Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Probabilmente ha ragione chi le ritiene un rito stanco, ripetitivo, senza passione. E forse ha ragione anche chi cerca di trasformarle in un momento di confronto e di incontro, magari attraverso la musica in piazza.

Ma il rischio di un fiasco delle primarie è concreto, reale, come ha dimostrato la scarsa partecipazione a quelle del Pd a Torino. E a Roma, dove vengono presentati più nomi di “area Pd”, quindi non strettamente di partito, hanno così paura del fallimento, da fissare una soglia minima di votanti (almeno 50 mila).

Il timore di non centrare l’obiettivo è alto e spiega la mossa dell’apertura delle urne telematiche, molto complicate per chi ha scarsa dimestichezza con il web.

In ogni caso sembrano davvero lontani i tempi in cui le primarie marcavano una vasta presenza di popolo, quando chi andava a votare aveva almeno la sensazione di contribuire alla scelta del candidato sindaco.

Ma appunto era una sensazione: i nomi venivano comunque calati dall’alto della segreteria del partito. Tuttavia il decisionismo centralizzato, era compensato da un’ampia partecipazione, ancora a sei cifre, che avvalorava il significato dell’iniziativa.

Oggi non è più così,

Commenta (0 Commenti)

Riforme. Le modifiche sulla tutela ambientale agli articoli 9 e 41 approvate in senato sono troppo generiche e possono perfino imbrigliare la forza propulsiva della Carta

Toscana

Toscana

Si vuole introdurre in Costituzione un’esplicita previsione di tutela ambientale. Ci si interroga però sulla reale forza innovatrice di una simile revisione. Sarebbe, infatti, un errore cambiare la Costituzione perché nulla cambi.

La sfida riguarda allora il «modello di sviluppo»: detto in sintesi, passare da un’idea di sviluppo basato sul primato economico-finanziario, a quella di uno sviluppo ecosostenibile come priorità. Un vero e proprio cambiamento di paradigma.

Per conseguire quest’obbiettivo non basta inscrivere in Costituzione un generico «diritto all’ambiente», è anche necessario affermare uno specifico dovere di rispettare l’ecosistema da parte di tutti i soggetti dell’ordinamento giuridico, siano essi pubblici ovvero privati. Chiediamoci allora se il disegno di legge approvato dal Senato risponde – in tutto o in parte – a questa prospettiva di radicale rovesciamento.

Le modifiche proposte coinvolgono due articoli. Si aggiunge la tutela ambientale a quella del paesaggio (art. 9); si pongono l’ambiente e la salute tra i limiti espressi all’attività economica dei privati, assegnando inoltre alle leggi il compito di indirizzare e coordinare l’attività economica pubblica e privata a fini ambientali, oltre che sociali (art. 41).

La prima modifica (l’aggiunta della tutela ambientale a quella del paesaggio) non cambia granché, si limita infatti a recepire un principio di fatto già presente nel nostro ordinamento giuridico. La normativa in materia ambientale, ma anche un’ampia giurisprudenza ordinaria, costituzionale e sovranazionale, hanno da tempo affermato l’esistenza di un diritto soggettivo all’ambiente.

Non sempre però questo diritto riesce ad affermarsi e a prevalere su altri diritti, quelli d’ordine economico e sociale in particolare.

Ecco perché sarebbe necessario – se si vuole realmente cambiare modello di sviluppo – aggiungere un comma di chiusura del seguente tenore: «È compito della Repubblica promuovere lo sviluppo ecologico e ambientale anche in ambito sociale ed economico e realizzare le condizioni necessarie a rendere effettivo tale diritto».

Nulla di più, perché in Costituzione si scrivono principi e non regole; ma anche nulla di meno, perché i principi costituzionali devono avere una propria forza prescrittiva che si impone alla legislazione ordinaria e alle decisioni dei giudici.

Qualora tra i principi fondamentali della Costituzione si dovesse affermare una esplicita «superiorità in grado» dell’ambiente rispetto alle libere dinamiche sociali ed economiche diventerebbe poi difficile adottare una normativa a scapito dell’equilibrio eco- ambientale.

Si verrebbe, infatti, a modificare il bilanciamento tra diritti, sicché le norme che non dovessero rispettare l’ambiente sarebbero, nella gran parte dei casi, suscettibili di essere dichiarate illegittime.

È noto in effetti che il sacrificio del bene ambientale non avviene normalmente in sé (non si inquina tanto per inquinare) ma per favorire altri interessi. È quando il diritto all’ambiente si scontra con altri diritti anch’essi costituzionalmente protetti – come quello d’iniziativa economica ovvero quello al lavoro – che la tutela ambientale ha spesso la peggio, soccombendo nell’opera di bilanciamento che viene effettuata prima dal legislatore in sede politica, poi dalla Corte costituzionale in sede di sindacato di legittimità.

Il caso più noto è quello dell’Ilva, ma in molti altri casi si sono giustificare produzioni altamente inquinati, si è ammessa la prosecuzione di incentivi per attività nocive alla salute e all’ambiente, non si è ostacolato l’inizio di attività prive di verifiche preventive di compatibilità o contrarie ai principi di precauzione, in nome di diritti e interessi che si ritiene di dover tutelare anche se questi si pongono in conflitto con l’ambiente.

L’Ilva di Taranto nel 2012, foto Ap

Lo scopo della riforma dovrebbe essere quello di impedire tutto ciò, stabilire un diverso equilibrio rafforzando nel bilanciamento il valore della tutela ambientale, cambiare le priorità e indicare – in questo modo – un diverso «modello di sviluppo» rispetto all’attuale.

Se fosse la Costituzione direttamente a prescrivere una tutela privilegiata dell’ecosistema che debba imporsi anche in ambito economico e sociale, la Corte, e prima ancora il legislatore, non potrebbero più disattendere le istanze ambientali.

Non potrebbe più, ad esempio, il nostro giudice di costituzionalità affermare che «tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile, pertanto, individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri». È stato così che la Consulta ebbe a motivare la propria decisione nel caso dell’Ilva (sent. n. 85 del 2013), legittimando la prosecuzione dell’attività inquinante dello stabilimento di Taranto.

La modifica proposta all’articolo 9 rafforzerebbe e chiarirebbe altresì la portata delle integrazioni che si vogliono introdurre all’articolo 41. In questo caso – s’è detto – si vuole aggiungere l’ambiente e la salute tra i limiti espressi all’attività economica privata, nonché indirizzare tale attività (anche quella pubblica) a perseguire finalità «sociali e ambientali».

Sono modifiche tutt’altro che secondarie. Il vero rischio è che non siano assunte nella loro piena forza normativa, come spesso capita ai principi costituzionali che rimangono inattuati ovvero come accade a prescrizioni pur puntuali che però vengono interpretate minus quam valeat. Un’esplicita indicazione sul primato dello sviluppo eco-ambientale (e non solo – come va invece di moda – genericamente «sostenibile») posta tra i principi fondamentali della Costituzione, fornirebbe una solida «copertura» alla interpretazione magis ut valeat dell’ambiente come limite e come indirizzo all’attività economica privata e pubblica così come indicato nell’ipotesi di modifica dell’articolo 41 della nostra Costituzione.

La «rivoluzione green» di cui tutti parlano comincerebbe allora a passare dalle parole ai fatti, iniziando dalla forza propulsiva della Costituzione. Questo Parlamento è in grado di assumere una così impegnata prospettiva?

Commenta (0 Commenti)

Logistica. È un anticipo di come questi padroni intendono la “ripartenza” e interpretano la fine del blocco dei licenziamenti. Draghi, se vuole la luce, farebbe bene ad accenderla in casa propria

Proteste nella logistica a Roma

 

Proteste nella logistica a Roma  © LaPresse

La logistica si sta rivelando ogni giorno di più come il vero cuore nero del capitalismo italiano. Il punto di snodo delle linee strategiche del modello produttivo dominato dalle grandi piattaforme, quello dove con maggiore intensità si scaricano i processi di accelerazione in corso e, di conseguenza, si esasperano i livelli dello sfruttamento e le tensioni nel rapporto capitale-lavoro.

La morte atroce di Adil Belakhdim davanti ai cancelli della Lidl di Biandrate ne è una terribile conferma. Riproduce il profilo della più classica conflittualità sindacale in tempi d’imbarbarimento dell’agire padronale, quando si arriva a toccare la nuda vita, e a toglierla, in un contesto nel quale la logica del profitto mostra di non rispettare più nulla, né leggi dello Stato (di uno Stato che ha abdicato alla propria sia pur formale imparzialità) né della decenza.

Adil era il coordinatore novarese del Si Cobas, sindacato radicatissimo nel comparto ma spesso ignorato o marginalizzato ai tavoli negoziali, aveva 37 anni, due figli, e la dignità di chi non abdica ai propri diritti. Ora sappiamo che il presidente del Consiglio Draghi chiede di “fare piena luce”. E ci domandiamo: “su cosa?”. Basterebbe una sia pur fuggevole occhiata ai fatti, di oggi e delle settimane passate, per capire.

Qualche giorno fa a Tavazzano, vicino a Lodi, l’aggressione a un altro picchetto dei lavoratori Si Cobas da parte di energumeni sul modello tardo ottocentesco dei Pinkerton americani, a terra numerosi lavoratori, uno in gravi condizioni. E prima ancora, gli scontri a San Giuliano Milanese, sempre in quel triangolo incandescente della logistica che sta tra lodigiano, cremonese, piacentino – punto d’incrocio dei grandi assi autostradali su cui viaggiano, ininterrotti i flussi di merci – dove il nuovo far west del lavoro mette in scena il proprio mucchio selvaggio.

All’origine di tutto l’iniziativa della FedEx TNT, gigante della trasportistica globale – circa 400.000 collaboratori, 160.000 veicoli, 657 aerei, 22,4 miliardi di dollari di fatturato – grande beneficiata dalla pandemia, che fin da febbraio ha deciso di chiudere il proprio hub piacentino, dove i Cobas erano maggioritari, lasciando a casa centinaia di lavoratori e distribuendo le proprie sedi logistiche nei capannoni lodigiani e milanesi, dove appunto i licenziati hanno inseguito il proprio lavoro disperso e sono stati accolti a sprangate.

È un anticipo di come questi padroni intendono la “ripartenza” e interpretano la fine del blocco dei licenziamenti. Draghi, se vuole la luce, farebbe bene ad accenderla in casa propria. Ma questa storia non parla solo dell’imbarbarimento padronale. Parla anche di un fallimento storico del sindacato confederale. Del buco nero che il suo abbandono dei canoni più propri del sindacalismo classico ha lasciato scoperto.

Della sua incapacità di tutelare le fasce più sfruttate (spesso composte da lavoratori migranti, i più vulnerabili). Della sua pervicace volontà di
tagliare fuori le rappresentanze di base dalle trattative. Talvolta della sua, reale o apparente, connivenza con una controparte che non sanno, o non vogliono, contrastare come si dovrebbe.

Non si deve dimenticare che lo sciopero per cui Adil è morto si svolgeva nel quadro della giornata nazionale di mobilitazione della logistica proclamata da tutto il sindacalismo di base contro gli episodi di “squadrismo padronale” ma anche contro il contratto nazionale di lavoro di recente siglato dai Confederali e considerato, appunto, collusivo. Così come fa male, a chi ha conosciuto la Cgil in altri tempi, sapere che
l’intervento della polizia contro i picchetti dei lavoratori della FedEx TNT di Piacenza che all’inizio di aprile protestavano contro la chiusura, era stato richiesto da esponenti della Camera del lavoro locale, che infatti nei giorni successivi era stata circondata in segno di protesta da centinaia di lavoratori disgustati.

Spettacolo che dovrebbe far riflettere i tanti che ancora in Cgil credono nella propria storia, e che a me personalmente ha ricordato il luglio del’62 a Torino, quando migliaia di operai Fiat assediarono la sede della Uil, rea di aver firmato un contratto separato con Valletta. E fu, quello, l’inizio
del poderose ciclo di riscossa operaia che sarebbe culminato con l’autunno caldo.

Commenta (0 Commenti)

Previsti 30 progetti, di cui 20 cofinanziati dal Pnrr: dai trasporti all'ambiente, fino a una rete unica del sistema dell'istruzione

senato

ROMA – L’Aula del Senato ha approvato il ddl di conversione del ‘dl Fondone‘. I sì sono stati 173, i no 2, 18 gli astenuti. Il testo ora passa alla Camera. L’approvazione del decreto-legge 6 maggio 2021 n. 59, recante Misure urgenti relative al Fondo complementare al Piano nazionale di ripresa e resilienza e altre misure urgenti per gli investimenti, dovrà arrivare entro il 6 luglio. Il testo stabilisce, come spiega in Aula la relatrice Donatella Conzatti, senatrice di Italia viva, l’utilizzo di 30,6 miliardi per gli anni dal 2021 al 2026 provenienti dallo scostamento pluriennale di bilancio richiesto dal Consiglio dei ministri e approvato dal Parlamento il 22 aprile scorso. Prevede 30 progetti, di cui 20 già previsti e cofinanziati con il Pnrr, mentre 10 progetti sono completamente nuovi e finanziati dal Fondo complementare. Tutti e 30 i progetti rispondono alle linee guida e agli obiettivi previsti dal Pnrr.

LE AREE DI INTERVENTO

Gli interventi finanziati con il Fondo complementare sono ripartiti come segue: 1.750 milioni per i servizi digitali alla cittadinanza digitale, 1.780 milioni per interventi a favore delle aree terremotate, ulteriormente potenziati da un emendamento e da un ordine del giorno approvati in commissione Bilancio; 9.760 milioni sono destinati al ministero delle Infrastrutture e mobilità sostenibili per il rinnovo delle flotte, il rafforzamento delle linee regionali, il rinnovo del materiale rotabile, il programma Strade sicure, il monitoraggio dinamico per il controllo remoto di ponti, viadotti e tunnel, lo sviluppo e l’accessibilità marittima dei porti, l’elettrificazione delle banchine e le aree interne. Sono previsti, inoltre, 1.455 milioni per il ministero della Cultura per un piano di investimenti strategici sui siti del patrimonio culturale, edifici e aree naturali.

ARRIVA LA PROROGA DEL SUPERBONUS

Ci sono poi 2.387 milioni per il ministero della Salute per dei programmi di prevenzione, protezione e per la medicina territoriale; 6.800 milioni al ministero dello Sviluppo economico per dei programmi particolarmente innovativi, uno dei quali è il programma Polis, che coinvolgerà Posteitaliane e riguarderà 4.800 Comuni in Italia. Sono previsti, inoltre, il potenziamento delle misure per la transizione 4.0; risorse al ministero della Giustizia per il miglioramento della situazione carceraria, con particolare riferimento alle strutture penitenziarie sia per adulti che per minori; 1,2 miliardi per i contratti di filiera al ministero delle Politiche agricole; 500 milioni alle iniziative di ricerca per tecnologie e percorsi innovativi in ambito sanitario e assistenziale; risorse al ministero dell’Interno per i piani urbani integrati e 4.500 milioni per la misura del superbonus. Quest’ultima misura è stata ulteriormente prorogata: per quanto riguarda gli Istituti autonomi case popolari al 30 giugno 2023, mentre per le spese sostenute dai condomini al 31 dicembre 2022, indipendentemente dallo stato di avanzamento dei lavori.

UNA RETE UNICA PER L’ISTRUZIONE E UN POLO ENERGETICO NELL’ADRIATICO

Durante i lavori in commissione Bilancio, aggiunge la co-relatrice Erica Rivolta, senatrice della Lega, sono state approvate diverse proposte emendative e aggiunti ulteriori investimenti per complessivi 700 milioni di euro. 135 milioni di euro complessivi nel triennio 2022-2024 vanno alla realizzazione di un’unica rete di interconnessione nazionale dell’istruzione, che assicuri il coordinamento delle piattaforme dei sistemi dei dati tra scuole, uffici scolastici regionali e ministero, l’omogeneità nell’elaborazione e trasmissione dei dati, il corretto funzionamento della didattica digitale integrata e la realizzazione e gestione dei servizi connessi alle attività predette. 70 milioni di euro complessivi nel triennio 2022-2024 sono destinati alla costituzione di un polo energetico nell’Adriatico per riconvertire piattaforme oil & gas e realizzare un distretto marino integrato nell’ambito delle energie rinnovabili al largo delle coste di Ravenna, in cui eolico off-shore e fotovoltaico galleggiante produrranno energia elettrica in maniera integrata e saranno contemporaneamente in grado di generare idrogeno verde tramite elettrolisi.

GLI INTERVENTI CONTRO L’INQUINAMENTO URBANO

300 milioni di euro complessivi dall’anno 2021 all’anno 2024 sono in favore dei Comuni con popolazione da 50.000 a 250.000 abitanti per investimenti finalizzati al risanamento urbano, nell’ottica della transizione verde, della rigenerazione urbana e sostenibile e all’inclusione sociale. Nel triennio 2022-2024, 115 milioni di euro complessivi saranno destinati a investimenti per il miglioramento della qualità dell’aria, visto il perdurare del superamento dei valori limite relativi alle polveri sottili PM10 e dei valori limite relativi al biossido di azoto, di cui alla procedura di infrazione n. 2043 del 2015, e vista la complessità dei processi di conseguimento degli obiettivi indicati dalla direttiva n. 50 del 2008 del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 maggio 2008.

I FONDI PER I TRASPORTI NEL MEZZOGIORNO

Sempre in base alle modifiche apportate in commissione Bilancio, prosegue la co-relatrice Erica Rivolta, senatrice della Lega, sono previsti 25 milioni di euro complessivi nel triennio 2020-2024 per interventi prioritari di adeguamento e potenziamento di nodi e collegamenti ferroviari nel Sud Italia. 35 milioni di euro complessivi nel triennio 2022-2024 per il rinnovo delle flotte navali private adibite all’attraversamento dello stretto di Messina. 20 milioni di euro complessivi nel biennio 2023-2024 per interventi infrastrutturali di contrasto al sovraffollamento carcerario. 15 milioni per l’anno 2021 per investimenti per il passaggio a metodi di allevamento a stabulazione libera, estensivi e pascolivi, come all’allevamento all’aperto grass-fed e quello biologico per la transizione a sistemi senza gabbie.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

Commenta (0 Commenti)

Al convegno per i 120 della Fiom, Maurizio Landini lancia l’idea di «un nuovo soggetto unitario democratico per incidere sui governi». «Il 26 torniamo in piazza per rimettere al centro della discussione la qualità del lavoro». «Ai giovani dico che i diritti si conquistano sempre con la lotta e l’organizzazione»

Francesca Re David e Maurizio Landini al convegno per i 120 della Fiom all'aula magna della facolta di Lettere di Roma Tre

 

Il convegno per festeggiare i 120 anni della Fiom sono un ritorno a casa per Maurizio Landini. Da segretario festeggiò i 110 anni con l’evento di Bologna curato da Michele Santoro che lo coronò personaggio e lo lanciò nell’agone televisivo. Dieci anni dopo ne è passata fin troppa di acqua sotto i ponti: Landini è quasi incredibilmente diventato segretario generale della Cgil e ha un afflato fin troppo moderato, come gli ha ricordato ieri mattina più di un sodale dei tempi della Fiom.

Ma basta il solo video iniziale delle commemorazione della Federazione italiana operai metallurgici fondata a Livorno il 16 giugno 1901 con il sonoro del discorso pronunciato a Portella della Ginestra nel 2001 – «Il futuro è una cosa che si conquista collettivamente e socialmente» – da quel Claudio Sabattini che fu il suo maestro sindacale per portare Landini a fare un discorso di largo respiro, delineando il futuro del sindacato tutto.

SI PARTE DALL’OGGI, dalle tre manifestazioni di sabato 26 per ottenere il prolungamento del blocco dei licenziamenti. «Se c’è una cosa che abbiamo imparato tutti nella storia della Fiom e della Cgil è che bisogna mettere in campo delle azioni, delle mobilitazioni, la nostra forza, sia andando a discutere nei luoghi di lavoro con le persone perché sia chiaro quali sono le proposte che facciamo e che tipo di percorso vogliamo aprire, sia per provare a cambiare queste decisioni». La mobilitazione del 26 è dunque per «riprenderci parola, riprenderci le piazze per farci ascoltare e per provare a rimettere al centro della discussione di questo paese la qualità del lavoro e la qualità della vita delle persone. Io credo che questa sia la battaglia che tutti assieme dobbiamo provare a fare».

DA QUI ARRIVA LA RIFLESSIONE sul futuro del sindacato. «Se parliamo di futuro del sindacato», dice Landini, va oggi affrontato «il tema della questione dell’unità sindacale ed in particolare dell’unità del mondo del lavoro». Per Landini «se si vuole avere un futuro» va affrontato «in modo diverso il problema dell’unità sindacale e della costruzione di un nuovo soggetto sindacale unitario, che sia davvero democratico e che sia in grado di rappresentare l’insieme dei lavoratori». «Ricomporre l’unità del mondo del lavoro – ragiona Landini – è il punto decisivo per poter essere in grado di avere anche una forza che incida sulle scelte dei governi». «C’è un problema che riguarda anche noi, Cgil e Fiom. Noi abbiamo bisogno di cambiare. E deve essere chiaro: non è che noi possiamo insegnare a tutto il mondo come deve cambiare e pensare che noi, così come siamo organizzati e funzioniamo, siamo bravissimi e possiamo durare nel tempo. Abbiamo bisogno di cambiare allargando la nostra rappresentanza, avvicinandoci ancora di più ai luoghi di lavoro». Il ragionamento tiene assieme «unità» e «pluralismo», tramite «la democrazione sindacale»: «Per fortuna esiste il pluralismo sindacale e si ha uno strumento molto preciso da utilizzare: è la democrazia e la rappresentanza, il diritto delle persone che lavorano di poter partecipare e decidere sul sindacato che vogliono e sulle scelte che debbono essere realizzate».

POI LANDINI INTERLOQUISCE con i giovani che poco prima dal palco hanno raccontato la loro esperienza di impegno, non solo sindacale. «Dietro alle polemiche di questi giorni secondo cui le persone non vogliono lavorare perché prendono il reddito di cittadinanza si cela un’idea pericolosa: per lavorare devi essere disposto ad accettare ogni condizione di lavoro». Serve dunque lottare «per ricostruire le condizioni perché le persone non siano costrette a competere tra loro per lavorare». E qui arriva anche un monito per le giovani generazioni da parte di Landini: «I diritti sul lavoro i giovani o se li prendono organizzandosi insieme a noi o non ce l’avranno mai, perché i padri quei diritti non li hanno avuti gratis, ma se li sono conquistati con l’organizzazione e la lotta».

Un concetto poi ripreso nelle conclusioni dall’attuale segretaria generale Fiom Francesca Re David che ha ricordato come «solo il 15% dei giovani è iscritto al sindacati perché molti di loro hanno contratti di lavoro precari». Secondo Re David «il prevedibile aumento della produttività derivante dalla digitalizzazione va usato per ridurre gli orari e redistribuire il lavoro e favorire l’ingresso dei giovani». Il primo obiettivo, come da tradizione assai avanzato, per i prossimi 120 anni della Fiom.

Commenta (0 Commenti)

Commento. Secondo la Cina il nuovo ordine dovrebbe essere basato sulla cooperazione pacifica e sull’armonia: senza pretese di cambiare i sistemi politici altrui non ci sarebbero problemi

G7, lo spettacolo aereo nei cieli di Carbis Bay in Cornovaglia

G7, lo spettacolo aereo nei cieli di Carbis Bay in Cornovaglia  © Lapresse

Democrazie contro autocrazie: è il riassunto del G7 e del summit Nato svoltosi in questi giorni secondo i media internazionali. Al riguardo, abbiamo molto chiaro quale sia l’idea di ordine internazionale americano – ne abbiamo avuto molte applicazioni anche – ma si parla pochissimo di quale sia quella cinese, di cui si suppone sempre una volontà egemonica e volta a scoperchiare l’attuale rete di relazioni tra Stati.

Diventa dunque importante, al di là di registrare le reazioni di rito di Pechino, esaminare un aspetto: che idea ha la Cina del futuro dell’ordine internazionale? Una delle pietre angolari dell’idea cinese di ordine internazionale è la sovranità. Sottolineare i concetti di sovranità e del rispetto della sovranità altrui serve a Pechino per richiedere che anche gli altri facciano lo stesso con la Cina, cioè non interferire nei suoi affari interni.

Quanto all’ordine internazionale, la posizione cinese è piuttosto chiara: abbiamo vissuto per anni sotto l’egemonia americana – sostengono i cinesi – che ha disegnato le relazioni internazionali in un certo modo, ovvero utilizzando i valori occidentali per valutare qualunque Stato.

Secondo la Cina questo «mondo» è cambiato. Per Pechino, ad esempio, ogni paese è libero di perseguire «la propria via nazionale alla modernità e di respingere le influenze ideologiche occidentali. Ciò porta a rifiutare l’idea che un ordine globale debba necessariamente essere fondato su una radice normativa comune e su valori comuni, quali democrazia, liberalismo e diritti umani» (come spiega in modo egregio Matteo Dian in La Cina gli Stati Uniti e il futuro dell’ordine internazionale per Il Mulino).

Date queste premesse, secondo la Cina il nuovo ordine dovrebbe essere basato sulla cooperazione pacifica e sull’armonia: senza pretese di cambiare i sistemi politici altrui non ci sarebbero problemi, pensano a Pechino.
Ma tutto questo presuppone un altro concetto: il Tianxia (letteralmente «tutto quanto è sotto il cielo»). Come scrive il giurista cinese Liang Zhiping in una definizione molto precisa, «Tianxia descrive un ordine morale universale efficace, senza limiti geografici o etnici».

Ovviamente si tratta di un ordine sinocentrico, risalente all’epoca imperiale. Alla base del Tianxia c’era il riconoscimento della Cina come civiltà superiore, espresso attraverso i tributi. Oggi questa teoria è di nuovo in voga, perché Xi Jinping ha agganciato la storia del Pcc a quella della storia antica cinese, facendo diventare il Partito il custode di tutta la storia cinese e il suo massimo interprete nei tempi contemporanei. Anzi è il continuatore della grandezza cinese.

Ecco allora che il concetto di «società armoniosa» può essere esteso alle relazioni internazionali; ecco che il «sogno cinese» diventa il sogno di una «comunità dal destino condiviso».

In pratica la Cina ci racconta due cose: che è una potenza benevola e che paternalisticamente si pone alla guida di un nuovo ordine retto dal concetto di «win win» di cui la Cina è guida e garanzia. E che la Cina non è più un paese da «integrare» nell’ordine voluto da americani e Occidente, perché oggi, raggiunto lo status di potenza mondiale, può essere invece creatrice di un nuovo ordine basato non su valori ritenuti universali (che per i cinesi, e non solo, tali non sono), ma sulla cooperazione volta alla crescita delle economie e del benessere di tutti i paesi.

Può apparire una visione un po’ ingenua o addirittura subdola e ovviamente pone molti interrogativi e dilemmi ma al momento, ed è per ora la forza della proposta cinese, non presuppone un «modello» da esportare né con le buone, né con le cattive. E questa visione si può rifiutare, ovviamente. Ma non si può non tenerne conto o non conoscerla.

Commenta (0 Commenti)