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Legge elettorale. Il rischio concreto è che, applicandolo a un Parlamento di queste dimensioni, alle prossime elezioni la destra arrivi non alla maggioranza assoluta, ma ai due terzi dei seggi.
Da “il Manifesto” del 2.11.2019

La vocazione maggioritaria, ancora lei. Era il 2007, al Lingotto di Torino. Walter Veltroni, segretario in pectore del nascente Partito democratico, usò una oscura espressione: «Il Partito democratico deve avere in sé un’ambizione, al tempo stesso, non autosufficiente ma maggioritaria».  E continuava: «… L’elettorato è razionale, mobile, orientato a scegliere la migliore proposta programmatica e la migliore visione. Fiducia in questa vocazione maggioritaria significa oggi lavorare per rafforzare l’attuale maggioranza. Io rispetto e stimo i nostri partner della coalizione».
Sappiamo bene come andò a finire: con rispetto e stima, il Pd mise i partner della coalizione sotto schiaffo del voto utile e, correndo da solo alle elezioni del 2008, ottenne il loro annichilimento.
Da quelle votazioni scaturì la più grande maggioranza parlamentare della storia repubblicana:

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Un'analisi e un commento di Elisabetta Piccolotti (Sinistra Italiana Umbria) da "il Manifesto" del 30 ottobre 2019
 
Peggio dei risultati c’è stato solo il dibattito dopo i risultati. Zingaretti, Di Maio e altri commentatori paiono fattucchiere alla ricerca della formula magica per vincere le elezioni alla prossima. Il ‘Patto Civico giallo-rosso’ continua a trattare l’Umbria non come il soggetto di un riscatto, bensì come l’oggetto di un esperimento coniato a Roma in stanze non affollate, gestito male e raccontato peggio.
Di fronte al clamoroso fallimento elettorale ci aspettavamo un’altra discussione: chi di noi ha fatto campagna elettorale sa quanto sia profonda la crisi che travolge tutti i partiti del patto. Crisi di attivismo, di rapporto con la società, ma soprattutto mancanza di idee.
Il passaggio epocale, quello in cui una terra da sempre rossa viene rovesciata nel suo contrario, arriva dopo un decennio di scelte neoliberiste in un territorio isolato dove le imprese producono per il mercato interno, la cui ricchezza veniva redistribuita grazie a servizi pubblici oggi decimati. In Umbria i giovani se ne vanno, le famiglie non investono più sulla loro formazione, il cemento inutile mangia la bellezza. Ne vogliamo discutere? O snobbiamo i rapporti di Banca d’Italia, dell’Aur (Agenzia umbra ricerche) e di altri che hanno segnalato le difficoltà economiche ?
La tenaglia, tra crisi che cancella opportunità e il Pd che diventa un’unione di comitati elettorali attivi tra primarie ed

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Ascolta qui l'intervista a Elly Schlein

Elly Schlein, già europarlamentare, con questa intervista rilasciata a Bologna, alla storica radio della sinistra alternativa Radio Città del Capo, ha lanciato la proposta di un “progetto civico e politico: Regione futura, ecologista, progressista e innovativa” e l'invito a incontrarsi il 9 novembre in un’assemblea aperta a Bologna presso lo spazio Dumbo in via Casarini, 19.

"Ci troviamo davanti a sfide nuove ... l'emergenza climatica ... La crisi forte economica ha aumentato, anche nel territorio come il nostro, le diseguaglianze. Abbiamo vissuto un indebolimento dei sistemi di protezione, un calo dei salari, c'è anche da noi in alcuni territori la sensazione di abbandono, di aver perso in qualche modo il controllo sul proprio futuro ...  Abbiamo un tema in questa regione di inquinamento, di consumo di suolo ....questioni che vanno affrontate con massima urgenza e a questo aggiungiamo anche la preoccupazione per alcuni rigurgiti nazionalisti e fascisti."

Leggi qui l'articolo di Radio Cittàdelcapo.

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da il Manifesto del 22 ottobre 2019

Riprende a quanto leggiamo la trattativa tra ministero e regioni per l’autonomia differenziata. Si parte oggi con il Veneto, seguiranno Lombardia ed Emilia-Romagna, e successivamente Toscana e Piemonte. 
È una notizia sorprendente, viste le prime posizioni del ministro Boccia. Sembrava delinearsi un percorso che assumeva come preliminari una legge quadro e i livelli essenziali delle prestazioni. In questo poteva concretarsi una discontinuità, desumibile anche dalla affermata necessità di coinvolgere nel confronto tutte le regioni su un piano di sostanziale parità. 
Assistiamo ora a un cambiamento di rotta? Si torna a una sostanziale continuità rispetto alla censurabilissima gestione della ex ministra Stefani? Allora, la trattativa per tavoli separati, in assenza di una previa discussione collegiale che potesse consolidare un indirizzo di governo sul tema, e senza un confronto parlamentare volto ad evidenziare un sentire di maggioranza, avevano favorito esiti inaccettabili. Come effetto collaterale, era anche mancata del tutto una lettura dell’art. 116, co.3, che ne chiarisse la natura di norma circoscritta a limature marginali in chiave di aderenza a realtà puramente locali. Risultando invece favorito lo shopping al supermercato delle competenze proprio del secessionismo occulto di Zaia & co. 
Si torna a questo? Se no, Boccia deve chiarire le differenze. Già la formula del «completare il percorso» nelle dichiarazioni di Luigi Di Maio e nel programma di governo dava luogo a perplessità e dubbi. Le diffide a non governare contro il Nord e le intemperanze degli aspiranti secessionisti sugli inutili ritardi prodotti dalla legge quadro e dai Lep (livelli essenziali di prestazione) possono aver impressionato qualcuno a Palazzo Chigi. Ancor più, probabilmente, il timore di eventuali danni alla sfida emiliana del gennaio 2020 certamente cruciale per il Pd da una sconfessione dell’attuale presidente della regione Bonaccini. Capiamo tutto. 
Ma alla fine in Emilia-Romagna ha sbagliato Bonaccini e mettersi all’inseguimento della Lega, e il conto dell’errore non può essere presentato al resto del paese.
Ci dica allora Boccia dove punta la trattativa che si riprende, e se il governo

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Legge elettorale. Il dialogo con il M5S deve proseguire e rafforzarsi, ma sulle scelte politiche, evitando sistemi elettorali che costringano ad alleanze «organiche» non nell’ordine delle cose

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Dopo il «taglio» dei parlamentari, la maggioranza ha sottoscritto un documento politico in cui, tra l’altro, si indica la scadenza di dicembre come termine per avviare una riforma elettorale condivisa. C’è da dubitare che questa data possa essere rispettata.

È probabile che le cose vadano per le lunghe; e tuttavia, si potrebbe utilmente utilizzare questo tempo per cercare di fare qualche passo avanti nella discussione, sgombrando il terreno da approssimazioni, luoghi comuni e veri e propri strafalcioni che infestano il dibattito sulla questione elettorale, contribuendo non poco al moto di fastidio con cui oramai l’opinione pubblica segue questi problemi. Ad esempio, cominciando col dire che parlare di «proporzionale» o di «maggioritario», senza altre specificazioni, non vuol dire letteralmente nulla.

PARTIAMO da un assunto: spesso in modo implicito, chi propone una particolare riforma elettorale presuppone una propria idea del futuro assetto del sistema politico, un’idea che egli giudica preferibile e possibile. Non entrano in gioco solo le convenienze immediate, di corto respiro (o meglio, quelli che pensano solo a queste, molto spesso si ritrovano a fare i conti con gli effetti perversi o imprevisti di riforme che si presumeva essere ritagliate sulla propria misura): contano gli scenari di medio-lungo periodo che si pensa di dover favorire, e il ruolo che si pensa di poter giocare all’interno di essi. I sistemi elettorali, è bene ribadirlo, non determinano di per sé la forma di un sistema di partiti, ma possono indubbiamente orientarlo in un senso o nell’altro, e contengono molti incentivi e vincoli sulle strategie che gli attori politici possono immaginare. E dunque, la domanda di oggi è la seguente: di cosa ha bisogno la democrazia italiana? E i riformatori del campo democratico, sulla base di quali idee si muovono?

NELLE ULTIME settimane, dentro il Pd, stanno rinascendo incomprensibili nostalgie per il «maggioritario». Ma cosa vuol dire, concretamente? Si pensa che sia possibile provare ancora una volta a forzare la situazione per creare un qualche assetto bipolare? Si ipotizza che lo scenario futuro sia quello di un «nuovo» polo Pd-sinistra-M5S, da contrapporre alla destra? È bene essere espliciti: la prospettiva di un’alleanza strategica tra la sinistra, il centrosinistra e il M5S può e deve essere perseguita sulla base di un dialogo politico, e ha come premessa ineludibile, ovviamente, che il governo in carica lavori bene e produca qualche risultato tangibile.

Ma questa prospettiva non ha nulla da guadagnare (anzi) se una nuova legge elettorale dovesse «costringere» gli interlocutori dentro uno schema rigido di alleanze. E lo si vede già oggi, con le elezioni regionali: se le particolari condizioni dell’Umbria hanno reso possibile l’accordo tra Pd, sinistra e M5S, sono ben evidenti le difficoltà che insorgeranno nel caso emiliano o, in primavera, in quello toscano. È bene che il dialogo con il M5S prosegua e si rafforzi, ma occorre che esso maturi sulla base di scelte politiche e programmatiche e che non si scontri subito con lo scoglio di sistemi elettorali che costringano ad alleanze «organiche» che non sono nell’ordine delle cose e che forse non potranno mai esserlo. La rigidità dei sistemi maggioritari è un ostacolo che rischia di essere insormontabile.

E POI, DI QUALE «maggioritario» si parla? È rispuntata l’idea del modello del doppio turno nazionale, simile all’Italicum, con premio di maggioranza: una vera iattura, che riproporrebbe la logica plebiscitaria del suo progenitore. Ma, in generale, tutti i sistemi «a premio» sono deleteri: in primo luogo, costringerebbero ancora una volta alla creazione di coalizioni catch-all, coalizioni in cui tutte le forze marginali e i singoli notabili avrebbero ancora un notevole potere di ricatto: altro che riduzione della frammentazione o garanzie di «stabilità» per i governi. E poi, dal punto di vista della sinistra e degli interessi della democrazia italiana, è davvero saggio ributtare in braccia alla destra salviniana quel che resta di un centrodestra moderato ed europeista?

Ma anche il doppio turno di collegio, alla francese, è davvero impraticabile: con l’attuale struttura multipolare del sistema dei partiti, e con quella prevedibile per un lungo periodo, – e senza la cornice del semi-presidenzialismo – darebbe solo vita ad un patchwork di coalizioni locali, ad un casuale e variabile assemblaggio di alleanze, senza nessuna garanzia che ne derivino stabili maggioranze e anzi rendendo del tutto aleatorio lo stesso livello di rappresentatività del Parlamento, con potenziali e gravissime distorsioni.

E INFINE, ci sono le ipotesi che puntano ancora sui sistemi “misti”, magari modificando le più evidenti storture del Rosatellum. Va ricordato un dato: le elezioni del 4 marzo 2018 hanno prodotto un Parlamento con un basso livello di disproporzionalità, ma questo è stato un esito del tutto casuale, per la compensazione che si è creata tra i collegi uninominali del Nord vinti dal centrodestra e quelli del Sud vinti dal M5S. Il Rosatellum contiene un notevole potenziale di distorsione della rappresentanza: lo riconosce anche il prof. D’Alimonte (solo che per lui questo è un grande pregio del Rosatellum!). E non mi sembra che di questo oggi abbiamo bisogno. I sistemi «ibridi» sono sempre poco raccomandabili: oltre alla scarsa trasparenza e alle complicazioni per gli elettori (su quante schede bisogna votare? C’è il voto disgiunto? Chi pensa ad una riforma del Rosatellum pensa di superare il principale punto critico di questo sistema, ossia il «voto unico» per la quota proporzionale e la quota maggioritaria?), finiscono spesso per assommare i difetti degli uni e degli altri.

Insomma, è bene convincersi che la via da perseguire è quella di un sistema proporzionale con una soglia di accesso ragionevole: è la via più semplice e più razionale, e soprattutto quella che meglio risponde alle esigenze della democrazia italiana. Ma il «ritorno al proporzionale» non è una sciagura, qualcosa a cui acconciarsi in mancanza di meglio: è la via maestra per cercare di ridare una forma alla democrazia italiana

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Siria. In fuga verso l'interno, da Hasakeh a Raqqa. Ad accoglierli le organizzazioni locali, scuole abbandonate, stazioni di benzina, famiglie che aprono le porte. Quasi impossibile attraversare il confine con l'Iraq

A piedi, su carretti stracarichi di quello che si spera possa servire ad affrontare una nuova fuga dalla guerra. Chiamarla emergenza sfollati non basta: negli ultimi otto anni la Siria ha perso cinque milioni di persone, rifugiate all’estero, altri sette milioni gli sfollati interni.

A Rojava stavano tornando dopo la liberazione delle comunità settentrionali dall’occupazione islamista. Ora scappano di nuovo. Secondo l’Onu sono 160mila gli sfollati, numero che cresce a ritmi spaventosi. Secondo l’Amministrazione autonoma sono molti di più: almeno 200mila.

«Tutte le città lungo il confine sono state colpite da pesanti bombardamenti – ci dicono gli attivisti

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