La guerra grande Il ministro degli esteri consegna al Pakistan la proposta iraniana. Trump blocca Witkoff e Kushner: «troppe» diciotto ore di aereo
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Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi a Islamabad
Si era aperta la speranza di nuovi colloqui con il viaggio del ministro degli affari esteri iraniano Abbas Araghchi a Islamabad. Washington aveva precedentemente annunciato che gli emissari Steve Witkoff e Jared Kushner, figure chiave della diplomazia trumpiana, sarebbero giunti a Islamabad ieri. I mediatori pakistani lavoravano febbrilmente, ma in realtà il negoziato vero e proprio restava incerto.
Ieri, dopo l’incontro con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e altri alti funzionari, Araghchi è partito da Islamabad per Muscat e Mosca per ulteriori consultazioni. Poco dopo la Casa bianca ha dichiarato che Witkoff e Kushner non erano ancora partiti dagli Stati uniti e che Trump aveva cancellato il viaggio dei suoi inviati. «Troppo tempo buttato nei viaggi», ha scritto sul suo Truth Social il presidente per il quale «18 ore di viaggio» per un negoziato così importante sembrano troppe. Sembra che Araghchi abbia consegnato agli intermediari pakistani la nuova proposta iraniana. Islamabad esprime la speranza che siano stati compiuti «progressi» verso un nuovo ciclo di colloqui bilaterali «entro un giorno o due». Il risultato è il solito scenario: una trattativa che formalmente esiste, ma politicamente è ancora tutta da costruire.
GLI ANALISTI OCCIDENTALI e diversi centri studi sottolineano come la leadership iraniana appaia attraversata da divisioni profonde. Lo stesso Trump ha fatto riferimento a «lotte intestine e confusione» ai vertici iraniani. Think tank come l’Institute for the Study of War leggono in queste oscillazioni il rafforzamento dell’ala più dura legata ai Guardiani della Rivoluzione, meno incline al compromesso e più favorevole a una strategia di resistenza. Dall’altra parte, ambienti più pragmatici temono il collasso economico e vedono nella trattativa l’unica via d’uscita.
Altri osservatori sono del parere che, pur essendoci divergenze, il nucleo del potere rimane solido. È chiaro che il principale sostenitore del potere teocratico è l’ala tradizionalista: qualsiasi compromesso potrebbe essere interpretato come una capitolazione. Tuttavia una resa come Trump auspica non è sostenuta neanche dall’opposizione all’interno del sistema.
INTANTO LA TENSIONE resta altissima. Lo Stretto di Hormuz – arteria vitale per il commercio energetico globale – continua a essere il principale punto di tensione. Le rotte petrolifere sono bloccate, i sequestri di navi si moltiplicano e il mercato energetico globale reagisce con volatilità crescente.
La strategia americana resta quella della pressione massima. La linea adottata, paradossalmente, non ha dato risultati nel caso iraniano; anzi, considerando che il primo accordo nucleare iraniano concordato durante la presidenza Obama è stato cancellato unilateralmente da Trump durante il suo mandato, si è passati all’applicazione della massima pressione che, paradossalmente, ha portato Teheran sulla soglia di una possibile capacità di costruire la bomba nucleare. Islamabad resta dunque il simbolo di una possibilità sempre più fragile. Da un lato, la Casa bianca cerca un risultato diplomatico che possa ridefinire gli equilibri regionali; dall’altro, Teheran non è disposta a cedere su questioni considerate esistenziali.
NEL FRATTEMPO TORNA a illuminarsi il tabellone dell’aeroporto internazionale Imam Khomeini di Teheran. Le destinazioni riappaiono una dopo l’altra, come segnali di vita rimasti sospesi per cinquantasei lunghi giorni. Si riprende lentamente: Istanbul, Mascate… È il primo varco che si riapre, mentre la guerra non è ancora finita ma ha concesso una tregua fragile.
Dall’inizio dell’aggressione americana, il flusso degli iraniani oltreconfine è rimasto sorprendentemente limitato. Tra le prime due settimane di guerra, secondo Unhcr, circa 26.500 iraniani hanno attraversato il confine turco; proiettando il dato fino a oggi, le uscite complessive via terra si stimano tra 70mila e 100mila persone, cui si aggiungono circa 30mila passaggi verso l’Afghanistan, perlopiù afghani residenti in Iran. In totale si stima che tra 100 e 150mila persone abbiano lasciato il Paese: appena lo 0,15% della popolazione.
A COLPIRE È PERÒ il dato opposto: i rientri. Nello stesso arco temporale (due settimane), oltre 24mila iraniani sono tornati dal confine turco, in alcuni giorni superando le partenze. Si tratta soprattutto di membri della diaspora che, isolati dai blackout delle comunicazioni, hanno scelto di rientrare per raggiungere le famiglie, anche attraversando valichi difficili.
Gli analisti avvertono che questo equilibrio è fragile: finché le infrastrutture civili reggono, i flussi restano contenuti. Ma un eventuale collasso di acqua, energia o servizi sanitari potrebbe trasformare rapidamente una mobilità limitata in un esodo di massa.
Per ora, però, il dato più controintuitivo resta intatto: nonostante la guerra, l’Iran è ancora un Paese da cui si fugge poco. E verso cui, in molti casi, si continua a tornare.
Commenta (0 Commenti)Sono i versi della canzone Addio Lugano Bella. Una minaccia per la questura di Roma, che così spiega il primo fermo preventivo, la novità dell’ultimo decreto sicurezza. Novantuno anarchici trattenuti tutto il giorno: non avevano commesso reati ma scritto sul muro quelle parole
Polizie di primavera Una citazione dello storico canto tra le motivazioni del divieto di ricordare i due anarchici morti al parco degli Acquedotti
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Il verso di «Addio Lugano bella» su un muro della fermata Marconi della metro a Roma – Foto
Le parole, si sa, sono pietre. Quelle del canto anarchico Addio Lugano Bella sono state scagliate 130 anni fa e colpiscono ancora. La dimostrazione è nel provvedimento con cui il 26 marzo il questore di Roma Roberto Massucci ha vietato la commemorazione di Sandro Ardizzone e Sara Mercogliano, uccisi una settimana prima al parco degli Acquedotti dallo scoppio accidentale di un ordigno che stavano costruendo.
Il divieto di ricordarli è scattato perché «nelle ore successive ai fatti occorsi» a Roma «sono state vergate scritte murarie chiaramente inneggianti ad un clima di odio rivolto all’ordine costituito: Pace agli oppressi, guerra agli oppressori». Che sono, appunto, versi scritti da Pietro Gori nel 1894. La scritta in questione è in effetti apparsa nella Capitale qualche settimana fa, fuori dalla stazione Marconi della metro B. Non era sola, ce n’erano anche altre come «La vendetta sarà terribile», «No 41 bis» e «Fuori tutti dalle galere», ma la questura è stata colpita dalla citazione del canto che racconta un antico esilio di anarchici dalla Svizzera, dopo uno dei tanti rovesci giudiziari della loro storia. Ad essere preoccupante, per il questore, è soprattutto la seconda parte: parlare di «guerra agli oppressori», infatti, sarebbe un «chiaro riferimento alle istituzioni». Si potrebbe dire che la sovrapposizione tra «oppressori» e «istituzioni» è frutto di una libera interpretazione della polizia, ma qui non si fa critica letteraria.
SI PARLA piuttosto del divieto di andare a depositare mazzi di fiori sul luogo della morte di due persone, in una straordinaria dimostrazione del fatto che l’ordine pubblico è diventato un valore più forte del lutto. E questo, a pensarci bene, fa più paura delle parole e anche delle pietre: nemmeno il cordoglio è concesso agli anarchici. Fior di sentenze, negli ultimi anni, ci hanno spiegato che fare un saluto romano in memoria di qualche camerata ucciso non è un tentativo di ricostituire il disciolto partito fascista – un reato – perché quel gesto va inteso come atto puramente commemorativo. Lo stesso discorso, a quanto pare, non vale per gli anarchici. Che infatti, quando domenica 29 marzo a decine si presentano lo stesso al parco degli Acquedotti, in 91 vengono fermati e accompagnati in questura. Alcuni per essersi rifiutati di fornire le proprie generalità. Altri in via preventiva, come ammesso dall’ultimo decreto sicurezza, che qui per la prima volta viene applicato. Basta uno «stato di fatto», cioè un sospetto, per passare fino a 12 ore in un posto di polizia. E non serve nemmeno un provvedimento della procura: basta dare notizia della cosa al pm di turno. E alla fine non è nemmeno previsto che venga spiegato alcunché.
SPIEGA L’AVVOCATO Cesare Antetomaso: «Nel verbale a sostegno del fermo identificativo prolungato, che nel caso del mio assistito si è protratto per quasi 11 ore, non è praticamente presente alcuna motivazione in grado di ricondurre con certezza la condotta di un cittadino incensurato, che aveva con sé un fiore da lasciare nei pressi del luogo dove due persone hanno perso la vita in circostanze tuttora da chiarire, a quanto previsto dalle nuove norme».
Di incidenti, in ogni caso, quel giorno al parco degli Acquedotti non ce ne sono stati: gli anarchici sono stati caricati su dei pullman e portati via, senza episodi di resistenza a pubblico ufficiale. Alcuni dei fermati, come sanzione, hanno rimediato un foglio di via, ma la questione è controversa. Questo provvedimento, infatti, può essere dato solo a chi si è reso responsabile di «molteplici delitti» ma, sempre per decisione del governo Meloni, la manifestazione non autorizzata non è più reato. È un illecito amministrativo. E non possono essere comminati provvedimenti di polizia per una semplice multa.
SE LA VEDRANNO gli avvocati, che già hanno cominciato a presentare ricorsi. Conclude ancora Antetomaso: «Senza alcun riferimento alla pericolosità presunta del soggetto fermato, il trattenimento si configura come illegittimo». Non sarebbe una gran notizia. Sempre Gori, sempre nel suo saluto a Lugano, diceva: «Scacciati senza colpa, gli anarchici van via».
LaPresse
Commenta (0 Commenti)25 aprile Su Instagram, la memoria al presente raccontata da Francesco Satanassi
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Battaglione Corbari foto IstorecoFC
La linea che separa l’Emilia dalla Romagna, per i partigiani che risalivano l’Appennino, era segnata dal Sangiovese: se te lo offrivano al posto dell’acqua, sapevi di essere arrivato. Eppure, questa terra di ospitalità leggendaria custodisce una contraddizione profonda, quasi un trauma genetico: ha dato i natali a Mussolini e, insieme, è stata il baluardo della lotta di Liberazione. Ogni famiglia in zona ha un nome da ricordare il 25 aprile. Ma una volta deposte le corone d’alloro delle commemorazioni ufficiali e spente le cerimonie, rimane una domanda sospesa: «Cosa resta di quella lotta tutti gli altri giorni dell’anno?».
Francesco Satanassi, forlivese classe 1981, ha trasformato una ricerca personale in una missione. Forlì dista 16,6 km da Predappio, città natale di Mussolini, dove ogni anno continuano a radunarsi i suoi neri nostalgici. Sono quindici minuti di macchina, praticamente nulla a livello logistico, ma dove ogni km di vicinanza pesa: la presenza dei fascisti è ben palpabile. E non si tratta solo di ricorrenze per nostalgici appunto: è dell’anno scorso la notizia dell’apertura in pieno centro a Cesena di una nuova sede di CasaPound, seguita da quella dell’aggressione razzista di tre giovani da parte di una quindicina di membri del movimento di ispirazione fascista.
Partendo dal ritrovamento del diario di prigionia del nonno, Francesco ha così iniziato a scavare nella memoria della sua terra, indagando le radici dell’antifascismo e della Resistenza romagnola. Dopo diverse autoproduzioni, ha quindi deciso di fare la sua parte come farebbe un millennial nel 2024: ha aperto un profilo Instagram, «Romagna Ribelle». Iniziato un po’ per passione e un po’ in modo rudimentale, ha cominciato condividendo le storie che conosceva di alcuni partigiani e partigiane e le loro fotografie, recuperate setacciando il web. Nei primi anni 2000 avrebbe aperto probabilmente un Tumblr, oggi è un profilo Instagram, e ne fa un uso virtuoso, rendendo le storie partigiane un appuntamento quasi quotidiano per chi segue il profilo.
Non solo in questo modo viene tenuta viva la memoria di chi ha combattuto, raccontandone le vicende su base giornaliera, ma si diffonde anche il messaggio che l’antifascismo è necessario portarlo avanti oggi e ogni giorno. Sono esemplari i commenti ricevuti sotto al post che racconta la storia di «Nunziatina», ovvero Annunziata Verità, partigiana catturata dai fascisti della brigata nera di Faenza e sottoposta a fucilazione ma sopravvissuta, la quale non solo ha testimoniato contro i fascisti della zona nei processi del dopoguerra, ma ha cercato e rintracciato i suoi esecutori per tutta la vita, trovandoli e confrontandoli. Ogni tipo di insulto alla donna, ora centenaria e ancora viva, è menzionato sotto questo post, proprio a riprova che se nel ’45 il fascismo è stato sconfitto, i fascisti no. Ed è questo il punto centrale di tale progetto: il 25 aprile non è stato un interruttore, il 26 aprile i fascisti c’erano ancora, anche il 27 e così via. La resistenza è un processo che è stato quindi interrotto, ma che può e deve riprendere, anche con progetti come questo.
Le ricerche effettuate presso l’Istituto Storico della Resistenza di Forlì e altri archivi per scoprire nuove storie per il profilo hanno portato anche a importanti rivelazioni, come quella riguardante le vicende relative alla liberazione di Forlì. Infatti, la storia che si tramanda ufficialmente è quella della città liberata dagli Alleati, ma alcuni partigiani hanno sempre raccontato che la città era già stata liberata la notte prima dai Gap presenti in città. Gli Alleati avrebbero dovuto rifornire i partigiani dell’Ottava Brigata Garibaldi, che erano alle porte della città, ma non accadde, impedendo così alla Brigata di entrare. Furono quindi i Gap interni durante la notte a cacciare i tedeschi e quando gli inglesi entrarono trovarono la città già libera.
Da qualche mese il progetto si è espanso ed è diventato anche un podcast, dove Francesco insieme ad altri appassionati di storie partigiane continuano ad amplificare la resistenza.
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Graphic novel
«La resistenza di Madeleine. Pasta al pomodoro» di JD Morvan, Madeleine Riffaud, (Giralangolo, illustrazioni di Dominique Bertail, trad. di Simona Mambrini, pp. 128, euro 20) è il terzo volume della saga dedicata alla vita di Madeleine Riffaud e comincia tra le strade di Parigi. Dopo aver sparato a un ufficiale nazista sul Ponte Solferino, la partigiana Rainer è stata arrestata e la notizia della sua cattura si diffonde in fretta. Entriamo nei palazzi e nelle prigioni della Gestapo, celebri per la crudeltà degli interrogatori. «Pasta al pomodoro» porta chi legge nelle stanze della tortura. Questo terzo capitolo è il più scuro e più umano della saga. Un omaggio a una donna che non si è piegata e ha scelto la libertà.
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25 Aprile Da Roma a Milano, la ricorrenza diventa una chiamata all’azione contro il decreto sicurezza e la militarizzazione. In piazza i No Kings
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Manifestazione contro il Ddl Sicurezza a Roma
La coincidenza dell’approvazione del decreto sicurezza a 24 ore dalla Festa della Liberazione ha tolto la patina di ricorrenza alla data. Gli appuntamenti del 25 aprile quest’anno sono diventati una chiamata alla mobilitazione contro la repressione e le tentazioni autoritarie del governo, di cui l’ultimo pacchetto securitario è l’epifenomeno. Oltre agli appuntamenti istituzionali, si terranno cortei per la difesa della Costituzione dai tentativi di modifica delle destre, dopo l’assalto fermato con il No al referendum sulla giustizia.
«DAI PALCHI della Liberazione partirà un appello a tutti i partiti e i movimenti antifascisti per difendere il valore costituzionale del dissenso, perché c’è una cultura trasversale che giustifica la repressione, pensiamo non solo ai decreti sicurezza ma anche al ddl antisemitismo», ha spiegato Luciano Cerasa che oggi prenderà la parola a Roma per i No Kings. Nella Capitale (dove giovedì notte è stato appeso dai neofascisti lo striscione «Partigiano infame») saranno quattro le manifestazioni: alle 10.30 è previsto il corteo dell’Associazione nazionale partigiani da Porta San Paolo. I collettivi studenteschi Cambiare Rotta e Osa si sono dati appuntamento alle 8.30 davanti alla sede della Fao.
Nel pomeriggio corteo anche a Primavalle e al Quarticciolo, il quartiere di Roma Est che il Viminale ha militarizzato con il decreto Caivano. Movimenti e reti sociali capitolini invitano a partecipare per stare «dalla parte giusta della storia»: «Le élite trattano territori e vite come proprietà privata mentre i diritti conquistati con la Resistenza vengono messi in discussione. Dalla Palestina all’Ucraina la guerra – spiegano gli organizzatori – si normalizza, anche in Italia c’è un’accelerazione delle politiche securitarie e del modello fondato su disuguaglianze sociali, controllo e nazionalismo».
A NAPOLI, dopo la lettura della Costituzione al largo Berlinguer di Anpi, Cgil, Cisl e Uil, partirà il corteo No Kings da Porta Capuana per esprimere «la contrarietà al decreto sicurezza e chiedere lo scioglimento delle formazioni neofasciste». A Bologna, oltre alla tradizionale festa antifascista del Pratello, ci sarà un corteo che partirà da piazza dell’Unità alle 10 con lo slogan «Resistenza contro guerra, imperialismo e governo Meloni».
A Milano, dopo le polemiche della comunità ebraica cittadina, l’appuntamento per il corteo è a corso Venezia alle 14. Ha confermato la partecipazione, trascinandosi gli attacchi della destra, anche Forza Italia Giovani Lombardia per «rispetto istituzionale»: «Saremo presenti con orgoglio, la memoria deve essere patrimonio condiviso». Mentre, anche quest’anno, alcuni sindaci di centrodestra hanno preferito vietare le piazze per le celebrazioni.
A SENIGALLIA l’amministrazione comunale ha preferito concedere il Foro Annonario a una fiera di moto. «Nonostante lo schiaffo gravissimo del comune, non cambia la voglia di festeggiare la Liberazione», ha commentato l’Anpi locale. A Piombino le sinistre non parteciperanno alla cerimonia istituzionale in solidarietà con l’associazione nazionale partigiani, alla quale il primo cittadino di Fdi non ha permesso di parlare. «È una decisione sofferta – ha spiegato Avs – che nasce da una valutazione politica e morale: il 25 aprile non può essere svuotato dai contenuti antifascisti». A Trieste è stata la questura a spostare la manifestazione di Trieste Antifascista e Global Sumud Italia Fvg dalla risiera di San Sabba, campo di concentramento in suolo italiano, a uno slargo in prossimità: «Vorremmo che ci fosse una marea umana che chiedesse le dimissioni del governo», hanno detto gli organizzatori.
Le conquiste civili ottenute con la Liberazione «vengono messe in discussione da un barbaro ritorno della guerra, dei nazionalismi e dei fascismi», ha scritto l’Anpi nazionale. Ci sono però gli anticorpi: «Le grandi manifestazioni contro il genocidio di Gaza, il voto referendario a difesa dello stato di diritto, una nuova generazione protagonista che chiede giustizia sociale».
Commenta (0 Commenti)Si chiude con una doppia firma di Mattarella al decreto sicurezza e al decretino correttivo l’ennesima forzatura emergenziale del governo. A terra restano i cocci della procedura costituzionale. Meloni vince il braccio di ferro con il Colle, che resta in silenzio
Obbligo di firma Votato in parlamento e subito cambiato in consiglio dei ministri Entra in vigore la forzatura dell’esecutivo: esulta Matteo Salvini. Meloni: «Non è un precedente pericoloso». Servirà l’intervento del Viminale
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Protesta alla Camera contro il dl – Massimo Percossi/Ansa
Alle 12.17 di ieri mattina la Camera ha approvato il testo di conversione del decreto sicurezza. Alle 12.37 Antonio Tajani ha dato il via al consiglio dei ministri a Palazzo Chigi. Alle 12.48 si è conclusa la riunione e il governo ha approvato il decreto correttivo della sciagurata norma sugli avvocati. Infine, intorno alle 17, Mattarella ha promulgato il primo ed emanato il secondo. Si è consumato così, in una manciata di minuti e qualche centinaio di metri, l’epilogo della vicenda. Ora il decreto correttivo dovrà essere convertito, e dovrebbe iniziare il proprio iter dal Senato, mentre l’applicazione della norma è rimandata a un successivo provvedimento del Viminale.
DUE ARTICOLI, il testo varato ieri nel consiglio dei ministri lampo ha eliminato ogni riferimento al Consiglio nazionale forense così da permettere l’allargamento della platea dei beneficiari, e legato il versamento dei 615 euro per i rimpatri volontari assistiti non più alla partenza del migrante ma alla «conclusione del procedimento». Il denaro stanziato è cresciuto di poco: si è arrivati a un milione e quattrocentomila euro, pensati per poco più di duemila rimpatri da qui al 2028 (nella precedente versione erano duemila esatti). Per quanto riguarda i beneficiari, ora ci penserà il Viminale con un decreto attuativo da stilare nei prossimi due mesi. Il testo correttivo è intervenuto sul Testo unico dell’immigrazione, a sua volta modificato dall’emendamento incriminato, per portarlo alla nuova versione; poi ha anche dovuto abrogare una parte di quell’articolo dove si faceva riferimento alle coperture: «Era il modo per fugare ogni dubbio», hanno commentato dall’esecutivo. Indice che comunque, per quanto si possa far finta di nulla, è innegabile la complicatezza della soluzione adottata.
«NON CI VEDO un precedente pericoloso, chiaramente avremmo preferito procedere correggendo in corsa ma questo avrebbe fatto decadere il decreto, creato un po’ di problemi», ha subito commentato da Cipro la premier Meloni. Che per esultare ha aspettato pochi minuti, ben prima della firma quirinalizia: «In Italia la legalità non è negoziabile». La premier ha sin dall’inizio difeso la norma come «di buon senso», perché allineerebbe il compenso per il rimpatrio a quello elargito per difendere i migranti nei ricorsi contro le espulsioni. Affermazioni purtroppo false, dato che lo stesso decreto Sicurezza ha cancellato il gratuito patrocinio per questi ricorsi, con dubbi di compatibilità con l’articolo 24 della Carta che sancisce il diritto alla difesa.
CHE NON SI SIA creato un precedente poi, è solo parzialmente vero, dal momento che
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Commenta (0 Commenti)Iran Fino a 10 punti di pil in meno, inflazione al 55%, povertà al 36%...Ma il nemico adesso è la guerra
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Un cartellone raffigurante Ali e Mojtaba Khamenei a Teheran – Foto Ap
La guerra è fatta di bombe, distruzione, suoni devastanti che irrompono nel cuore della notte. È fatta di sangue, dolore, urla che lacerano vite in carne e ossa. Comunicati, parole, minacce, bugie, inganni, negoziati e strategie ciniche non appartengono alla gente comune, che subisce gli effetti del conflitto.
«Per una vita normale, per la libertà», aveva cantato una voce iraniana durante il movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Eppure, per moltissimi iraniani sembra non essere cambiato molto: continuano a inseguire disperatamente una vita normale. All’inizio di gennaio esplodevano le grandi manifestazioni per la crisi economica, partite proprio dai bazar, contro la teocrazia. Ma oggi la vita degli iraniani è stata travolta da una guerra che, in soli quaranta giorni, ha devastato ciò che richiederà anni per essere ricostruito. E il “colpevole” non è più solo il sistema, ma l’aggressione di Stati uniti e Israele.
«PER UN ATTIMO mi sono resa conto di aver passato venti minuti a lamentarmi di un bambino di sette anni che non aveva fatto nulla di male, se non la chiusura della sua scuola», racconta Mahsa. La madre trentanovenne che oltre alle mille incombenze quotidiane si è ritrova a fare anche da insegnante ai propri figli.
Non è solo il sistema scolastico iraniano a trovarsi in una situazione emergenziale. L’attacco militare di Israele e degli Stati Uniti ha inflitto all’economia iraniana danni ben più gravi di quelli diretti del conflitto.
Si prevede una contrazione del Pil reale tra 8,8 e 10,4 punti percentuali rispetto a uno scenario senza guerra, a causa dei danni alle infrastrutture energetiche e alle rotte commerciali marittime. L’inflazione è prevista al 55% nel 2026, riducendo ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie. Il tasso di disoccupazione resta critico, con un’occupazione generale ferma al 38% e solo al 12% per le donne. La povertà interessa già il 36% della popolazione, la soglia è pari a circa 8,30 dollari al giorno in parità di potere d’acquisto. Anche se la guerra cessasse domani, la ripresa sarebbe lunga e fragile. Se il Paese non riuscisse ad accedere ai finanziamenti internazionali, con un debito pubblico al 14% del Pil, non avrebbe margini per politiche espansive.
IL CONFLITTO ha lasciato ferite profonde non solo sul territorio, ma anche nell’aria, nell’acqua e negli ecosistemi del Paese. L’attacco a tre grandi depositi di petrolio vicino a Teheran ha rilasciato oltre un milione di tonnellate di CO2 e quattromila tonnellate di composti cancerogeni, contaminando suolo, falde e catena alimentare, con il rischio di una futura impennata dei costi sanitari.
Sono state colpite 13 aree protette in 7 province, con vittime tra la fauna, fughe di specie dovute al trauma acustico e la perdita di campioni genetici irrecuperabili.
NEL GOLFO PERSICO e nel Mar d’Oman, porti e isole strategiche sono stati bombardati, minacciando la sopravvivenza di pescatori e mammiferi marini rari, con il rischio di maree rosse e morie di pesci. Laghi come Zaribar e zone umide come Hamun rischiano il collasso ecologico, favorendo tempeste di polvere tossica nella regione di Sistan. Sono state distrutte dieci sedi provinciali dell’agenzia ambientale e i sistemi di rilevamento dell’inquinamento, rendendo impossibile avvisare le popolazioni più fragili. Le tossine nei terreni agricoli minacciano la produzione alimentare, mentre i residui di esplosivi chimici aumentano il rischio di malattie polmonari croniche e anomalie genetiche per le generazioni future.
Considerando l’enorme difficoltà finanziaria del Paese, diventa chiaro il piano dell’amministrazione americana di un blocco navale che danneggerebbe enormemente il commercio di petrolio iraniano, principale fonte di entrate del Paese. Sembra che l’amministrazione americana miri proprio a danneggiarne irreparabilmente le risorse naturali.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent, forse la figura più attendibile dell’entourage di Trump, ha annunciato che il blocco navale americano porterà, nel giro di pochi giorni, al riempimento completo dei depositi di petrolio sull’isola di Kharg, costringendo così alla chiusura dei fragili pozzi petroliferi iraniani, potenzialmente in modo irreversibile.
CIÒ IN PARTE spiega perché gli iraniani insistono sulla revoca del blocco navale prima di sedersi al tavolo dei negoziati. Tuttavia Abdollah Babakhani, analista energetico indipendente iraniano, ridimensiona l’allarme sul rischio di danni irreversibili ai pozzi e sottolinea che Kharg non è l’unico sito di stoccaggio del Paese e che una riduzione o sospensione della produzione non equivale automaticamente alla distruzione dei pozzi o alla perdita della capacità estrattiva, anche se esiste comunque un rischio tangibile.
Gli Stati Uniti, per indurre Teheran a una resa incondizionata, tendono a spingere anche sulle divisioni tra le fazioni pragmatiche e quelle più radicali del potere. L’attacco americano, soprattutto durante i negoziati in corso, ha sicuramente rafforzato l’area intransigente del potere, che oggi arriva a sostenere la prosecuzione del conflitto.
TUTTAVIA è emerso un sistema di governo “a mosaico” che rende il Paese più resiliente agli attacchi. Ufficialmente il nuovo leader è Mojtaba Khamenei, ma la sua assenza dalla scena pubblica e la limitata esperienza fanno ipotizzare che il vero potere sia esercitato da un gruppo collettivo di alti funzionari e comandanti militari, con un ruolo svolto dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione che prima della guerra non era politicamente così centrale.
Le divisioni, per il momento evidenti, non sono comunque paragonabili alle divergenze tra Chamberlain e Churchill.
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