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Pioggia e fango spazzano via le tendopoli mentre i camion umanitari sono bloccati ai valichi. Nella Striscia si continua a morire, in Cisgiordania scattano nuove operazioni militari. Il cessate il fuoco è solo sulla carta: Israele avanza e il mondo non guarda più

Occhio non vede Racconto da Deir al Balah tra tende distrutte, fango e i pochi averi perduti nelle alluvioni. Ai valichi Tel Aviv blocca roulotte e dignità

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I palestinesi attraversano un campo tendato temporaneo allagato dopo le forti piogge a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, martedì 25 novembre 2025. (AP Photo/Abdel Kareem Hana) I palestinesi attraversano un campo tendato temporaneo allagato dopo le forti piogge a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale – (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Secondo le Nazioni unite, oggi a Gaza circa 1,4 milioni di persone soffrono di una grave carenza di alloggi. Questo dato rende la realtà in cui viviamo un’enorme crisi umanitaria: decine di migliaia di famiglie senza un alloggio sicuro e la maggior parte di noi che vive in tende fatiscenti, inadatte ad affrontare l’inverno.

LA MATTINA del 14 novembre 2025, con l’arrivo del primo fronte freddo a Gaza, mi sono svegliata e ho trovato il luogo in cui dormiamo – mai davvero adatto a vivere dopo che la nostra casa è stata distrutta per la terza volta – completamente allagato. Non si tratta di un «rifugio», ma di uno spazio temporaneo in cui ci siamo spostati dopo il cessate il fuoco, sperando che la situazione si chiarisse o che venisse intrapresa qualche azione per la ricostruzione. Nulla è accaduto.

Ho sentito le voci dei bambini delle tende vicine che piangevano alla porta. L’ho aperta subito e ho trovato tre bambini con le labbra e i volti blu per il freddo e la loro madre che tremava dietro di loro: «Siamo bagnati fradici…la pioggia è entrata e la tenda è completamente allagata». Sono rimasta paralizzata per un attimo, poi mi sono precipitata alla finestra. Lungo la strada, nella tendopoli, ho visto ripetersi la stessa scena: donne, bambini e anziani seduti per strada sotto la pioggia, impotenti, con i materassi bagnati e gli effetti personali sparsi ovunque, mentre pianti e confusione riempivano l’aria.

LE SOFFERENZE di questa prima pioggia sono solo l’inizio. L’inverno è lungo. Le tende già logorate dal sole cocente dell’estate e ora dalla pioggia sono completamente inabitabili. Ogni giorno che passa aumenta il pericolo per i bambini, le donne e gli anziani e aggrava la crisi umanitaria. In tutta Gaza, la distruzione causata dal conflitto ha lasciato la maggior parte della popolazione senza un riparo adeguato. Le tende che avrebbero dovuto fornire almeno una protezione minima sono gravemente danneggiate: i tetti sono crollati, le pareti sono strappate e i pali di sostegno sono rotti, lasciando gli interni fradici.

LE FAMIGLIE che hanno perso le loro case sono state costrette a trasferirsi ovunque trovassero spazio, ma molte arrivano in zone sovraffollate con poche o nessuna risorsa. La situazione è particolarmente grave a Rafah, Jabaliya, Beit Hanoun, dove interi quartieri sono stati pesantemente colpiti dagli attacchi e molte persone sono state sfollate. Queste zone,

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Riforma legge elettorale Meloni vorrebbe abolire i collegi uninominali

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Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, foto Imagoeconomica 

Le ripercussioni della prova elettorale sulla destra arrivano subito e proprio dove la destra ha vinto, nel Veneto, e prima di tutto nel partito trionfante, la Lega. Luca Zaia registra circa 220 mila preferenze: un diluvio. Impossibile immaginare che un simile successo personale, del resto prezioso per Salvini, rimanga senza conseguenze. «Resto nel Consiglio regionale, a disposizione di Stefani», si schermisce il doge ma il cerchio stretto che lo affianca fa intuire che non gli dispiacerebbe se il riconoscimento dei suoi meriti si traducesse in presidenza onoraria del Consiglio regionale. In ogni caso la permanenza nel Consiglio non modifica la mutazione del suo ruolo: sinora Zaia si è considerato un amministratore. Ora è e vuole essere un politico.

COME POLITICO la prima mossa è una sorta di benservito a Vannacci che al partito del nord non è mai piaciuto: «Vannacci non è mai stato il mio punto di riferimento e il voto la dice lunga su da che parte si deve andare». Da quella opposta all’orizzonte nazionalista e parafascista che piace al generale. Ma il messaggio è implicitamente rivolto anche a Salvini che nella stessa direzione, pur con richiami nostalgici meno pronunciati, voleva indirizzare la Lega.

Il signore del Veneto assicura di non aver alcuna intenzione di dar vita a una corrente interna alla Lega: «Le correnti sono l’inizio della distruzione dei partiti». Sembra un segnale rassicurante per il capo. Non lo è. L’idea che Zaia ha in mente, e che non è solo sua ma discussa, concordata e coordinata con gli altri governatori delle regioni del nord, è più ambiziosa: trasformare la Lega in un partito federale, una federazione di leghe locali unite ma anche dotate di ampia autonomia. Questo è l’obiettivo della proposta lanciata a Pontida di una Lega modellata sulla federazione Cdu-Csu, ripresa ora con possibilità di pressione moltiplicata: «Il paese sta cambiando. Va sempre più verso il federalismo e penso che il federalismo all’interno dei partiti diventi sempre più questione impellente».

SALVINI, NATURALMENTE, non ne vuole neppure sentir parlare. La risposta dei suoi collaboratori a qualsiasi domanda sull’ipotesi Cdu-Csu è secca e definitiva, «no», e sarebbe ingenuo pensare che la vittoria personale del doge lasci il leader disarmato. Anche lui esce rafforzato dalla prova elettorale: la Lega cambierà ma in una ricerca di nuovi equilibri che impiegherà qualche tempo a dispiegarsi e che non può lasciare tranquilla Giorgia Meloni. Perché a quei nuovi equilibri corrisponderà giocoforza una diversa disposizione all’interno del centrodestra. Nel Carroccio, ad esempio, tutti negano correlazioni tra la tombola nel Veneto e la decisione di rallentare se non proprio di bloccare la marcia trionfale del ddl Antistupro. Ma che la levata di scudi sia arrivata proprio all’indomani di quel successo è una coincidenza quanto meno eloquente.

IL TERRENO sul quale la trattativa con la Lega sarà più serrata e tesa è quello della legge elettorale, cioè il passaggio fondamentale, con il referendum costituzionale, di qui alle prossime elezioni politiche. Che la premier sia decisa a spedire nel ripostiglio del vecchio ciarpame il Rosatellum è certo. Dopo il risultati in Campania e Puglia non potrebbe fare altrimenti: il rischio di un cappotto nei collegi in quelle due regioni e in realtà nel sud è concreto. Porterebbe alla sconfitta o al pareggio spauracchio temutissimo al Nazareno. L’ipotesi di lavoro che la premier ha in mente e alla quale stanno lavorando i suoi fedelissimi, Donzelli e Lollobrigida, è nota: niente quota maggioritaria, proporzionale con premio di maggioranza fino a 55% per chi supera il 40%, ma la soglia potrebbe essere alzata per evitare gli strali della Consulta, listini bloccati senza preferenze.

PER LA LEGA, che grazie ai collegi adopera il suo potere di condizionamento per strappare più seggi di quanti non ne meriterebbero i risultati elettorali, è un problemone. O meglio è un sacrificio che chiederà cospicui risarcimenti. In più la premier insiste per l’indicazione del candidato a Chigi sulla scheda e anche su questo particolare, per lei essenziale, dovrà vedersela, oltre che con Fi, con una Lega improvvisamente ringalluzzita.

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Zelensky dice sì a un accordo per la pace in Ucraina, l’ultima versione del “piano in 28 punti” seguito dal “piano in 19 punti” e da un terzo negoziato ieri a Abu Dhabi. Trump invia due fedelissimi a Mosca e Kiev per l’ultima pressione. Ora tocca alla Russia, ma la porta si è stretta

All'ultimo piano Il testo iniziale ha subito diverse modifiche, Trump invia i suoi per la versione finale

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L’incontro tra Zelensky e il segretario dell'esercito Usa Driscoll, foto AP L’incontro tra Zelensky e il segretario dell'esercito Usa Driscoll – foto AP

Durante i colloqui con gli emissari Usa ad Abu Dhabi «gli ucraini hanno accettato il piano» di pace Usa e mancherebbero solo «alcuni dettagli», come anticipato da un anonimo ufficiale statunitense e poi confermato in serata dal presidente ucraino stesso. «Frenesia informativa» l’ha definita il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, rifiutandosi di commentare. Troppe notizie sul piano di pace proposto dagli Usa, emendato a Ginevra, ridiscusso negli Emirati arabi durante gli ultimi due giorni e rimescolato dai Volenterosi ieri. I dettagli in questione sono in realtà i pilastri sui quali in questi quattro anni di guerra non si è riusciti a trovare una sintesi e il rimando a un imminente colloquio tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump per sciogliere le questioni ancora sul tavolo – «entro la fine di novembre», sperano gli ucraini, «non prima della firma» secondo Washington – assomiglia a un modo per guadagnare tempo.

DEL TESTO IN 28 PUNTI che prevedeva la cessione dei territori attualmente sotto l’occupazione russa, della parte restante di Donetsk non ancora conquistata, il riconoscimento de facto della sovranità russa su queste regioni da parte degli Usa, la riduzione dell’esercito ucraino a 500mila soldati e altre misure economiche politiche e militari non probabilmente non resta molto. Per lo meno non i punti che hanno spinto il Cremlino a definirlo «un’ottima base di partenza». Anzi, sembra che si ritorni a una settimana fa, nonostante tutti gli attori coinvolti, da Bruxelles a Washington definiscano i progressi «incoraggianti». Trump ha addirittura dichiarato che «nella speranza di finalizzare questo piano di pace, ho incaricato il mio inviato speciale Steve Witkoff di incontrare il presidente Putin a Mosca e, contemporaneamente, il segretario dell’esercito Dan Driscoll incontrerà gli ucraini». Tutti tranne Mosca. «La Russia potrebbe respingere una versione modificata del piano di pace statunitense, se questo non soddisferà le richieste di lunga data di Mosca» ha dichiarato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. Il funzionario ha rivendicato che il piano nella sua prima versione era uno sviluppo fedele di quanto deciso da Vladimir Putin e Donald Trump durante il loro incontro in Alaska, il 15 agosto scorso. Lo «spirito di Anchorage» e il Cremlino «non ne accetterà la cancellazione». Anche se uno spiraglio per la trattativa è aperto. I russi affermano di aver ricevuto solo la prima proposta e di attendere la «versione intermedia», alla quale hanno partecipato il segretario di Stato Usa Marco Rubio, i rappresentanti dell’Ue e dell’Ucraina a Ginevra. Su questo sembra che si potrà discutere. Tuttavia, malgrado le aperture dei giorni scorsi a una maggiore presenza europea, ieri le parole del presidente Francese Emmanuel Macron – per il quale la pace «non deve essere una capitolazione che dia alla Russia carta bianca per continuare anche verso altri Paesi europei», «nessuno può dire per conto degli ucraini quali concessioni territoriali siano disposti a fare» e «spetta agli europei decidere sugli asset russi» – hanno riacceso la polemica dalla distanza. Per i russi le parole di Macron sono «sogni» e comunque l’Europa ha già avuto le sue possibilità di giocare un ruolo nella soluzione pacifica del conflitto ucraino, «ma ha fallito su tutti i fronti». Nel frattempo ad Abu Dhabi i rappresentanti degli Usa incontravano in separata sede russi e ucraini ed è significativo che stavolta per Kiev abbia trattato il potente capo dell’intelligence militare (Gur) Kyrylo Budanov.

MA I LEADER EUROPEI più schierati per la cosiddetta «pace giusta», ovvero quella che

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Il limite ignoto Le giravolte del segretario di Stato. Chiamata ai senatori Gop: «Non è la posizione del governo». Poi: «Proposta elaborata da noi»

Trump, Witkoff e Driscoll davanti alla Casa bianco a Washington Trump, Witkoff e Driscoll davanti alla Casa bianco a Washington

In fatto di rapporti diplomatici, alla Casa bianca sembra essere in corso una guerra tra bande, rivelata dalla serie di passi falsi, smentite e gaffe commesse dal segretario di Stato Marco Rubio sulla questione ucraina. Sono stati giorni di confusione attorno al piano di pace in 28 punti, trapelato e descritto da Rubio come «una proposta russa»: non si tratta tanto di un’iperbole, visto che alcuni analisti hanno rintracciato nel testo dei veri e propri passaggi «lost in translation», giustificabili con una brutta traduzione in inglese dal russo.

DOPO CHE LA DIFFUSIONE del piano aveva iniziato a creare scompiglio negli ambienti della diplomazia internazionale, alcuni politici della delegazione bipartisan dei senatori Usa presente all’Halifax International Security Forum hanno affermato che il segretario di Stato, nel corso di una telefonata, aveva assicurato loro che il documento non rappresentava la posizione dell’amministrazione Trump, trattandosi piuttosto di un piano russo. I politici in questione hanno spiegato che, su loro sollecitazione, Rubio li aveva chiamati mentre era in viaggio verso Ginevra per i colloqui con i funzionari ucraini, e in quella telefonata aveva distanziato l’amministrazione Usa dal documento in 28 punti elaborato alla fine del mese scorso da Kirill Dmitriev, inviato di Mosca e capo del fondo sovrano russo, e dall’inviato speciale statunitense Steve Witkoff.

RUBIO, INVECE, ha dichiarato ai senatori di non essere a conoscenza di alcun piano di Donald Trump per interrompere la condivisione di intelligence o l’assistenza militare da parte degli Usa nel caso in cui l’Ucraina avesse rifiutato i termini della proposta, spiegando che l’intenzione del tycoon era «di prendere ciò che era stato pubblicamente discusso nei notiziari e di dare agli ucraini l’opportunità di replicare».

La confusione non è terminata lì, perché più tardi, in un messaggio sul social di Elon Musk – X – Rubio ha cambiato versione contestando l’idea che Washington non fosse stata coinvolta nella stesura del piano. «La proposta di pace è stata elaborata dagli Stati uniti – ha scritto il ministro degli Esteri americano – rappresenta un solido quadro per i negoziati in corso. Si basa sul contributo della parte russa. Ma si basa anche sul contributo precedente e attuale dell’Ucraina».

IL PIANO IN 28 PUNTI è stato diffuso per la prima volta da Axios il 18 novembre, cogliendo di sorpresa l’Ucraina, gli alleati europei, molti parlamentari repubblicani di alto rango, e a quanto pare anche Rubio che, prima di diventare il capo della diplomazia di Trump, quando sedeva al Senato Usa e faceva parte della Comissione intelligence , era un noto “falco”.

I suoi colleghi di allora si sono espressi contro il piano «di pace». Per questo è stato abbastanza sconcertante che proprio loro avessero potuto fraintendere, nel corso di conversazioni separate, le dichiarazioni di Rubio su un argomento importante come le origini della proposta di pace tra Russia e Ucraina.

LA DIVULGAZIONE del piano ha quindi innescato una serie di colloqui diplomatici con il segretario dell’Esercito statunitense Dan Driscoll, personaggio molto vicino al vice presidente JD Vance, inviato a Kiev per incontrare i funzionari ucraini ed europei. Anche questo suo ruolo improvvisamente di primo piano ha rappresentato un’ulteriore sorpresa: prima d’ora infatti Driscoll non era mai stato coinvolto nel processo di pace in Ucraina.

Rubio, Driscoll e Witkoff hanno incontrato a Ginevra i consiglieri ucraini prima di affrontare i funzionari di Mosca, e nelle foto che sono state diffuse si vede il segretario di Stato seduto a centrotavola, come a voler ripristinare la propria autorità, con Witkoff alla sua destra e Driscoll a sinistra.

Non è ancora del tutto chiaro cosa sapesse Rubio dei 28 punti prima che Axios rendesse pubblico il documento. Ma nonostante ciò per molti il segretario di Stato – a fronte di quella che viene letto come l’allineamento di Witkof con Mosca – resta il migliore, se non l’unico, alleato su cui possono contare gli europei e gli ucraini.

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Il campo largo vince le regionali in Campania e Puglia, mentre perde in Veneto. Tutto come previsto, ma nei numeri bene per il centrosinistra e male per Fratelli d’Italia. Che prende paura e subito vuol cambiare la legge elettorale delle politiche. Intanto l’astensione trionfa ovunque

Regionali La leader Pd si sente blindata dai numeri delle regioni del sud: «Uniti si stravince, ora lavoriamo subito al progetto per l’Italia». Prima va a Napoli da Fico con gli altri leader, poi a Bari. Cita Pino Daniele: «L’aria s’adda cagnà». Sulla legge elettorale: «La destra la vuole cambiare perché sanno di perdere»

Elly Schlein al comitato di Roberto Fico 

Elly Schlein, appena visti gli exti poll, si precipita a Napoli, al comitato di Roberto Fico, per dire, citando Pino Daniele, che «l’aria s’adda cagnà». Con lei sul palco ci sono tutti i leader del centrosinistra, da Conte a Fratoianni e Bonelli, per una foto con Fico che guarda alla sfida nazionale contro Meloni. La leader Pd non si riferisce tanto all’aria da cambiare in Campania, dove la vittoria del centrosinistra contro il meloniano è andata oltre le aspettative, ma a quella di palazzo Chigi.

Dopo aver vinto la scommessa in Campania, dove per mettere in piedi una coalizione così larga ha dovuto farsi concava e convessa ingoiando qualche rospo, la sua leadership è più salda: sia dentro il Pd che nella coalizione. «Qui hanno perso Meloni e il governo, i cittadini hanno premiato la linea testardamente unitaria. E da domani andremo avanti con ancora più determinazione». «Uniti si stravince, la partita delle politiche è apertissima e il riscatto parte de sud», dice dal palco di Napoli riferendosi anche alla larga vittoria in Puglia.

AI MICROFONI DI LA7 fa un passo avanti in più: «Siamo talmente competitivi che batteremo la destra alle politiche del 2027». «La nostra non è solo un’alleanza contro la destra, ma per le cose che vogliamo fare, dalla sanità al lavoro ai diritti alla lotta alle diseguaglianze». Certo, «non è facile mettere insieme le differenze. Ma non partiamo da zero, lo si vede dove governiamo e anche nelle battaglie in Parlamento. Da domani lavoreremo a consolidare il progetto comune per l’Italia, e lo faremo non solo tra partiti ma nel paese».

La sconfitta in Veneto brucia ma non moltissimo. «Abbiamo raddoppiato i consensi rispetto al 2020», dice la segretaria, quasi soddisfatta per il 30% di Giovanni Manildo, che supera il 40% in alcune grandi città come Padova ,Venezia e Treviso (di cui è stato sindaco).

DI MEZZO C’È LA DESTRA, che ha subito annunciato a reti unificate di voler cambiare legge elettorale nel nome della «stabilità dei governi». «Lo fanno perché sanno che con la legge attuale perderebbero», attacca Schlein, «mi sembra che sia la premessa peggiore per cambiare le regole del gioco».

«Questa legge non è la migliore del mondo, ma ha dimostrato nei fatti che chi vince le elezioni ha la possibilità di governare, Giorgia Meloni ce la ricorda sempre con la longevità di questo governo», le fa eco il suo braccio destro Igor Taruffi. «Non si capisce la ragione per la quale qualcuno dovrebbe cambiarla, se non per un tornaconto di bottega». Schlein si dice «apertissima» a fare le primarie di coalizione con qualsiasi legge elettorale: «Decideremo insieme come scegliere il leader». E anche ad allargare ulteriormente la coalizione: «Massima apertura a tutte le forze alternative alla destra, ma soprattutto agli italiani che non vanno più a votare».

LA FOTO DI NAPOLI è un booster formidabile per la segretaria, nonostante le vittorie in Puglia e Campania fossero entrambe annunciate. Il temporeggiatore Conte si è ammorbidito

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Un Lunedì Rosso dedicato ai movimenti di liberazione dalla violenza maschile e dal patriarcato.

Movimenti che sono fisici fatti di carni e ossa che occupano lo spazio pubblico.

Sono artistici, culturali e sottoculturali, pedagogici, medici, normativi. Movimenti che sono ancora in marcia in tutto il mondo e che oggi si battono anche contro le guerre e l’oppressione neocoloniale. Contro la povertà e l’esclusione sociale. Movimenti di libertà, a volte può essere anche solo quella di essere una donna senza filtri.

Nella foto: Manifestazione nazionale a Roma contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, foto Mario Quartapelle / Nur Photo via Getty Images

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