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Riforme Meloni riesuma l’elezione diretta del premier, in aula a gennaio. Il sottosegretario Fazzolari: «Sarà approvata entro fine legislatura, poi il referendum». La Russa non fa l’arbitro: «Serve il sistema di voto delle regioni». Le opposizioni pronte alle barricate. Magi: «La premier vuole i pieni poteri». Molinari (Lega) difende i collegi del Rosatellum. Dubbi anche da Tajani (Fi)

Giorgia Meloni e Ignazio La Russa all'Altare della patria per il 25 aprile, foto Ansa Giorgia Meloni con Ignazio La Russa – Ansa

Attacco a due punte di Fdi su legge elettorale e premierato. La premier, dopo il brusco risveglio delle regionali e le proiezioni che la vedono ballare nei collegi uninominali, ha deciso di vendere cara la pelle. Di piegare le regole del gioco con l’obiettivo di restare al potere. E così ieri prima il presidente del Senato la Russa, poi il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, hanno rilanciato le due riforme care a Meloni, che si tengono tra loro: legge elettorale e elezione diretta del premier.

«C’è il rischio di un pareggio, con una situazione di stallo che comporta un danno per i cittadini che non vedrebbero un governo deciso da loro ma un governo tecnico», ha detto ieri La Russa alla presentazione del nuovo libro di Bruino Vespa. «Per questo va esaminata la legge elettorale, con una riforma pensata non per avvantaggiare qualcuno ma per evitare lo stallo. Questo è l’appello che rivolgo alle forze politiche: serve una riforma bipartisan, la migliore sembra essere quella regionale, la Tatarella». Legge che prevede l’elezione diretta dei presidenti di regione con un premio di maggioranza alla coalizione più votata.

NELLE STESSE ORE il governo chiede alla capigruppo di Montecitorio di portare in aula a gennaio la riforma costituzionale del premierato che giace alla Camera dopo il primo sì del Senato a giugno 2024. Una riforma incanalata su un binario morto, che la premier vuole invece riesumare. «Se la maggioranza decide di utilizzare il tempo che resta per completare il premierato i tempi ci sono, il problema è la scelta politica», dice La Russa.

E POCO DOPO ARRIVA l ’annuncio di Fazzolari: «Completeremo la riforma del premierato nel corso della legislatura, e poi verrà sottoposto al giudizio degli italiani», dice alla festa per i 25 anni di Libero. «Avevamo detto che avremmo fatto una serie di riforme, la giustizia l’abbiamo fatta, le mettiamo a disposizione degli italiani». Fazzolari entra con entrambi i piedi anche nella legge elettorale: «Noi vorremmo immaginare una legge già adatta al premierato. Il referendum con ogni probabilità si terrà nella prossima legislatura, a quel punto sarebbe già bene avere una legge elettorale che rispecchia quella che dovrà essere adottata». «Credo che il sistema che vige per sindaci o regioni, dove tendenzialmente l’elettore sa chi sarà a guidare il governo, è il modello che andrebbe seguito: un proporzionale con premio di maggioranza e indicazione del presidente del Consiglio».

Anche il sottosegretario finge di tendere la mano alle opposizioni: «È importante il dialogo. Ci auguriamo che anche loro vogliono immaginare una legge che rimanga nel tempo e vada scelta a prescindere da chi forse oggi potrebbe trarne vantaggio».

IL DISEGNO È CHIARO: approvare il premierato in modo solo simbolico, sulla carta, e attuarlo de facto con la nuova legge elettorale, fatta perché Meloni sa di non poter vincere con i collegi dell’attuale Rosatellum, visto che da Roma in giù la destra rischia una batosta. Prima di tutto la premier dovrà trovare l’intesa nella maggioranza. «Il modello dei collegi uninominali per noi è quello migliore, perché è quello dove un partito come il nostro può esprimere un valore aggiunto e quindi avere una rappresentanza maggiore», dice il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari. «Per questo non è prioritario per la Lega cambiare la legge elettorale». E Tajani aggiunge: «Non metterei il nome del premier sulla scheda, non so quanto sia compatibile con la nostra Costituzione».

LE OPPOSIZIONI SONO pronte alle barricate. Ancor più dopo che Fdi ha legato in modo indissolubile la riforma elettorale e l’elezione diretta del premier. «Per noi è il premierato è una riforma inaccettabile che mette in pericolo l’equilibrio tra poteri dello stato e faremo opposizione durissima, tutto questo con lo sfondo della legge elettorale», dice la capigruppo Pd Chiara Braga. «È chiaro il motivo per cui vogliono cambiarla: hanno paura di perdere». «Vogliono far vincere la destra a tavolino», attacca Andrea Orlando.

E il segretario di + Europa Riccardo Magi: «Il combinato disposto tra premierato e legge elettorale Meloncellum, cioè un Porcellum in salsa meloniana, è l’anticamera dei pieni poteri che tanto vorrebbe Giorgia Meloni. Serve una opposizione durissima». Fdi ha invitato Schlein ad Atreju, la festa di partito che si terà a Roma dal 6 al 14 dicembre. La leader Pd ha detto che andrà solo se ci sarà un faccia a faccia con la premier. In cui, certamente, le riforme istituzionali sarebbero uno dei temi principali.

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I dati Istat: sei milioni di italiani rinunciano alle cure. Tra il 2016 e il 2023 la spesa è più che raddoppiata: da 3 a oltre 7 miliardi

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Pazienti in sala d’attesa al pronto soccorso dell’sopedale di Chiavsso travolto dalla variante inglese, Torino, Torino, 31 marzo 2021 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO Pazienti in sala d'attesa al pronto soccorso

La chiamiamo ancora «sanità pubblica». In realtà, il Servizio sanitario nazionale è sempre più un ibrido di Stato e privato. Anche se finanziamento pubblico e universalismo sono i pilastri della riforma che lo istituì nel 1978, la fotografia che ne scatta dalla fondazione Gimbe quasi mezzo secolo dopo racconta un’altra storia. La percentuale di servizi sanitari pagati out-of-pocket, cioè direttamente dagli utenti al di là della fiscalità generale, è stabilmente superiore alla soglia del 15% della spesa sanitaria totale: sopra quel tetto, secondo l’Oms, sono a rischio uguaglianza e accessibilità delle cure. Da noi è out-of-pocket oltre un quarto della spesa sanitaria, mentre in Germania e Francia il finanziamento pubblico e le mutue obbligatorie lasciano alle tasche private solo un decimo della spesa. Risultato: le famiglie italiane dedicano alle cure il 3,5% del budget familiare, contro il 2,1 e il 2,5 di quelle francesi e tedesche.

«Non serve cercare un piano occulto di smantellamento del Servizio sanitario nazionale» spiega Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe, presentando i dati al Forum Risk Management in Sanità di Arezzo. «Basta leggere i numeri per capire che la privatizzazione della sanità pubblica è già una triste realtà».

Nel 2024 la spesa out-of-pocket ha toccato i 41 miliardi di euro, 12 dei quali spesi in farmacia. «Oggi siamo sostanzialmente di fronte a un servizio sanitario “misto”, senza che nessun governo lo abbia mai esplicitamente previsto o tantomeno dichiarato» dice Cartabellotta. Nell’ultimo decennio, il rapporto tra spesa pubblica e privata è rimasto all’incirca costante. Questa stabilità però non deve ingannare: non significa che la vocazione sociale del Ssn sia rimasta la stessa. Infatti, oltre a chi si rivolge al privato per cure più veloci o confortevoli, una percentuale crescente della popolazione smette di curarsi tout court a causa dell’inefficienza della sanità pubblica e dei costi di quella privata. È una componente sommersa che, non alimentando la spesa, scompare dalle statistiche. L’ultima stima dell’Istat parla di sei milioni di italiani «rinunciatari», uno su dieci.

Se si conta anche questa fetta della torta, il ridimensionamento della sanità pubblica e universale concepita nel 1978 diventa evidente. Tuttavia, anche la quota pubblica della spesa alimenta la privatizzazione delle cure attraverso le strutture «accreditate», da cui lo Stato compra una quota di prestazioni a prezzi che devono coprire anche i profitti dell’industria della salute. In molti settori oggi le strutture private accreditate superano in numero quelle pubbliche. Se c’è sostanziale equilibrio a livello ospedaliero, il privato accreditato domina nel settore della specialistica ambulatoriale, della riabilitazione e soprattutto delle Rsa: quelle private sono aumentate del 41% tra il 2011 e il 2023, mentre quelle pubbliche calavano del 19%. Tra le regioni, i privati fanno gli affari migliori in Lazio e Lombardia.

Solo nella sanità territoriale, meno redditizia per il settore privato, lo Stato gode ancora di un sostanziale monopolio. Il settore che cresce più velocemente però è quello del privato-privato, interamente affidato al mercato senza mediazione statale: tra il 2016 e il 2023 la spesa degli italiani in questo ambito è più che raddoppiata, da 3 a oltre 7 miliardi di euro.

Dopo la pubblicazione dei numeri del Gimbe, il Partito democratico denuncia una privatizzazione «favorita dall’attuale governo» e annuncia un’interrogazione parlamentare attraverso la deputata Ilenia Malavasi. In realtà, gli stessi dati mostrano che lo squilibrio tra pubblico e privato c’era anche con altre maggioranze. È altrettanto vero che la manovra finanziaria del 2026 non invertirà la rotta: circa la metà dei due miliardi stanziati saranno spesi per aumentare il ricorso alla sanità privata sotto le insegne del taglio delle liste d’attesa e ad alleggerire la quota del ripiano della spesa farmaceutica a carico delle aziende.

 

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Consenso La presidente della commissione Giustizia al Senato prova a salvare l’impianto del testo dalle bordate del suo partito

La presidente della Commissione Giustizia Giulia Buongiorno La presidente della Commissione Giustizia Giulia Buongiorno – LaPresse

Per tutta la giornata la presidente della commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno si sgola ripetendo che la legge sul consenso «libero e attuale» si farà e in tempi celeri: «L’accordo Meloni-Schlein sarà rispettato. Nessuno si deve permettere di dire che si vuole affossare la legge. In commissione è arrivata ieri e io non ho mai fatto una legge in un’ora». E allora quando si farà? A gennaio in commissione per essere approvata in febbraio, secondo le previsioni della presidente che ha deciso un calendario di nuove consultazioni rapido, limitato a giuristi ed esperti, non più di due consultati per gruppo parlamentare da indicarsi non oltre lunedì prossimo, proprio per evitare il rischio di un rinvio all’infinito.

IN OGNI CASO, specifica la principessa del foro, nel testo così com’è non si configura l’inversione dell’onere della prova ed è un passaggio significativo perché proprio questo è invece l’addebito che parte da molti critici della legge, inclusa la ministra della Famiglia Eugenia Roccella. Il calendario rigido, insomma, non servirebbe solo a stornare i sospetti di voler insabbiare la norma ma anche a evitare manovre dall’interno della stessa Lega e della maggioranza. Perché se il ministro della giustizia Nordio afferma che «in una legge così delicata bisogna guardare anche le virgole» e il testo presenta problemi di interpretazione, è anche vero che le aree più reazionarie della destra mirano a sfruttare la sospensione per rinviare l’approvazione sine die.

CON LA PRESIDENTE della commissione Bongiorno, ieri, un folto coro ha giurato su quanto di più caro che non c’è nessunissima volontà di sabotaggio. Lo ha fatto il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Nessun passo indietro di Giorgia Meloni. Sul rafforzare le tutele per le donne lei e Elly Schlein sono d’accordo». Lo hanno fatto i ministri Nordio e Roccella e lo ha fatto, lui però con toni significativamente diversi, il capo della Lega Matteo Salvini: «La legge è assolutamente condivisibile ma deve essere scritta rigorosamente perché così lascia troppo spazio alla libera interpretazione del singolo e alle vendette personali. I tribunali rischierebbero di finire intasati».

SONO PROPRIO LE PAROLE del vicepremier a scatenare di nuovo le reazioni furibonde dell’intera opposizione. La relatrice, la dem Michela Di Biase, le considera «raccapriccianti e sessiste», la capogruppo del Pd Chiara Braga le bolla come «volgari», Elisabetta Piccolotti, di Avs, parla di «regolamento di conti tra Salvini e Meloni sulla pelle delle vittime di violenza sessuale». La deputata di Avs mette il dito nella ferita aperta. Il dubbio che la manovra della Lega miri anche, se non soprattutto, a mettere in imbarazzo la premier e a indebolirne l’immagine dimostrando che non è più la leader quasi onnipotente di prima non può che esserci.

LA VERSIONE CHE parte dallo stato maggiore di FdI e di palazzo Chigi naturalmente è opposta: la stessa premier, di fronte alle critiche della Lega e dopo l’intervista del 20 novembre in cui il presidente del Tribunale di Milano Roia sembrava prefigurare una sorta di inversione dell’onere della prova, si sarebbe convinta di dover rimettere le mani nel testo. Ieri Roia ha assicurato che nel ddl non c’è alcun rischio di inversione, la premier, invece, è rimasta muta. Parecchi elementi autorizzano però a sospettare che questa rosea versione sia quanto meno addomesticata. FdI e Fi si sono accodati in commissione alla Lega, mentre una decisione condivisa sarebbe stata invocata dall’intera maggioranza. Nel clamore degli ultimi due giorni spicca il silenzio tombale ed eloquente degli alti ufficiali sia tricolori che azzurri.

SALVINI, forte del risultato veneto e in realtà anche di quello campano che ha deturpato l’immagine invincibile della premier, ha cambiato completamente tono. Sulla futura candidatura a governatore della Lombardia di un Fratello, solo per fare un esempio, non chiude le porte ma nemmeno le apre e parla come chi impugna lo scettro: «Nella mia Lombardia, se FdI presenterà una candidato credibile, sarò felice di prenderlo in considerazione». La simultanea sospensione dell’iter del ddl sul consenso, che comunque è costata a Giorgia Meloni una pessima figura, forse è una coincidenza e forse no. Ma il regolamento di conti è cominciato comunque.

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Pioggia e fango spazzano via le tendopoli mentre i camion umanitari sono bloccati ai valichi. Nella Striscia si continua a morire, in Cisgiordania scattano nuove operazioni militari. Il cessate il fuoco è solo sulla carta: Israele avanza e il mondo non guarda più

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I palestinesi attraversano un campo tendato temporaneo allagato dopo le forti piogge a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, martedì 25 novembre 2025. (AP Photo/Abdel Kareem Hana) I palestinesi attraversano un campo tendato temporaneo allagato dopo le forti piogge a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale – (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Secondo le Nazioni unite, oggi a Gaza circa 1,4 milioni di persone soffrono di una grave carenza di alloggi. Questo dato rende la realtà in cui viviamo un’enorme crisi umanitaria: decine di migliaia di famiglie senza un alloggio sicuro e la maggior parte di noi che vive in tende fatiscenti, inadatte ad affrontare l’inverno.

LA MATTINA del 14 novembre 2025, con l’arrivo del primo fronte freddo a Gaza, mi sono svegliata e ho trovato il luogo in cui dormiamo – mai davvero adatto a vivere dopo che la nostra casa è stata distrutta per la terza volta – completamente allagato. Non si tratta di un «rifugio», ma di uno spazio temporaneo in cui ci siamo spostati dopo il cessate il fuoco, sperando che la situazione si chiarisse o che venisse intrapresa qualche azione per la ricostruzione. Nulla è accaduto.

Ho sentito le voci dei bambini delle tende vicine che piangevano alla porta. L’ho aperta subito e ho trovato tre bambini con le labbra e i volti blu per il freddo e la loro madre che tremava dietro di loro: «Siamo bagnati fradici…la pioggia è entrata e la tenda è completamente allagata». Sono rimasta paralizzata per un attimo, poi mi sono precipitata alla finestra. Lungo la strada, nella tendopoli, ho visto ripetersi la stessa scena: donne, bambini e anziani seduti per strada sotto la pioggia, impotenti, con i materassi bagnati e gli effetti personali sparsi ovunque, mentre pianti e confusione riempivano l’aria.

LE SOFFERENZE di questa prima pioggia sono solo l’inizio. L’inverno è lungo. Le tende già logorate dal sole cocente dell’estate e ora dalla pioggia sono completamente inabitabili. Ogni giorno che passa aumenta il pericolo per i bambini, le donne e gli anziani e aggrava la crisi umanitaria. In tutta Gaza, la distruzione causata dal conflitto ha lasciato la maggior parte della popolazione senza un riparo adeguato. Le tende che avrebbero dovuto fornire almeno una protezione minima sono gravemente danneggiate: i tetti sono crollati, le pareti sono strappate e i pali di sostegno sono rotti, lasciando gli interni fradici.

LE FAMIGLIE che hanno perso le loro case sono state costrette a trasferirsi ovunque trovassero spazio, ma molte arrivano in zone sovraffollate con poche o nessuna risorsa. La situazione è particolarmente grave a Rafah, Jabaliya, Beit Hanoun, dove interi quartieri sono stati pesantemente colpiti dagli attacchi e molte persone sono state sfollate. Queste zone,

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Riforma legge elettorale Meloni vorrebbe abolire i collegi uninominali

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Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, foto Imagoeconomica 

Le ripercussioni della prova elettorale sulla destra arrivano subito e proprio dove la destra ha vinto, nel Veneto, e prima di tutto nel partito trionfante, la Lega. Luca Zaia registra circa 220 mila preferenze: un diluvio. Impossibile immaginare che un simile successo personale, del resto prezioso per Salvini, rimanga senza conseguenze. «Resto nel Consiglio regionale, a disposizione di Stefani», si schermisce il doge ma il cerchio stretto che lo affianca fa intuire che non gli dispiacerebbe se il riconoscimento dei suoi meriti si traducesse in presidenza onoraria del Consiglio regionale. In ogni caso la permanenza nel Consiglio non modifica la mutazione del suo ruolo: sinora Zaia si è considerato un amministratore. Ora è e vuole essere un politico.

COME POLITICO la prima mossa è una sorta di benservito a Vannacci che al partito del nord non è mai piaciuto: «Vannacci non è mai stato il mio punto di riferimento e il voto la dice lunga su da che parte si deve andare». Da quella opposta all’orizzonte nazionalista e parafascista che piace al generale. Ma il messaggio è implicitamente rivolto anche a Salvini che nella stessa direzione, pur con richiami nostalgici meno pronunciati, voleva indirizzare la Lega.

Il signore del Veneto assicura di non aver alcuna intenzione di dar vita a una corrente interna alla Lega: «Le correnti sono l’inizio della distruzione dei partiti». Sembra un segnale rassicurante per il capo. Non lo è. L’idea che Zaia ha in mente, e che non è solo sua ma discussa, concordata e coordinata con gli altri governatori delle regioni del nord, è più ambiziosa: trasformare la Lega in un partito federale, una federazione di leghe locali unite ma anche dotate di ampia autonomia. Questo è l’obiettivo della proposta lanciata a Pontida di una Lega modellata sulla federazione Cdu-Csu, ripresa ora con possibilità di pressione moltiplicata: «Il paese sta cambiando. Va sempre più verso il federalismo e penso che il federalismo all’interno dei partiti diventi sempre più questione impellente».

SALVINI, NATURALMENTE, non ne vuole neppure sentir parlare. La risposta dei suoi collaboratori a qualsiasi domanda sull’ipotesi Cdu-Csu è secca e definitiva, «no», e sarebbe ingenuo pensare che la vittoria personale del doge lasci il leader disarmato. Anche lui esce rafforzato dalla prova elettorale: la Lega cambierà ma in una ricerca di nuovi equilibri che impiegherà qualche tempo a dispiegarsi e che non può lasciare tranquilla Giorgia Meloni. Perché a quei nuovi equilibri corrisponderà giocoforza una diversa disposizione all’interno del centrodestra. Nel Carroccio, ad esempio, tutti negano correlazioni tra la tombola nel Veneto e la decisione di rallentare se non proprio di bloccare la marcia trionfale del ddl Antistupro. Ma che la levata di scudi sia arrivata proprio all’indomani di quel successo è una coincidenza quanto meno eloquente.

IL TERRENO sul quale la trattativa con la Lega sarà più serrata e tesa è quello della legge elettorale, cioè il passaggio fondamentale, con il referendum costituzionale, di qui alle prossime elezioni politiche. Che la premier sia decisa a spedire nel ripostiglio del vecchio ciarpame il Rosatellum è certo. Dopo il risultati in Campania e Puglia non potrebbe fare altrimenti: il rischio di un cappotto nei collegi in quelle due regioni e in realtà nel sud è concreto. Porterebbe alla sconfitta o al pareggio spauracchio temutissimo al Nazareno. L’ipotesi di lavoro che la premier ha in mente e alla quale stanno lavorando i suoi fedelissimi, Donzelli e Lollobrigida, è nota: niente quota maggioritaria, proporzionale con premio di maggioranza fino a 55% per chi supera il 40%, ma la soglia potrebbe essere alzata per evitare gli strali della Consulta, listini bloccati senza preferenze.

PER LA LEGA, che grazie ai collegi adopera il suo potere di condizionamento per strappare più seggi di quanti non ne meriterebbero i risultati elettorali, è un problemone. O meglio è un sacrificio che chiederà cospicui risarcimenti. In più la premier insiste per l’indicazione del candidato a Chigi sulla scheda e anche su questo particolare, per lei essenziale, dovrà vedersela, oltre che con Fi, con una Lega improvvisamente ringalluzzita.

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Zelensky dice sì a un accordo per la pace in Ucraina, l’ultima versione del “piano in 28 punti” seguito dal “piano in 19 punti” e da un terzo negoziato ieri a Abu Dhabi. Trump invia due fedelissimi a Mosca e Kiev per l’ultima pressione. Ora tocca alla Russia, ma la porta si è stretta

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L’incontro tra Zelensky e il segretario dell'esercito Usa Driscoll, foto AP L’incontro tra Zelensky e il segretario dell'esercito Usa Driscoll – foto AP

Durante i colloqui con gli emissari Usa ad Abu Dhabi «gli ucraini hanno accettato il piano» di pace Usa e mancherebbero solo «alcuni dettagli», come anticipato da un anonimo ufficiale statunitense e poi confermato in serata dal presidente ucraino stesso. «Frenesia informativa» l’ha definita il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, rifiutandosi di commentare. Troppe notizie sul piano di pace proposto dagli Usa, emendato a Ginevra, ridiscusso negli Emirati arabi durante gli ultimi due giorni e rimescolato dai Volenterosi ieri. I dettagli in questione sono in realtà i pilastri sui quali in questi quattro anni di guerra non si è riusciti a trovare una sintesi e il rimando a un imminente colloquio tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump per sciogliere le questioni ancora sul tavolo – «entro la fine di novembre», sperano gli ucraini, «non prima della firma» secondo Washington – assomiglia a un modo per guadagnare tempo.

DEL TESTO IN 28 PUNTI che prevedeva la cessione dei territori attualmente sotto l’occupazione russa, della parte restante di Donetsk non ancora conquistata, il riconoscimento de facto della sovranità russa su queste regioni da parte degli Usa, la riduzione dell’esercito ucraino a 500mila soldati e altre misure economiche politiche e militari non probabilmente non resta molto. Per lo meno non i punti che hanno spinto il Cremlino a definirlo «un’ottima base di partenza». Anzi, sembra che si ritorni a una settimana fa, nonostante tutti gli attori coinvolti, da Bruxelles a Washington definiscano i progressi «incoraggianti». Trump ha addirittura dichiarato che «nella speranza di finalizzare questo piano di pace, ho incaricato il mio inviato speciale Steve Witkoff di incontrare il presidente Putin a Mosca e, contemporaneamente, il segretario dell’esercito Dan Driscoll incontrerà gli ucraini». Tutti tranne Mosca. «La Russia potrebbe respingere una versione modificata del piano di pace statunitense, se questo non soddisferà le richieste di lunga data di Mosca» ha dichiarato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. Il funzionario ha rivendicato che il piano nella sua prima versione era uno sviluppo fedele di quanto deciso da Vladimir Putin e Donald Trump durante il loro incontro in Alaska, il 15 agosto scorso. Lo «spirito di Anchorage» e il Cremlino «non ne accetterà la cancellazione». Anche se uno spiraglio per la trattativa è aperto. I russi affermano di aver ricevuto solo la prima proposta e di attendere la «versione intermedia», alla quale hanno partecipato il segretario di Stato Usa Marco Rubio, i rappresentanti dell’Ue e dell’Ucraina a Ginevra. Su questo sembra che si potrà discutere. Tuttavia, malgrado le aperture dei giorni scorsi a una maggiore presenza europea, ieri le parole del presidente Francese Emmanuel Macron – per il quale la pace «non deve essere una capitolazione che dia alla Russia carta bianca per continuare anche verso altri Paesi europei», «nessuno può dire per conto degli ucraini quali concessioni territoriali siano disposti a fare» e «spetta agli europei decidere sugli asset russi» – hanno riacceso la polemica dalla distanza. Per i russi le parole di Macron sono «sogni» e comunque l’Europa ha già avuto le sue possibilità di giocare un ruolo nella soluzione pacifica del conflitto ucraino, «ma ha fallito su tutti i fronti». Nel frattempo ad Abu Dhabi i rappresentanti degli Usa incontravano in separata sede russi e ucraini ed è significativo che stavolta per Kiev abbia trattato il potente capo dell’intelligence militare (Gur) Kyrylo Budanov.

MA I LEADER EUROPEI più schierati per la cosiddetta «pace giusta», ovvero quella che

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