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Una risoluzione incredibile all'Europarlamento. La memoria non è cosa da affidare solo agli specialisti di storia, è parte fondante del nostro presente. Dobbiamo mettere alla berlina chi ha reso possibile una simile cosa e rispondere con forza, subito e ovunque

«Conversation»

 

«Conversation» © Juan Muñoz

Confesso che, quando venerdì sera – in attesa di Tsipras alla Festa di Articolo 1 – un compagno mi ha mostrato sul suo telefonino un estratto della risoluzione sulla Memoria votata dal Parlamento europeo, gli ho detto, con tono irrisorio: «Ma non vedi che è una fake news?». E sempre con tono irrisorio ho insistito: «Una fake news diffusa da chissà chi?».

Quel testo mi era infatti apparso così ignobile da pensare fosse uscito da Casa Pound.

È solo l’indomani che mi sono resa conto che no, era davvero stato possibile quanto non avrei mai creduto lo fosse: che solo 66 deputati europei avessero votato contro uno degli atti più vergognosi, non solo per aver operato un indegno stravolgimento della storia ma anche – per via dei suoi clamorosi strafalcioni storici – tale da mettere in discussione il prestigio dell’istituzione parlamentare che l’ha varato. E dove fino a qualche anno fa – sia detto per inciso – sedeva, come indipendente ma eletto nelle fila del Partito comunista italiano, Altiero Spinelli.

(Da segnalare il decisivo e pertinente «contributo storico» del presidente Sassoli: «Ma ci sono stati i carri armati a Praga!»). Per non parlare dell’offesa apportata da quanto accaduto alla reputazione della consistente schiera di deputati un tempo militanti comunisti e socialisti che hanno sostenuto quella Memoria.

(Fra questi, ahimé, persino Giuliano Pisapia, che così si è autocondannato, essendo stato a lungo deputato di un partito che si chiamava Rifondazione Comunista).

Ma la mia sorpresa non è finita qui. Sollecitato ad intervenire sul tema, Etienne Balibar, il filosofo francese risponde da New York (dove da tempo tiene dei corsi), scrivendo: «Non so niente di questa storia, qui la stampa non ne ha parlato, e però nemmeno quella francese che continuo a seguire».

CONTROLLO a Parigi telefonando al nostro vecchio primo corrispondente dalla Francia, Alexandre Bilous. Casca dalle nuvole, mai sentito parlare di questa risoluzione. Mi richiama dopo poco: nessun giornale, dico nessuno, compresa l’Humanité, ha fatto cenno a questo voto europeo. Solo un ottimo sito on line, Mediapart, ne parla per via della lettera inviata dal signor Charles Heinberg, svizzero, docente di storia a Ginevra. Menomale. Rifletto: effettivamente alle ultime elezioni europee nessun deputato Pcf e neppure Psf è stato eletto.

(E però anche se non in parlamento non si sono accorti di quanto grave sia una risoluzione sulla nostra comune memoria scritta dalla peggior destra europea? E Raphaël Glucksmann, figlio del più noto padre nouveau philosophe oggi a capo di un non meglio definito raggruppamento di provenienza socialista, come giustifica il suo voto favorevole?).

SILENZIO anche sulla stampa tedesca, pur in generale attenta alla Memoria. Sia quella di destra che quella di sinistra.

Meno mi meraviglia il voto a favore dei Verdi: il loro tradizionale anticomunismo ha prodotto sempre non poche ambiguità politiche.

I nostri 5stelle, naturalmente, si sono astenuti. Come si sa per loro destra e sinistra sono riferimenti inesistenti, ma che la destra esista, almeno questo, dovrebbero recentemente averlo imparato).

IN ITALIA, a parte ovviamente il manifesto (per fortuna quella risoluzione non ha effetti giuridici altrimenti potrebbe esser posto fuori legge perché quotidiano comunista) c’è stata la Repubblica che ha ben commentato l’accaduto, per il resto quasi niente, oltre, naturalmente, le grida di giubilo della destra.

Non passo a una analisi storica del testo, lo hanno fatto con più competenza gli storici che ne hanno scritto; e quelli che certamente ne scriveranno.

Prendo la penna solo per dire che la nostra reazione, quella di tutti noi che siamo rimasti sbigottiti e indignati, non può, non deve, restare a questo: non possiamo solo meravigliarci che sia potuto accadere, dobbiamo mettere alla berlina chi ha reso possibile una simile cosa e rispondere con forza, subito e ovunque. Altrimenti finiremo per meravigliarci del fatto che a molti, di quanto accaduto, non importi niente. Più niente.

RISCHIAMO di rimanere ammutoliti dalla scoperta. E allora: bene Smeriglio e Majorino che non hanno accettato la disciplina di gruppo del Pd e si sono rifiutati di dire sì, ma non basta.

Con l’Anpi, con Pastorino e Laforgia di Leu e Fratoianni di Sinistra italiana che hanno subito reagito qui in Italia e sono in Parlamento e possono prendere anche in quella sede una iniziativa; e sopratutto con tutti quelli che si sono indignati, bisogna fare qualcosa, aprire un confronto. Innanzitutto nel Pd. La memoria non è cosa da affidare solo agli specialisti di storia, è parte fondante del nostro presente.

OLTRETUTTO la miseria dell’operazione spudoratamente negazionista che è stata messa in campo sta nel fatto che essa ha la meschina motivazione attuale di rafforzare le sanzioni economiche contro la Russia, di accentuare la più irresponsabile delle politiche europee del «dopo caduta del Muro»: anziché cogliere l’occasione per finalmente – come del resto aveva inutilmente sollecitato Gorbaciov – imboccare la strada dell’autonomia dell’Europa dai due blocchi militari e cercare di coinvolgere la grande Russia in un comune progetto (la Casa comune europea), si è scelta la strada di estendere la Nato tanto a est fino a impiantare i suoi missili sotto il naso di Mosca. Se Putin, che a nessun democratico piace, ha acquistato potere nel suo paese (ed è anche diventato ben più popolare di quanto vogliano far credere i media occidentali) è perché ha potuto giocare sullo sciovinismo, nato dalla reazione a questo accerchiamento.

Come pensate possa reagire oggi Mosca, dopo che l’Ue ha decretato che 22 milioni di donne e uomini russi che hanno perso la vita contribuendo in maniera decisiva alla sconfitta del nazifascismo, sarebbero stati invece nostri avversari?

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 Greta Thunberg

 

Greta Thunberg ha mosso le montagne. Un anno fa era una ragazzina solitaria che si sedeva tutti i venerdì davanti al Parlamento svedese con il suo cartello e il suo impermeabile giallo. Ieri è stata la protagonista del vertice dei Grandi della Terra, che lei ha fustigato come Gesù i mercanti del tempio.

D’altronde quei «Grandi» non sono molto più che mercanti: vivono di do ut des e non vedono altro. In mezzo c’è stata una serie ininterrotta di incontri con figure più o meno ai vertici di qualche organizzazione o istituzione europea che l’hanno per lo più (non tutti) omaggiata, senza trarne alcuna conseguenza; ma anche una gragnuola di insulti e villanie al suo indirizzo da parte di diversi media, fiduciosi nella accertata ignoranza del loro pubblico su quale sia lo stato effettivo del pianeta (e, di conseguenza, anche il loro). Ma quello che ha accompagnato e determinato la parabola ascendente di Greta è stata la comparsa, prima, e lo sviluppo dirompente, poi, di un movimento mondiale di giovani, per lo più studenti, che ha coinvolto (finora) quattro milioni di ragazze e ragazzi (almeno cinque, con la prossima scadenza del 27.9) e non dà alcun segno di ripiegare.

Crescerà ancora, e molto, nei prossimi mesi, fino a che – speriamo – la staffetta non sarà passata in mano a una mobilitazione più generale, anche di adulti, e soprattutto di lavoratori, cittadine e cittadini, associazioni e comitati finalmente consapevoli dei pericoli che sta correndo il genere umano.

Per ora, comunque «il pallino» è in mano al movimento Friday for future e ai suoi comprimari. Non tutti se ne sono accorti, ma i temi che questo movimento solleva e continuerà a sollevare in tutto il mondo con crescente insistenza sono destinati a dominare il dibattito e un numero crescente di scelte politiche di qui in poi. Perché la crisi climatica e ambientale contro cui si batte è reale, incalzante e ineludibile. Chi continuerà a chiamarsene fuori finirà emarginato. Questo non riguarda solo i negazionisti dichiarati come Trump e Bolsonaro, ma anche quelli «nascosti», che a parole riconoscono i cambiamenti climatici in corso (magari non la loro gravità), ma poi continuano a comportarsi come niente fosse: al governo, nelle istituzioni, nella vita di tutti i giorni. Perché loro la risposta alle conseguenze (non alle cause) della crisi climatica ce l’hanno. Primo: respingere con la forza e con le leggi i migranti costretti ad abbandonare le loro terre dal degrado ambientale. Secondo, continuare a bruciare gas, petrolio e carbone fregandosene degli impegni presi, facendo i free riders mentre altri paesi dovranno affrontare costi e disagi di una più o meno convinta conversione produttiva. Terzo, usare la stretta verso i migranti per apprestare strumenti di repressione (come i decreti Salvini) con cui far fronte alle prevedibili rivolte che anche da noi il degrado dei territori e la crisi economica prodotta dalla stagnazione secolare non mancherà di provocare. Tre «soluzioni» che non risolvono nulla e fanno precipitare la crisi. Ma sul fronte opposto non tutto è così chiaro. E là dove di queste cose si è cominciato a discutere stanno venendo a confronto due prospettive divergenti.

La prima è quella che ripete Greta: dobbiamo far crescere la pressione su governi e istituzioni perché comincino ad agire. Loro sanno che cosa fare, ma non lo fanno. Che cosa occorre fare glielo dicono gli scienziati, ma non li ascoltano. Il fatto è invece che i governanti non sanno assolutamente che cosa fare; non ci hanno mai pensato. Ma non lo sanno nemmeno gli scienziati, che sanno benissimo (non tutti, ma i climatologi certamente sì) quello che sta per succedere se non si interviene e che hanno (alcuni di loro) anche messo a punto molte conoscenze e mezzi tecnici per farvi fronte. Ma non sanno e non possono sapere come. Perché ciò comporta la mobilitazione e l’attivazione delle popolazioni interessate, che è il cuore della politica (quella che i «politici» non fanno).

Molti, soprattutto nel mondo industriale «più avvertito», abbracciano questa posizione: fate in modo che i governi introducano incentivi e penalità per promuovere la conversione; al resto penserà l’industria, cioè noi, mossi dalla convenienza. È la green economy, la soluzione adotta con il protocollo di Kyoto (1997) che affidava a meccanismi di mercato la transizione verso un mondo ripulito dai combustibili fossili. E stata un fallimento. Che cosa bisogna fare allora? Bisogna lavorare per mettere la scelta delle soluzioni da adottare nelle mani di chi è già o sarà interessato alla propria sopravvivenza insieme a quella di tutta la specie umana, a pagare il meno possibile i costi della transizione, mettendoli a carico di chi può permetterselo e soprattutto a chi è responsabile del disastro in cui ci ha precipitato: industria e finanza. Le regole per farlo, per ora sono elementari: quelle di Extinction Rebellion: «Dire la verità»: nessun politico può permettersi di spiegare ai suoi concittadini ed elettori le dimensioni effettive del disastro che incombe su tutti e poi continuare a fare come se niente fosse. Infatti, per fare un esempio, il Comune di Milano ha dichiarato l’emergenza climatica, ma si è ben guardato dallo spiegare alla cittadinanza che cosa significa. «Convocare le assemblee» (e soprattutto farle convocare dalle istituzioni): non solo per «dire la verità», ma per esaminare, insieme a tecnici e scienziati disponibili, quali sono le soluzioni che si possono adottare localmente e quali quelle per cui occorre lottare a livello generale. «Agire subito»: non aspettare politica, istituzioni e imprese: ciò che si può fare subito lo si comincia a fare o a pretendere: a scuola, nel quartiere, nelle aziende, nei servizi pubblici, negli acquisti. Ed è moltissimo.

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Consumo di suolo, Ispra: a Parma cementificati 17 ettari nel 2018

Non si ferma il consumo di suolo in Emilia- Romagna malgrado la legge che dovrebbe portare a saldo zero.
Secondo il rapporto dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, la nostra regione nel 2018 ha consumato 381 ettari di terreno naturale ponendosi al quarto posto in Italia dietro Veneto, Lombardia e Puglia. A queste regioni viene addebitata la parte preponderante dei 51 chilometri quadrati di verde cancellati l’anno scorso nel nostro Paese, vale a dire 14 ettari al giorno, 2 metri quadrati al secondo e 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica assorbita in meno oltre a 250 milioni di metri cubi d’acqua piovana che è scivolata in fiumi e torrenti senza scendere nelle falde.

In regione, prendendo in esame i dati per provincia, la percentuale maggiore di suolo consumato spetta a Rimini con il 13,2%, seguita da Reggio che sfiora il 12% e da Modena con l’ 11,8%. Bologna si ferma al 9,3%.
Se si considera il consumo procapite, in testa c’è Piacenza con 775 metri quadrati, con a ruota Parma (697), Ferrara (568) e Reggio (515). Bologna con 341 è ultima, ma in virtù di una popolazione molto più ampia delle altre province.
Se si va a vedere il dato in ettari di terreno consumato nell’anno trascorso, la provincia capoluogo i regione spicca con 79 ettari bruciati, la maggiore estensione in assoluto.

Consumo di suolo, Ispra: a Parma cementificati 17 ettari nel 2018

Al secondo posto Modena e Piacenza con 58 ettari, quindi Parma con 46, Reggio con 37, Ferrara con 34, Ravenna con 31, Forlì- Cesena con 22 e Rimini in ultima posizione con 17.
L’analisi dell’Ispra prende però in esame anche i singoli Comuni capoluogo. E in questa particolare classifica spiccano Piacenza e Parma con 17 ettari cementificati nell’anno trascorso. Seguono due centri minori come Castel San Giovanni (Piacenza) e Castel San Pietro (Bologna), rispettivamente con 14 e 13 ettari. Reggio e Ravenna non sono da meno con 12 e 11 le quali precedono Gragnano trebbianese (Piacenza) con 10, Imola e Fiorano (Modena) con 9 mentre Ferrara chiude la classifica dei primi dieci con 8 ettari. Gragnano trebbianese ha il primato per consumo procapite con quasi 21 metri quadrati procapite all’anno di suolo consumato. Al secondo posto Mordano con 17,6. — v.v.

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Matteo Renzi

In uno scenario politico/elettorale che forse virerà verso il proporzionale, se «l’intruso» Renzi se ne va dal Pd e tenta di fare un suo partito, è, almeno in parte, nella natura delle cose. Perché sotto un altro punto di vista, la scissione potrebbe essere interpretata soprattutto come conseguenza di un comportamento narcisistico, tipico delle persone di potere incapaci di accettare le proprie sconfitte e di restare «in fila», come si fa di solito in democrazia.

Comunque nella attuale e profonda ristrutturazione del sistema politico, tutti i soggetti vecchi, nuovi e in costruzione, sono in movimento. Adesso si sta smontando un equilibrio che

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Il nuovo governo. Da oggi con il governo M5S-Pd-LeU, si apre una nuova stagione politica. Che sarà costellata di ostacoli, contrapposizioni, rivalità, passi falsi. E non sarà facile centrare gli obiettivi previsti. Anche perché i conti vanno fatti tenendo ben presenti le condizioni economiche. Che sono deboli. Però da Conte fino all’ultimo parlamentare che sostiene questa alleanza, tutti sanno che siamo in presenza di qualcosa di più di una semplice scommessa

I rappresentanti del popolo, finché c’è questa Costituzione, sono i deputati e i senatori. E quanto al governo che chiede la loro fiducia, la sua funzione è volta al servizio del paese e va esercitata «con disciplina e onore».

La premessa del discorso del presidente del consiglio alla Camera, e quindi al Parlamento (il primo, forte, applauso, Conte lo ha suscitato nei confronti del presidente Mattarella), potrebbe essere soltanto galateo istituzionale. Se non fosse che i due leader della destra fascioleghista in quel momento erano in piazza per chiedere ancora una volta di dare la parola al popolo, in compagnia dei soliti saluti a braccia tese. Il loro agitarsi si ripeterà nei prossimi mesi, con una protesta a tutto campo. Ma intanto lo spettacolo che hanno offerto al paese è quello degli sconfitti: erano convinti di avere in mano l’Italia e adesso si ritrovano all’opposizione. Rabbiosamente.

Ora siamo in presenza di un’alleanza di governo inedita, imprevedibile solo due mesi fa, mal digerita da una parte, minoritaria, delle forze che la compongono, criticabile per diversi aspetti, sicuramente molto delicata. E proprio per queste ragioni richiede

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Legge elettorale. La riforma della legge elettorale è in agenda insieme al taglio dei parlamentari, giunto all’ultimo giro di boa, e posto da M5Stelle come priorità. Se il taglio si facesse a legge elettorale invariata, la distorsione della rappresentatività delle assemblee sarebbe fortissima e incostituzionale

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In una lettera al direttore del Corriere della sera (del 4 settembre) Romano Prodi si lancia in un endorsement senza se e senza ma del maggioritario, in specie se ispirato al doppio turno come in Francia, o all’uninominale di collegio come in Gran Bretagna. Sullo stesso giornale D’Alema suggerisce cautela nella corsa verso un sistema proporzionale, essendo preferibile un maggioritario che favorisca un ritorno al bipolarismo. Su Italiaoggi (5 settembre) Claudio Velardi concorda con Prodi e con D’Alema. Decisamente, un déjà vu.

La riforma della legge elettorale è in agenda insieme al taglio dei parlamentari, giunto all’ultimo giro di boa, e posto da M5Stelle come priorità. Se il taglio si facesse a legge elettorale invariata, la distorsione della rappresentatività delle assemblee sarebbe fortissima e incostituzionale.

Ad esempio, nelle regioni minori solo i primi due partiti otterrebbero seggi in Senato. Un ritorno al proporzionale appare a molti una condizione necessaria. Se ne avverte una eco nel programma di governo (al punto 10), laddove si parla di avviare un percorso di riforma della legge elettorale, assicurando il «pluralismo politico e territoriale». Ma non c’è un esplicito richiamo al proporzionale, e forse qui le opinioni citate hanno giocato un ruolo.

Nemmeno sfugge che oggi qualsiasi impianto maggioritario darebbe al centrodestra un vantaggio incolmabile.

La crisi di agosto ha visto tra le ragioni di fondo la valutazione che il momento fosse favorevole per assaltare Palazzo Chigi.
In questa prospettiva Matteo Salvini ha corso un azzardo, ha scommesso, e ha perduto.

A tutto questo i sostenitori del maggioritario rispondono che bisogna ripristinare il bipolarismo. È ovvio che in un sistema tripolare o multipolare un maggioritario che garantisca il totem della stabilità e della governabilità è fatalmente troppo distorsivo della rappresentatività, e probabilmente incostituzionale.

Per Prodi ciò non rileva, perché «una legge elettorale non è fatta per fotografare il Paese, ma per dargli una maggioranza di governo possibilmente stabile». Non potremmo dissentire di più. Una assemblea elettiva assolve la sua funzione solo se è ampiamente rappresentativa. Diversamente, è una inutile superfetazione istituzionale.

Chi vuole il maggioritario o ritiene irrilevante qualsiasi misura di distorsione della rappresentatività, o pensa a una strategia di alleanze che portando a una competizione tra due coalizioni riduca al minimo la correzione maggioritaria che garantisce la vittoria. A sinistra o nel centrosinistra si pensa a una alleanza pre-elettorale tra Pd e M5Stelle, e forse ancora altri. Ma è una prospettiva plausibile?

Trovare una compatibilità su temi quali le trivelle, la scuola, i beni culturali, il lavoro o persino le grandi opere può essere alla fine non facile, ma possibile.

Ma che dire del diverso modo di concepire la democrazia? Vincolo di mandato, eletti-portavoce, referendum propositivo, taglio dei parlamentari, votazioni su Rousseau segnano un depotenziamento della democrazia rappresentativa che fa allo stato parte del dna del Movimento, e trova qualche eco anche nel programma di governo.

Una strategia duratura di solide alleanze può bene trovare qui ostacoli difficilmente superabili.

Ma poi, siamo sicuri che le chiavi di lettura di un tempo siano ancora valide? In Francia, il doppio turno ha dato a Macron una maggioranza, ma non ha impedito – anzi, indebolendo la rappresentatività del parlamento ha probabilmente concorso a determinare – la rivolta dei gilet gialli.

In Gran Bretagna, emblema della stabilità e della governabilità assicurata dal maggioritario, Boris Johnson ha preso ceffoni dai Commons, e altri probabilmente ne avrà. La stessa unità del regno scricchiola pericolosamente.

Sono prove che maggioranze farlocche create con artifici elettorali non chiudono le faglie politiche, economiche e sociali, e che il fulcro della democrazia è in un parlamento che dia pienamente voce al paese, e non nei palazzi del governo.

Prodi chiede che si prendano «le decisioni necessarie a far sì che l’Italia possa riprendere il suo ruolo in Europa e nel mondo». Dubitiamo assai che abbiamo perso quel ruolo a causa di una legge elettorale non abbastanza maggioritaria, e che basti correggere l’errore per riguadagnarlo.

 

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