In Venezuela non è successo niente e anche per le pretese americane sulla Groenlandia si può trovare una soluzione. Per i «volenterosi» europei, Meloni in testa, la priorità è non irritare Trump sul dossier Ucraina. Nessuno stop alle mire Usa: si arrangi la Danimarca
C'è del marcio Sette paesi firmano un documento a tutela della sovranità danese, poi correggono il tiro
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La riunione dei volenterosi all’Eliseo a Parigi
Al tavolo dei Volenterosi, a Parigi, la prima ministra danese Mette Frederiksen era seduta proprio di fronte ai due inviati di Trump, Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner. La tensione si tagliava con la sega elettrica e per la premier danese era doppia: i leader europei avevano insistito per evitare troppe polemiche proprio mentre chiedevano al reprobo di Washington di incaricarsi della difesa dell’Ucraina. Avrebbero preferito non parlare proprio di Groenlandia. Peccato che lo stato delle cose lo rendesse impossibile. In compenso hanno avuto pieno successo nel fingere che in Venezuela non sia successo niente. Non vedono, non sentono e soprattutto non parlano.
LA PREMIER ITALIANA è forse quella che più di tutti si è spesa per provare a stemperare il contrasto: soprattutto nel travagliato parto che ha portato alla stesura del documento firmato da 7 paesi, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Uk. Poche ore dopo un’altra dichiarazione congiunta, firmata dai ministri degli Esteri di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, ha «ribadito collettivamente» che le questioni riguardanti Danimarca e Groenlandia sono affari solo di quei due Paesi.
Il documento di Parigi è più articolato: fermo nella difesa della Groenlandia e della Danimarca ma attentissimo a evitare accenti spigolosi nei confronti degli Usa. Tra le righe, anzi, traspare la mano tesa in vista di una possibile soluzione di mediazione. I sette capi di governo sottolineano che la Danimarca, Groenlandia inclusa, fa parte della Nato. Ricordano che tra i princìpi dell’Alleanza figurano «la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini». Concludono perentori: «La Groenladia appartiene al suo popolo. Spetta solo alla Danimarca e alla Groenlandia decidere sui problemi che le riguardano».
Allo stesso tempo però i 7 riconoscono che l’Artico è, sì, «una priorità assoluta per l’Europa» ma è anche un fronte critico per «la sicurezza internazionale e transatlantica». I paesi europei stanno già muovendosi per fronteggiare il rischio ma la sicurezza dell’Artico «è un obiettivo che va raggiunto collettivamente, insieme ai partner della Nato inclusi gli Usa». Gli Stati Uniti, anzi, sono «essenziali» in questo sforzo comune, sia come Nato che in virtù del trattato di mutua difesa tra Usa e Danimarca del 1951.
È QUI, SULLE APERTURE implicite a una maggiore presenza americana nell’Artico, che la spinta italiana è stata più decisa. L’obiettivo, ancora vago, è una mediazione che permetterebbe agli americani di esercitare un maggiore controllo sull’Artico in veste di principale paese dell’Alleanza atlantica. Offerta di pace camuffata dai toni grintosi. Subito dopo la diffusione del documento, il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen ha annunciato un rafforzamento della presenza militare nell’Artico e ha chiesto, con la stessa Groenlandia, un incontro con il segretario di Stato americano Rubio, che in realtà si è già negato più volte nel corso del 2025.
L’ITALIA SPERAVA che Trump rispondesse abbassando un po’ i toni e avviando così la trattativa in vista di una soluzione concordata. È rimasta delusa. La risposta di Trump è arrivata
Leggi tutto: L’Europa fa la voce grossa ma poi si inchina a Trump - di Andrea Colombo
Commenta (0 Commenti)Giustizia I tradizionali maxi poster 6×3 irrompono nella campagna referendaria, aprendo la prima polemica del nuovo anno. In tutte le stazioni italiane sono comparsi i cartelloni promossi dal Comitato del No […]
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La campagna di comunicazione per il No al referendum sulla riforma della giustizia – Ansa
I tradizionali maxi poster 6×3 irrompono nella campagna referendaria, aprendo la prima polemica del nuovo anno. In tutte le stazioni italiane sono comparsi i cartelloni promossi dal Comitato del No dell’Anm, in cui si afferma che la riforma Nordio porterà alla subordinazione delle toghe alla politica, scatenando la replica dei Comitati per il Sì.
«Vorresti giudici che dipendono dalla politica?» si legge sui poster del Comitato Giusto dire No. Alla domanda risponde una giovane donna che issa un cartello con su scritto un grande No. «Con la legge Nordio i politici vogliono controllare le decisioni dei magistrati», si legge ancora più in basso nel poster, che si chiude con un «Al referendum vota no».
Sul fronte opposto, Domenico Caiazza ha accusato: «È un manifesto truffaldino e vergognoso. In prima fila i parlamentati di Forza Italia che vedono nel referendum un’occasione di riscatto per le posizioni di Silvio Berlusconi. Così Pietro Pittalis e Giorgio Mulè parlano di «bugie» e «menzogne».
Commenta (0 Commenti)L'ordine nuovo La premier danese Mette Frederiksen: «Un attacco tra paesi dell’Alleanza atlantica rappresenterebbe la fine del Patto»
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Una marcia di protesta contro gli Stati uniti a Nuuk, Groenlandia – foto Christian Klindt Soelbeck/Ap
«Siamo indignati ma anche molto preoccupati». Questa è la sintesi delle interviste rilasciate, a caldo, domenica pomeriggio ai cronisti della tv di stato danese Dr dai e dalle cittadine intervistate nella capitale groenlandese Nuuk dopo il post di Kate Miller che raffigurava l’isola artica avvolta nella bandiera statunitense. L’influencer Maga è la moglie del vice capo di gabinetto di Trump, Stephen Miller, potente e ascoltato falco dell’amministrazione Usa.
Quella che sembrava un’uscita sull’onda emotiva del successo dell’«operazione militare speciale» che ha portato al sequestro sabato mattina del presidente venezuelano Maduro è diventata una conferma quando, poche ore dopo, lo stesso presidente Usa ha rilanciato la volontà di annessione agli Stati uniti della più grande e meno popolosa isola del mondo attualmente parte del regno di Danimarca.
«LA GROENLANDIA è una priorità per la sicurezza mondiale, è circondata da navi russe e cinesi», ha tuonato The Donald e, con il solito fare bullesco, ha concluso «so che la Danimarca si sta preoccupando della sua difesa, avrà inviato qualche slitta». Il riferimento è allo stanziamento di circa 2 miliardi di euro che lo scorso anno il governo danese di Mette Frederiksen ha impegnato per la «sicurezza nell’Artico». La Groenlandia, essendo un territorio sotto la giurisdizione di Copenaghen, è formalmente soggetta alla protezione Nato e ospita una base americana a Pituffik, nell’estremo nord ovest dell’isola a 1500 km dalla capitale del paese, dove sono allocati circa 200 militari. Proprio quella base era stata oggetto della visita, lo scorso marzo, del vice presidente Vance che, dopo aver annunciato un tour dell’isola con la moglie, si era poi limitato a visitare la base militare per evitare possibile (e probabili) contestazioni.
L’OFFENSIVA STATUNITENSE era partita all’inizio del 2025 già con annunci di annessione ma, oltre alle incursioni di Vance e del figlio di Trump (ritratto a distribuire capellini Maga per le strade di Nuuk), i servizi segreti danesi avevano denunciato, nell’agosto scorso, la presenza di «infiltrati statunitensi nella società groenlandese per favorire la nascita di un movimento secessionista». A fine 2025 l’ultima mossa ufficiale degli Usa era stata la nomina ad inviato speciale per l’isola del governatore della Lousiana, Jeff Landry, trumpiano di ferro senza alcuna competenza in politica estera ma a capo di uno stato ricco di industria estrattiva.
In Groenlandia abbondano le risorse naturali; oltre al petrolio nei suoi mari, il suo sottosuolo ha giacimenti di zinco, piombo, rame, uranio, pietre preziose, nichel, grafite, ferro e carbone. Si stima che vi siano oltre 1,5 milioni di tonnellate di terre rare pari a circa il 20% delle riserve globali.
La nuova dottrina «Donroe», ufficialmente iniziata sabato in Venezuela, considera tutto ciò che è nel continente americano di proprietà esclusiva statunitense. Ecco perché i danesi, per bocca della loro premier Frederiksen, stanno prendendo «molto sul serio le minacce di Trump» definendo «pressione inaccettabile» l’affermazione del presidente Usa di «discutere della Groenlandia tra 20 giorni» per concludere che «se un paese Nato attaccherà un altro paese Nato sarà la fine dell’Alleanza». Tutte le cancellerie europee, ieri, hanno espresso il loro sostegno alla Danimarca condannando la nuova offensiva trumpiana. Il nostro ministro degli esteri Tajani ha prima minimizzato – «di dichiarazioni sulla Groenlandia Trump ne ha fatte molte, vediamo quali saranno le intenzioni reali» – per poi aggiungere: «L’Ue deve garantire l’indipendenza di un territorio sotto la corona danese». Il giovane premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha prima ribadito che «il nostro futuro lo decidiamo noi, la Groenlandia è dei groenlandesi», per poi aggiungere, in una conferenza stampa ieri sera, di «lavorare per una nuova cooperazione con gli Usa basata sul rispetto reciproco» e di volere «un canale diretto con Trump».
UN DIALOGO SOLLECITATO anche dal leader dell’opposizione sull’isola, Pele Broberg, che aveva invitato Nielsen ad avviare contatti «diretti» con gli Usa e di lavorare per l’indipendenza. Il suo partito potrebbe essere il cavallo di Troia degli Usa chiedendo un referendum per la secessione ed aprire, così, al protettorato a stelle e strisce nell’artico.
Commenta (0 Commenti)«Sono un prigioniero di guerra»: portato in ceppi dal giudice, il presidente del Venezuela Maduro si dichiara non colpevole. Manifestazioni al tribunale di New York. Ma Trump tira dritto, la nuova leader di Caracas è «disponibile» e l’Onu non lo ostacola: «Questo è il nostro emisfero»
Ordine nuovo Giorni di timori e sospetti: i venezuelani si chiedono quali siano le reali intenzioni della vice, e quando verranno indette le elezioni
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Un dipinto di Simon Bolivar in una casa colpita dall’attacco Usa a Catia La Mar – Matias Delacroix/Ap
Timori, sospetti e tante domande senza risposta. Dopo la sua designazione da parte del Tribunale supremo di giustizia (Tsj) come presidente ad interim del Venezuela, «per garantire la continuità amministrativa e la difesa globale della nazione», tutti si chiedono quale sia la vera Delcy Rodríguez.
Se quella che ha denunciato con fermezza il sequestro di Maduro e ne ha chiesto «l’immediata liberazione», che ha condannato la violazione della sovranità nazionale da parte delle forze militari statunitensi – anche ieri quando ha prestato giuramento come presidente a interim, parlando di «illegittima aggressione militare» – e ha assicurato che il paese non tornerà mai «a essere la colonia di nessun impero». O quella che ha rilasciato dichiarazioni pericolosamente vicine a una resa: «Invitiamo il governo degli Stati uniti a lavorare insieme su un programma di cooperazione, orientato allo sviluppo condiviso, nel quadro del diritto internazionale, e a rafforzare una duratura convivenza comunitaria», ha detto infatti nel suo primo messaggio, invocando un rapporto rispettoso tra i due paesi proprio all’indomani dei bombardamenti e del sequestro di quello che ha definito l’«unico presidente» del Venezuela.
DICHIARAZIONI che rischiano di suonare come una conferma delle parole pronunciate da Trump a Mar-a-Lago, quando ha parlato di una «lunga conversazione» tra il segretario di Stato Marco Rubio e l’ancora vicepresidente, la quale si sarebbe mostrata «essenzialmente disposta a fare ciò che considereremo necessario per rendere il Venezuela di nuovo grande». Del resto, ha commentato, «non ha altra scelta».
A GIUDIZIO DI MOLTI, sono vere entrambe le versioni di Rodríguez: una ad uso interno, per non demoralizzare la base chavista, e l’altra destinata a rassicurare gli Usa. E cosa questi si aspettino dalla presidente ad interim, che è anche ministra del petrolio, Trump lo ha chiarito benissimo: «Quello che vogliamo è un accesso totale: al petrolio e ad altre cose nel paese che ci permettano di ricostruirlo», a cominciare dalle infrastrutture. Intanto, il fratello della leader ad interim, Jorge Rodríguez, è stato ratificato come presidente dell’Assemblea nazionale, che ha pronunciato un discorso altrettanto inconcludente: ha sostenuto che si batterà per il ritorno di Maduro («un fratello»)e si è appellato alla solidarietà con l’opposizione: «Uniti vinceremo».
Cosa si propongano realmente i vertici del Psuv, almeno all’apparenza ancora molto compatti, resta invece un mistero: si accontenteranno di mantenere il potere in un paese sotto tutela – assicurando ordine e stabilità in funzione degli interessi Usa in cambio di conservare il posto – o intendono solo guadagnare tempo senza alcuna intenzione di rispettare i patti, ma finendo così per provocare una nuova e forse ancora più letale reazione statunitense, come non ha mancato di minacciare Trump? Eventualità entrambe devastanti per la popolazione.
DI CERTO, limitandosi a considerare «forzata» l’assenza di Maduro, senza precisare se debba ritenersi «temporanea» o «assoluta», il Tsj ha evitato di pronunciarsi sull’obbligo costituzionale di convocare nuove elezioni entro un arco di 30 giorni. Se la sua assenza è ritenuta temporanea, infatti, il mandato di Rodríguez può prolungarsi per 90 giorni, prorogabili per altri 3 mesi, scaduti i quali sarà l’Assemblea nazionale – quella nuova, e nuovamente dominata dal Psuv, che si è insediata proprio ieri – a decidere se si tratti o meno di un’assenza definitiva.
MA CHE LA CONVOCAZIONE di nuove elezioni non sia una priorità neppure per gli Stati uniti lo ha confermato anche Rubio, ritenendo prematura la
Leggi tutto: Rodriguez, due facce: una per i chavisti una per Donald Trump - di Claudia Fanti
Commenta (0 Commenti)L'Ordine nuovo La rabbia di Cuba, i timori di Lula e Petro contro l’entusiasmo di Milei: «Libertad, carajo»
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Esercito colombiano sul ponte Simon Bolivar al confine col Venezuela – foto Ansa
È un golpe colonial. Il giudizio è netto e reiterato in tutto il movimento democratico e progressista a Sud del Rio Bravo: l’aggressione militare degli Stati uniti al Venezuela e il rapimento di Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores è un’aggressione alla sovranità e indipendenza dell’intero sub-continente latinoamericano. E al diritto internazionale.
L’attacco voluto dal presidente Trump viola la carta dell’Onu e dei diritti umani e ha lo scopo di cambiare con la forza il governo di uno Stato sovrano per impossessarsi degli enormi beni -petrolio e minerali preziosi e rari – del Venezuela.
«È la stabilità e l’indipendenza di tutta la regione che è in questione. Non è solo un attacco al Venezuela e al suo legittimo governo. È una prova di forza deliberata e costruita attraverso mesi di una narrativa imposta dalla Casa bianca che dipinge il vertice politico del Venezuela come un gruppo di narcos. Una narrativa volta a impossessarsi delle risorse naturali del paese. Dunque è la sovranita e l’indipendenza di tutta la regione che è in questione».
L’ANALISI del direttore dell’agenzia Prensa latina Jorge Lagañoa è condivia dal vertice politico di Cuba, con il presidente Miguel Díaz-Canel che ha definito il bombardamento di Caracas e la cattura di Maduro e consorte un’azione di «terrrorismo di Stato».
Cuba ritorna in prima linea. L’aggressione al Venezuela, il più stretto alleato (anche ideologico, bolivariano-martiano) dell’Avana è vista come una minaccia diretta alla indipendenza e alla sovranità dell’isola. Una minaccia che la contra di Miami ha più volte evocato, nonostante la ripetuta proposta del governo cubano di disponibilità a un dialogo con Washington, condizionato solo dal mutuo rispetto come rappresentanti di Stati sovrani.
Proprio all’Avana, nel 2014, il vertice della Celac (Comunità degli stati latinoamericani e del Caribe, 33 paesi del subcontinente) aveva dichiarato l’America latina come una zona di pace. Per difendere questa linea è stata ieri convocata ed ha avuto luogo una manifestazione popolare nella “tribuna antimperialista”, un ampio spiazzo nel Malecon dell’Avana di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti (ancora in corso mentre scriviamo), con decine di migliaia di persone e alla presenza del presidente Díaz-Canel, il quale nel suo intervento ha paragonato l’attacco militare al Venezuela all’«aggressione sionista a Gaza, un crimine contro l’umanità»).
IN BALLO VI È la sovranità e l’indipendenza di tutta l’America latina. Il messaggio rimbalza chiaro da tutti i leader progressisti del subcontinente, da Città del Messico a Santiago del Cile, passando per Brasilia. Dove il presidente Lula da Silva ha il compito di (e la personalità per) far da ponte tra l’America del Sud e i Brics, il gruppo che di fatto rappresenta il Sud-globale. La dimensione politica che va creandosi nella regione latinoamericana è proprio questa, di una consistente parte del pianeta che si trova di fronte a «un atto che viola tutti i principi dell’Onu e della convivenza internazionale». Sia il presidente colombiano Petro, che Lula – ma anche il cileno Boric e la presidente messicana Sheinbaum – hanno messo in evidenza la minaccia di Trump ad un intera regione, la parte Sud di quello che a Washington viene definito l’Emisfero occidentale. Una regione le cui risorse naturali vengono considerata un asset degli Usa e dunque parte della sicurezza nazionale degli States. Come dimostra il fatto che Maduro e Flores devono – secondo Trump – essere giudicati da una corte di New York.
È una minaccia che era stata presa sul serio anche prima del bombardamento del Venezuela e della cattura-rapimento di Maduro. Una minaccia che era chiara sin dall’approvazione della nuova strategia delle Sicurezza nazionale del Usa di Trump. L’analisi semantica – ancor prima che politica – del testo aveva messo in chiaro come Trump intende i rapporti internazionali: l’Europa significa decadenza, l’America latina obbedienza, la Cina una sfida.
PER IMPORRE la politica Maga e il necessario corollario, la dottrina Monroe (l’”America agli americani”, cioè agli Usa della prima metà dell’Ottocento) è necessario mettere ordine nel cortile di casa. Con la forza. Era questa un’ipotesi che vari analisti statunitensi – come William LeoGrande – non ritenevano probabile. Per loro era una strategia evocata più dal segretario di Stato Marco Rubio che dallo stesso Trump. Del resto vi erano inchieste che testimoniavano come la maggior parte degli statunitensi fosse contraria a un conflitto militare in America latina.
L’evidenza brutale delle bombe sul Venezuela e dell’attacco di truppe speciali e il rapimento di Maduro e sposa (portati in una delle navi militari Usa che da settimane assediano il Venezuela) dimostrano però la debolezza politica della nuova strategia.
L’opposizione venezuelana è minoritaria e debole, la sua leader María Corina Machado non è in grado di assicurare il controllo politico del paese. L’esperienza fallita dell’autoproclamato (dagli Usa) presidente Juan Guaidó della prima presidenza Trump brucia ancora. Per questo Trump annuncia che «dirigeremo noi il Venezuela fino a nuove elezioni». Un incubo per l’intero subcontinente.
DALL’INIZIO del blocco navale e aereo del Venezuela è in corso un rafforzamento dell’alleanza tra Cuba e Messico. La presidente Clauda Sheinbaum ha reiteratamente proposto il dialogo politico alle – non tanto velate – minacce di Trump di intervenire militarmente in Messico contro i cartelli della droga. Ma l’ aggressione militare in Venezuela rende assai debole la linea del dialogo. Messico e Cuba dunque hanno proposto un alleanza formale con i Brics, tramite soprattutto Lula, come possibile garanzie contro le mire di Trump.
Il quale ha avuto l’appoggio diretto delle destra latinoamericana più dura, da parte del presidente argentino Javier Milei («Libertad, carajo») e del presidente dell’Ecuador Daniel Noboa (che di narcos se ne intende visto che la gran parte della cocaina che giunge negli Usa viene proprio dal suo paese, spesso insieme ai carichi di banane di cui la sua ricchissima famiglia è il massimo esportatore nazionale).
Commenta (0 Commenti)Dopo mesi di assedio gli Stati uniti attaccano il Venezuela. Trump fa bombardare Caracas, le forze speciali catturano Maduro e la moglie e li rinchiudono a bordo di una nave militare. «Ora governeremo noi», dice il tycoon. Il dominio delle regole è finito, inizia quello della forza bruta
L'ordine nuovo Blitz di due ore nella notte a Caracas e in tre stati, le forze speciali catturano il presidente e la moglie e li portano su una nave militare
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Un fermoimmagine di un video dell’attacco Usa a Caracas, in Venezuela – foto X
L’impensabile è avvenuto: l’aspirante Nobel per la pace, colui che non doveva «iniziare le guerre ma fermarle», ha ordinato l’aggressione a un paese che non rappresenta alcuna minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, e ne ha catturato il presidente, divertendosi poi a mostrarlo ammanettato su Truth. Il culmine di un’offensiva iniziata quattro mesi fa con i raid contro le imbarcazioni di presunti narcotrafficanti e proseguita con la chiusura dello spazio aereo, il blocco navale e l’attacco a un’infrastruttura portuale.
L’operazione denominata «Absolute resolve», risolutezza assoluta, è durata circa due ore e 20 minuti, secondo quanto ha riferito il capo dello stato maggiore congiunto Usa Dan Caine, spiegando come gli aerei da guerra statunitensi abbiano smantellato le difese aeree venezuelane in modo che gli elicotteri militari potessero entrare a Caracas ed «estrarre Maduro e sua moglie».
TUTTO È COMINCIATO intorno alle due di notte, quando esplosioni e incendi hanno colpito aree civili e militari nella capitale – in particolare Forte Tiuna, la più grande base militare del Venezuela, e la base aerea di La Carlota, ma anche il Parlamento e persino il sito del mausoleo a Chávez – e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira.
«Possiamo confermare che ci sono vittime. E danni in installazioni civili e militari», ha dichiarato il ministro degli esteri Yvan Gil, mentre il potente ministro dell’interno Diosdado Cabello ha esortato la popolazione a mantenere la calma e a confidare nell’azione dei vertici politici e militari.
Secondo la Cbs News, Trump avrebbe ordinato gli attacchi aerei già da giorni, puntando a realizzarli proprio a Natale, ma poi avrebbe optato per bombardare gli accampamenti dell’Isis in Nigeria. Quindi si erano dovute attendere le giuste condizioni metereologiche. «Volevamo prendere Maduro quattro giorni fa ma c’era cattivo tempo», ha confermato il tycoon nel corso di un’intervista a Fox.
LA DENUNCIA da parte del governo venezuelano della «gravissima aggressione militare» statunitense – un «atto che costituisce una violazione flagrante della Carta delle Nazioni Unite» – è arrivata in un comunicato ufficiale un’ora e mezza dopo l’inizio dei bombardamenti, probabilmente già dopo che il presidente e sua moglie Cilia Flores erano stati prelevati dalla loro camera da letto mentre dormivano e condotti a bordo della nave d’assalto Iwo Jima, in direzione New York, dove saranno consegnati alle autorità federali.
«L’obiettivo di questo attacco – evidenziava la nota – non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del
Leggi tutto: Attacco al Venezuela, Trump bombarda e sequestra Maduro - di Claudia Fanti
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