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Tra le priorità degli “Stati generali” promossi dal presidente del consiglio c’è “Un paese completamente digitale”. Ed è giusto che sia. Finalmente. Come si è visto nei giorni della pandemia, più di un terzo (ma sicuramente è una percentuale in difetto) delle studentesse e degli studenti non era in grado di partecipare all’e-learning.

Talvolta per la mancanza in casa di un computer, spesso per debolezza o assenza della connessione. Insomma, il re è nudo. Al di là della quantità mostruosa di convegni e dibattiti, nonché dei vari digital champions, la cruda realtà dei dati è tremenda: la copertura del territorio con la banda larga è sì e no del sessanta per cento, mentre con quella ultralarga (vale a dire la base per l’età crossmediale) si aggira attorno al trenta. Per capirci, siamo in fondo nella classifica europea quanto a infrastrutture, per indossare la maglia nera per alfabetizzazione.

La prova provata è emersa ancora una volta nel tempo del virus. La pubblica amministrazione è immersa nel mondo analogico e vive l’innovazione tecnologica come un surplus aggiuntivo rispetto all’egemonia cartacea. Settori che non si parlano, protocolli complessi, siti e portali affidati alla cura di società private diverse.

Modesto ricorso al free software (assai meno costoso, tra l’altro) e massivo utilizzo degli algoritmi degli Over The Top, da Apple e Google in poi. Il black out del sito dell’Inps è un ammonimento. Per di più, le zone di migliore connessione sono addensate nelle aree metropolitane e pure questo concorre allo spopolamento delle campagne e dei piccoli borghi. Una frattura sociale prepotente.

Esattamente il contrario di ciò che si auguravano i profeti della rete, convinti che si stesse inverando il villaggio globale immaginato dal visionario per eccellenza, McLuhan, agli albori della “rivoluzione”. Banda larga per tutti, fu questa la parola d’ordine democratica, contrastata dall’ubriacatura liberista capace di influire persino sul linguaggio.

Le molte parti del territorio non coperte dalla banda larga e ultralarga sono, infatti, denominate “a fallimento di mercato”. Si torna a parlare di rete unica, superando il frastagliamento attuale, nonché la competizione tra Tim e Open Fiber, quest’ultima lanciata nel periodo del governo Renzi per fare probabilmente di Enel il riferimento principale, scalzando definitivamente una Telecom già indebolita e spolpata dalla peggiore tra le privatizzazioni italiane. Curiosamente (ma non troppo) in entrambi i gruppi è decisivo il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti.

È una situazione insensata e foriera di effetti collaterali numerosi sul digital divide. Sembra che si voglia, invece, riprendere il filo del discorso avviato vent’anni fa e poi spezzato dall’approccio dominante. Evviva. Se gli Stati generali rimettono la questione sulla giusta carreggiata, “ripubblicizzando” la rete, c’è da festeggiare. Benché, da ultimo, il piano curato da Vittorio Colao non prometta niente di buono. Però, la necessità rende virtuosi. E si sarà pure -speriamo- valutato che il virus ha creato punti di non ritorno. Tra questi, l’uso di Internet non fa eccezione. Una rete unica e pubblica, aperta a servizi plurali e non discriminatori, è essenziale per un futuro non segnato da nuove e peggiori diseguaglianze.

Che una quota delle agognate risorse europee serva a colmare il divario tecnologico, sempre legato a quello economico e culturale. Ovviamente, lo sviluppo della rete va coniugato ad un’intensa e capillare opera di formazione, in cui la Rai potrebbe giocare un ruolo essenziale, come fece all’epoca con il celebrato maestro Manzi.

Un’obiezione seria rispetto alle proposte che paiono emergere. Si collega meccanicamente la banda larga e ultralarga al “5G”. Sarà. Tuttavia, la quantità di antenne indispensabili con la nuova generazione “hertziana” è tale da aumentare sensibilmente l’inquinamento elettromagnetico.

Non a caso si richiede l’abbattimento dei limiti in vigore, che neppure gli esecutivi berlusconiani riuscirono a stravolgere. Non è lecito rimuovere il problema, perché gli utenti sono anche esseri viventi e nessuna innovazione è accettabile se comporta morti e feriti lungo la strada. La banda larga si può e si deve fare, ma con rigorosa attenzione alla tutela della salute.

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Economia. I comuni dotati di un certo grado di autonomia impositiva possono diventare i protagonisti di un più ravvicinato controllo democratico sulla distribuzione della ricchezza e soprattutto sulla rendita fondiaria, che non è volatile come il capitale finanziario, ma è radicata e visibile nel territorio

 

Si attribuisce al neoliberismo, alle politiche ispirate da questa dottrina, quanto meno in ambito democratico, la responsabilità dell’indebolimento del sistema sanitario pubblico, impreparato a reggere la pandemia da coronavirus. E naturalmente c’è del vero.

Ma non bisogna cadere nell’errore di immaginare che a ispirare la condotta dei governi e il comportamento degli imprenditori e del ceto politico, siano oggi le formule ideologiche della Mont Pelerin Society, o i testi di Friedrik von Hayek e di Milton Friedman.

Nella concreta realtà storica il neoliberismo non è più una teoria economica e non soltanto La nuova ragione del mondo, come hanno mostrato nel loro libro Dardot e Laval, ma un rapporto di forza materiale tra capitale e lavoro.

Negli ultimi 30 anni si è creata una drammatica asimmetria di potere tra il mondo dell’impresa e quello dei lavoratori, che grava sul l’intero universo delle relazioni umane, non solo nei luoghi di lavoro ma in tutta la società. La capacità del capitale di sfuggire al conflitto tramite la sua mobilità mondiale, con la pratica delle delocalizzazioni, le nuove forme dispersive di organizzazione del lavoro, la perdita da parte dei lavoratori su scala generale, della loro rappresentanza politica, l’indebolimento di quella sindacale costituiscono la base di quello che potremmo chiamare il neoliberismo materiale.

Tale grave squilibrio tra le classi, che è alla base delle presenti disuguaglianze, fornisce al capitale una libertà selvaggia di sfruttamento del lavoro, che sta distruggendo la nostra civiltà favorendo la rapina incontrollata della natura.

Ma non possiamo dimenticare quel che è accaduto allo Stato contemporaneo, che per alcuni decenni della seconda metà del ‘900 aveva permesso margini di distribuzione della ricchezza mai sperimentati prima. Non è un caso che negli Usa, dove è nata la nuova centralità perequatrice del potere pubblico, grazie a Roosevelt, il neoliberismo si afferma con lo smantellamento del sistema fiscale progressivo.

Appena diventato presidente, Reagan mette in atto quello che è stato definito «il più grande taglio di tasse di tasse della storia americana» (M.Prasard, The politcs of free markets, The University Chicago Press,2006) mettendo fine a un sistema progressivo per aliquote che colpiva pesantemente le grandi fortune. Da allora gli stati hanno favorito scientemente le disuguaglianze e alimentato, specie da noi, l’accumulo del debito pubblico.

Oggi in Italia si torna a parlare di riforma del sistema fiscale. E’ necessario avere piena coscienza della sua portata strategica. L’applicazione di un sistema fiscale progressivo, insieme agli altri dispositivi di controllo dell’evasione, costituirebbe davvero una riforma strutturale, che ancor più di una patrimoniale una tantum, potrebbe redistribuire più equamente la ricchezza in forma sistemica e duratura. Si rimetterebbe in piedi un pilastro fondamentale del welfare.

Non dimentichiamo il modo in cui si è venuta strutturando la ricchezza in Italia negli ultimi decenni, con i crescenti profitti delle medie e grandi imprese, come ha ricordato su questo giornale Pier Luigi Ciocca, ex dirigente di primo piano della Banca d’Italia.

Ma non è solo l’accumulazione di profitti ad essere risultata esente da prelievi adeguati, anche la rendita ha celebrato i suoi trionfi, premiata spesso da scelte scellerate di governo, come quella di Renzi, di abolire indiscriminatamente l’Imu sulla prima casa. Oggi abbiamo di fronte un panorama sociale in cui domina la ricchezza privata a fronte della miseria pubblica, sicché si fanno mancare risorse per la scuola e la ricerca, la sanità e l’Università e si protegge la ricchezza solidificata, inerte, talora predatoria, in seconde e terze case, ville, patrimoni immobiliari delle grandi società.

Un fronte di lotta di vasta portata si apre dunque nei prossimi mesi. Purtroppo non credo che nel governo, né nel Pd (la sinistra radicale non sappiamo dove sia finita) sia presente una piena coscienza della portata della posta. Domina tra le forze politiche il virus elettoralistico di inseguire mille diverse sirene al giorno, sicché le poche forze orientate a un obiettivo disperdono le forze senza grande costrutto. E’ il sindacato, la Cgil, che non a caso insiste sul tema fisco, il solo soggetto capace di organizzare il conflitto necessario senza condizionamenti.

Non dimentichiamolo, gli ottusi poteri dominanti non molleranno un centimetro della loro roba. Ma in questa lotta io credo che il sindacato dovrebbe trovare un potente alleato nei comuni italiani, ai quali va restituita una nuova dignità e centralità. Non solo per bilanciare il potere delle Regioni, la cui istituzione è stato il più grave errore istituzionale della storia d’Italia, perché ha creato una nuova élite di trafficanti della politica e ha aperto una falla disastrosa nei conti pubblici.

I comuni dotati di un certo grado di autonomia impositiva possono diventare i protagonisti di un più ravvicinato controllo democratico sulla distribuzione della ricchezza e soprattutto sulla rendita fondiaria, che non è volatile come il capitale finanziario, ma è radicata e visibile nel territorio.

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L'urlo. Nella capitale la più grande delle manifestazioni. Trump blindato e difeso da paramilitari

La manifestazione a Washington

 

Gli Stati Uniti sono entrati nel decimo giorno consecutivo di proteste, si parla di quasi 600 città sparse in tutto il paese; a Washington è stata preparata la più grande manifestazione di questa lunga settimana di rivolte. A partire dalle 6 del mattino la polizia ha chiuso gran parte del traffico, creando una zona per soli pedoni; il perimetro della Casa Bianca è stato super militarizzato e circondato da una barricata eretta a tempi record dopo giorni di confronto tra la polizia e i dimostranti.

A DIFFERENZA di molte altre manifestazioni a Washington le mobilitazioni sono state tante, una dozzina, gestite da diverse organizzazioni e poi confluite nello stesso corteo iniziato alle 14. La situazione di Washington è peculiare e delicata in quanto si scontrano il potere della sindaca, che in questo momento è l’afroamericana democratica Muriel Bowser, e quello del presidente che vi ha la residenza. Bowser, che non ha preso bene l’approccio autoritario di Trump, ha ribattezzato la strada di fronte alla Casa Bianca Black Lives Matter Plaza, dove ha fatto dipingere sull’asfalto, in giallo e a caratteri cubitali, lo slogan del movimento, Blm, in un passo deciso nella lotta con Trump per il controllo delle strade della capitale.

Anche nel giorno della manifestazione Trump ha voluto che dell’ordine pubblico, oltre alla polizia, che risponde al sindaco, se ne occupassero dei corpi militari che risultano nuovi ed inquietanti, in quanto non hanno numero identificativo e non se ne capisce l’affiliazione, in compenso sono pesantemente armati. Questa militarizzazione non piace nemmeno al Pentagono, che ha detto ai membri della Guardia Nazionale schierati a Washington di non usare armi da fuoco o munizioni, e ha ordinato di ritirare le truppe in servizio attivo che l’amministrazione Trump aveva chiamato in città.

QUELLO CHE ARRIVA dal Pentagono non è solo un segno di de-escalation nella risposta militare alle proteste nella capitale, ma anche un sintomo della nuova situazione che si venuta a creare, con i militari che non stanno seguendo Trump nella sua svolta autoritaria.

Una mobilitazione nazionale così imponente sta producendo degli effetti, o quanto meno dei segnali rilevanti. La Nfl, la lega di football americano, dopo aver umiliato il quarterback dei 49ers Colin Kaepernick, e averlo lasciato senza lavoro per anni a causa del suo inginocchiarsi durante l’inno nazionale per protestare contro la brutalità della polizia sugli afroamericani, finalmente ha fatto ammenda, si è scusata, sostiene la protesta, e ora incoraggia i propri giocatori a esprimersi.

IL GOVERNATORE della California ha annunciato che la polizia del suo Stato smetterà di insegnare le tecniche di soffocamento, e il sindaco di Seattle ha ordinato di sospendere l’uso di lacrimogeni per almeno un mese.

A New York il sindaco Bill De Blasio ha detto che due agenti sono stati sospesi senza retribuzione per cattiva condotta durante le proteste, e un supervisore è stato riassegnato mentre altre indagini sono in corso; «I newyorkesi meritano la responsabilità», ha scritto De Blasio su Twitter ma la sua mossa appare blanda e tardiva considerando la violenza continua e spropositata della polizia della città che governa. Il problema della violenza della polizia che arriva ad uccidere gli afroamericani ma che di per sé sembra un corpo armato fuori controllo, è diventato un tema di discussione, l’esempio di Buffalo, nello Stato di New York è forse l’esempio più lampante.

DOPO LA SOSPENSIONE dal servizio dei due agenti che avevano ferito in modo grave un dimostrante 75enne scagliandolo per terra, 57 loro colleghi hanno annunciato le loro dimissioni esprimendo «solidarietà».

Il problema con cui deve interfacciarsi la polizia è che ora non si tratta più della loro parola contro quella di un civile, in quanto esistono i video degli eventi che vedono agenti coinvolti, come nel caso del 75enne di Buffalo, di George Floyd e del 33enne afroamericano Manuel Ellis, ucciso nel marzo scorso a Tacoma, nello Stato di Washington durante un arresto; anche per Ellis è spuntato un video che inchioda gli agenti del dipartimento di polizia alle loro responsabilità, in quanto si vedono i poliziotti picchiare Ellis dopo averlo schiacciato per terra e ammanettato.

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Passaggio senza cambiare una virgola, quello del dl scuola alla camera. Il decreto, approvato la scorsa settimana con un voto di fiducia dal senato, dopo quaranta giorni di trattativa nella maggioranza sulla questione dei concorsi dei prof (poi cancellati), deve essere convertito in legge entro il 7 giugno pena la decadenza. Ieri mattina è iniziato il dibattito, ma già nel pomeriggio il governo ha posto anche in questo ramo la questione di fiducia. Verrà votata oggi pomeriggio. Dopo le complicate le operazioni delle urne nell’era Covid inizierà l’esame degli ordini del giorno e andranno avanti fino a venerdì, quando dovrebbe arrivare il voto finale sul decreto. Le opposizioni promettono di usare fino all’ultima possibilità per ritardare il voto. Radicale il dissenso sul decreto e sulla conduzione della preparazione del nuovo anno scolastico da parte della ministra Azzolina (che ieri non si è presentata in aula all’esordio dell’iter del testo).

Ma la vera contestazione al governo avviene fuori dalle aule parlamentari e dentro quello scolastiche. I sindacati dei prof hanno convocato uno sciopero per il prossimo 8 giugno, ma oggi incontreranno la ministra . «Il governo pone la fiducia sul dl scuola e ancora non si preoccupa di trovare le risorse e che alla scuola servono davvero», attacca la Flc Cgil, «La ripresa a settembre è strettamente legata ai numeri del precariato, un legame che non si può nascondere perché all’inizio del prossimo anno scolastico tutti i nodi verranno al pettine. Ed è un tema che il dl scuola non risolve, rinviando le assunzioni possibili al prossimo anno». Per il sindacato a settembre saranno 200 mila le cattedre prive di un titolare, che significherà «nomine di supplenti che dureranno per settimane a scuola iniziata, con l’impossibilità di smistare gli alunni senza insegnante nelle altre classi, come si fa di solito, perché bisognerà garantire il distanziamento. Negli altri paesi gli interventi per riaprire le scuole in sicurezza, con organici aggiuntivi e classi ridotte sono mirati e tempestivi».

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Intervista a Maurizio Landini. Il segretario Cgil: il dialogo va bene, ma servono decisioni in fretta. Ammortizzatori diritto universale

L'ultimo congresso della Cgil

Maurizio Landini, ad aprile 247 mila occupati in meno in un solo mese. La crisi picchia già duro e colpisce soprattutto tempi determinati e autonomi. Il tutto con il blocco dei licenziamenti da voi voluto e che sarà in vigore fino al 17 agosto. Chiederete di allungarlo?

È’ sotto gli occhi di tutti che stiamo affrontando qualcosa di mai visto. Per questo Cgil, Cisl e Uil hanno già chiesto al governo di prorogare il blocco dei licenziamenti e la possibile proroga dei contratti a termine almeno fino al 31 ottobre. Contemporaneamente chiediamo un allungamento della cassa integrazione per Covid e che le nove settimane previste si possano utilizzare continuativamente. È necessario poi realizzare una riforma degli ammortizzatori sociali che abbia un carattere universale, che diventi diritto universale di tutte le persone che lavorano. E l’ora in cui ognuno deve assumersi le proprie responsabilità e di far prevalere la funzione sociale delle imprese.

Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, però continua a cannoneggiare sul contratto nazionale chiedendo di depotenziarlo e non perde occasione per attaccare il governo, dimentico dei 4 miliardi di taglio dell’Irap a tutte le imprese.
Il problema è rinnovare i contratti nazionali. Le teorie e le ricette proposte dal presidente di Confindustria sono vecchie e corrono il rischio di alimentare solo conflitti . Per far crescere il paese c’è bisogno di rinnovare i contratti, non solo dal punto di vista salariale – e noi chiediamo di defiscalizzare gli aumenti retributivi dei contratti nazionali – ma per affrontare la fase nuova che abbiamo davanti: l’innovazione tecnologica, la rimodulazione degli orari, la formazione continua, i nuovi modelli organizzativi e per ridurre la precarietà. Il modello contrattuale italiano con un contratto nazionale forte e un secondo livello aziendale, di sito o di filiera è quello che dobbiamo far funzionare per poter affrontare le nuove sfide che il lavoro le imprese hanno oggi davanti a sé. L’obiettivo comune da assumere è quello di migliorare contemporanemente le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti e la capacità competitiva e di innovazione delle imprese.

Conte ha annunciato una specie di Stati generali dell’economia, un confronto con tutti gli «attori produttivi del paese». È una proposta che va nel solco da lei tracciato con la proposta di un nuovo contratto sociale?
Ho parlato di contratto sociale per affermare l’idea che la ricostruzione del paese si realizza nel dare dignità alle lavoratrici e ai lavoratori e a tutti i cittadini e nell’affrontare le diseguaglianze, aumentate durante la pandemia. Il confronto con tutti va benissimo, ci mancherebbe, però deve essere seguito subito da impegni precisi su cose concrete. Gli stati generali possono essere utili se aprono la strada a provvedimenti condivisi e a intese specifiche su singoli temi, cominciando dalla lotta alla precarietà per affermare un lavoro stabile, dal mezzogiorno, dal sostegno della domanda interna e da politiche industriali, a partire dalla difesa dell’ambiente e dalla digitalizzazione.

Conte ha parlato di riforma fiscale e di progressività, le basta? Lei da dove comincerebbe? Ci faccia un esempio concreto.
Da tempo Conte conosce la proposte di Cgil, Cisl e Uil sostenute in tutte le piazze italiane. Noi pensiamo ad una riforma che parta dalla lotta all’evasione fiscale, dalla riduzione del contante e dall’aumento del tracciamento. Serve rivedere gli scaglioni di Irpef per favorire lavoratori e pensionati.

Conte sembra dare grande importanza allo sblocco delle opere pubbliche. Voi però chiedete di non toccare il Codice degli appalti. Le due cose sembrano inconciliabili.
Lo dico chiaramente. Prima di emanare il decreto Semplificazioni il governo si deve confrontare con le parti sociali. Se lo scopo è la semplificazione delle procedure e di accelerare i tempi di apertura dei cantieri noi abbiamo avanzato al governo proposte precise. Non è invece accettabile liberalizzare i sub appalti o indebolire le norme sui Durc (documento di regolarità contributiva, ndr) e l’applicazione dei contratti o la legislazione o i controlli sulla sicurezza sul lavoro. Al contrario servono norme più dure contro la corruzione e le infiltrazioni mafiose di cui abbiamo visto l’esistenza purtroppo anche durante l’emergenza Covid.

La destra in piazza senza distanziamento. Noi abbiamo continuato ad andarci con senso di responsabilità perché la salute e la sicurezza vengono prima di tutto

Il due giugno, festa delle repubblica, si vista in piazza quasi solo la destra. Le manca scendere in piazza?
Noi non siamo mai stati assenti. E nel rispetto delle norme sul distanziamento fisico. In questi mesi noi abbiamo avuto ben chiaro in testa che la salute e la sicurezza delle persone vengono prima di tutto. Siamo stati il primo paese a fissare un protocollo che poi è stato recepito per legge e abbiamo ottenuto primi risultati importanti. Non abbiamo mai smesso di rappresentare le persone che per vivere debbono lavorare e gli interessi generali del paese. Quando è ora in piazza ci si va.

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Riforme. Anziché delegare la gestione agli altri enti, hanno gonfiato gli uffici di personale spesso poco qualificato, con logiche clientelari, aggravando il divario Nord-Sud

 

È ormai chiaro che una rinnovata centralità dello Stato è la condizione sine qua non per affrontare con efficacia gli effetti economici e sociali della crisi in atto.

Ma, come l’esperienza dell’emergenza pandemica ci insegna, se è importante rivolgere un’attenzione critica al ruolo dello Stato, al fine di semplificare e velocizzare le procedure burocratiche, soprattutto in vista del Ricovery Plan, occorre allungare lo sguardo all’assetto istituzionale nel suo insieme.

L’attenzione va rivolta innanzitutto alle Regioni che, in generale, non hanno dato buona prova nella gestione del Covid-19. La Lombardia ha mostrato tutti i limiti di una sanità aziendalizzata e privatizzata.

Il «modello» lombardo, che ha costruito ponti d’oro ai privati, è sotto scacco. La tanto esaltata sanità lombarda – composta al 40 per cento da cliniche e altre strutture private convenzionate – è stata sconfitta dal coronavirus e si è trovata a contare decine di migliaia di vittime negli ospedali e nelle case di cura per anziani.

La decantata eccellenza lombarda, incarnazione dell’ideologia neoliberista per la determinazione con cui ha ridimensionato drasticamente il servizio sanitario pubblico, si è schiantata miseramente di fronte all’incapacità di rispondere alle innumerevoli richieste di aiuto, anche a livello domiciliare.

Una débâcle clamorosa, tanto più grave quanto più è negata dai diretti responsabili della sanità lombarda, a partire dal presidente Fontana e dall’assessore Gallera.

Non potrebbe essere altrimenti. La Lega e il centro-destra, infatti, hanno sempre anteposto la logica del profitto al diritto alla salute trasferendo ingenti risorse pubbliche ai gruppi privati presenti nella sanità.

Nel Centro- Sud e nelle Isole il virus è stato più clemente che al Nord. Ma il fatto che alcune regioni siano state colpite meno da Covid -19 non attenua il giudizio severo che merita l’attuale gestione della sanità, specchio fedele, in generale, di una visione pseudo-aziendalistica che ha nel connubio pubblico-privato il suo fondamento.

Nelle prossime elezioni regionali le forze di sinistra dovrebbero rimettere al centro l’obiettivo di riaffermare il ruolo centrale, pubblico e universale del servizio sanitario nazionale, correggendo finalmente le gravi distorsioni di questi ultimi decenni. Il sistema sanitario che, è bene ricordarlo, assorbe circa il 75 per cento dei bilanci regionali, rappresenta la punta dell’iceberg di una pericolosa e generalizzata violazione del dettato costituzionale.

Gli enti regionali, in base alla Costituzione e alla legge istitutiva del 1970, avrebbero dovuto esercitare solo compiti legislativi, di programmazione e di indirizzo, delegando le funzioni gestionali a Comuni e Province.

In realtà, in questi 50 anni, al trasferimento di competenze statali, che si sono succedute con cadenza periodica, non sono seguiti altrettanti provvedimenti regionali di decentramento di funzioni e competenze agli enti locali.

Invece di delegare la gestione della cosa pubblica a Comuni e Province le giunte regionali, attraverso assunzioni basate poco sul merito e molto, invece, sulla logica clientelare, hanno pensato bene di gonfiare i propri uffici di personale di norma poco qualificato, in particolare al Sud.

Per queste scelte sciagurate è stato pagato un prezzo economico e sociale alto: si è accentuato il divario Nord-Sud; sono peggiorati molti indicatori riguardanti i servizi pubblici, lo spreco di risorse, la corruzione, l’infiltrazione mafiosa, la qualità della vita, la difesa del territorio e del paesaggio, gli investimenti produttivi e nelle infrastrutture.

Con l’elezione diretta dei presidenti di Regione, a partire dal 1999, la situazione non è migliorata.

I presidenti regionali, che impropriamente si fanno chiamare «governatori», hanno contribuito non poco all’impoverimento della partecipazione democratica, allo svuotamento del dibattito politico e alla crisi stessa dei partiti.

È urgente, dunque, tornare al dettato costituzionale, e abbandonare, prima di tutto, l’idea folle dell’autonomia «differenziata» che avrebbe, da un lato, pesanti effetti negativi in termini di aggravamento degli squilibri e di accelerazione dei processi di frammentazione sociale e territoriale, e dall’altro sarebbe foriera di seri rischi per la stessa convivenza civile e democratica.

Qualche anticipazione della deriva cui potremmo andare l’abbiamo avuta già in queste settimane di emergenza, assistendo all’irresponsabile gara tra i «governatori» su chi la sparava più grossa o su chi era più bravo a disattendere le ordinanze del governo.

La strada maestra è dunque richiamare tutti al rispetto della Costituzione, facendo tornare le Regioni nei limiti dai quali sono sconfinate.

Ciò implica che le Regioni facciano una sana cura dimagrante ponendo mano al decentramento, finora negato, di compiti di gestione e di personale ai Comuni e alle Province.

Alle Province, che potrebbero avere un ruolo importante nella programmazione intercomunale e di area vasta, va restituita al più presto piena dignità istituzionale con il ritorno all’elezione diretta dei consiglieri.

E infine, va rafforzata l’autonomia politica e fiscale dei Comuni con una riforma che, migliorando il carattere progressivo della tassazione, assicuri entrate certe per garantire sevizi pubblici efficienti, un welfare locale più moderno e una cura adeguata del territorio.

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