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A bordo della Alan Kurdi 

 L’Italia, dunque, non è più un porto sicuro. Lo proclama il decreto 150 del 7 aprile 2020 emanato dal ministro dei trasporti Paola De Micheli, di concerto con i ministri degli esteri Luigi Di Maio, dell’interno Luciana Lamorgese e della salute Roberto Speranza.

La disposizione è particolarmente secca: «Per l’intero periodo di durata dell’emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus Covid-19 (dunque, sino al 31 luglio 2020, ndr), i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di Place of Safety (“luogo sicuro”), in virtù di quanto previsto dalla Convenzione di Amburgo, sulla ricerca e salvataggio marittimo, per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area Sar italiana». Di conseguenza, i naufraghi eventualmente salvati da navi non italiane non potranno essere sbarcati in un porto della nostra penisola, ma andranno condotti dai soccorritori in un porto dello stato di cui la loro nave batte bandiera.

Politicamente indicativa la motivazione della decisione assunta. Merita riportare direttamente le parole del decreto, che è stato deciso dopo aver «tenuto conto che, in considerazione della situazione di emergenza connessa alla diffusione del coronavirus e dell’attuale situazione di criticità dei servizi sanitari regionali e all’impegno straordinario svolto dai medici da tutto il personale sanitario per l’assistenza ai pazienti Codiv-19, non risulta allo stato possibile assicurare sul territorio italiano la disponibilità di tali luoghi sicuri senza compromettere la funzionalità delle strutture nazionali sanitarie, logistiche e di sicurezza dedicate al contenimento della diffusione del contagio e di assistenza e cura ai pazienti Covid-19». Assicurare un porto in cui sbarcare in sicurezza i naufraghi implicherebbe, cioè, sottrarre risorse umane attualmente rivolte a curare gli italiani e questo, per i ministri firmatari del decreto, sarebbe – evidentemente – inaccettabile. A parte il fatto che è davvero poco credibile che la messa in quarantena (perché di questo si tratterebbe) di qualche decina di persone possa assestare un colpo decisivo alla capacità italiana di far fronte al Covid-19, l’argomentazione governativa non ha nulla a che vedere con la sicurezza dei nostri porti, riducendosi, in sintesi, a un: «prima gli italiani». Che Salvini, che già aveva avuto i Cinque stelle (Di Maio) dalla sua, abbia fatto dunque proseliti anche nel Pd (De Micheli; ma non si dimentichi il precedente di Minniti) e in LeU (Speranza)?

Le cronache giornalistiche di queste ore ci rivelano la ragione contingente di tale decisione: il fatto che la nave Alan Kurdi, della ong tedesca Sea Eye, si stia avvicinando alle coste italiane con a bordo 145 naufraghi tratti in salvo al largo delle coste libiche. Che cosa pensi di poter ottenere il governo con il suo decreto è difficile da comprendere: davvero qualcuno crede che l’imbarcazione di soccorso volgerà adesso la prua alla volta di Gibilterra per dirigersi verso il «più vicino» porto tedesco? O, peggio ancora, che inverta la rotta e riconsegni i naufraghi ai loro aguzzini libici? Possibile che il caso Rackete non abbia insegnato nulla? È stato già dimenticato che sono in gioco diritti umani fondamentali – a partire da quello alla vita – a tutela dei quali i soccorritori agiscono nell’adempimento di un dovere e, se non adeguatamente sostenuti o, peggio, se ostacolati dalle autorità, potendo fare affidamento sulla scriminante dello stato di necessità? E cosa farà il governo se la Alan Kurdi entrerà ugualmente in un porto italiano: chiederà consiglio a Salvini su come schierare le motovedette della Guardia di Finanza a far muro davanti ai moli di attracco?

Come se non bastasse, a incidere in maniera così pesante su alcuni tra i più fondamentali diritti umani – il diritto alla vita, il diritto di non essere sottoposti a tortura o a trattamenti inumani e degradanti, il diritto d’asilo – è un atto normativo secondario, quale il decreto interministeriale, che esclude ogni possibile valutazione non solo parlamentare, ma addirittura governativa, trattandosi di atto assunto senza deliberazione del Consiglio dei Ministri. Un provvedimento, dunque, non solo sostanzialmente, ma anche formalmente illegittimo.

 

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Il virus e le menzogne sul "lavoro rubato"

Leonardo Becchetti su Avvenire di martedì 7 aprile

È allo scrittore Norman Mailer che dobbiamo l’invenzione della parola "fattoide" per indicare un fatto "verosimile" che inizia a esistere nella mente delle persone dopo essere stato creato dai media. Nell’era dei social l’opinione pubblica è travolta da molti "fattoidi". Un classico "fattoide" sovranista che circola è che i lavoratori immigrati tolgono posto agli italiani. In un pezzo scritto qualche tempo fa su queste colonne raccontavo che in un bel libro sulle migrazioni Nicola Coniglio ricorda come in Carolina del Nord nel 2011 siano state messe a bando pubblico 6.500 posizioni lavorative stagionali alle quali hanno risposto, completando il percorso lavorativo, solo 7 disoccupati locali sui 500mila presenti in quel territorio. L’autore ricorda come nel medesimo periodo gli stagionali provenienti dal Messico contribuivano al Pil dello Stato americano per 317 milioni di dollari creando secondo alcune stime un posto di lavoro locale per ogni 3-4 stagionali.

Il gigantesco esperimento di distanziamento sociale a cui il coronavirus ci ha costretti ci sta facendo sbattere la testa contro questa realtà anche in Italia. La denuncia di numerosi proprietari agricoli in questi giorni di primavera è che molti prodotti dell’agricoltura italiana rischiano di marcire nei campi per l’impossibilità (o la non disponibilità) degli stagionali di venire a lavorare nel nostro Paese. Il problema è talmente grave che la ministra Bellanova sta correndo ai ripari, siglando un accordo con il governo romeno per l’invio di stagionali al fine di evitare che il 40% della nostra frutta e verdura non venga raccolto.
Ci siamo sgolati, in questi anni, a spiegare e documentare la complementarietà tra lavoratori stranieri e italiani nel nostro Paese. A evidenziare che i mercati del lavoro sono molto segmentati, ovvero che i lavoratori non sono figurine spostabili da un’attività produttiva all’altra, da una professione all’altra (un laureato in legge di Palermo non può fare domani l’ingegnere a Milano, un parrucchiere di Brescia non accetterà con grande probabilità un lavoro di stagionale agricolo nella zona di Pinerolo, un disoccupato con reddito di cittadinanza non vedrà molto di buon grado la possibilità di interrompere l’erogazione per andare a fare lo stagionale e raccogliere frutta e verdura).
La notizia ha scatenato nel dibattito sui social un polverone rimettendo in discussione tutta la costellazione dei fattoidi sovranisti. Che gridano allo «sfruttamento della manodopera agricola», affermando che se i braccianti agricoli fossero pagati "molto di più" gli italiani arriverebbero e il problema non si porrebbe.

Insomma vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca. Pagare al supermercato i prodotti agricoli a prezzi che ci dovrebbero insospettire perché non solo nascondono condizioni di manodopera non molto dignitose (riuscendo spesso comunque a offrire a chi viene da condizioni di povertà lavori da quel punto di vista comunque appetibi-li), ma anche rischi per la nostra salute. Tra i luoghi comuni scoperchiati dalla notizia e dal dibattito c’è l’altro fattoide che tutta la colpa sia dell’euro e della 'deflazione salariale' che ci costringe a tenere le paghe basse per essere competitivi a livello internazionale. La realtà – pessima – dice invece che le condizioni degli stagionali agricoli sono esattamente le stesse negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutti Paesi ad alto reddito, euro o non euro. Il difetto fondamentale del nostro Paese sono i fumi ideologici, l’astrattezza e l’incapacità di capire che i problemi li possiamo risolvere solo rimboccandoci le maniche, senza scomodare Marx, Keynes, Milton Friedman e i massimi sistemi.

Abbiamo tutti la stessa dignità, ma non agiamo tutti allo stesso modo. Così è in tutti i campi della vita. Anche in Italia, anche oggi, anche ai tempi dell’euro le imprese agricole italiane non sono tutte uguali. Ci sono quelle che sfruttano persone e ambiente e fiducia dei compratori finali. Ma ce ne sono molte che, invece, sono capaci di coniugare qualità dei prodotti, uso maggiore delle tecnologie, dignità del lavoro e sostenibilità ambientale senza dover necessariamente praticare prezzi proibitivi. E ci sono informazioni e piattaforme in rete dove è possibile acquistare anche online i prodotti di queste aziende oltre a gruppi di acquisto che ci mettono in contatto con le eccellenze delle filiere locali. Se imparassimo a 'votare col portafoglio', premiando con le nostre scelte i prodotti (solidali, dell’agricoltura sociale, 'caporalato free') di aziende capaci di coniugare qualità con dignità del lavoro e sostenibilità ambientale avremmo fatto un atto di vera e civile 'sovranità' e saremmo un bel passo avanti nella soluzione del problema. Abbiamo in tasca le chiavi dei lucchetti delle nostre catene. Le chiavi dobbiamo usarle, però.

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Commento. L'epidemia da Covid 19 e le nuove povertà: alcuni strumenti necessari per creare un muro di contenimento

 

La crisi sanitaria che stiamo vivendo a causa del Covid19 ci ha costretto a importanti sacrifici da un punto di vista economico, ma anche a ripensare il nostro sistema di welfare e di tutela del reddito da lavoro. Quella che inizialmente era una crisi sanitaria, sta infatti aprendo una nuova questione sociale. Uno degli effetti più evidenti del Coronavirus è l’impoverimento generale della popolazione. Il rischio è che il tasso di povertà continui a crescere, con parametri del tutto diversi.

Diversi da quelli tradizionali, poiché i nuovi poveri sono persone che fino a un mese fa avevano un reddito da lavoro. Secondo uno studio della Banca d’Italia fino a 260mila famiglie potrebbero cadere in povertà se l’emergenza durasse due mesi. Numero destinato a salire a 360mila unità se la pandemia dovesse prolungarsi.

Di fronte a questi numeri che prefigurano una vera e propria frana sociale, è urgente intervenire con dei muri di contenimento. Gli interventi varati dal Governo vanno nella giusta direzione ma purtroppo non sono esaustivi. Nello scenario attuale abbiamo tre grandi strumenti, non necessariamente alternativi, di sostegno al reddito delle famiglie e dei lavoratori: gli ammortizzatori sociali in deroga anche per le piccole imprese e tutelano tutta la platea del lavoro dipendente, anche temporaneo o part-time (da questo punto di vista sono stati fatti notevoli passi in avanti verso l’universalità degli aiuti ai lavoratori); l’una tantum da 600 euro per il lavoro autonomo e parasubordinato; il Reddito di Cittadinanza a favore delle persone in povertà assoluta.

Tre misure fondamentali, ma che da sole non riescono a coprire al 100% della platea dei lavoratori. Rimangono fuori da qualunque copertura assicurativa alcune categorie di lavoratori che, seppure “residuali”, rappresentano un numero significativo di persone che da un giorno all’altro si è ritrovata senza alcuna fonte di reddito. Gli addetti al settore domestico (colf e badanti), gli stagionali e intermittenti non coperti dal Cura Italia, così come gli atipici non dipendenti e gli autonomi che non “rientrano” nel decreto. Ma ci sono ancora due gruppi di persone: i lavoratori completamente in nero e i cittadini non italiani in condizioni di irregolarità, si pensi ai braccianti agricoli: si pensi al caso di Rosarno.

Per tutte queste categorie è urgente trovare risposte rapide e immediate, che garantiscano la tenuta sociale del Paese. La strada che l’Esecutivo sembra percorrere – e che sarebbe auspicabile – segue un doppio binario. Il primo è un sussidio temporaneo per i lavoratori “scoperti” (poco meno di due milioni di persone). Il secondo è la distribuzione di buoni spesa o d’acquisto diretto di generi alimentari da consegnare alle persone in difficoltà da parte delle singole Amministrazioni.

Fondamentale è e sarà il ruolo del terzo settore, esplicitamente riconosciuto dal Presidente del Consiglio, che insieme agli enti locali è un soggetto di prossimità e di sostegno alle comunità nel prendersi cura dei disabili, degli anziani, dei poveri, dei senza dimora e di quanti hanno bisogno di aiuto. Secondo la direzione tracciata da Governo, il welfare territoriale potrà supportare i Comuni non solo nell’erogazione degli aiuti che dovranno elargire, ma anche nella mappatura delle fragilità dei territori e nella ricostruzione della geografia della povertà.

Infine sarà necessario modificare il RdC. Si dovrà pensare a una deroga al RdC che preveda, a fronte di un incremento del fondo stesso, da una parte una riduzione a due anni del periodo di residenza minimo in Italia dall’altra la maggior eliminazione possibile di alcuni vincoli burocratici. L’occasione sarebbe importante anche per lavorare sulla questione della scala di equivalenza, che come Alleanza contro la povertà da tempo richiamiamo: attualmente penalizza le famiglie numerose e con minori.

Sono misure di equità, che avrebbero impatti relativamente limitati nei conti pubblici (date le risorse che si mobilitano in questo momento). Gli interventi da fare sono molti e occorre procedere con misura, con attenzione al frastagliato panorama sociale del Paese.

*L’autore è presidente Acli e portavoce Alleanza contro la povertà

 

 

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Secondo l’economista Michele Raitano i cento miliardi annunciati dalla Commissione europea non sono sufficienti, ma bisognerà usarli per ripensare al sistema italiano del lavoro e al ruolo dell’intervento pubblico

Le risorse messe a disposizione dalla Commissione europea non sono sufficienti, anche perché non si sa ancora come verranno gestiti i 100 miliardi annunciati. Il vantaggio è che il prestito avrà un tasso d’interesse molto basso e l’utilizzo di queste risorse non sarà sottoposto a meccanismi di condizionalità, se non a politiche per il lavoro, ma non a quelle di austerità. “La questione è saltare i paletti del patto di stabilità – ci spiega Michele Raitano, economista e docente all’’Università La Sapienza di Roma -. Per i Paesi come l’Italia puoi concedere di emettere debito a dismisura, ma il problema successivo è vendere sul mercato i titoli di debito pubblico (come accadde nel 2011), perché basta qualsiasi volatilità o crisi di sfiducia per provocare una crisi di liquidità che prefigurerebbe scenari greci”. Ulteriore rischio consiste nell’instabilità politica alla quale l’Italia è da sempre avvezza e, a questo proposito, Raitano ricorda che appena prima dell’esplosione della pandemia la maggioranza di governo sembrava avere i giorni contati e anche ora le fibrillazioni interne non mancano. 

L’economista spiega quindi i meccanismi che portano a rischi per il nostro paese: “Se si emette un debito molto alto, generalmente poi si stampa moneta, ma noi siamo in un’unione monetaria e quindi non è possibile farlo, quindi si aumenta il disavanzo e lo si mette a debito. Il debito cresce di conseguenza in modo enorme, si riducono le entrate e contemporaneamente bisogna spendere le risorse, in questo modo diminuisce il Pil e, in questa situazione, si potrebbe arrivare anche a una perdita del 10 percento del Pil, visto che i tempi della pandemia non sono certi”. L’esplosione del debito all’interno di un’area euro non solidale costringere a ricorre ai mercati e a chiedere un rifinanziamento continuo, con l’innalzamento conseguente dello spread e la possibilità di un grave avvitamento.

“Per fare fronte a questi rischi - prosegue l’economista - il meccanismo Sure (il finanziamento delle politiche nazionali di supporto al reddito dei Paesi più colpiti dall'emergenza Covid-19, ndr) è un minimissmo primo passo pensato per concedere agli Stati la possibilità di indebitarsi senza però dovere sottostare ai mercati finanziati per il costo del debito. Però il passo è minimo, perché le misure hanno costi nettamente superiori per il bilancio pubblico rispetto a quello che potremo ottenere. Non sono ancora chiare le condizioni che saranno fissate per l’accordo sul prestito: è chiaro che non ci sarà una troika ad imporci che si andrà in pensione a 90 anni con 200 euro di assegno, ma gli accordi politici avranno un minimo di condizionalità. Non dimentichiamoci che l’Italia, dal ’92 in poi (fatti salvi forse un paio di anni) il bilancio primario è in attivo e bisogna uscire dal luogo comune che il nostro Paese vive al di sopra delle proprie possibilità. Quello che conta per capire la direzione politica fiscale è il bilancio primario, vale a dire le spese meno le entrate, al netto senza la spesa del debito passato, e a noi entra più di quanto spendiamo”. Quanto al dibattito sui Coronabond, Raitano dubita che le autorità europee riusciranno a intervenire con questo strumento, però nella situazione attuale, se la Bce monetizzasse, ci potrebbe essere solamente un rischio di inflazione, mentre il terrore vero è invece la deflazione. 

Sull’idea di un nuovo piano Marshall, il docente della Sapienza è dell’opinione che, partendo dall’idea che questo shock improvviso potrebbe portare a rivedere una serie di luoghi comuni, “si dovrebbe riprendere in considerazione la funzione dell’intervento pubblico in economia e capire che non si è virtuosi se si taglia la spesa per le pensioni o si lascia spazio a forme lavorative delle più estese per ridurre il costo del lavoro. Nonostante il governo abbia messo in campo misure degnissime sulla cassa integrazione estesa per tutti, ormai non si riesce a coprire l’intera platea dei lavoratori che ne hanno bisogno. Sino ad ora ci si è mossi verso la flessibilizzazione dei contratti di lavoro e la riduzione dell’intervento pubblico, con l’esito di una riduzione della capacità produttiva autonoma dello Stato (lo abbiamo visto con quanto accaduto con mascherine e guanti). Contemporaneamente c’è stata anche la revisione del sistema sanitario nazionale, con le differenze che abbiamo visto tra regioni come Lombardia e Veneto. Tutto ciò qualche lampadina dovrebbe accendersi. Quindi, ben venga un piano Marshall se vuole dire pensare a un grosso programma di investimenti pubblici in settori colpevolmente trascurati, ma la cosa è diversa se invece vuole dire che per tirare a campare ci facciamo legare mani e piedi da benefattori esterni (che benefattori poi non sono). Con la crisi dei debiti sovrani si è andati ancor di più contro intervento pubblico e il decreto Salva Italia, ricordiamolo, ha avuto come unica politica pensabile quella dei tagli del sistema pubblico e dell’austerità”. 

Torna poi in campo il rapporto tra finanza ed economia reale, perché diventa sempre più necessario avere una visione di lungo periodo, caratteristica che non appartiene certo al mondo finanziario, di sua natura speculativo, quindi con una visione di brevissimo periodo che si scontra con la logica dell’intervento pubblico. “Dobbiamo pensare che il mercato lasciato a se stesso non produce beni per la collettività - dice l’economista - mentre ci sono produzioni strategiche devono essere mantenute. Le politiche di lungo periodo guardano alle esigenze e ai bisogni dei cittadini, al loro futuro. Lo stesso vale per il mercato del lavoro, perché anziché campare sull’oggi abbassando il costo del lavoro e insieme riducendo i diritti, bisogna pensare a sistemi che tutelino maggiormente tutti quanti. In questo senso l’incertezza politica diventa clamorosa: se si va continuamente a elezioni (politiche e amministrative), tutti gli interessi sono schiacciati sul brevissimo periodo per interesse elettorale, al contrario bisogna necessariamente fare coincidere i tempi della politica con gli obiettivi di lungo periodo”. 

Venendo poi strettamente ai temi del lavoro, della precarizzazione, del sommerso, nero o grigio che sia, gli interventi emergenziali ai quali stiamo assistendo devono necessariamente sfociare in un ripensamento delle regole e a un welfare che sia a garanzia dell’intera comunità. Raitano spiega che “sino a ora ai lavoratori autonomi è stato applicato un modello basato sulla logica del ‘paghi meno tasse, ti controllo meno, però qualunque rischio è a carico tuo’, quindi ora è necessario fare un intervento su questo settore. Lo stesso per il lavoro part time, che diventa full time con le ore pagate fuori busta, e per il lavoro nero. Il dramma è come ripartire, perché se non hai una spinta forte della domanda, il rischio è che si ricominci con lavori molto precari e saltuari. In questo senso il tanto discusso reddito di cittadinanza, se rivisto, può avere un effetto positivo, perché in questa emergenza darebbe la possibilità a chi lavora in nero di iniziare un percorso che renderà più difficile il ritorno nell’economia sommersa. Sono necessarie politiche più ampie a sostegno del reddito, di lungo periodo, su base individuale, tutelando gli autonomi e andando verso la cancellazione dei contratti atipici”.

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Buoni alimentari per cittadinanza: “Chi alimenta odio è parte del problema”
Dalla Regione la critica di Emilia-Romagna Coraggiosa alla scelta della giunta di Ferrara

“A Ferrara, la giunta leghista di Alan Fabbri ha deciso, attraverso la delibera per l’assegnazione dei buoni spesa erogati con risorse stanziate nei giorni scorsi dal governo, di alimentare una quanto mai insopportabile guerra tra poveri, classificando in base alla nazionalità i nuclei che hanno bisogno della solidarietà alimentare”.
La notizia della scelta in case alla cittadinanza operata dal Comune di Ferrara giunge in Regione, da dove Igor Taruffi e Federico Amico di Emilia-Romagna Coraggiosa parlano di “un atteggiamento in contrasto con i principi costituzionali e con i criteri di ripartizione delle risorse dello Stato per rendere meno odiose le disuguaglianze che inevitabilmente questo virus sta rendendo più visibili”.
L’ordinanza della Protezione civile che ha disposto questi fondi ai comuni indicava di destinarli ai nuclei più esposti alle conseguenze economiche dell’emergenza e quelli in stato di bisogno.
“Un fatto grave – per i due consiglieri -, che denota ancora una volta come questa destra, anche in una situazione in cui si dovrebbe curare più che mai la coesione sociale, sia invece sempre e solo impegnata a soffiare sul fuoco della discriminazione. Con il risultato, tra l’altro, di punire ad esempio lavoratrici e lavoratori domestici stranieri che da anni si occupano degli anziani. Molti di loro infatti, senza lavoro a causa di questa crisi sanitaria, sono dovuti rimanere in Italia pur non avendo potuto accedere agli ammortizzatori sociali. Dovranno restare anche senza cibo?”.
“E la scelta della giunta di Ferrara – aggiungono Taruffi e Amico – esclude pure tutte le lavoratrici e i lavoratori stranieri con regolare permesso di soggiorno (tranne quelli di lungo periodo), famiglie con bambini che sono in difficoltà e senza reddito a causa della crisi sanitaria. Da questa crisi si esce con la solidarietà e l’inclusione sociale. Chi continua ad alimentare odio e discriminazione è parte del problema”.

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da "Il Corriere di Romagna" del 4 aprile 2020
OPINIONE
Il virus è una guerra?
Usciti dal tunnel, tabula rasa della storia passata?
Non scherziamo

Sento dire, e ripetere in continuazione, che siamo in guerra. Non capisco. Le guerre sono combattute da eserciti intenzionalmente nemici. Il virus non è un nemico. È un agente incolpevole - tutto ciò che accade in natura è fuori dalle categorie del bene e del male - che ha trovato un buon terreno di diffusione in contesti naturali che gli umani hanno, in questo caso colpevolmente, apparecchiato.
Questo associare il virus alla guerra predispone un clima di emergenza che rischia di andare ben oltre l’emergenza sanitaria, che ha visto ridurre, opportunamente e di molto, la nostra libertà di movimento. Nostra, di europei, di occidentali, che non di rado abbiamo una cura anche eccessiva di noi.
È una patologia individualista diffusa e infantile, la nostra. Le guerre, quelle vere, hanno spesso dato vita a stati di eccezione che hanno ridotto, o annullato, libertà ben diverse dalle libertà di movimento fisico. E, dopo le guerre, ritornare a normalità costituzionali e parlamentrai - quando in precedenza c’erano -  è stato difficile o impossibile. Penso al

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