanieh, una quindicina di chilometri a sud di Sidone. Ha otto anni e racconta che è arrivata nel centro di accoglienza due mesi fa: «Sono qui con mamma e papà e le mie due sorelle, una più grande, una più piccola». Gli insegnanti della scuola fanno lezione ai bambini, i volontari li aiutano. Le storie si assomigliano.
POI CI SONO i nuovi arrivati. Nel centro sono passati da 590 a 620, ma la capacità era e rimane di 150 persone. Hassan è un uomo sulla cinquantina, fa il verduraio a Tiro. «Siamo arrivati due giorni fa, io mia moglie e mia figlia. Così, all’improvviso. Non c’è stato tempo di prendere niente. Il palazzo dove abito non è stato colpito, non ancora per lo meno. Nessuno capisce bene quello che succederà. Non sappiamo niente». Non vuole essere fotografato, non vuole che la sua testimonianza possa creargli problemi. Si vive così, in uno stato di incertezza continuo, di paura, di assenza di punti di riferimento.
Ali è un uomo giovane, faceva assistenza tecnica ai servizi informatici in un piccolo centro ospedaliero di Nabatieh fino a tre giorni fa, poi «la Croce rossa ci ha portati qui, a me e ai miei colleghi. L’ospedale è stato svuotato, i pazienti sono stati trasferiti in altri complessi a Sidone, qualcuno a Beirut. La situazione è insostenibile là. Solo mio padre è rimasto a Nabatieh». Il resto della famiglia è in altri rifugi.
In molti hanno la certezza che non torneranno più, ma si aggrappano a qualunque speranza. Una giovane ragazza di Kfar Kila, un villaggio al confine sud-est completamente raso al suolo già nella prima fase della guerra, racconta anche con un certo sorprendente senso dell’ironia di come lei e la sua famiglia si stiano spostando sempre più a nord. «Eravamo a Kfar Kila e abbiamo preso una casa in affitto a Nabatieh. Poi ci hanno costretto a lasciare Nabatieh e siamo arrivati a Sidone. Ogni volta più a nord. Cosa succederà dopo?».
SULLA STRADA ci sono i soliti venditori di fave, di piselli, delle prime angurie, di albicocche. Poi ci sono quelli che vendono il pesce appena pescato. Andranno via quando le cassette saranno vuote. A farci attenzione, si sentono in lontananza le esplosioni dei bombardamenti di una guerra che sembra ricorrere gli abitanti del sud del Libano.
C’è ancora vento. Adesso il Vecchio Serail voluto dall’emiro Fakhreddine e la città vecchia sono sulla destra, il mare si è spostato a sinistra. I bambini continuano a giocare sulla Corniche, come chiamano qui il lungomare, al sole stranamente ancora non cocente a maggio, di un venerdì tranquillo, di un porto quasi sicuro.
Ue Il veivolo si è schiantato su un condominio, due i feriti. Espulso il console di Mosca
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L'impatto di un drone russo contro un condominio nella città di Galati, nella Romania orientale – (Foto di Stringer/Anadolu via Getty Images)
Gli sconfinamenti in territorio europeo della guerra del Cremlino contro l’Ucraina hanno toccato un nuovo picco. Verso le due di notte di ieri infatti un drone ha colpito un condominio residenziale a Galati, in Romania, ferendo due persone. Attraverso il suo impatto, l’ordigno – con tutta probabilità di provenienza russa e parte di un più ampio “sciame” lanciato da Mosca per colpire diverse regioni ucraine – ha provocato un incendio al decimo piano dell’edificio, marcando quella che è forse la prima volta dall’inizio del conflitto in cui si verificano conseguenze su civili nello spazio Nato per questo tipo di attacchi (a novembre del 2022 in Polonia persero la vita due contadini, a causa però di detriti missilistici).
VA DA SÉ CHE LA REAZIONE delle autorità di Bucarest sia stata per nulla accondiscendente. Il ministero degli affari esteri ha accusato Mosca di aver messo in atto «una escalation grave e irresponsabile». Il presidente Nicosur Dan ha convocato in mattinata il consiglio di sicurezza, in seguito al quale si è deciso per l’espulsione del console generale russo a Costanza e per la chiusura del consolato. Poi la visita ufficiale sul luogo dell’evento – da cui arrivano anche le scosse e impaurite testimonianze dei residenti.
TUTTAVIA, LA FERMEZZA delle parole e dei gesti dopo lo sconfinamento del drone lascia in ombra alcuni elementi: come hanno spiegato i rappresentanti dell’apparato di difesa rumeno, il drone (identificato come un Geran-2, del tipo fabbricato dalla Russia sulla base di tecnologia iraniana) ha volato dentro lo spazio aereo nazionale per quattro minuti – un intervallo «troppo breve», a loro detta, affinché si potesse prendere delle contromisure. Due caccia F-16 erano comunque decollati per provare a intercettare l’ordigno, ma l’abbattimento si sarebbe potuto rivelare ancora più rischioso. Dan ha comunque annunciato l’arrivo di nuovi sistemi di protezione.
Da questo punto di vista, oltre che militare, il tema è politico. Lungo il “fianco est” della Nato la prontezza nel rispondere a questo tipo di eventualità può facilmente costare una crisi di consensi: fra le altre cose, ieri si è reinsediato il governo lettone dopo il crollo della precedente coalizione avvenuto proprio per le costanti violazioni dello spazio aereo da parte di droni. Che in quel caso, però, spesso provenivano dall’Ucraina (anche se in generale è complicato determinare con precisione le responsabilità degli sconfinamenti, date le operazioni di disturbo del segnale che vengono impiegate per deviare gli ordigni). Similmente è difficile non scorgere pure nella durezza delle dichiarazioni dei diversi leader europei il contraltare di una scarsa coordinazione su come affrontare tali incidenti nonché di come gestire le divisioni sul sostegno a Kiev, che di recente hanno interessato il possibile ingresso del paese aggredito nell’Ue.
IL SEGRETARIO della Nato Mark Rutte ha ribadito che l’alleanza è pronta a «difendere ogni centimetro del proprio territorio», mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è offerto per impegnarsi in questo compito. Se la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen ha attaccato Mosca per «aver superato un altro limite» e il leader ceco Petr Pavel ha intimato che «non ci si può limitare solo alle condanne verbali», altri utilizzano l’episodio per portare acqua al proprio mulino: il primo ministro slovacco Robert Fico ha riaffermato, come sempre, l’urgenza di «aprire un dialogo con la Russia». Giorgia Meloni e Antonio Tajani, allineandosi a quello che comunque è il tono generale degli alleati, riprendono il Cremlino per l’«atto gravissimo», ripetendo il mantra della «pace giusta e duratura» che, altrimenti, continua a «colpire civili innocenti».
Come attendendo la conclusione di questa scia di reazioni, in serata arriva anche il commento del presidente Vladimir Putin che da un lato ha buon gioco ad appoggiarsi sui «dubbi tecnici» – affermando dunque che non ci sono prove che il drone caduto in Romania sia russo e suggerendo che anzi potrebbe essere ucraino – e dall’altro si dice disponibile a un’indagine obiettiva, se verranno consegnati i resti. Una dimostrazione di calma, screziata forse dal fatto che nello stesso attacco di ieri a Odessa è stata colpita anche una nave di proprietà turca e pure Ankara si è aggiunta al coro di preoccupazione per una guerra i cui limiti, fra Mar Nero e Baltici, si fanno incerti.
Commenta (0 Commenti)Crescono gli occupati, solo tra gli over 50 e diminuiscono i lavoratori più giovani. Meloni festeggia i dati Istat come un successo, ma sono il racconto di un’Italia che invecchia e non produce. A crescere è l’inflazione, che abbatte ancora i salari e impoverisce le famiglie
Poveri ma bellici Istat, la propaganda di Meloni sull’aumento dell’occupazione senza qualità, il governatore di Bankitalia Panetta: rischio inflazione al 6%: "Un prolungamento del conflitto nel Golfo potrebbe sottrarre complessivamente l’1% alla crescita nel biennio 2026-27". Gli italiani pagano la tassa-Trump per Hormuz: rapida ascesa dei prezzi sull’anno: +3,2%
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Raffaele Fitto e Giorgia Meloni – Imagoeconomica
Una volta al giorno l’orologio fermo segna l’ora giusta. Lo stesso fa Giorgia Meloni da quattro anni. Una volta al mese aspetta il cucù dell’Istat per dire che l’occupazione aumenta, la «nazione» ha messo al lavoro «tante persone» e la «destra combatte il precariato». Mica è la «sinistra» che dice e non fa.
LA TRADIZIONE è stata confermata ieri. La presidente del Consiglio ha riaperto i festeggiamenti sulla rilevazione mensile degli occupati ad aprile: i dipendenti permanenti sono aumentati di 143 mila unità, mentre i dipendenti a termine sono diminuiti di 64 mila. Nell’ultimo anno in Italia ci sono 269 mila occupati in più, 24,3 milioni di occupati in totale. Come sempre, anche stavolta si tratta solo di dati assoluti e decontestualizzati. Non si dice che il lavoro in più è sempre più anziano (+419 mila tra gli over 50), tra i giovani fino a 24 anni si registra un calo di 40 mila unità e tra i 35-49enni meno 158mila.
SAREBBE BASTATO CLICCARE sul sito dell’Istat il riquadro «prezzi al consumo» a maggio per capire che il lavoro di cui parla Meloni è un’altra cosa. Ieri stava accanto a quello sull’occupazione. Meloni, e chi per lei, non l’ha fatto. Lo abbiamo fatto noi per lei. Così abbiamo capito meglio il senso dei dati assoluti usati per umettare l’ugola al governo. La domanda è: se qualcuno ha un nuovo contratto di lavoro quanto spende del suo salario in una spesa al supermercato?
A QUANTO PARE PARECCHIO in più, dice l’Istat. A causa degli effetti sul caro-energia provocati dalla guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran l’inflazione è salita dello 0,4% in un mese e del 3,2% in un anno. Un balzo considerevole provocato dalla speculazione sui prezzi dell’energia insieme ai servizi legati ai trasporti e alle attività ricreative. Resta invariato il «carrello della spesa», cioè i beni alimentari, per la cura della casa e della persona (+2,3% come ad aprile). Si teme che l’inflazione si trasferisca dall’energia ai beni alimentari che non sono mai scesi dai tempi della mostruosa fiammata del 2022-2023. Oggi spolpano salari da fame. Domani potranno pagare la tassa-Trump e finire prima della metà del mese. Per il Codacons il rialzo stellare dei prezzi oggi costa in media 1.461 euro in più per famiglie con due figli. Per l’Unione nazionale dei consumatori negli ultimi tre mesi gli aumenti hanno bersagliato più i trasporti (+5,2%) e i costi per casa, energia e elettricità (+4,3%). Di che lavoro parliamo, se stipendi e pensioni vengono erosi dall’inflazione? Il lavoro in più dunque c’è, ma è un lavoro povero e, per di più, senza qualità. A questo brinda il governo.
QUANDO IL CUCÙ suona l’ora di Meloni una volta al mese può capitare, come ieri, che il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta faccia le considerazioni finali. Nell’importante appuntamento di maggio è stato detto che, se la guerra continua, l’inflazione potrebbe raggiungere il 6 per cento in Europa. E la crescita perderebbe l’1% tra il 2026-27. L’Istat ha rivisto la stima della crescita a +0,3% per il 2026. Ma si cammina sulle uova. E si ragiona in vista degli scenari più sfavorevoli. A causa degli effetti a lungo termine prodotti dal blocco dello stretto di Hormuz, il Pil italiano potrebbe ristagnare o contrarsi, ha ricordato Panetta. A suo avviso bisogna rilanciare su ricerca, intelligenza artificiale e produttività del lavoro. Mondi lontani visti dal pianeta Meloni.
LA BANCA CENTRALE EUROPEA potrebbe decidere di aumentare i tassi di interesse già a giugno per bloccare l’inflazione. Panetta ieri non ha nascosto tale eventualità. Se così andasse, allora i guai per Meloni, e per il suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, aumenteranno
Leggi tutto: Lavoro povero, prezzi alle stelle - di Roberto Ciccarelli
Commenta (0 Commenti)Poveri ma bellici Coperta corta: è scontro tra il vicepresidente Ue Raffaele Fitto e la rappresentante dei territori: «Noi non siamo il bancomat dei paesi membri». I fondi vanno impiegati entro dicembre. Ma l’Italia è ultima nell’Ue per spesa Il dilemma di Meloni: «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa»
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Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen
I soldi per tagliare le tasse sui carburanti non possono essere più spesi perché il patto di stabilità non lo permette. I 14,9 miliardi messi a disposizione dalla Commissione Europea con il prestito «Safe» non possono essere dati al riarmo perché l’Italia ha un deficit troppo alto. E allora dirottiamo i soldi destinati alle regioni per scuole, strade e ospedali e usiamoli per curare gli effetti del caro-energia. Del resto, come ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al ministro Guido Crosetto: «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la Difesa».
COSÌ IERI È ARRIVATA una lettera di Raffaele Fitto, esponente di Fratelli d’Italia e vicepresidente esecutivo della Commissione Europea. Il testo è stato inviato ai ministri competenti e ha esortato i governi a usare con urgenza circa 35 miliardi di euro a livello comunitario, di cui 7 miliardi all’Italia, contro gli effetti della crisi energetica. I tempi sono brevi: i soldi vanno spesi entro il prossimo 31 dicembre nel miglioramento energetico di scuole, musei, impianti sportivi e per il sostegno alle famiglie e alle imprese energivore.
LA LETTERA HA SCATENATO le critiche della presidente del Comitato delle Regioni Ue, la finlandese Kata Tutto. I fondi di coesione non sono un «bancomat di emergenza» per tappare i buchi dei bilanci nazionali. Per Kata Tutto, la Commissione Ue costringerà i territori a barattare la pianificazione strutturale con una temporanea «aspirina politica». Ciò peggiorerà un sottoinvestimento cronico e sottrarrà risorse a progetti di sviluppo locale già avviati. Sarà la «morte della transizione giusta» sostenuta da Bruxelles. Fitto ha respinto la metafora del bancomat e ha sostenuto che la flessibilità dei fondi era stata sollecitata dalle stesse regioni. A suo avviso Bruxelles non impone un obbligo sull’uso dei fondi. La scelta di rimodulare le risorse spetterà ai governi e alle regioni.
LA MOSSA della Commissione Ue è conseguente a quanto hanno già detto il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis e la presidente della Commissione von der Leyen: il patto di stabilità non si tocca, ma si possono usare in maniera «flessibile» le regole prestabilite a suo tempo nel patto di stabilità. Ne ha parlato lo stesso ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti.
LA LETTERA DI FITTO sembra avere dato al governo Meloni un escamotage contabile: usare i fondi europei a disposizione senza pesare sui criteri contabili del nuovo patto di stabilità. Le spese coperte da fondi Ue sono scomputate dal calcolo della «spesa netta nazionale», un parametro monitorato a Bruxelles. Andrà però visto il modo in cui arriveranno i soldi di cui più ha bisogno in questa fase il governo: il «cash» alle imprese e agli automobilisti con i tagli alle accise. Il governo ha già speso due miliardi, ha aumentato i profitti dei petrolieri e non ha fermato l’aumento dell’inflazione. Ue, Bce e Fmi dicono di dare aiuti «mirati». Di nuovo, servono i soldi. Basteranno?
FITTO HA LANCIATO anche un allarme. I fondi sociali europei non si riescono a spendere e rischiano di andare persi. L’Italia è un campione europeo: riceve tantissimi soldi, ma non sa che farsene. Al 31 marzo scorso su 1,2 miliardi di euro del «Fondo per la transizione giusta» per il ciclo 2021-2027 era stato speso l’1,8% delle risorse. Sui 43,4 miliardi di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale la spesa effettiva è ferma al 13,3%. Il Pnrr non ha risolto il problema. Lo ha aggravato. Tra Roma e Bruxelles c’è qualcuno che vorrebbe usare i soldi non spesi di questo piano per pagare i conti di un paese in bolletta.
LA COPERTA È CORTA. Non si riescono a spendere i fondi, ora non si usano per le spese necessarie per un territorio ma per tappare i buchi creati dalla crisi dell’energia. Né si risolve il problema italiano della dipendenza dalle energie fossili che fa oscillare un governo fragilissimo come quello di Meloni.
L’ESECUTIVO RESTA nella morsa di un patto di stabilità che non ammette eccezioni, salvo quella del riarmo. La richiesta di avere soldi in più per l’energia non è bloccata solo dalla Commissione Europea. Ci sono anche da paesi come la Germania che hanno scolpito il patto a propria immagine. E l’Ue ha un problema serio: la crisi di Hormuz richiede risposte in tempo reale, la sua costituzione economica impone condizioni che peggiorano le dinamiche del mercato.
UNA RISPOSTA AGLI APPELLI di Meloni & Co. potrebbe arrivare mercoledì prossimo quando la Commissione Ue darà le sue ricette economiche ai paesi membri. Il nodo che il governo si è stretto al collo potrebbe essere stretto più lentamente, mentre i problemi creati dalla risposta dell’Iran a Trump a Hormuz dureranno a lungo.
Commenta (0 Commenti)Orizzonte di fuoco Intanto si avanza con «occhio per occhio»: missili da una parte all’altra. Cresce il nervosismo di Trump intorno alla gestione di Hormuz
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Una gigantografia in Piazza Palestina a Teheran: «Israele non vedrà i prossimi quindici anni»
Allo scambio giornaliero di battute diplomatiche, minacce e pretese si è ora aggiunto un «tit for tat» militare, un vero e proprio «occhio per occhio» tra iraniani e americani. Le parti si accusano a vicenda di «grave violazione del cessate il fuoco», seppur nessuna delle due abbia voglia di riaprire il conflitto su vasta scala. Le fonti statunitensi riferiscono che i negoziatori americani e iraniani hanno raggiunto un accordo di massima ma che l’intesa deve ancora essere approvata da Trump. Non è la prima volta, si spera che sia l’ultima.
IERI I GUARDIANI della Rivoluzione hanno colpito una base aerea Usa in Kuwait, definendo l’attacco una rappresaglia per i raid statunitensi condotti nei giorni precedenti contro la città di Bandar Abbas. Teheran ha minacciato una risposta «più decisa» in caso di nuove operazioni militari americane. Il ministero degli esteri kuwaitiano ha condannato l’azione definendola una «palese violazione della sovranità» e una «minaccia diretta alle infrastrutture vitali», riservandosi il diritto all’autodifesa. Anche Qatar, Arabia saudita ed Emirati hanno accusato l’Iran di alimentare l’escalation regionale.
La tensione era salita già nella serata di mercoledì, quando l’Iran aveva lanciato un missile balistico verso il Kuwait, intercettato dalle difese aeree locali. Nelle stesse ore, le forze americane avevano abbattuto cinque droni iraniani vicino allo Stretto di Hormuz e impedito il lancio di un sesto velivolo da Bandar Abbas.
Nello stesso giorno, i Guardiani avevano sostenuto di aver abbattuto un drone americano e aperto il fuoco contro un caccia Usa entrato nello spazio aereo iraniano. Lunedì, infine, le forze Usa avevano colpito nel sud dell’Iran siti missilistici e imbarcazioni accusate di voler posare mine nello Stretto di Hormuz.
I MEDIATORI, tra cui il Pakistan, tentano di salvare il dialogo. Il ministro degli esteri pachistano, Ishaq Dar, oggi incontra il segretario di stato Marco Rubio, mentre Donald Trump si è detto «non soddisfatto» dei progressi nei negoziati, accusando Teheran di voler trascinare i colloqui per superare le elezioni di metà mandato negli Stati uniti. Trump ha minacciato apertamente anche l’Oman, storico alleato e mediatore, intimandogli di «comportarsi bene» nella gestione dello Stretto, arrivando a minacciare di «farlo saltare in aria».
Il pomo della discordia è la proposta iraniana di una gestione congiunta dello Stretto tra Teheran e Mascate, con la riscossione di pedaggi marittimi attraverso la neonata Persian Gulf Strait Authority. Gli Stati uniti hanno già sanzionato l’nte, definendolo un sistema di «estorsione globale».
Trump ha inoltre avanzato una bizzarra richiesta diplomatica di legare la firma di un accordo di pace con l’Iran all’adesione di diversi Paesi musulmani agli Accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Secondo Trump l’espansione degli Accordi dovrebbe diventare una condizione «obbligatoria» per qualsiasi intesa con Teheran.
Secondo il presidente statunitense, Paesi come Arabia saudita e Qatar dovrebbero riconoscere immediatamente Israele come parte del processo per porre fine alla guerra che Washington e Tel Aviv hanno iniziato il 28 febbraio. «Lo devono agli Stati uniti», ha detto aggiungendo che un eventuale rifiuto dimostrerebbe le loro «cattive intenzioni». Si è spinto fino a ipotizzare un futuro ingresso dello stesso Iran negli Accordi di Abramo, definendolo «qualcosa di speciale».
La proposta ha però suscitato reazioni fredde o apertamente negative. Riyadh ha ribadito che non prenderà in considerazione alcuna normalizzazione senza progressi concreti verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente, mentre il Pakistan – nonostante il ruolo di mediatore nei colloqui – ha respinto categoricamente l’idea. Il ministro della difesa Khawaja Muhammad Asif ha dichiarato che il riconoscimento di Israele contrasterebbe con le «ideologie fondamentali» del Paese.
LA MOSSA DI TRUMP è vista come un tentativo di soddisfare la propria base elettorale e i falchi anti-iraniani in vista delle elezioni di metà mandato. Secondo alcuni analisti iraniani, Trump spera ancora di trovare una via d’uscita simile a quella venezuelana, anche se per ora non emergono fratture significative tra i vertici della Repubblica islamica. Tuttavia, alcuni osservatori non escludono una serie di assassinii mirati da parte degli Stati uniti per facilitare un simile scenario politico.
Ieri la Guida suprema, Mojtaba Khamenei, in occasione dell’inizio del terzo anno di attività della legislatura, ha chiamato all’«unità nazionale» e ha definito il parlamento «l’incarnazione della democrazia religiosa» e «il pilastro della legge» nella Repubblica islamica. L’affermazione rimette al centro l’attività parlamentare e rafforza la legittimità del gruppo negoziale guidato dal presidente del parlamento.
Apparentemente, anche i Guardiani della Rivoluzione sembrano difendere il governo: il deputato di Teheran, Kamran Ghazanfari, che aveva aspramente criticato l’operato del presidente Masoud Pezeshkian, è stato duramente attaccato dal quotidiano Javan, notoriamente vicino ai Guardiani. In un editoriale, Abdollah Ganji, ex direttore del giornale, ha definito le critiche di Ghazanfari «ripugnanti, illogiche e offensive».
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