Dopo 24 ore di duello al sole cede anche Santanchè. Ma la sua lettera di addio al governo è un atto di accusa a Meloni: «Sono abituata a pagare conti di altri». Il redde rationem a destra rischia di trasformarsi in una slavina che può travolgere anche la premier
Oggi a me La ministra del Turismo lascia con una lettera di fuoco: «Non ho colpe per il referendum». Le opposizioni: «Meloni allo sbando»
LEGGI ANCHE https://ilmanifesto.it/una-premier-a-meta-la-messa-in-scena-della-forza-senza-sostanza
«Obbedisco». Daniela Garnero Santanchè ha resistito quasi 24 ore, poi ha rassegnato le dimissioni. Un gesto che era diventato ormai obbligato ma che non è stato gratuito e lei, non a caso soprannominata “Pitonessa”, lo ha voluto sottolineare, vergando una puntuta lettera alla premier per attaccare, più che per difendersi. Se non si è dimessa nelle ore precedenti, «è perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum, – ha scritto – non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me.
Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato Delmastro che pure paga un prezzo alto». Il riferimento non è lasciato al caso: era stato il sottosegretario alla Giustizia a mettere come condizione del suo allontanamento anche quello della titolare del turismo.
E CHIUDE CON LE PAROLE: «Tengo più alla nostra amicizia a al futuro del nostro movimento» anche se il messaggio che manda a Giorgia Meloni è di fatto brutale: «Sei tu ad aver sbagliato», la campagna elettorale del referendum e non solo. D’altronde Santanchè solo 24 ore prima aveva avvisato: «Io sensibilità non ne ho», né istituzionale e né personale. Così aveva risposto a una Meloni allibita che le chiedeva il passo indietro. Per il mondo da cui viene la premier, adusa a comandare da sola, era una insubordinazione. Ma l’ex ministra del Turismo è una che non si vergognerebbe a regalare alla compagna di uno degli uomini più ricchi d’Italia una borsa taroccata comprata da un migrante (secondo l’esilarante vicenda dell’Hermes riportata di Francesca Pascale), figuriamoci se la può imbarazzare la nota della presidente del consiglio, che in maniera irrituale, ne aveva chiesto la testa a mezzo stampa.
IERI MATTINA SANTANCHÈ, ha tentato di lanciare la sua ultima sfida al mondo politico e imprenditoriale che l’ha cresciuta e lanciata tra i big, forte della sua proverbiale faccia tosta e delle informazioni sensibili che ha accumulato. È arrivata al ministero a Villa Ada facendosi largo, senza rispondere, tra i giornalisti che le chiedevano se si sarebbe dimessa. Poi si è asserragliata nel suo ufficio mentre sulle agenzie scorrevano le dichiarazioni dei suoi ex sodali della maggioranza. Alcune con la parvenza di saggi consigli (l’esempio lo avevano già dato Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), come quello del collega di partito Lucio Malan: «Santanchè farà quello che ha detto Meloni». Mentre altri, come Giovanni Donzelli e Fabio Rampelli sono stati lapidari: «Quando la premier lo chiede ci si dimette». Anche i garantisti di Forza Italia le voltano le spalle, «Se c’è un rapporto di fiducia che si è interrotto bisogna trarne le conseguenze».
A DARLE IL COLPO DI GRAZIA non è una mozione di sfiducia presentata dalla minoranza ma la certezza che il suo sodale in affari, “amico intimo” e padrino politico, Ignazio La Russa (che pure le esprime vicinanza), non avrebbe potuto
Commenta (0 Commenti)Adesso sì Il leader M5S lancia il «percorso aperto alla società civile», pensato in chiave gazebo. Avs fredda: «Meglio puntare sul programma, a partire dal salario minimo»
LEGGI ANCHE Gelo Pd: «Ne parleremo più avanti». Salis non corre
Giuseppe Conte a piazza Barberini per i festeggiamenti della vittoria del No al referendum – Ansa
«Primarie? Sarei disponibile, ma non ne ho ancora parlato con la base del Movimento 5 Stelle». Se non è una discesa in campo, pochissimo ci manca. Dopo aver aperto alla consultazione della base del campo progressista per scegliere il frontman, Giuseppe Conte non perde altro tempo. Così, mentre il ferro della sconfitta di Giorgia Meloni è ancora caldo, batte sulla sua candidatura. Ma a patto, insiste, che si definiscano regole che consentano di uscire dall’«apparato». Che è un modo per sottolineare che il M5S intende starci alle sue condizioni, che probabilmente indicano la possibilità del voto online. «Se qualcuno pensa di farsi primarie di partito e di apparato noi non ci stiamo – sono le sue parole – Possono essere solo primarie aperte, dando a tutti la possibilità di dire la loro».
TUTTAVIA, PRECISA ancora l’avvocato, prima viene «il programma». Sembrerebbe un modo per far passare i contenuti, e poi attraverso di essi capire che intende sottoscrivere gli impegni concreti e dunque definire il perimetro della coalizione. Ma non è esattamente questo. O almeno non solo. Perché, come anticipato nelle settimane scorse, Conte intende costruire il programma allargando la platea alla «società civile». «Apriremo 100 punti di spazi aperti di democrazia, raccoglieremo le proposte e le porteremo al campo progressista per definire un programma condiviso», spiega. Insomma, il «percorso programmatico» suona molto come una campagna elettorale per le primarie, un viaggio a tappe in tutto il paese che serve proprio a costruire il consenso da riversare nei gazebo, reali e virtuali, che verranno montati, a questo punto non prima dell’autunno prossimo, per scegliere il leader della coalizione. Qui il presidente M5S intende cavalcare la riscossa dei giovani, che ha marcato la differenza al referendum. «Non è questione di intercettare l’elettorato dei giovani – chiarisce parlando coi cronisti – Vogliono partecipare, discutere, entrare nel merito delle questioni. Ne ho incontrati tantissimi. Mi sembra che siano usciti da quel ciclo di astensionismo, di disaffezione: vogliono incidere ed è per questo che offriremo questi spazi aperti alla democrazia, coinvolgendoli perché scrivano con noi il prossimo programma di governo». E ancora: «Questi spazi nascono per rispondere alla loro voglia di partecipazione. Offriremo tantissime possibilità per dar loro la parola, per ascoltare i loro bisogni e concordare un progetto di governo di forte impronta progressista». Dunque, Conte scommette sulle nuove generazioni. Aveva tentato la mossa appena proclamato capo del nuovo corso pentastellato, quando aveva lanciato l’organizzazione giovanile del M5S. Ci riprova adesso, dati alla mano, in vista della corsa delle primarie. Questa road map dovrebbe essere ufficializzata a breve e cominciare dalla metà di aprile. Ma ha due punti di forza e almeno altrettante potenziali debolezze. A differenza degli altri competitor, in primis Schlein, Conte può procedere agilmente a manovre tattiche. Inoltre, se così dovessero andare le cose, sarebbe lui a dettare i tempi. D’altro canto, questo disegno rischia di infrangersi con la storica debolezza dei 5 Stelle sui territori e con la difficoltà di aprirsi davvero alla società civile e ai giovani. Dalla sua parte c’è un sondaggio dell’Istituto Noto che sostiene che il 43% degli elettori del fronte progressista, in caso di primarie, lo sosterrebbe. Con Schlein si schiererebbe il 37% e il 12% starebbe con Angelo Bonelli, scelto come esponente di Avs. L’ex premier, secondo la rilevazione. sarebbe il candidato relativamente più trasversale, gradito a più votanti delle altre forze politiche.
PROPRIO AVS, ieri, ha convocato i cronisti a Montecitorio. Non c’era Bonelli, indisposto. Anche Nicola Fratoianni e i due capigruppo Peppe De Cristofaro e Luana Zanella hanno sottolineato l’impatto dei giovani sul No al referendum. «Li avevamo visti arrivare, viste le adesioni massicce alla nostra campagna per far registrare i fuorisede ingiustamente esclusi dal voto come rappresentanti di lista», dice il segretario di Si. Che chiude all’ipotesi primarie. «È un dibattito legittimo – sostiene Fratoianni – Però non credo che l’onda generazionale dei giovani abbia come prima esigenza come il centrosinistra discute di se stesso. Meglio puntare sui temi: a partire dal salario minimo, dalla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, dalle spese militari e dalla transizione ecologica».
Commenta (0 Commenti)Terremoto nel governo dopo la batosta del referendum. Meloni vuole «andare avanti» e si libera della zavorra. Chiede e ottiene le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capa di gabinetto della giustizia Bartolozzi. Caccia anche Santanchè, che prova a resistere
Strage di Stato Il vice di Nordio e la capa di gabinetto si dimettono ma non basta Palazzo Chigi chiede il passo indietro della titolare del Turismo
LEGGI ANCHE Premier e ministra alla resa dei conti. Le dimissioni auspicate da un anno
Giorgia Meloni al Senato – foto Antonio Masiello/Getty Images
Rotolano teste. Due sono già cadute, al ministero della Giustizia: il viceministro Delmastro e la capo di gabinetto Bartolozzi. Per la terza, quella di Daniela Santanchè, è questione di ore anche se la premier, per affrontare le sue resistenze, ha dovuto esporsi come mai prima. Con un comunicato in cui, dopo aver ringraziato per il bel gesto i dimissionari di via Arenula, «auspica che analoga scelta sia condivisa dalla ministra del Turismo».
SE NE VA SENZA un sussurro la potentissima capo di gabinetto di Nordio che il ministro, a conferma di quale sia il suo peso reale, aveva blindato poche ore prima: «La sua posizione non è assolutamente in discussione». Le ultime parole famose. Non è escluso che l’imprevisto licenziamento della zarina sia anche un segnale di pace rivolto all’Anm, alla vigilia dell’elezione del suo nuovo presidente.
ANDREA DELMASTRO, invece, ci tiene a far sapere, annunciando le «irrevocabili dimissioni», di «non avere fatto niente». Solo «una leggerezza a cui ho rimediato». Alza i tacchi lo stesso, «nell’interesse della nazione». Dei vertici di via Arenula resta in piedi solo Nordio. Bontà sua, si assume «la responsabilità» della sconfitta nelle urne e non è che gli costi molto dal momento che non ne trae alcuna conseguenza concreta. Niente dimissioni: «Qualche volta è stato sconfitto anche Churchill». Cosa rimanga a fare resta un mistero.
A ORDINARE IL REPULISTI, ieri mattina, è stata la premier in persona, come al solito senza neppure peritarsi di avvertire la truppa. La riunione dei vertici del suo partito, nella stessa mattinata, non ne sapeva niente. L’ordine di fare le valige era rivolto anche a Daniela Santanchè. Ma la pitonessa da quell’orecchio non ci sente e non ha alcuna intenzione di farselo curare. Le voci sul suo addio, discretamente accreditate anche da palazzo Chigi, si moltiplicano nel pomeriggio. L’opposizione prende atto con soddisfazione delle comunque «tardive» dimissioni in via Arenula ma punta l’indice su quelle ancora mancanti della ministra. Lei fa finta di niente, esclude passi indietro e a questo punto pare chiaro anche ai meno sospettosi che deve disporre di argomenti tanto solidi quanto contundenti per tentare di resistere a qualsiasi pressione. La premier capisce però di non potersi arrendere, in un momento come questo, e rende pubblica l’ingiunzione di sfratto.
L’INCRESCIOSO CASO dell’inamovibile Sanatanchè – su cui il Pd ha già annunciato una mozione di sfiducia – riflette la situazione complessiva in cui si trova Meloni all’indomani della pesantissima, forse fatale, batosta. Dopo essere rimasta tramortita nella giornata nera della sconfitta, ieri ha deciso di reagire. Senza però sapere
Commenta (0 Commenti)Adesso sì Verso Roma per la manifestazione nazionale centinaia di pullman e diversi treni. Il giorno prima sul palco «contro i re» alla Città dell'Altra economia Gemitaiz, Silvestri, Dito nella piaga e tanti altri
LEGGI ANCHE «Un voto in faccia ai Re». Il movimento e la libertà
Festeggiamenti per il No a piazza Barberini – Ansa
Era partita come una scommessa, si trasformerà in una festa enorme, un modo per rilanciare. I due giorni romani dei No Kings, in sincronia con le mobilitazioni statunitensi e inglesi contro sovranismo e autoritarismo, a questo punto diventano qualcosa di più: sarà il prossimo passaggio della grande campagna per il No al referendum, ampia e plurale, che ha attraversato il paese e che ha coinvolto soprattutto i più giovani. Se, insomma, la spinta propulsiva per il No viene dalle piazza d’autunno, questa sarà una verifica importante di quel movimento.
«A maggior ragione dopo questa vittoria – spiegano – vogliamo essere in tanti e tante. Perché adesso è arrivato il momento di mandare questa destra a casa». Si comincerà venerdì pomeriggio nel grande spazio della Città dell’altra economia, all’ex mattatoio di Testaccio, per una maratona musicale cui, in tempo non sospetti, hanno aderito decine di artisti. A questo punto sarà davvero la celebrazione di una maggioranza sociale che fino a poche settimane fa pareva invisibile, che adesso ha trovato un momento di convergenza e che intende proseguire.
Il giorno successivo, dalle 14, si muoverà un corteo nazionale: da piazza della Repubblica a San Giovanni. Anche questo appuntamento fin da prima della forza moltiplicatrice del successo referendario si preparava come molto grande: ci saranno tre treni dal nord e si stanno organizzando centinaia di pullman per raggiungere Roma da ogni parte del paese. Prima del corteo, dalle 12, decine di associazioni che si battono per i diritti dei migranti si muoveranno dal Colosseo per raggiungere il resto dei manifestanti. «Continueremo a lottare per una giustizia giusta, che adesso non c’è, continueremo a farlo anche da imputati, spesso a causa di pubblici ministeri che non sanno nemmeno dove stia di casa il diritto – dice Luca Casarini per Mediterranea – Ma intanto gli arroganti che hanno in mano il potere oggi si devono leccare le ferite. Non è facile per chi è abituato ad essere forte con i deboli e debole con i forti. Il loro obiettivo era, e rimane, l’attuazione di un disegno autoritario che è già in atto, dal decreto Caivano ai decreti sicurezza, dal controllo politico di medici e insegnanti, dalle deportazioni ai patti con la Libia e la Tunisia. Dal riarmo al servilismo verso i signori della guerra globale».
«La vittoria del No è un segnale al paese e a chi lo governa e che, soprattutto, smaschera il disegno ambiguo delle destre sulla giustizia» aggiunge Walter Massa, presidente nazionale dell’Arci, che fin da subito ha aderito alla manifestazione. «È un No chiaro a tutela della Costituzione e della dignità della nostra democrazia da una riforma appunto ambigua, fatta passare come un intervento tecnico, ma che in realtà avrebbe modificato sette articoli della nostra Carta – prosegue Massa – Questo voto ci dice con chiarezza che le persone vogliono esprimersi sulle scelte importanti, che non esistono materie ‘troppo difficili’ quando è in gioco la politica, e che la crisi generale, nazionale e internazionale, spinge a riscoprire la partecipazione come risposta collettiva alla paura e a un’instabilità ormai diventata condizione permanente. Adesso andremo ancora più motivati in piazza il 28 marzo insieme a tante organizzazioni sociali, associative, sindacali e civiche, per dire No alle guerre, al riarmo e alle nuove derive autoritarie». «Il No ha trionfato: un no alla guerra e alle svolte autoritarie del governo Meloni, complice del genocidio del popolo palestinese, adesso il governo deve andarsene» affermano gli esponenti della rete No Kings napoletana e gli attivisti del Laboratorio Insurgencia, che sono scesi in piazza nella loro città per festeggiare l’esito del referendum. Il messaggio a Meloni è chiaro: «Il tempo dei re è finito, adesso inizia quello della libertà»
Commenta (0 Commenti)Referendum Schlein pronta ai gazebo: «C’è una maggioranza alternativa». Avs frena: non sono la priorità. Per il leader 5S c’è «un avviso di sfratto al governo». Boccia (Pd): «Ora la destra ritiri il premierato»
I leader del centrosinistra in piazza a Roma – Ansa
Alle sette di sera i leader del campo progressista si ritrovano su un furgone a piazza Barberini. Da lontano si vedono le luci delle finestre di palazzo Chigi, poco meno di un chilometro, e la strada è in discesa. Ma attenzione a non farsi troppe illusioni su quella discesa: a sinistra è facile complicarsi la strada.
I PRIMI AD ARRIVARE sono Fratoianni e Bonelli, con loro c’è Landini, che poco prima aveva festeggiato al comitato del No in via dei Frentani e ha lanciato la piazza. Schlein arriva in una manciata di minuti, salgono tutti sul rimorchio, ci sono Rosy Bindi e il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, suonano le note dell’antifascismo. Conte è in ritardo, come al solito, ma arriva in tempo per una foto con gli altri leader, quella che era mancata mercoledì scorso a piazza del Popolo. Dalla piazza gridano «Unità». Con Schlein e gli atri baci e abbracci, segno che la vittoria, inattesa nella misura, è un forte balsamo per la costruzione della coalizione.
POCO PRIMA, IN UNA conferenza stampa solitaria nella sede 5S, Conte aveva lanciato la bomba: «Ci apriamo alla prospettiva delle primarie, che siano veramente aperte come occasione per i cittadini di contribuire a una discussione ampia per individuare il candidato o la candidata più competitivo e il migliore interprete del programma».
Finora era stato più che prudente sui gazebo, consapevole che il Pd ha una maggiore esperienza sul tema. «Non primarie di qualche apparato ma aperte ai cittadini», la postilla d’obbligo. E qui si apre, o meglio si aprirà, un lungo braccio di ferro su come farle, se solo in presenza o magari anche online, come da tradizione del Movimento. «Si apre una nuova stagione, una primavera politica», dice Conte. «I cittadini vogliono voltare pagina, segnalano la richiesta di un’altra politica. Il M5s ha tutto il diritto, con le altre forze progressiste, di interpretare questa nuova primavera».
Chi ha parlato col leader spiega che questa sua uscita a sorpresa a urne appena chiuse non è una mina sul cammino della coalizione, ma un rilancio in positivo. Così spiega al manifesto il vice Stefano Patuanelli: «Le primarie? È il nostro modo per dire che siamo dentro il percorso del fr onte progressista, che sentiamo la responsabilità che arriva dagli elettori, il dovere etico e morale di offrire agli italiani un’alternativa». Rischi di divisioni? «No, sono sicuro che saranno un confronto serio».
SCHLEIN CONVOCA una conferenza stampa al Nazareno circa un’ora dopo. «Sono certa e fiduciosa che troveremo un accordo su tutto. Costruiremo un programma di alternativa e decideremo le modalità per la scelta del leader, qualora fossero le primarie ho già detto che sono disponibile». Poche parole che aprono seriamente all’ipotesi. Ma per Schlein il pensiero principale a urne calde non sono le primarie.
Prevale l’idea di aver fermato uno sfregio alla Costituzione, l’ansia di riuscire a interpretare la voglia di cambiamento emersa dalle urne, di convincere anche quegli elettori che in questo weekend hanno votato, ma alle politiche e alle europee sono rimasti a casa. «Dobbiamo continuare ad ascoltare i cittadini, fare proposte all’altezza delle loro aspettative e speranze, chiedo a loro di venire a migliorarci, di partecipare, di chiederci di più», dice la leader Pd. «Questo voto ci dà una grande responsabilità, segnala che nel paese c’è già una maggioranza alternativa alla destra, a noi il dovere di organizzare questa speranza».
ATTORNO A LEI, AL NAZARENO ci sono tutti i big del Pd, segnale di un partito che la vittoria ha cementato ancora di più. Il congresso ormai non serve più: sarà Schlein la candidata dei dem alle primarie. Lei non chiede le dimissioni di Meloni: «La batteremo alle politiche». Conte è più acuminato: «Dalle urne un avviso di sfratto al governo».
I dem si preparano ora ad affossare premierato e legge elettorale: «Ritirino questi progetti, ci aspettiamo che già domani dicano che il premierato è archiviato», dice Francesco Boccia. «Dalle urne un messaggio chiaro: nessuno tocchi più la Costituzione a colpi di maggioranza». «Non ci sono le premesse per discutere della legge elettorale che hanno proposto, e che è un antipasto del premierato», taglia corto Schlein.
IN AVS L’IPOTESI DI GAZEBO non scalda gli animi. «Parlare di primarie oggi non senso», taglia corto Angelo Bonelli. «Gli italiani ci chiedono di dire come vogliamo cambiare il paese, il welfare, cosa vogliamo fare per la pace, non di chiuderci in discussioni tra di noi». Renzi invece spinge: «Si vada rapidamente ain gazebo». Conte prende le misure per la prossima campagna delle primarie: «Dopo la stagione di Letta il Pd era un po’ fissato sull’agenda Draghi e questo lo ha fatto deragliare. Schlein ha fatto un grande lavoro e ora è giusto che si candidi alle primarie». Una sorte di assaggio dei toni che verranno: Elly è stata brava, ma il Pd mantiene pulsioni tecnocratiche.
IL TEMA DELLA GUERRA riecheggia nella piazza della vittoria. Landini insiste: «I cittadini chiedono che l’Italia nel mondo rispetti la sua Costituzione, non che sia portaborse di Trump». Schlein non risponde alla domanda su quanto abbia pesato nel voto la posizione di Meloni in politica estera, da Gaza all’Iran: «Andrebbe chiesto agli elettori. Roberto Speranza, sulla terrazza del Nazareno, è sicuro: «È stato anche un voto contro Trump e Netanyahu, un No alla guerra e alla posizione del governo su questi temi».
Bindi ricorda i due tentativi passati di cambiare la Costituzione, Bossi-Berlusconi nel 2006 e Renzi nel 2016. «Ogni dieci anni qualcuno prova a stravolgerla e gli italiani la salvano, spero che serva da lezione» Fratoianni giura: « Se andremo noi al governo non la cambieremo, la attueremo». A avverte: «È il momento di non disperdere l’occasione, sbagliare ora sarebbe imperdonabile». Per il centrosinistra il difficile comincia adesso.
Commenta (0 Commenti)Ingolfato Dopo l’ultimatum apocalittico su Hormuz la retromarcia: «In corso colloqui». Ma Teheran smentisce: «Sta solo manipolando i mercati»
LEGGI ANCHE In Libano Israele fa saltare i ponti. E nessun luogo può più dirsi sicuro
Il presidente del parlamento iraniano Mohammed Bagher Qalibaf fotoZuma –
«Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente». Donald Trump lo ha scritto in un post su Truth Social, poche ore prima della scadenza del pesante ultimatum lanciato agli iraniani sabato: «Aprite Hormuz entro 48 ore o colpiremo le centrali elettriche».
Ma è davvero difficile credere al presidente americano. Esistono prove basate sul monitoraggio dei voli che indicano come unità della 82ª Divisione Aviotrasportata – probabilmente la brigata di prontezza operativa – siano entrate in Medio Oriente tramite voli militare partiti da Fort Bragg e probabilmente da Fort Campbell. La portaerei Uss Gerald R. Ford sarà sostituita dalla Uss George H.W. Bush, attualmente in fase di approntamento per la partenza da Norfolk. Il gruppo anfibio della Uss Tripoli farà ingresso in Medio Oriente nei prossimi giorni con oltre 2.000 marines a bordo, mentre la 11ª Unità anfibia dei marines è imbarcata sulla Uss Boxer in viaggio verso il Medio Oriente. A una giornalista che chiedeva a Trump le ragioni dell’invio di truppe in Medio Oriente, il presidente ha risposto con stizza: «Se foste al posto mio, credereste davvero che vi risponderei?», definendo la domanda «stupida».
LA RISPOSTA DI TEHERAN alla minaccia del presidente americano era arrivata poco dopo attraverso un messaggio di Mohammad Qalibaf, presidente del parlamento, che ha affermato che, se gli Stati Uniti avessero dato seguito alla loro minaccia, Teheran si sarebbe sentita legittimata a «distruggere in modo irreversibile» le infrastrutture essenziali in tutto il Medio Oriente, compresi i vitali sistemi idrici. Inoltre, «anche le infrastrutture economiche, industriali ed energetiche in cui gli americani detengono partecipazioni sarebbero obiettivi legittimi». In seguito, su canali Telegram, ha iniziato a circolare una presunta lista di obiettivi per gli alleati degli Stati Uniti nella regione, che nominava specifici impianti di produzione di energia e di desalinizzazione dell’acqua in Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
IERI TRUMP ha fatto marcia indietro, rinviando la minaccia di attacco per 5 giorni. Nelle sue contraddittorie dichiarazioni, Trump ha fatto riferimento a un negoziato in corso e all’esistenza di circa 15 punti di accordo con l’Iran, indicando come priorità assoluta – «prima, seconda e terza» – l’impegno iraniano a rinunciare alle armi nucleari. «Non avranno mai armi nucleari, hanno accettato questo», ha dichiarato il presidente americano, aggiungendo che lo Stretto di Hormuz sarà controllato congiuntamente, «forse da me e dall’Ayatollah».
TRUMP HA POI “rivelato” che i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner hanno condotto colloqui intensi con la controparte iraniana, definendoli «eccellenti». «Sono molto desiderosi di raggiungere un accordo, e anche noi lo siamo», ha affermato, precisando che i contatti proseguiranno nelle prossime ore, probabilmente per via telefonica, in attesa di un incontro diretto entro cinque giorni. «Se le cose andranno bene, risolveremo la questione. Altrimenti, continueremo a bombardare con tutta la nostra forza». Interpellato sulla possibilità di un cambio di regime a Teheran, Trump ha tracciato un parallelo con il Venezuela, lasciando intendere che potrebbe emergere in Iran una figura analoga al presidente eletto venezuelano con cui collaborare. Secondo alcune fonti l’amministrazione americana si è rivolta a Mohammad Qalibaf per eventuali negoziati. Qalibaf ha smentito e ha scritto: «Le false notizie sui negoziati servono a manipolare i mercati finanziari e petroliferi e a fuggire dalla palude in cui sono caduti Stati Uniti e Israele».
MENTRE ESMAEIL BAGHAEI, portavoce del ministero degli esteri iraniano, ha dichiarato che Teheran ha ricevuto richieste americane di negoziati tramite paesi amici, a cui ha risposto rispettando le proprie posizioni di principio e avvertendo delle gravi conseguenze di qualsiasi attacco alle infrastrutture vitali. Ha sottolineato che qualsiasi azione contro le strutture energetiche iraniane riceverà una risposta immediata e decisa delle forze armate. Baghaei ha inoltre smentito qualsiasi contatto diretto con gli Stati Uniti negli ultimi 24 giorni e confermato che la posizione iraniana sullo Stretto di Hormuz e sulle condizioni per la fine della guerra non è cambiata. Una fonte del ministero degli esteri pakistano ha dichiarato che il suo Paese sta lavorando per convincere Teheran e Washington a scegliere Islamabad come sede per ospitare i futuri negoziati.
SE LA MOSSA AMERICANA non fosse il solito specchio per allodole a cui Trump ha già fatto ricorso in passato, un eventuale negoziato sarebbe di estrema difficoltà. Dopo che gli americani hanno tradito attaccando l’Iran per ben due volte – a giugno e a marzo – mentre i colloqui erano in corso tra le parti, il livello di fiducia iraniano è molto basso, e risulta improbabile che gli iraniani si siedano nuovamente a trattare senza ricevere garanzie adeguate. È prevedibile inoltre che il governo israeliano non sia particolarmente soddisfatto di questa prospettiva e che farà di tutto, direttamente e indirettamente, per impedire che tale scenario si realizzi. Non possono essere casuali alcune azioni provocatorie registrate senza paternità rivendicata, che l’amministrazione iraniana attribuisce a Tel Aviv
Commenta (0 Commenti)