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(da Ravenna in Comune)
Nel giorno delle porte spalancate alle fabbriche, che mai si sono riuscite a chiudere veramente, ci sembra importante pubblicare un contributo alla riflessione post Covid-19 di Roberto Riverso. Magistrato dal 1986, giudice del lavoro presso il Tribunale di Ravenna dal 1989, consigliere della Cassazione Sez. lavoro dal 2015. Docente a contratto presso l’Università di Bologna, ha collaborato con molte università italiane. Autore di note e saggi nella materia del diritto del lavoro e della previdenza sociale. I suoi scritti testimoniano l’impegno a trasmettere un’esperienza giuridica non ridotta a questione puramente tecnica, ma capace di fare i conti con la realtà, nella quale illegalità, lavoro irregolare, diseguaglianza e diritti negati trovano tuttora spazio diffuso. Lo scritto è comparso su Questione Giustizia (trimestrale promosso da Magistratura Democratica) il 1° maggio scorso. Lo pubblichiamo in due parti. Di seguito la prima parte.

Articolo 41 della Costituzione: “Non può svolgersi in contrasto…”. Quello che la Costituzione dice a proposito dell’iniziativa economica privata, e della libertà ad esercitarla
 
1. Mai nella storia del nostro Paese il dilemma del rapporto tra salute, lavoro ed economia si è posto in termini così drammatici come in questo momento di crisi per la pandemia da Covid-19. Un virus sconosciuto, cattivo e velocissimo che sta seminando morte e panico in tutto il pianeta. Nelle prossime ore, mentre ancora si contano i decessi a centinaia ogni giorno, come in una guerra, il nostro Governo dovrà decidere quale soluzione offrire per uscire dal confinamento (il cd. lockdown) e passare alla c.d. Fase 2. Modi e tempi per uscire dal lockdown.  È la questione cruciale che si agita in questi giorni, alla quale guarda con incertezza ogni cittadino, ogni famiglia; e che ogni lavoratore ed operatore economico sente bruciare sulla propria pelle. Come passare dalla chiusura alla riapertura. Le associazioni di categoria premono in un senso ed i sindacati nell’altro. Ed a molti pare non si possa più aspettare. L’imperativo è oramai ripartire. Ma come?
La domanda ripropone il tema del rapporto tra salute, economia e lavoro. Cosa significa, oggi, parlare di rispetto della vita, di tutela della salute, di eguaglianza, di lavoro. Siamo da sempre afflitti da tremendi

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Aumentano le persone che si rivolgono per la prima volta ai Centri di ascolto per problemi di lavoro, di occupazione, per difficoltà familiari. Chiedono beni di prima necessità, cibo, pasti a domicilio, vestiario ma cresce anche la domanda di aiuti economici. Tra i volontari e gli operatori 10 morti e 42 contagiati

Cresce la richiesta di beni di prima necessità, cibo, pasti a domicilio e in mensa, prodotti degli empori solidali come il vestiario, e aumenta la domanda di aiuti economici per il pagamento di bollette, affitti, spese per la gestione della casa. Le persone che si trovano in difficoltà e che si rivolgono per la prima volta ai centri della Caritas Italiana sono raddoppiate rispetto al periodo pre-emergenza: chiedono un supporto materiale, ma hanno bisogno anche di ascolto, supporto psicologico, compagnia e orientamento per le pratiche burocratiche legate alle misure di sostegno e di lavoro.

I dati emergono dall’indagine realizzata attraverso un questionario destinato ai direttori e ai responsabili Caritas, che ha cercato di esplorare come cambiano i bisogni, le fragilità e le richieste intercettate nei Centri di ascolto e nei servizi e qual è l'impatto del Covid-19 sulla creazione di nuove categorie di poveri. Hanno aderito a questo primo monitoraggio, condotto tra il 9 e il 24 aprile, 101 Caritas diocesane sulle 218 esistenti, pari al 46 per cento del totale, a cui si sono rivolti 38.580 “nuovi poveri” in più, la maggior parte dei quali ha segnalato problemi di lavoro e di occupazione. Nelle rilevazioni dell’indagine, anche un incremento delle difficoltà familiari, di quelle legate all’istruzione, all’abitazione e alla salute.

Di fronte al cambiamento dei bisogni e delle richieste, si sono adattati anche gli interventi effettuati. I servizi di ascolto e di accompagnamento, per esempio, sono stati intensificati, con 22.700 contatti tra quelli al telefono e quelli in presenza negli ospedali e nelle residenze per anziani. I pasti sono stati offerti a 56.500 persone, con l’asporto o la consegna a domicilio. Quasi 290mila i beneficiari di dispositivi di protezione individuale e di igienizzanti. Sono stati acquistati farmaci e prodotti sanitari per 7.800 persone. Non sono state trascurate neppure le famiglie nomadi, i giostrai e i circensi, costretti alla stanzialità per via della quarantena: sono state realizzate attività di sostegno per 6.120 persone. E ancora: iniziative di aiuto alle famiglie per smart working e didattica a distanza, interventi a sostegno delle piccole imprese, accompagnamento all’esperienza del lutto.

In queste settimane di emergenza le diocesi hanno anche messo a disposizione alloggi a medici, infermieri, persone in quarantena e senza dimora. Le strutture date alla Protezione civile e al Sistema sanitario nazionale sono 68 per quasi 1.450 posti letto, a cui se ne sommano altre 46, per oltre 1.100 posti, disponibili per persone in quarantena o dimesse dagli ospedali e più di 64 (1.200 posti) per l’accoglienza di coloro che sono senza dimora, oltre all’ospitalità residenziale ordinaria.

Un volto solidale e impegnato dell’Italia che non si arrende e che coinvolge anche i più giovani in questa battaglia. Dalla rilevazione emerge che nel 59,4 per cento delle Caritas sono aumentati i volontari under 34 impegnati nelle attività e nei servizi, che hanno consentito di far fronte al calo delle persone con più di 65 anni, rimaste a casa per motivi precauzionali. Purtroppo 42 tra volontari e operatori sono risultati positivi al Coronavirus in 22 Caritas, e complessivamente si sono registrati 10 decessi.

Un dato positivo segnalato dall’indagine è il coinvolgimento solidale: enti pubblici, privati e del terzo settore, parrocchie, gruppi di volontariato, singoli stanno contribuendo con donazioni alle attività per fare fronte alle necessità dei nuovi poveri: da Papa Francesco che ha dato 100mila euro per un primo significativo soccorso, alla Conferenza episcopale che ha messo a disposizione 10 milioni di euro dei fondi dell’Otto per mille alla Chiesa cattolica.

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Da “il Manifesto” del 30 aprile 2020

L’attenuarsi dell’emergenza impone il ripristino delle ordinarie competenze costituzionali e il ritorno agli equilibri tra i poteri. Gli atti extra ordinem e le decisioni autoritative assunte dal Governo nella fase più acuta della pandemia sono state legittimate dalla necessità di salvaguardare la vita degli individui. Ora, il diritto fondamentale alla salute deve continuare ad essere preservato, ma senza più bisogno di rotture o forzature.

In questa fase di convivenza con il virus (“fase 2”), non potranno più essere giustificati quegli atti posti in essere per fronteggiare esigenze improvvise e imprevedibili, decisioni assunte per tutelare la salute come fondamentale “interesse della collettività”. Ora, ci dice il Governo, lo stato di necessità va ad attenuarsi e la riapertura delle attività produttive è possibile. Viene così meno anche il presupposto legittimante gli interventi posti in deroga.
Lo “stato di necessità” – abbiamo già scritto in passato – è fonte autonoma del diritto, ma non costituisce invece uno strumento di governo, ne deve pertanto essere impedita ogni possibile generalizzazione. Ciò che non può ammettersi, dunque, è che la “ripresa” dell’attività produttiva, ma più in generale il lento e faticoso

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da Noiperlacostituzione.org

PREMESSA
La Costituzione italiana ha previsto lo “stato di guerra” (art. 78) ma non ha previsto lo “stato di emergenza”: non si tratta di un vuoto costituzionale.
La ragione della sua esclusione, molto discussa e poi prevalsa in sede di Costituente, è stata quella di mantenere il principio di equilibrio tra i poteri ed evitare che in situazioni eccezionali previste dalla Costituzione si verificassero inevitabili abusi di potere e attribuzioni ad un solo organo costituzionale della decisione sulle procedure di urgenza.
Per queste ragioni venne deciso che andavano regolamentati (non l’emergenza ma) i poteri esercitabili dal Governo, sotto il controllo parlamentare, nei soli casi straordinari di necessità ed urgenza (art. 77 Cost.) e in seguito alla deliberazione (parlamentare) dello stato di guerra (art. 78 Cost.).
Lo “stato di emergenza” è previsto invece da una legge ordinaria – il D.Lgs. 2.1.2018 n. 1 detto “codice della protezione civile”, artt. 7, 1° comma lett. c) e 24, 1° comma – ma si tratta di stato di emergenza dovuto a terremoti, alluvioni ed altri eventi naturali, non ad ipotesi di pandemia virale quale quella in corso.
Naturalmente, l’assenza di una disciplina (costituzionale) non significa libertà normativa (soprattutto da parte del Governo, vista l’emergenza in atto), poiché in ogni caso la legislazione di emergenza deve rispettare la Costituzione italiana e i principi dell’UE (principio contenuto nell’art. 25 del D. Lgs. 1/2018). 

LA NORMATIVA INTERVENUTA A SEGUITO DELL’EMERGENZA CORONAVIRUS

L’emergenza Covid-19 – chiamato Coronavirus – prende avvio dalla delibera del C.d.M. 31.1.2020 che ha dichiarato lo stato di emergenza in tutto il territorio nazionale per la durata di sei mesi: suo fondamento è l’art. 24 del D.Lgs. 1/2018 (codice della Protezione Civile)1 A seguito della delibera 31.1.2020 sono state emanate prima di tutto ordinanze del Ministero della Sanità (21.2.2020, 23.2.2020) – e ciò nel quadro della L. 833/1978 istitutiva del SSN che all’art. 32 prevede questo specifico potere in materia di igiene e sanità pubblica – con cui sono state poste limitazioni di circolazione nei primi comuni-focolaio (Codogno, Vò Euganeo), la sospensione delle attività scolastiche e la chiusura delle scuole, alcune misure di quarantena.
È stato quindi emanato dal governo il D.L. 23.2.2020 n. 6 (poi convertito in L. 5.3.2020 n. 13) che, su iniziativa del

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Intervista a Maurizio Landini. Il segretario generale Cgil: «Il senso di responsabilità dei lavoratori ha tenuto in piedi il paese. Serve un reddito dignitoso per tutti e partecipazione alle scelte per un nuovo modello di sviluppo»

Due lavoratori con la mascherina

Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, negli ultimi tre mesi l’intero mondo è cambiato completamente, sconvolgendo per primo il mondo del lavoro. Quali elementi la colpiscono di più?

In generale le lavoratrici e i lavoratori con i loro comportamenti, la loro volontà, serietà abnegazione la loro solidarietà. E’ il lavoro che sconfiggerà il virus, ancora una volta il mondo del lavoro sta dimostrando una forza ed un senso di responsabilità generale che commuove ed inorgoglisce, perché sa prendersi cura dei problemi e dei bisogni delle persone. Allo stesso tempo emergono almeno tre cose su cui riflettere ed agire. E’ emerso in maniera palese come l’attuale modello di sviluppo non è più rispondente ai bisogni e alle necessità della grande maggioranza delle persone. Il virus ha svelato crudelmente in maniera molto più efficace di tante nostre critiche che uno sviluppo basato sulla finanza e sulla crescente diseguaglianza non è sostenibile né per l’uomo né per la natura. In secondo luogo mi ha colpito la fragilità del nostro sistema sociale e in particolare quello dell’assistenza delle persone. A iniziare dal sistema di sanità pubblico del nostro Paese, falcidiato da anni di tagli indiscriminati, e ora è chiaro a tutti che deve essere rafforzato ed esteso. E come tutto questo dimostri che il concetto di produttivo non si possa misurare solo con i bilanci e tanto meno con la logica del profitto: un sistema sanitario è produttivo quando garantisce la salute di tutti, non quando fa utili. E questa considerazione andrebbe estesa a tanti altri settori che servono a tutelare i diritti delle persone. In terzo luogo la conferma della centralità del lavoro e delle persone che lavorano. In Italia, a proposito di emergenza sanitaria, abbiamo retto e stiamo reggendo soprattutto grazie al sacrificio e alla professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori del settore. Tutti: dai medici agli infermieri, dagli addetti alle pulizie a chi fa la manutenzione degli impianti. E spesso sono persone pagate poco e male o persino precarie, e stanno agli ultimi posti della piramide salariale e dei diritti. E’ una considerazione che va allargata a tante altre e a tanti altri: tutti dovrebbero aver capito che i cosiddetti “essenziali” su cui la società si basa per andare avanti sono spessissimo le persone più maltrattate e meno considerate. Una lezione da cui si dovrebbero trarre delle precise azioni, se ha un senso dire che “nulla potrà essere come prima”.

Maurizio Landini

La crisi economica picchia già duro e lo farà a lungo. Come tutelare chi perde il lavoro e le nuove forme di povertà? Serve ripensare il sistema di ammortizzatori sociali creandone uno universale?

Assolutamente sì. Penso sia il momento di ripensare in modo profondo i meccanismi economici. Dal welfare al fisco, dalla sanità all’assistenza, dalla politica industriale alla tutela ambientale, dagli stili di vita allo spazio in cui abitiamo. E poi il lavoro. Nel confronto con il governo di queste settimane abbiamo ottenuto precise garanzie sugli ammortizzatori sociali, anche se per i lavoratori autonomi le misure non sono del tutto soddisfacenti. E’ chiaro che in prospettiva l’intero sistema degli ammortizzatori va rivisto sia per garantire un reddito dignitoso quando l’azienda si riorganizza, sia quando si perde il lavoro, sia quando lo si ricerca. E’ in ogni caso il tempo di un nuovo Statuto dei Diritti in capo alle persone che lavorano e non semplicemente legato al tipo di rapporto attivato. Il lavoro non può più essere considerato alla stregua di mero fattore della produzione, di un numero, di un costo sempre e comunque comprimibile. Va riconfigurato il diritti del lavoro, il diritto alla formazione permanente e il welfare per tutelare e promuovere le nuove condizioni che hanno prepotentemente posto globalizzazione e innovazione tecnologica. Credo che questa sia la strada per affrontare la deriva del lavoro povero e della povertà in generale.

Nell’abisso della pandemia due professioni diametralmente opposte hanno retto la società: da una parte il personale sanitario – medici, infermieri, addetti alle pulizie – dall’altra gli operatori della logistica, i rider e i driver che hanno permesso gli approvvigionamenti essenziali e la consegna a casa a chi non poteva uscire. Cosa si sente di dire a queste due categorie?

È vero, in queste settimane hanno fatto cose straordinarie con una dedizione, una passione, un attaccamento al loro lavoro senza paragoni. Spesso l’hanno fatto nonostante le difficoltà che molti ponevano, superando ostacoli, supplendo alle carenze dei decisori. Hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo fondamentale. E con loro gli addetti della grande distribuzione, le forze di polizia, i lavoratori pubblici gli addetti al settore dei trasporti, a quelli dell’agroalimentare, e i tantissimi che in queste settimane hanno dato alla vita di tutti una parvenza di normalità. Credo che tutti noi dobbiamo ringraziare queste lavoratrici e questi lavoratori. Ma il modo più produttivo per farlo è riconoscere loro trattamenti più coerenti con la loro indispensabilità. Quello a cui dobbiamo puntare è l’eliminazione delle diseguaglianze a partire da quelle di chi sta facendo lo stesso lavoro o partecipando alla stessa filiera produttiva ma con trattamenti profondamente diversi a prescindere dalla professionalità. Bisogna riconsiderare tutto coinvolgendo l’intelligenza delle persone per decidere come si lavora e per fare che cosa. E’ l’unico modo per evitare i conflitti orizzontali e la concorrenza fra lavoratori, su cui, invece, si è basata finora l’organizzazione del lavoro e del sistema produttivo. E bisogna investire sul sistema pubblico a partire dalla sanità e dalla scuola.

Bisogna riconsiderare tutto coinvolgendo l’intelligenza delle persone per decidere come si lavora e per fare che cosa. E’ l’unico modo per evitare i conflitti orizzontali e la concorrenza fra lavoratori

C’è il rischio di una nuova frattura fra queste figure – le cosiddette front office, costrette a lavorare e a rischio – e chi può permettersi il telelavoro da casa senza rischi?

Se tutto rimarrà come prima il rischio può esserci. Io però non la vedo esattamente così. Anche chi a casa senza lavoro e senza reddito, con la paura di non averlo più, o chi lavora isolato con il pericolo di nuove privazioni e violazioni nei loro diritti, sta vivendo una condizione difficile. Credo che i lavoratori capiscano le condizioni degli uni e degli altri e che tra loro i vincoli di solidarietà siano molto più forti delle spinte di coloro che li vorrebbero divisi e soli. In ogni caso penso che questi temi devono essere affrontati e regolati nel rinnovo dei Contratti nazionali di lavoro.

Landini partecipa in teleconferenza alla trattativa sul Protocollo

Il sindacato ha dovuto mediare fra la fretta di Confindustria – con il nuovo presidente Bonomi – di riaprire a tutti i costi e la legittima volontà dei lavoratori di tornare a guadagnare pienamente rispetto alla cassa integrazione. Ci siete riusciti?

Il nostro primo e più importante obiettivo è stato quello di tutelare la salute di tutti i lavoratori che poi vuol dire tutelare tutti i cittadini. Questa la nostra priorità. È sbagliato contrapporre salute e lavoro, bisogna lavorare sicuri, punto. Il confronto con il sistema delle imprese è stato complesso ma costruttivo. Alla fine abbiamo concordato tra tutte le parti con il contributo e la firma anche del governo su un Protocollo condiviso di regole che sarà la bussola anche per il futuro all’insegna della priorità della salute e della sicurezza su qualunque altra logica. E’ un impianto condiviso da tutti che ha assunto dopo il Dpcm del presidente del consiglio un valore giuridico ed ora va fatto applicare. Noi insieme a Cisl e Uil sui luoghi di lavoro e sul territorio questo siamo impegnati a fare. La nostra seconda preoccupazione è stata quella di evitare i licenziamenti e continuare a dare a tutti un reddito. Abbiamo chiesto e ottenuto l’allargamento della Cig a tutti i settori e un’azione di sostegno ai lavoratori autonomi e alle partite Iva, oltre che alle fasce più deboli e più povere della popolazione. In terzo luogo abbiamo rivendicato con forza la necessità di sostenere le imprese dando liquidità alle aziende, così che potessero continuare a pagare i dipendenti e i fornitori e favorendo l’apertura di una linea di credito per le imprese a tassi bassissimi, se non a fondo perduto. Infine stiamo pretendendo di aprire una discussione ampia e approfondita sul futuro.

ll coronavirus si porta con sé inevitabilmente un nuovo modello di società e di produzione. Paradossalmente è quello che lei chiede da una decina d’anni.

Dovrebbe essere così, anche se non darei nulla per scontato. Si è detto che il virus inciderà profondamente nelle relazioni geo-politiche e geo-economiche, nell’economia, nella politica, negli aspetti più banali della società. Probabilmente inciderà anche sulle singole persone, sulla loro fiducia, sulla loro empatia, sui nostri comportamenti. Trovo un po’ assurdo, oltre che molto doloroso, che ciò emerga in maniera chiara per tutti in seguito ad una pandemia, avendo dovuto pagare un costo sociale e umano altissimo. A questo punto però dobbiamo essere conseguenti, anche perché riprodurre gli stessi schemi del passato, pensare di ripartire dove ci siamo fermati con la stessa “macchina” di prima sarebbe un errore imperdonabile. Dobbiamo ripensare l’intera organizzazione sociale del lavoro, cosa che detta così sembra un compito titanico ma che si affronta con alcuni passi precisi: la sicurezza e la salute delle persone al primo posto , il lavoro come valore, il pubblico come soggetto attivo del cambiamento, il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori nelle riconversioni ambientali delle produzioni e dell’organizzazione sociale. Per fare solo un esempio è chiaro che le opere pubbliche devono essere sempre più di manutenzione, del territorio come del patrimonio immobiliare, abbandonando una logica del consumo all’insegna del profitto e dello spreco. Ci batteremo per ridare valore al lavoro, perché i lavoratori contino di più nelle scelte, a tutti i livelli: internazionale, con il sindacato mondiale ed europeo; nazionale; nel sistema delle imprese; nelle singole aziende. Quella che abbiamo di fronte è una prospettiva politica, sindacale e culturale.

 

Lavoratori Fca

Altro effetto inaspettato della pandemia: la Fiom torna in Fca e lei loda pubblicamente l’atteggiamento dell’azienda. Siete cambiati più voi o è cambiata più l’ex Fiat in questi dieci anni?

La Fiat è diventata Fca, uno dei competitori internazionali nel settore dell’auto. In Fca la Fiom-Cgil ha firmato un accordo per la gestione dell’emergenza e per la ripartenza in sicurezza. Un accordo positivo nel merito e nel metodo che ha messo fine, spero definitivamente, alla stagione degli accordi separati. Di fronte all’emergenza Coronavirus e alla priorità di garantire la sicurezza delle persone che lavorano credo che tutti dobbiamo cambiare atteggiamento. Il merito di quell’accordo mi sembra in assoluta coerenza con i nostri valori e con le nostre pratiche di tutti questi anni. Ora credo che sia necessario andare avanti ed affrontare anche l’aspetto contrattuale di quella vicenda, comprese le scelte di politica industriale e occupazionale che il gruppo sta compiendo con la scelta di fondersi con Psa. Stiamo parlando di un’azienda e di un settore strategico per l’economia nazionale del nostro paese che deve coinvolgere anche il nostro governo. E’ la costruzione del nostro futuro che può offrire il terreno di una nuova azione comune.

Con Fca un accordo positivo nel merito e nel metodo che ha messo fine, spero definitivamente, alla stagione degli accordi separati

La pandemia costringerà anche il sindacato a dimenticare a lungo le piazze, almeno quelle piene a cui la Cgil e lei specialmente è molto legato. Come gestirete questa fase?

Discutere, riconoscersi, ritrovarsi, poter dire la propria, essere riconosciuti come interlocutori, poter votare liberamente sono valori fondamentali, sono la Democrazia. Sono sicuro che continueremo a trovare il modo di esercitare la nostra rappresentanza ed essere al servizio delle persone che per vivere devono lavorare anche se per qualche mese non potremo andare in piazza. Lo abbiamo fatto in queste terribili settimane che abbiamo alle spalle, le nostre sedi, quelle territoriali, delle categorie e dei servizi sono rimaste accessibili in tutti questi mesi anche per via telematica. Le nostre delegate e i nostri delegati e i tanti militanti dirigenti hanno continuato a esercitare la loro funzione e purtroppo alcuni di loro ci hanno lasciato nonostante avessero preso tutte le misure sanitarie prescritte dalle autorità. La Cgil è stata nel paese e insieme al Paese ha affrontato la pandemia. Siamo, insieme a Cisl e Uil, una parte essenziale della società. E continueremo ad esserlo con la presenza fisica, telematica e digitale. Sicuramente il sindacato dovrà trovare nuove forme di coinvolgimento e di decisione per superare i vincoli imposti dalla pandemia. Dovrà rapidamente abituarsi e imparare a usare le nuove tecnologie, con tutti i problemi che queste pongono, ma anche con le opportunità che offrono. Penso che dovremo saper incalzare le imprese e i decisori politici ad aprire nuovi modelli decisionali, dove i processi di formazione delle decisioni siano più democratici e più condivisi a tutti i livelli. Questo anche nel sindacato sia nei confronti dei propri iscritti, sia dei lavoratori. Sarà una fase di grande e spero utile sperimentazione di nuove forme di democrazia, solidarietà e partecipazione. “Insieme con giustizia” si può fare in tanti modi, importane è esserci per cambiare questo Paese. Sempre.

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da "il Manifesto del 29 aprile 2020
Cei o ci fanno.
 Forse sarebbe più importante garantire oggi non tanto e non solo la ripresa delle attività lavorative a tutto campo, ma assicurare, come si sta faticosamente cercando di fare, un reddito di emergenza che aiuti ad affrontare la crisi

Renzi e Salvini

 Il Nord immaginario in rivolta, le barricate di piazza annunciate, i vescovi all’attacco e in ritirata. E l’ospite fisso di ogni battaglia persa, Renzi che, incredibile ma vero, difende la Costituzione dal «dittatore» Conte. Leggendo i giornali a sospettare si fa peccato ma spesso ci si indovina.
Il fatto di non aver dato il permesso per celebrare messa, di non aver deciso di riaprire tutto e subito, avrebbe calpestato diritti e doveri.

In sostanza Conte avrebbe dovuto preoccuparsi meno della salute, pubblica e privata, per riaccendere i motori dell’economia, riaprire le scuole, le chiese e i negozi di parrucchiere.

A dimostrazione di questa irresponsabile e strumentale tesi vengono messi in gran risalto gli esempi di quei governi, Germania, Spagna, Francia che invece sono stati di manica larga e hanno accentuato le riaperture nei loro paesi. Salvini, Meloni, Berlusconi, Renzi (e i vescovi) si presentano come i campioni di questa linea politica «coraggiosa», così apprezzata dalla grande stampa nazionale.

Ma se dalla pessima propaganda politica passiamo alla cruda realtà dei fatti, se guardiamo la situazione sanitaria e quel che ci aspetta nei prossimi mesi, con il passaggio stretto dell’autunno, la riapertura delle scuole e del commercio, semmai la critica dovrebbe essere diversa: siamo pronti ad affrontare la situazione che si determinerebbe mandando a lavorare milioni di persone che potrebbero riaccendere i focolai del contagio?

Soprattutto per l’evidente difficoltà, nella sanità come nella scuola, nel trasporto pubblico come nella vita sociale, di poter riprendere i ritmi consueti e normali di sempre. È di ieri la stima del comitato tecnico scientifico secondo la quale con la riapertura totale delle attività ci sarebbero 151mila italiani in terapia intensiva.

È vero che la situazione economica del paese è disastrosa. Milioni di famiglie sono sulla soglia della povertà, milioni di donne e di uomini non hanno più un reddito, anche se minimo. Forse sarebbe più importante garantire oggi non tanto e non solo la ripresa delle attività lavorative a tutto campo, ma assicurare, come si sta faticosamente cercando di fare, un reddito di emergenza che aiuti ad affrontare la crisi. Senza la certezza di questo sostegno il prossimo Primo Maggio sarà davvero crudele per milioni di persone.

Appare anche paradossale che a rimettere le cose nel verso giusto sia stato papa Francesco riportando la Cei e il mondo cattolico al senso di responsabilità, sottolineando la necessità, adesso, di obbedire ed essere prudenti. Con poche parole il papa ha testimoniato un tasso di «laicità» indicativo dei tempi che attraversiamo. Lui sa che stiamo correndo dei rischi, come lo sanno il governo e Conte.

Non a caso in Germania, il paese di riferimento della leadership europea, la riapertura delle attività si è rivelata un grave errore: ieri era già risalito il numero dei contagiati, e non di poco.

Per questo stupisce la grancassa mediatica a favore delle opposizioni. Tanto più che Salvini, Meloni e Berlusconi sono stati messi nell’angolo da un virus più violento e distruttore delle loro idee. Annaspano, in difesa della protesta confindustriale e delle regioni, in particolare Lombardia e Piemonte, guidate dal centrodestra, esempi negativi, fallimentari di fronte all’emergenza pandemica.

Ma ancor più stupefacente è il comportamento di Renzi che recita due parti in commedia: di giorno sta al governo, e di notte trama per la crisi di governo.

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